“Le belle notti” di Gianni Clementi


    Gianni Clementi2567

Intervista a 360 gradi con il grande autore di commedie teatrali

di Mara Fux

I tuoi testi si affastellano sulle locandine di ogni stagione; gli addetti ai lavori dicono dategli una penna, conquisterà il teatro! C’è chi scommette su di te capace di scrivere ex novo una commedia in due giorni: è davvero così?

“La storia dei due giorni è un’iperbole. Quando ho l’idea giusta, posso essere veloce nella scrittura ma le idee maturano con i mesi. A volte con gli anni. Nel mio biglietto da visita c’è una frase di Conrad che sintetizza con brillantezza il mestiere di scrittore: Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”.

Quali sono gli ingredienti indispensabili per scrivere una commedia di successo?

“Credo che un autore debba essere un testimone del suo tempo. Zavattini consigliava agli scrittori/sceneggiatori di prendere l’autobus. Ma attingere dal quotidiano è sempre molto rischioso, la banalizzazione è dietro l’angolo anche se parlare delle cose che conosciamo aiuta molto ad entrare in empatia con lo spettatore. Solo se questi diviene complice dei personaggi allora lo spazio per la riflessione si apre con naturalezza, senza forzature. E’ il nostro inconscio che deve stupirsi per primo del sorriso involontario a sottolineare i nostri stessi difetti, vizi e manie, altrimenti difficilmente accettabili. Quindi autobus a vita!”.

Quanto conta la proprietà di linguaggio nella scrittura?

“Nella scrittura in genere, moltissimo. Nella scrittura teatrale il discorso è più complesso. Ho letto opere di teatro con ‘orrori’ ortografici che avevano delle intuizioni molto efficaci sul palco e opere stilisticamente impeccabili che poi si rivelavano deboli e noiose. Un discorso  a parte  merita il dialetto. Ho dedicato gran parte del mio percorso d’autore all’uso del ‘romano’ in teatro. Operazione rischiosissima per l’uso spregiudicato che se ne è fatto in film di quart’ordine e cabaret televisivi. Al contrario, ho sempre pensato che sia una forma espressiva straordinaria in termini poetici e narrativi, tant’è che ho scritto molte commedie usando un “romano” popolare e moderno che si ispira al grande cinema italiano del dopoguerra. Una premessa un po’ lunga per rispondere alla tua domanda sulla proprietà di linguaggio: un muratore, nella periferia romana nel 1943, che dice: ‘M’ha detto petalino!’, per dire che è stato sfortunato, credo abbia una proprietà di linguaggio stupefacente. Le proprietà di linguaggio sono tante quante i personaggi di un’opera, ognuno deve avere la sua di proprietà”.

Ho visto  spettatori acquistare il biglietto perché firmavi la commedia, indipendentemente da chi la recitasse. Un’eccezione perché nella realtà il pubblico sceglie spesso basandosi sulla popolarità degli attori. Cosa ne pensi?

“Se ho credibilità fra gli addetti ai lavori, lo debbo al pubblico che esce di casa verso le 20, parcheggia con difficoltà l’auto, paga (e sottolineo paga) un biglietto e viene a vedere le mie commedie. E credo di dover anche molto ad attori, registi e produttori. Senza queste sinergie i miei copioni sarebbero nel cassetto. Esiste poi la popolarità, quale traino dello spettacolo. Recentemente uno dei pochi Produttori illuminati ancora esistenti mi elencava con rammarico i nomi di Grandi Attori che oggi ‘non vendono più’. Oggi il mercato teatrale è ‘drogato’ da operazioni di facile consumo per cui si privilegia un ‘Cartellone’ di Nomi Televisivi di richiamo a prescindere dalla qualità dello spettacolo”.

“Grisù, Giuseppe, Maria”, “Ben Hur”, “Alcazar”, Ladro di razza”, “Fausto e gli sciacalli”, sono alcuni dei tuoi evergreen teatrali ma da circa 20 anni una su tutte continua ad essere rappresentata, “Le Belle Notti”. Ce ne parli?

“Il 12 dicembre 1969, in pieno fermento ‘sessantottino’, diciassette studenti occupano un liceo romano. La celere, prontamente allertata dal preside, circonda l’istituto dove i ragazzi si sono barricati. Le ansie, le paure, gli innamoramenti, uniti all’eccitazione crescente per l’atto di ribellione che li vede protagonisti, cementano il gruppo. La prima giornata di occupazione volge al termine quando dalla televisione giungerà la notizia terribile della strage di Piazza Fontana. Nella seconda parte è sempre lo stesso liceo il teatro dell’azione e sempre di un’occupazione si tratta: siamo negli anni 2000 e i nuovi protagonisti sono i figli degli occupanti di quel dicembre del ’69. Stessi palpiti, stesse problematiche. Ma lo scenario sociale è profondamente cambiato”.

Vecchia e nuova generazione si confrontano: un velo di amarezza?

“Inevitabile. Ma non per il sapore di ‘Come eravamo’ piuttosto  per quello che siamo diventati. E non mi riferisco ai ragazzi. Se ci troviamo oggi in una sorta di palude, la mia generazione ha un’enorme responsabilità. Le spinte alla condivisione sono degenerate in una corsa all’individualismo esasperato. Si è perso il senso del ‘Bene comune’ ed è per questo che le strade sono sporche. Il senso di appartenenza a una Nazione è scomparso, sostituito da traffici di piccolo cabotaggio per arricchimenti personali. La classe politica eccellente dei Berlinguer, dei Moro, dei Nenni, degli Almirante, che al di là degli opposti ideali comunque rappresentava le diverse istanze dei cittadini ed aveva iscritto nel DNA il senso dello Stato, è stata sostituita da una generazione, la nostra, di arroganti e miopi personaggi, il cui vero scopo era il potere fine a se stesso”.

“Le belle notti” tornerà in scena al Teatro della Cometa di Roma dal 14 dicembre all’8 gennaio con un cast di giovanissimi figli d’arte tra cui la tua primogenita Lucia. Che effetto ti fa vederla recitare un tuo lavoro?

“Vedere Lucia Pilar sul palco, che recita le ‘mie parole’ mi provoca grande soddisfazione e al contempo preoccupazione. La preoccupazione è per la prospettiva di un lavoro tanto difficile e incerto; la soddisfazione per il fatto che una ragazza di 20 anni, nel 2016, abbia scelto di cibarsi di arte, piuttosto che abbandonarsi a perenni ed illusorie navigazioni nel mare cibernetico”.

Dal punto di vista della creatività, il teatro sta vivendo un periodo stanziale?

“Ti rispondo con le parole che Carlos Gimenez, mi riferì in un documentario che girai durante il Festival Teatrale di Caracas, di cui era Direttore artistico. E’ morto il teatro? Chiesi. La risposta fu: no, il teatro non è morto. Purtroppo ci sono molti morti che fanno teatro”.


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