11/30/2021
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Leandro Conti Celestini: Lo stilista prestato alla scrittura

di Francesca Ghezzani –

Designer e artista italiano nato a Milano nel 1978, dopo una laurea in Storia dell’Arte Leandro Conti Celestini decide di trasferirsi a Los Angeles per lavorare nella moda e nel cinema. È il fondatore del brand di underwear Tigerheat Productions sul mercato americano e nel 2020 dà vita al suo primo romanzo pubblicato con Eros Cultura Editore del Gruppo Editoriale Brè dal titolo “Alle corde”.
Leandro, da sempre sei attratto dall’estetica glamour di Old Hollywood degli anni ‘40, dai film noir e le immagini in bianco e nero e non hai mai nascosto che questo stile pervade ogni tua opera, dalla scrittura, alla pittura, alla fotografia, mostrando un lato nostalgico e retrò, unito all’influenza dei grandi maestri italiani del cinema, dell’arte e della moda. Come è avvenuto il “salto” da stilista a scrittore? Te lo saresti aspettato di pubblicare un libro?
“Sono molto contento della possibilità di parlare del mio libro, grazie per avermi invitato. No, a dire il vero ho iniziato a scrivere perché, come mi succede sempre, ero un po’ annoiato e volevo provare qualcosa di nuovo. L’idea nacque un anno fa proprio dal mio brand di underwear a cui stavo lavorando da un po’: si tratta di una bodysuit for men, che a molti (a me compreso) ha fatto pensare a un wrestling singlet (un po’ più erotico forse), come usavano alcuni lottatori negli anni ’70. Da qui mi venne in mente di costruirci un universo attorno, vedevo un giovane uomo in cerca della sua strada, alle prese con un mondo ostile, in cui dovesse sgomitare per farsi avanti. Così nacquero Tristan, il Coach, Johnny e tutti gli altri”.
In Tristan, il protagonista del tuo romanzo, troviamo tratti autobiografici?
“Decisamente ci sono tratti autobiografici in Tristan: alcune cose che lui ha passato sono successe anche a me, ma non solo; direi che ho messo un po’ di me in ognuno dei miei personaggi preferiti del libro, lascio a chi mi conosce decidere quali siano! Sin da ragazzino non mi sono mai piaciuti gli ‘eroi’, quelli troppo bravi, che vincevano sempre… così ho cercato di costruire un personaggio comune, che nessuno si aspetterebbe di veder vincere e, tanto meno, di competere, ma alla fine lascia tutti a bocca aperta… una specie di antieroe che, senza volerlo, ruba la scena; c’è un termine americano per questo: ‘the underdog’, quello che le scommesse danno per sfavorito. Purtroppo io non ho mai fatto wrestling, a parte giocare alla lotta con i miei amici, come facevano tutti i ragazzini prima che le ‘mamme millennials’ lo vietassero, perché ‘ci si può fare male’! Avendo scoperto, tuttavia, di essere gay piuttosto presto, avrei voluto che le nostre scuole avessero quella discipline, come succede regolarmente negli USA. Ci sono anche molte ispirazioni del mio mondo da ragazzino: i film e la musica con cui sono cresciuto, i cartoni animati, le mie abitudini… mi piace la nostalgia, ma non troppo, dobbiamo sempre guardare avanti”.
Perché hai deciso, come in molti, di trasferirti a Los Angeles? Inoltre, a distanza di dieci anni, hai mai avuto dei ripensamenti?
