Leo Gullotta: “La vita è un’apertura e un’immediata chiusura di finestre”


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Un maestro. Un attore che ama il suo lavoro come pochi. Un curriculum alle spalle di eccellente valore e ricco di lavori che l’hanno reso celebre. Un professionista camaleontico e una persona buona e perbene. L’abbiamo incontrato qualche mese fa in occasione della sua tournée teatrale.

di Giulia Bertollini

Quando arrivo in teatro, lui è già in platea ad accogliermi. Mi prende le mani stringendole tra le sue ed esclama “ha le mani congelate. E’ freddolosa?”. Mi limito ad annuire sciogliendomi in un sorriso. Leo Gullotta è uno dei miei ricordi dell’infanzia. Glielo accenno pure mentre ci sediamo in camerino davanti ad uno specchio. Come dimenticare la mitica signora Leonida nel celebre programma de “Il Bagaglino” o la parodia ringhiante di Maria De Filippi. Leo però è anche altro. In questi anni, è riuscito ad imporsi con il suo immenso talento al cinema e in teatro regalandoci interpretazioni impeccabili, intrise di grande umanità. E proprio nello spettacolo “Minnazza – Letture tra i miti e le pagine di Sicilia”, Leo dimostra di essere un uomo sensibile, devoto all’impegno civile e custode della memoria. Parlando con lui, emergono riflessioni importanti sulla vita e sul quotidiano. Le sue parole sono davvero un invito a riflettere.

Leo, la ritroviamo in tournèè con lo spettacolo “Minnazza-Letture tra i miti e le pagine di Sicilia”. Ce ne parla un po’? 

“In occasione di questo spettacolo, il palcoscenico è stato trasformato in un terrazzo siciliano in cui d’estate tra bicchieri e piattini si discute e ci si confronta. E’ come se il pubblico fossero gli amici che vengono a trovarmi a casa. Il titolo ‘Minnazza’ trae ispirazione da una piccola statua, la Venere di Willendorf del Naturhistorisches Museum di Vienna, che racchiude tra i suoi seni rigogliosi ventiseimila anni di storia. Dobbiamo tornare al latte materno e dobbiamo riappropriarci della nostra vita e dei nostri pensieri. In questo spettacolo, ho voluto ricordare gli eroi dell’impegno civile come Borsellino, Falcone e il giornalista Pippo Fava perché noi italiani con troppa facilità abbiamo perso la memoria. Vogliamo perderla davvero o siamo indotti a perderla da fermo immagini sociali? Questa è la domanda che dobbiamo porci”.

Uno spettacolo che ci invita a riflettere sul confronto tra passato e presente. Proprio a tal proposito, parlando della differenza tra i giovani di ieri e di oggi, cos’è cambiato nel corso degli anni? La nostra epoca è depressa o maniacale?

“La differenza risiede nel fatto che un tempo non c’era niente e si aveva maggiore fantasia. Oggi, i giovani sono schiavi del telefonino. Vivono immersi in una realtà che non è quella reale. Sono confusi e non riescono più a meravigliarsi di ciò che li circonda. Basta scattarsi un selfie per rendersi protagonisti. La nostra epoca è manica depressa proprio a causa del bombardamento tecnologico che spinge a stare sempre al passo degli altri e mai indietro. In questo modo, ognuno finisce per avere un pensiero che non è il proprio ma è quello degli altri”.

E infatti sui social regna l’ignoranza.

“Hai detto bene. Oltre all’ignoranza, ci leggo dentro tanta rabbia e frustrazione. Tutte le volte che incontro gli studenti nelle università cerco di portargli un messaggio ben preciso e cioè che la vita è la loro e non degli altri. E’ importante credere nei sogni senza che questa parola sia considerata pura astrazione. Per raggiungere degli obiettivi, bisogna studiare e capire perché prima di ogni altra cosa il successo è quello che si ha verso noi stessi. Senza lo studio non si ottiene nulla. Il pensiero, la riflessione e l’elaborazione mentale sono le frecce di una faretra. La curiosità è alla base della vita”.

