Maggie Van der Toorn: La vita è fatta di partenze


    Maggie Van Der Toorn 2

Nel linguaggio si parte “da” o si parte “per”, a seconda che si voglia evidenziare l’allontanamento dall’origine, o la meta che ci si prefigge. Nell’uno o nell’altro caso, la partenza rimane l’atto più ancestrale dell’uomo, da sempre in movimento lungo il viaggio  della vita.

di Marisa Iacopino

Abbiamo incontrato Maggie Van Der Toorn, che in “Partenze”, uscito per le Edizioni Draw Up, ha intessuto storie con maestria da viaggiatrice collaudata. Il suo libro di racconti, un piccolo gioiello di transiti letterari.

La partenza come metafora per andare oltre, per scappare o tornare. E la propensione per il treno. Lo ritieni il sistema migliore per partire? 

“Qualsiasi tipo di spostamento fisico aiuta a fare scelte nella vita. Il treno è un punto d’incontro di destini e persone che viaggiano nella stessa direzione, ma con motivazioni diverse. Personalmente, trovo necessario spostarmi per prendere una decisione. Ed è quello che volevo trasmettere ai personaggi del mio libro”.

In un racconto, definisci i viaggiatori compagni di viaggio. Il treno si percepisce allora come spazio che unisce al pari di una casa. E’ giusta questa interpretazione?

“Sì, ma solo in quel momento. In treno, ci si trova di fronte a persone con cui non si parla nemmeno, però ti domandi: chissà verso cosa va? E’ un momento  intenso che termina quando scendi alla tua stazione”.

In un altro racconto, tratti di una tematica drammatica, lo stupro, e come mezzo salvifico scegli la musica. Com’è il tuo rapporto con questa forma d’arte, considerata la più elevata? 

“Considero la musica la base di tutto. Sicuramente, la mia ispirazione. Da una canzone mi vengono emozioni che mi portano a scrivere, a esternare quello che sento. Quando ho un blocco e non riesco ad andare avanti nella narrazione, ascolto la musica. Metto il mio cd preferito,  e mi viene l’ispirazione. La musica è anche  un modo per unire le persone.  In ogni caso è salvezza, perché ti dà la forza di continuare. La protagonista del racconto ha un obiettivo e lo raggiunge attraverso la musica. Così, dal male arriva il bene”.

C’è poi la partenza verso una vita d’integrazione per un ragazzo affetto da grave deficit comunicativo. E qui entrano in scena gli animali, quale conciliazione con il mondo umano.  Com’è il tuo rapporto con loro?  

“Gli animali per me sono come dei bambini, come figli. Ho attualmente un cane e tre gatti. Ma vivendo in campagna, un tempo ho avuto tre cani e sei gatti. Erano trovatelli, tranne una. Gli animali ti trasmettono tanto affetto, ti insegnano ad amare e a comportarti. E poi sono sempre lì, ad aspettarti e farti le feste, anche nei momenti più difficili”.

La tua è una prosa asciutta, che procede per immagini quasi cinematografiche. Quanto il cinema ti ha influenzata? 

“Me lo dicono in molti. Ed è vero: io vedo, mentre scrivo. Costruisco attraverso le immagini. Forse perché da nordica mi viene naturale descrivere con concretezza, per sequenze visive. Ho fatto anche diversi video, e cortometraggi. Uno è entrato alla biennale lo scorso anno”.

Tu sei olandese, naturalizzata italiana. Ti è maestra la letteratura della tua terra o quella italiana? E quali i tuoi scrittori preferiti?

“Sicuramente la letteratura italiana. Preferisco gli scrittori che parlano dell’Italia. Mi piace molto Dacia Maraini, chiara e rapida. Ce ne sono anche altri, ma a volte faccio fatica quando il linguaggio è troppo complesso”.

Una domanda tecnica: scrivi di getto tornando poi a limare, o piuttosto cerchi di tenere pulita la narrazione man mano che procedi?

“In quest’ultimo modo. Faccio confusione a scrivere di getto e aggiustare alla fine. Preferisco buttare giù mezza pagina, e revisionarla. Chiaramente alla fine rivedo tutto. Forse così impiego più tempo, ma mi piace perfezionare subito la prosa”.

Per i tuoi personaggi la partenza è spesso dettata dalla speranza. E’ così? 

“Sì, voglio trasmettere sempre una possibilità. Mi piace che i miei personaggi abbiano, alla fine, la vita che desiderano. Quando si scrive, si vive la vita del proprio personaggio. Così se  questo ottiene una certa cosa, anche lo scrittore ne gioisce. Il mio motto è di non mollare mai. Pure nei momenti più difficili, quando tutto sembra impossibile, c’è la speranza di farcela”.

In due racconti, “Senza gatto e Oltre”, la partenza significherebbe perdita. Allora, si resta a combattere sul proprio territorio. E’ ciò che volevi comunicare?

“Proprio così. In questi due racconti, i personaggi sono arrivati fin sul burrone, all’orlo estremo da cui non c’è ritorno. Ma poi una luce, una scintilla, li fa voltare e allora non partono più. E la partenza diventa un rimanere”.

Viene spontanea la domanda: dopo queste partenze, ci saranno ritorni? 

“Sicuramente! Sto preparando un romanzo che spero di finire entro l’anno. Parla di un uomo autodistrutto che non gode più di nulla, ma che attraverso un ponte di persone e situazioni ritorna  alla vita. Un uomo che ritroverà i suoi colori. Sarà ambientato a Roma, città che amo”.

Cito Baricco: “Perché un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte”. Qual è il tuo pretesto per tornare? 

“Torno per riprendere quello che ho lasciato d’importante”.

Come di consueto, finiamo con una domanda avulsa dal resto: se dovessi definire con un unico aggettivo la tua scrittura, quale sceglieresti?

“Rapida”.

Seguiamo Maggie allontanarsi rapidamente. Un treno la riporterà in Romagna, dove vive. Il prossimo appuntamento è sul suo blog, “scintilledimaggie.wordpress.com”, per un incontro tra le parole. E nuove partenze.


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