Luigi La Rosa: Quando Parigi è l’altrove


    LUIGI LA ROSA

Parigi è un pullulare di dettagli. Ovunque la cura del particolare impone la sua legge infallibile: all’angolo di un semaforo, sotto un lampione, dietro la vetrina di un bistrot, sulla facciata d’un palazzo d’epoca. Potremmo parlare di un perturbante eccesso di bellezza, non trovo altri modi per descrivere l’entità di una simile abbondanza, che devasta perché lega, e legando non può che creare dipendenza.

di Marisa Iacopino

Sono le immagini in parola concepite dalla penna di Luigi La Rosa, scrittore, docente di scrittura creativa, giornalista. Il suo libro: ‘Solo a Parigi e non altrove: una guida sentimentale’, uscito a fine 2014 per Ad Est dell’Equatore, è alla quarta ristampa.

La Rosa ci conduce attraverso una Parigi distante da quella delle guide convenzionali. Percorriamo con lui la geografia fisica e umana d’una citta magica che per dirla ancora con le sue note: è luogo di sofferte prigionie interiori, è impossibilità di resistere alla sua essenza sofisticata, alla sua esibita noncuranza, al suo estetismo: E’ la città più dolce ma sa rivelarsi la più dura, la più ferma nelle sue intenzioni. La scrittura ha il ritmo d’una lunga camminata, con tappe sui luoghi di artisti del passato, ideali soste per una stasi riflessiva. Il tutto sorretto da una forza narrativa che tocca punte d’eccezionale lirismo.

Luigi, qual è stata l’urgenza di scrivere di Parigi? 

“Probabilmente coincide con l’incessante bisogno di tradurre in parole un’emozione diventata troppo grande, che fuoriusciva dalla carne e dai sensi, pesandomi terribilmente dentro. Ho assecondato un bisogno intimo e necessario, e sono venute fuori pagine e pagine di appunti, ricomposte poi nella struttura complessiva del libro”.

Per entrare più nel narrato, di cosa tratta?

“Il libro è un romanzo delle emozioni e delle storie d’amore vissute a Parigi da me, protagonista in prima persona nella storia, e dagli artisti che racconto in ogni pagina. Questo rosario di vicende umane e sentimentali compone anche una vasta guida alla città, alle sue meraviglie”.

Vivere tra Messina, Roma e Parigi significa aver scelto una casa itinerante?

“Mi piace affermare che ho scelto di non avere altra casa stabile che la scrittura. Considero da sempre il pendolarismo necessario all’artista. Stare fuori dal contesto per osservarlo con spirito critico e poetico. Da quindici anni divido le mie giornate da un luogo all’altro, insegnando scrittura e lavorando ai miei libri. In verità, da qualche tempo, una casa sento di averla, e ogni distacco mi procura dolore, angoscia, paure primordiali. Ebbene, questa casa dell’anima è Parigi”.

Come si concilia l’attività di scrittore con quella di docente di scrittura creativa?

“Sicuramente con grande fatica, ma al tempo stesso insegnare e scrivere vengono talvolta a coincidere magicamente. Da docente ricevo emozioni e insegnamenti di cui faccio tesoro quando poi sono io, a dover affrontare la battaglia con la pagina. Credo nella didattica creativa dello scrivere, sebbene il nostro paese sia ancora scettico su questo tema. In America, da oltre mezzo secolo hanno compreso cosa voglia dire studiare le tecniche di scrittura. Non è un caso che abbiano i maggiori romanzieri del nostro tempo”.

In questo peregrinare tra passato e presente, quale dei personaggi incontrati suscita più emozioni?

“Un personaggio carismatico e sofferto al quale sono molto legato è la figura tragica di Camille Claudel, scultrice di talento in un secolo che non le fu affatto amico. Giovanissima modella e allieva, in seguito amante, del grande Auguste Rodin, sconterà sulla sua pelle la scelta di aver amato il suo maestro, un uomo sposato che la abbandonerà miseramente condannandola, complici la madre e il fratello, alla reclusione in manicomio fino alla fine dei suoi giorni. Visitare i luoghi della povera Camille è un tributo al genio incompreso, martirizzato. Su questa figura che racchiude il mistero e il senso stesso del fare arte, tutti dovremmo interrogarci”.

Il libro parla di amore per il passato, per l’arte, e  di amore fisico. Parigi è luogo deputato anche all’amore per la libertà?

“Sicuramente. Quello che mi stupisce è la sua eterna – ribadisco eterna – capacità di accogliere tutti, indipendentemente dalle scelte sociali, politiche, religiose, sessuali. E’ la città che Oscar Wilde sceglierà, dopo la gogna del carcere per omosessualità e la rovina della sua carriera letteraria. E’ la città dove Nureyev, ormai divorato dall’Aids e dalla stessa celebrità, verrà a consumare gli ultimi giorni. E’ la città di Charles Baudelaire, ribelle in guanti rosa. La città in cui altri artisti, come Jim Morrison, sono venuti a morire, dopo essere stati disperatamente se stessi”.

Ci sarà ancora Parigi  nei prossimi progetti? 

“Sì, ci sarà sempre un nuovo libro su Parigi. In realtà ho in mano due progetti: il primo riguarda la vita oscura e prodigiosa di Gustave Caillebotte, pittore impressionista, mecenate, collezionista, morto precocemente a 44 anni dopo aver rivoluzionato il gusto e la pittura del suo tempo; l’altro dedicato a una sorta di museo sentimentale della città attraverso gli oggetti disseminati dai suoi artisti e dai tanti personaggi”.

Chiudiamo con un colore. Quale tinta si intona meglio con la sua  guida parigina?

“Assolutamente il rosso. Come il sangue dei suoi martiri. I fiori dei suoi prati o dei balconi. La rabbia dei suoi ribelli, il fuoco delle sue rivoluzioni. Rosso come l’amore, che fa battere il cuore. E qui lo fa battere di più”.


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