Luca Bucchi: “Volevo fare il pilota ma il destino ha voluto invece che facessi l’artista”


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“Ci sono condizioni in cui vivere significa rimboccarsi ogni giorno le maniche. E quei gesti che per molti sono scontati, come svitare una bottiglia o mettere lo zucchero nel caffè, per qualcuno costituiscono una sfida quotidiana ai propri limiti”.

di Marisa Iacopino

A parlarci è Luca Bucchi, che nella disabilità ha sempre cercato la via per sperimentare altri aspetti di sé, allenandosi con tenacia per sviluppare abilità extra-ordinarie. Ci ha raccontato la sua storia e, soprattutto, l’ultima  sua sfida: ‘il Biliardo in carrozzina’.

Com’è nata l’idea di trasformare il biliardo in una disciplina paralimpica?

“Un giorno con Roberto Dell’Aquila, dopo una partita in amicizia, ci siamo chiesti: perché non esiste il biliardo come sport paralimpico? Forse perché non ci ha mai pensato nessuno? Abbiamo creato una pagina FB dal nome ‘Biliardo in carrozzina’, iniziando a diffondere il messaggio e a cercare giocatori. Quindi abbiamo chiesto un incontro con Luca Pancalli, il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico,  per proporgli l’idea. Si è pensato di creare una sezione di ‘Biliardo in carrozzina’ all’interno della Federazione Italiana Biliardo Sportivo, al pari della sezione femminile e degli juniores. Io gli ho fornito un vademecum. Non ci sono grandi differenze, qualche dettaglio in più, ad es. la necessità di chiedere dei time out, o adattare i servizi igienici. Il 14 luglio c’è stata una partita di esibizione, nell’ambito delle finali del campionato italiano. Nell’arco del 2019, speriamo di ratificare l’accordo tra Federazione e Coni paralimpico, e far diventare tutto ciò una realtà definitiva”.

A diciott’anni sei aviatore paracadutista, poi l’incidente… 

“La mia infanzia in una famiglia premurosa, poi la passione per il volo che mi spinge a fare il militare nei paracadutisti. Divento paracadutista, ma dopo circa sei mesi l’incidente: un tuffo banalissimo in mare, e mi rompo l’osso del collo. Seguono mesi in vari ospedali, in Italia e all’estero, a Heidelberg per la riabilitazione, poi torno in Italia dove scopro un mondo poco ricettivo per le persone disabili. Stiamo parlando di 35 anni fa. Passo un periodo di profondo sconforto, prima di scegliere di tornare a vivere. Vivere significava cominciare a lavorare,  a ricostruirsi una propria identità superando le difficoltà quotidiane. Perché è cercando di andare oltre, che comprendi il tuo limite! Questo mi ha aiutato ad aguzzare l’ingegno, creando, ad esempio, un’impugnatura particolare per usare la stecca, visto che non avevo più la presa della mano. Poi, ci sono alcuni ostacoli davvero invalicabili, e allora lì ti chiedo una mano!”.

Dai sogni di un ragazzo per il volo, alle esperienze di un uomo nuovo?

“Sono partito da quelle che erano le certezze prima dell’incidente: oltre la passione per il volo, c’era la passione per il modellismo e la pittura. Mi sono diplomato ‘maestro d’arte’ in disegno e pittura. Ho frequentato anche l’accademia delle belle arti per un periodo, ma in sedia a rotelle era un incubo. In via di Ripetta c’era l’obbligo di frequenza. Mi sobbarcavo ore di mezzi pubblici per arrivare. Il professore veniva lì una volta ogni tre, ci diceva ‘dipingete questo’ e se ne andava. Tu dipingevi per cinque ore e non lo rivedevi tornare. A quel punto mi sono detto: a che pro? Ho preferito l’arte sul campo”.

Dipingi peraltro con la bocca.     

“Cominciai prima a fare modellismo usando le pinzette, i taglierini e le matite con la bocca, l’unico organo prensile. Venni poi a conoscenza di un’associazione per pittori disabili, in Svizzera, fondata da Arnulf Erich Stegmann. Fui premiato con una borsa di studio, e lì cominciò la mia carriera artistica. Da quello che era un hobby, lentamente è diventata una professione. Siamo 800 pittori nel mondo divisi in tre categorie: borsisti, membri associati e membri effettivi. Gli effettivi siamo 120, una sorta di élite. Inviamo le opere e una commissione artistica sceglie quelle che hanno un chiaro valore tecnico-artistico.  Vengono quindi eseguite le riproduzioni usate per cartoline, calendari, cover di telefoni, ombrelli, ecc.”.

Parlaci delle tue opere. 

“Dipingo olio su tela. Una pittura surrealista dove sublimo le emozioni,  o le esperienze vissute. E’ una psicoterapia. Nel momento in cui l’emozione viene tradotta in immagine, il quadro nella mia mente è finito anche nei dettagli, nei colori”.

E il volo?

“Sono tornato a volare. Prima di fare il militare stavo prendendo il brevetto di pilota d’aereo a Guidonia. Dopo l’indicente si fermò tutto. Poi venni a sapere che l’Aeroclub di Viterbo aveva modificato un aliante perché potessero pilotarlo le persone con disabilità. Incuriosito, sono andato a Torre Alfina, vicino Viterbo. Destino volle che incontrai il mio vecchio istruttore -  era lui ad avere dato vita a questo progetto. Mi disse ‘Adesso capisco perché sei sparito!’. Tornai a volare sull’aliante con lui, e fu una cosa meravigliosa”.

Il tuo colore preferito e un elemento naturale.

“Il bordeaux… rosso scuro, carico. Non a caso l’amaranto è il colore della Folgore. I miei quadri hanno spesso questo tono. Per l’elemento naturale, assolutamente l’aria! Volevo fare il pilota ma il destino ha voluto invece che facessi l’artista”.


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