Luca Dotti


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Mia mamma Audrey.

In questa intervista, Luca Dotti, il figlio nato durante il secondo matrimonio di Audrey Hepburn, parla del libro dedicato a sua mamma,  uscito in occasione del 50esimo compleanno del film “Colazione da Tiffany”

di Fabiola Di Giov Angelo

Una mostra allestita a dicembre all’Ara Pacis ha celebrato il grande mito del cinema Audrey Hepburn. Un volume, pubblicato da poco da Mondadori, ha scelto di raccontarla nel 50° compleanno del film ‘Colazione da Tiffany’ attraverso scatti inediti del periodo in cui l’attrice visse a Roma. Un’intervista, rivolta a Luca Dotti, il figlio nato durante il secondo matrimonio della Hepburn, ci regala un’immagine molto bella della madre, un racconto lucido, narrato con discrezione ed eleganza, la stessa che ha contraddistinto la vita della grande diva di Hollywood.

E’ uscito da poco il volume dal titolo “Audrey a Roma”, curato da lei e Ludovica Damiani. Non è il primo libro che riguarda sua madre, ma forse è il primo che lei le dedica. Come è nata questa idea?

“È sempre un grandissimo onore vedere tante nuove pubblicazioni su mamma, spesso però si concentrano su immagini molto note, iconiche. Quest’anno si festeggia il 50° compleanno del film ‘Colazione da Tiffany’ dal quale deriva l’immagine più conosciuta di mamma, la silhouette in tubino nero, che talvolta appare una semplificazione un pò riduttiva, poco emotiva e forse irreale. L’idea nasce dalla volontà di rompere con i soliti canoni e mostrare attraverso un tema in fondo quasi restrittivo, foto ‘rubate’ dai reporters e paparazzi e quasi mai posate, come la persona e l’eleganza siano tutt’uno, malgrado le mode e gli anni che passano”.

Come ricorda il periodo in cui la vostra famiglia visse a Roma?

“Più che ricordarlo lo vivo ancora. Molto spesso ho la fortuna, il regalo direi, di ricevere da vecchi amici, ma anche da persone incontrate per caso, attraverso i loro ricordi uno scorcio di vita condiviso con mamma a Roma. Momenti ancora vivi, una storia e quasi sempre un sorriso”.

Come è stato essere il figlio di una donna celebre come Audrey Hepburn?

“Sinceramente non lo so o almeno non ne sono stato consapevole fino al momento della sua morte all’inizio del ’93. Mamma aveva la capacità di parlare del suo passato senza glorificarlo né sminuirlo. Avevamo sempre l’impressione che si parlasse di una carriera normale, di un lavoro fatto di tanti amici, riusciva a farsi scivolare addosso la fama come fosse pioggia a primavera. È un grande onore sentire quanto amore c’è ancora per lei, sopratutto tra le giovanissime generazioni, tra quei giovani che hanno l’età dei nostri figli e di quei nipoti che purtroppo non ha mai conosciuto. Soprattutto a loro per noi è importante spiegare chi fosse veramente mamma”.

Che ricordi ha di quegli amici di famiglia, che erano poi miti del cinema, come Gregory Peck e Cary Grant? 

“Proprio così, è un ricordo di amici, non di star. Mamma ha avuto il grandissimo privilegio di lavorare in un’epoca favolosa. Dopo tanti anni di guerra, genio creativo ed entusiasmo si ritrovavano attorno alla camera da presa. Registi, scrittori, costumisti, truccatori, fotografi a cui il destino aveva permesso di ricostruire un sogno e di condividerlo, diventavano amici, spesso per il resto della vita”.

Per che cosa ha ammirato di più sua madre? E per che cosa la ricorderà sempre come figlio?

“Per tantissimi aspetti che forse apprezzo solo ora, tanti dettagli e ricordi. Forse il più significativo è il rispetto assoluto per la vita, per quella altrui e la propria. Mamma aveva una devozione totale per la natura, per il modo con cui una pianta o un animale accettano il fato senza troppe domande ma aggrappandosi alla vita. Ci possono essere un inverno rigido o una brutta carestia, ma ci sarà sempre una primavera per i fortunati che ce la faranno. Resta il dovere di ricordare e di ridare appena possibile”.

Quale è il film di sua madre che preferisce? E perché?

“Sono nato nel 1970, la mia generazione è forse quella più immune al mito delle commedie romantiche. Forse per questo ‘Gli occhi della notte’, 1967, dello stesso Terence Young di tantissimi e fantastici Bond movies resta il mio preferito. Praticamente girato in una sola stanza è stato uno dei film più impegnativi per mamma, perché ha dovuto imparare ad essere cieca e trascorrere così moltissimo tempo in un istituto per non vedenti. Non voleva usare delle lenti ma è stato difficile immobilizzare lo sguardo, perché la tendenza di chi vede è invece quella di seguire il movimento. Alla fine ci riuscì e ne andava molto fiera”.

Ad un giornalista che chiese a sua madre di definirsi con una parola lei rispose “soffio”. Quale è la parola che lei userebbe per definirla?

“Credo che questa definizione venga originariamente da un contesto più complesso sul senso della sua vita. Mamma da bambina durante la guerra passò ad un filo dalla morte, il cuore si fermò e poi ricominciò a battere. Da questa seconda chance nasce la sua forza, malgrado la fragilità. Peter Bogdanovich la definì ‘farfalla di ferro’, una definizione perfetta per lei”.

Oltre al cinema il grande impegno di sua madre è stato quello di ambasciatrice dell’Unicef. Lei lo ha portato avanti con suo fratello alla “Audrey Hepburn Children’s Fund”. Ce ne vuole parlare?

“Avevo circa 18 anni e da poco avevo sostenuto gli esami di maturità. Espressi a mia madre il desiderio di partire e dare il mio contributo all’umanità. Mamma sorrise e mi disse ‘ci penso io tesoro’. Mi organizzò un appuntamento con un direttore di Terre des Hommes, un uomo severo che mi pose subito alcune domande su quanto ne sapessi di medicina e di alimentazione e se fossi in grado di insegnare o di guidare un camion. Ovviamente io non avevo alcun tipo di esperienza e quando mi chiese quali fossero i miei interessi gli risposi la grafica. Allora mi invitò a continuare gli studi. Per ogni cosa c’è il suo tempo. Oggi questa mostra e questo libro hanno lo scopo di aiutare i più deboli, le madri e i bambini e sono il frutto del lavoro e delle esperienze di tantissime persone che hanno offerto la loro professionalità per questo progetto dedicato a UNICEF. Approfitto di questo spazio per ricordare che probabilmente a causa della crisi noi perderemo qualche privilegio, ma moltissimi in Africa o altrove perdono la vita”.

 


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