“L’idea di trasferirmi qui nacque gradualmente. La prima volta ci venni per lavoro, poi l’occasione si ripeté negli anni successivi; Los Angeles è una città strana, sono tutte vie sconfinate, palme, cieli azzurri… ti sembra di essere in un film e all’inizio ognuno se ne innamora. Cosa posso dire dopo dieci anni? La vita è facile, i business funzionano, se dimostri che ci sai fare le possibilità vengono da sole ed è davvero pieno di opportunità da cogliere. Anche la burocrazia non ti mette i bastoni tra le ruote, anzi ti facilita perché tu riesca a fare più soldi e far girare l’economia! Dall’altra parte la qualità della vita in Italia è assai migliore: il calore dei rapporti che abbiamo con i nostri amici, le nostre famiglie, a Los Angeles non esistono: ci sono competizione, rapporti d’affari, anche solitudine… ma la gente non vuole ammetterlo. Un sogno? Lavorare ancora per qualche anno e poi tornare in Italia, senza bisogno di fare niente, a parte magari scrivere o dipingere… just for fun!”.
Nel mondo della moda è assai diffusa l’omosessualità e non manca di certo nelle tue pagine. In America – mi viene in mente il quartiere di Castro, a San Francisco, e la figura di Harvey Milk che negli anni ’70 diventa uno dei più attivi e noti esponenti del nascente movimento gay aprendo proprio a Castro il suo negozio di fotografia – come viene vissuta? Quali analogie e quali differenze con l’Italia? Quali contraddizioni?
“Anche a Los Angeles c’è un quartiere gay, West Hollywood, e un altro fotografo, Bob Mizer, creò la rivista ‘Phisique Pictorial’; all’epoca il nudo maschile era illegale, per non parlare dell’omosessualità, ma furono proprio gli Stati Uniti, con i loro movimenti di protesta, a cambiare passo dopo passo le cose, fino a come stanno oggi. Dalla mia esperienza personale trovo l’America ovviamente più aperta, ma penso che anche l’Italia abbia fatto molti progressi e sono ottimista sul futuro”.
Perché hai deciso di ambientare la storia del tuo romanzo proprio a fine anni ’70? Cosa è cambiato rispetto ad allora?
“Cercavo un mondo selvaggio, quasi senza regole, specialmente nel territorio dove si svolge la vicenda; anche la vita pre-tecnologia mi interessa molto: l’ho vissuta, e a costo di essere chiamato ‘vecchio’ rimpiango come le cose fossero più facili e difficili, i rapporti venivano coltivati, c’era educazione, buone maniere e senso dello stile. Oggi queste cose le sento meno, ma per me hanno ancora un grande valore”.
Facendo sempre un parallelismo tra Usa e Italia, cosa potresti dire del Made in Italy e della moda americana?
“Gli americani sognano la nostra moda e non saranno mai in grado di imitare i grandi maestri della storia che ci appartiene, come Valentino, Ferré, Versace, Armani, Dolce&Gabbana… purtroppo penso che noi stessi non siamo stati davvero capaci di creare nuovi talenti, una volta che questi hanno finito il loro corso. Il mondo ancora ha la massima opinione solo della parola “Italia”, io spero che non si accorga che è rimasto uno spazio vuoto ancora non completamente riempito di quella qualità”.
Infine, camminando sul Sunset Boulevard o lungo la celeberrima Walk of Fame si respirano ancora oggi come ieri i fasti di Hollywood e dei telefilm che hanno cresciuto gli attuali quarantenni o sono, più che altro, rimasti ormai degli immaginari collettivi di fatto tramontati negli anni?
“Oggi quelle zone appaiono piuttosto decadenti e malinconiche, il loro periodo è finito da tempo, ma fa sempre un bell’effetto vedere i turisti che scattano foto alla stella del loro attore preferito, i negozi di souvenir e le colline con la scritta Hollywood sullo sfondo. Ritengo che l’intera Los Angeles, del resto, abbia questo fascino un po’ finito: come una villa stupenda in un canyon, che ha visto feste incredibili, dive, musica, champagne e divertimenti sfrenati e la mattina dopo è deserta; i pochi ospiti rimasti ancora dormono, i corridoi e i saloni sono in silenzio… solo i quadri, i divani di velluto, le tavole ancora coperte di bicchieri e le ortensie nei vasi sussurrano tra loro”.

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