Quali sono gli elementi che la colpiscono e affascinano maggiormente come spettatore, e quale il testo o i testi che trova più intriganti o che le sollecitano riflessioni?

“Per mia fortuna, faccio un mestiere che mi fa accostare teatralmente o per lettura a testi che stimolano riflessioni verso il pensiero e la vita. Anche nel negativo c’è sempre da imparare qualcosa. Bisogna riflettere nel bene e nel male e sapersi scegliere gli incontri. Perché sono quelli a cambiare il nostro destino”.

Nello spettacolo, parla anche della sua infanzia trascorsa a Catania. Che bambino era? E qual è stata la lezione più grande che le hanno dato i suoi genitori?

“Durante gli anni ’60, Catania era una città in lenta ricostruzione. Sorridevano tutti e non esistevano odio né divisioni. Nel periodo della mia carusanza (adolescenza in dialetto siciliano) vivevo di fantasia e di curiosità. Sono stato l’ultimo di sei figli. Papà ci ha mandato tutti a scuola facendo tanti sacrifici per farci studiare. Vivevamo in un quartiere popolarissimo di Catania detto il Fortino, un monumento in pietra lavica, regalo di Re Ferdinando alla figlia che si sposava. I miei genitori mi hanno dato un bene prezioso, la vita. Mi hanno inondato di attenzione e di affetto. Purtroppo papà è venuto a mancare quando avevo 18 anni. Le racconto un aneddoto. C’è stato un momento in cui mi sono ritrovato a fare teatro senza che avessi avuto un particolare fuoco sacro. Prima di quel momento ero un insegnante di storia dell’arte. Un giorno andai da mio padre chiedendogli cosa dovessi fare del mio futuro. E lui mi rispose con queste parole: “sai, mi darebbe molto fastidio sapere che a 50 anni ti ritrovi a fare un lavoro che io ti ho imposto”. E’ stata una meravigliosa lezione nel responsabilizzarmi verso la vita. I miei genitori mi hanno comunicato serenità e tranquillità”.

Cosa le manca di più della sua terra?

“La Sicilia manca sempre. Chiunque nasca nel mondo, in qualsiasi parte, rivendica la sua radice. A 73 anni mi reputo fortunato perché ho fatto quello che volevo fare indipendentemente dal talento. Sono sempre affascinato da ciò che mi circonda. Non sono sul piedistallo perché quando traballa si cade e ci si può far male. Sorrido a quello che è capitato e che mi capita nella vita. Non ho mai accettato il pensiero di vivere in una torre d’avorio”.

Ha concluso di recente le riprese del film sul delitto di Piersanti Mattarella. 

“È un tributo alla memoria di Piersanti Mattarella, il fratello dell’attuale Presidente della Repubblica. Fu assassinato da Cosa nostra a Palermo nel 1980, mentre era presidente della Regione Siciliana. La regia è di Aurelio Grimaldi, con un cast siciliano composto oltre a me, da Nino Frassica, Tuccio Musumeci, Pino Caruso, Pippo Pattavina, Toni Sperandeo, Donatella Finocchiaro, Lucia Sardo e Guia Jelo”.

Come riuscire a far combaciare l’età e la mentalità su un arco di tempo di una vita?

“Semplice. La vita è quella che ho vissuto e sto vivendo. Comincio un po’ ad arrabbiarmi sapendo che poi dovrò abbandonarla. Ma tanto si sa che la vita è un’apertura e un’immediata chiusura di finestre”.

Altri progetti?

“Da ottobre in poi riprenderò per il secondo anno consecutivo la tournée dello spettacolo ‘Pensaci Giacomino’, un testo di Pirandello che ha ricevuto molti consensi di pubblico. E poi andrò in Toscana per interpretare Bartleby lo scrivano di Melville”.


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