Karel Zeman


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Io e mio padre

Un cognome importante alle spalle e un padre-allenatore a cui ispirarsi. Dalla scorsa stagione allena il Fano sognando un giorno di sedersi sulla panchina del Palermo…

di Francesca Ceci 

 

E’ un ragazzo discreto, perbene ed educato, niente a che vedere con lo stereotipo del “figlio di papà”. E, nel suo caso, che papà. Karel Zeman, 35 anni, di professione non poteva che fare l’allenatore. Mi racconta con orgoglio di essere cresciuto a pane e calcio: “Mio padre mi ha sempre portato a vedere i suoi allenamenti sin da quando avevo 2 anni”. Parole da figlio che tradiscono tenerezza e riconoscenza verso un padre che gli ha trasmesso l’amore per questo sport, la lealtà e l’insegnamento che vincere e basta, vincere a tutti i costi, nella vita ancora più che nel calcio, non è affatto un comandamento, lo è vincere, o anche perdere, purchè lo si faccia con coraggio, con altruismo, con fantasia. Proprio come cantava Francesco De Gregori, perché per molti, in quella corsa generosa dietro ad un pallone fino a trovarsi senza fiato davanti alla porta sperando di fare gol, c’è la metafora della vita e la lezione che la vittoria ha molte facce.

Karel,  dallo scorso anno siedi sulla panchina dell’Alma Juve Fano. Sei arrivato a stagione iniziata, quest’anno inizierà a vedersi più chiaramente la tua impronta. Obiettivi, speranze?

“Credo che la mia impronta si sia vista anche l’anno scorso nonostante io sia  subentrato a 8 partite dalla fine altrimenti non sarei stato confermato. Vorrei continuare sul solco di quanto fatto nelle poche settimane della scorsa stagione, con una squadra che quest’anno è molto più giovane”.

Un cognome importante il tuo. Più un peso, un vantaggio oppure cosa?

“Quasi sempre un vantaggio nel senso che ogni volta che vengo accostato a mio padre per me è motivo di orgoglio perché si parla di una persona stimata dai più sia per quello che fa sul campo sia per il modo di essere. È chiaro che tutti gli insulti ricevuti finora negli stadi, raramente li ho presi in quanto Karel piuttosto li ricevo in quanto suo figlio, magari da tifosi juventini”.

Facciamo un gioco, un veloce botta e risposta. La persona alla quale devi di più?

“Mio padre”.

Un rimpianto.

“Non essere diventato uno sportivo a livello agonistico”.

Un tuo difetto.

“Il nervosismo”.

Un pregio.

“La bontà”.

Un desiderio da realizzare al più presto.

“Avere una famiglia”.

Un motivo per invidiarti.

“Perché sono meglio di chi mi giudica”. (ndr, sorride)

Una buona ragione per volerti essere amico.

“Nessuna, non credo di essere un ottimo amico”.

Una paura da superare.

“La paura della morte dei propri cari”.

Le parole che non hai mai detto e avresti voluto dire.

“Troppo spesso ci sono cose che si vorrebbero dire e non si dicono. Per questo io cerco, nei limiti del possibile, di dire sempre tutto anche se a volte non ci riesco”.

Un aggettivo per tuo padre.

“Geniale”.

Gioco della torre, chi butti giù: Totti o De Rossi? 

“Nessuno dei due”.

Berlusconi o Moratti?

“Moratti”.

Mourinho o Moggi?

“Il primo nome non l’ho sentito” .

Risposta stile Zeman padre?

“No, no, non ho sentito davvero! Comunque Moggi”.

Macchina del tempo avanti di dieci anni, chiudi gli occhi, uno stadio, un sogno: su quale panchina stai allenando?

“Palermo”.

Il ragazzo si farà, si chiude così La leva calcistica del ‘68. E lo diciamo anche noi. In bocca al lupo Mister Karel Zeman.

 

 


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