06/25/2022
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Marco Agostino: “La danza è un linguaggio che arriva là dove le parole si fermano”

Lui è Primo Ballerino del Teatro alla Scala di Milano. E’ considerato un vero talento che rappresenta ottimamente la danza italiana nel mondo. E’ legato sentimentalmente a Martina Arduino, anche lei Prima Ballerina Alla Scala. Un meraviglioso sodalizio, bello sul palco e fuori

Benvenuto Marco, per noi è un piacere ospitarti sulla nostra rivista. Parlaci un po’ di te.

“Grazie, anche per me è un grande piacere poter fare questa intervista. Sono nato a Torino e ho iniziato a studiare danza in una piccola scuola privata della città, verso i 12 anni, più per divertimento che per passione, visto che ho iniziato con un corso di Funky ( all’epoca andava molto di moda); successivamente,dopo un anno, la mia insegnante mi consigliò di iscrivermi anche a danza classica per migliorare la mia coordinazione e la mia forma. Le prime lezioni ricordo che furono più una sofferenza che un piacere, visto che trovavo le regole rigidissime e non mi sentivo libero. Poi una sera quando avevo 14 anni mio padre mi portò un DVD con tanti ‘pas de deux’ danzati da Nureyev ed Erik Bruhn nei ruoli più iconici del balletto: da ‘Diana e Atteone’ a ‘Coppelia’, da Siegfried nel ‘Lago’ ad ‘Albrecht in ‘Giselle’, e ricordo di essere rimasto folgorato dalla loro potenza ma anche grazia, leggerezza, da tutti quei passi fusi con la musica che trovavo meravigliosa. In quel momento decisi che sarei diventato un danzatore e un anno e mezzo dopo feci la mia audizione per entrare all Accademia del Teatro alla Scala, dove fui ammesso al 6°. Quei tre anni all’Accademia furono incredibili, sia per l’impegno che significarono sia per le nuovissime esperienze artistiche e personali che ebbi la fortuna di vivere e che occupano ancora oggi un posto speciale nel mio cuore”.

Che emozione hai avuto entrando in un mondo speciale come la Scala di Milano? Conservi un ricordo legato al tuo arrivo?

“Appena arrivati, sia in Accademia che in Teatro, si percepisce la storia, gli artisti che sono passati da quei luoghi meravigliosi, l’eccellenza del valore artistico che la Scala rappresenta e che viene richiesta ogni giorno. Il ricordo più bello che conservo dell’Accademia è sicuramente la mia prima lezione, nella quale ero incantato dalla musica del pianista (in scuola privata a Torino ovviamente non c’era il pianista), ero rapito dall’odore della pece e dalla gioia che provavo. In Teatro il ricordo più bello è quello del mio primo spettacolo sul palco, nel momento in cui guardai per la prima volta la platea dal palco e fui stregato da tutte quelle file di palchi, dal lampadario, da quanto era grande il teatro. Emozioni che davvero restano per sempre”.

Cosa hai provato?

“È stata la notizia più bella ricevuta nella mia vita lavorativa perché è stata attesissima e desiderata. Feci il concorso di domenica e dovetti aspettare fino a venerdì per sapere il risultato. Quella settimana mi sembrò un anno intero. Quando seppi il risultato mi commossi, per tutta la strada che avevo dovuto fare per arrivare fino a lì, per ciò che rappresentava e per la gioia immensa che provai. Seppi subito che questo non era un punto d arrivo ma anzi un nuovo punto di partenza”.

C’è un aneddoto speciale che ricordi?

“Uno dei ricordi più belli che ho è sicuramente il mio debutto in ‘Albrecht in Giselle’, durante la tournée in Cina del Teatro alla Scala.  Non avrei dovuto danzare io, ma il ragazzo che avrebbe dovuto ballare si fece male poco prima della trasferta che sarebbe avvenuta subito dopo il rientro estivo. Così al mio rientro dalle ferie, in una settimana a Milano e poi le due successive in Cina, preparai uno dei miei ruoli preferiti e più studiati fin dai tempi della scuola. Un periodo fantastico”.

Qual è il tuo ruolo preferito?

“Il mio ruolo preferito è senza dubbio Onegin. Un personaggio che ti obbliga a guardarti dentro da differenti punti di vista. Per interpretare il ruolo di Onegin bisogna maturare insieme al personaggio perché appunto il personaggio cambia molto dal Primo al Terzo atto, e tutta la coreografia e le scene narrative servono per raccontare sia il balletto sia il personaggio. È stato il processo interpretativo più arricchente come artista e come persona”.

Cosa ami fare oltre a danzare?

“A me piace molto visitare musei, andare al cinema e a teatro (non necessariamente balletto) e leggere libri, per cui appena posso cerco di ritagliarmi del tempo per questi hobby. Mi piace moltissimo anche lo sport e le storie dei grandi sportivi, mi danno ispirazione e motivazione per cercare di migliorarmi ogni giorno ed esigere da me ogni volta qualcosa in più”.

Progetti a breve?

“Il 4 marzo insieme alla mia fidanzata Martina Arduino, sono in scena al Teatro Carcano in occasione del Gala Fracci e interpreto ‘Albrecht in Giselle’ e lo schiavo in ‘Excelsior’. Poi dall’11 marzo danzerò ‘Emeralds in Jewels’ di George Balanchine”.

Cos’è per te la danza?

“Per me la danza è ed è sempre stata la mia maestra di vita, il mio modo di sentirmi vivo e di esprimermi, di trovare la libertà attraverso le regole e le forme, un linguaggio che può arricchirsi all’infinito e che può arrivare là dove le parole si fermano”.

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Gino Labate: Da Fant
Marco Di Buono: Quat

redazione@gpmagazine.it

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