Luca Panichi: Lo scalatore in carrozzina


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di Irene Di Liberto

Luca Panichi, classe 1969, ex ciclista. Una vita vissuta per e nello sport. Nel 1994 un incidente stravolge la sua vita. Vulcanico, nella vita come nelle sue scalate; un’onda sempre in movimento dalla quale non sai mai cosa verrà fuori: sereno con dentro la tempesta.

Che tipo eri da bambino, sempre così risoluto come adesso?

“Da piccolo mi chiamavano il ‘comandone’, perché quando giocavo con i miei amici il rispetto delle regole era fondamentale, se qualcosa durante il gioco non funzionava come avrebbe dovuto, io interrompevo per chiedere una sorta di giustizia”.

Luca ciclista: quando è nata la tua passione?

“Il ciclismo è, allo stesso tempo, una passione e un’eredità di famiglia. Avevo circa otto anni quando mio zio, ritenendomi troppo grande per andare con le rotelle, tolse le ruote alla bici e io, da quel giorno, decisi di prendere la maglietta sportiva della GS Lame Lucarelli”.

Fu un amore a prima pedalata.

“Era il 1994, Giro dell’Umbria nazionale dilettanti, una gara come un’altra e, invece, quel terribile incidente. Non parliamo delle conseguenze negative, che tutti immaginiamo, ma di quelle positive. Subito dopo l’impatto fortissimo con l’auto, la prima mia reazione non fu di disperazione, ma di voler riprendere subito la bicicletta perché, prima dello scontro, stavo per raggiungere nella cronometro, l’atleta che mi precedeva. Al mio istinto non corrispose il movimento: ero completamente paralizzato, benché vigile; e quella fu la mia fortuna perché, avendo una triplice lesione cervicale, se mi avessero spostato mi avrebbero staccato la testa. La lucidità mi permise di accedere a un soccorso adeguato e questo mi ha salvato la vita. Non parlo mai di una vita uno, pre-incidente, e una vita due, post-incidente. Sono sempre Luca, con il bagaglio di esperienza di 17 anni di ciclismo e, in più, una nuova situazione con le stesse credenziali, anche se devo misurarmi con un contesto diverso, diametralmente opposto al mio obiettivo, che era quello di diventare atleta professionista. Diciamo che ho spostato il fulcro delle mie energie nel recupero della mia autonomia. Lo sport in questo mi ha aiutato molto, permettendomi di ovviare all’imprevisto,utilizzando al meglio tutte le risorse di cui potevo disporre e, direi, che la cassetta degli attrezzi me la son trovata già bella piena”.

Quanto è importante la tua famiglia in questo percorso?

“Nel mio contesto di vita sia prima, sia e, soprattutto, in una situazione contingente come quella dell’incidente, ho potuto beneficiare di una reazione positiva di tutto l’ambiente familiare. Mio padre, spesso, prima di una gara era solito andare a pulire i bivi delle discese dove c’erano dei sassi che potevano mettere a rischio l’incolumità non solo mia, ma di tutti gli altri ciclisti. I miei genitori erano presenti nel momento dell’incidente e, vedendo che io ero ancora in vita e si poteva lottare, mi hanno trasmesso un’energia, che sommata alla mia, ci ha permesso di affrontare tutti i passaggi con molta determinazione e positività. Anche i miei fratelli mi hanno supportato in ogni situazione. Quando fui ricoverato a Firenze, essendo in difficoltà anche nella gestualità di suonare il flauto, che è un’altra mia passione, sorreggevano lo strumento in modo che io, con il sottofondo della musica di Dolores O’ Riordan, facessi un esercizio di motricità fine. E, in un’altra occasione, mi aiutarono anche a far riabilitazione di nascosto, dentro una struttura, portando lì un fisioterapista e collaborando con lui”.

Credi in Dio?

“Credo in Dio. Il concetto di fede per me è contenuto in una canzone di Umberto Tozzi ‘Forse credo in Dio’, l’ultima strofa recita così: ‘Forse credo in Dio e forse è solo amico mio. Forse esiste Dio e forse è solo amico mio. Salvaci da tutto perché ti richiamerò. Sto aspettando il giorno che parleremo un po’’. Questa è quasi la metafora del mio percorso. Dopo l’incidente non ho pensato: perché è successo a me?. E da lì sono stato più cosciente del mio contenuto di fede. Non ho mai imputato a Dio il fatto di non avermi protetto, anzi, durante l’incidente mi sono sentito veramente protetto e sostenuto”.

Spesso, nelle tue interviste ti ho sentito parlare di resilienza: cosa è per te e come l’hai sviluppata?

“E’ un concetto legato al vissuto e alle esperienze di una persona. Resilienza è trovarsi a fronteggiare una situazione disarmante e, automaticamente, sviluppare un atteggiamento positivo che ti permette di  aggirare l’ostacolo, pur standoci dentro ovvero riuscire a riempire quel bicchiere che quasi sempre nella vita è mezzo pieno. Sono veramente fortunato perché, avendo cominciato a gareggiare all’età di otto anni, mi sono misurato l’attività sportiva contestualmente a quella della scuola, situazione che mi ha permesso di diventare, prima, uomo e, poi, atleta”.

Se non avessi fatto il ciclista, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Avrei avuto molto più tempo per dedicarmi al percorso di laurea in Scienze Politiche. Che ho, comunque, conseguito con ottimi risultati: l’ode accademica e una tesi sul senso civico degli italiani. Successivamente, ho frequentato un master, alla Lumsa di Roma, sulla consulenza politica. La politica, infatti, mi accompagna da sempre: a otto anni andavo in bicicletta, ma discutevo anche di Berlinguer e Craxi con un mio amico d’infanzia. In questo momento storico la politica mi lascia molto perplesso perché non ritrovo un riscontro nel far politica… mi sento un po’ orfano”.

Prossimi progetti?

“In ambito sportivo, ho già due programmi importanti per il prossimo anno: la scalata bis della Punta di Veleno, un mese prima della scalata dello Zoncolan. La collaborazione con un’azienda sulle energie rinnovabili che si muove con un concetto etico nel far business e che mi permetterà di diventare mental coach in ambito lavorativo-professionale. In campo associazionistico, sono entusiasta di un nuovo progetto dell’associazione Ghismo ONLUS, che addestra e affida cani a persone disabili, in collaborazione con il Bambin Gesù di Roma, per misurare e valutare l’induzione della Pet therapy su bambini con problematiche motorie e cognitive. All’interno delle scuole, sto sviluppando attività di mental coaching per lo sport integrato, ma anche per vivere, leggere, narrarsi e, allo stesso tempo, narrare lo sport in maniera diversa e migliore”.


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