Marco Belocchi: “Il teatro, la mia realtà”


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Attore e regista a tutto tondo, con la discrezione tipica di chi con umiltà scavalca le montagne, Marco Belocchi passa con nonchalance dal palcoscenico alla telecamera senza trascurare di trascorrere tempo prezioso alla scrivania per tradurre intere opere o scrivere racconti.

di Mara Fux

“Scrivere occupa molto del mio tempo – sottolinea Marco Belocchi – ho al mio attivo raccolte di poesie, racconti brevi, commedie per il teatro pubblicate da varie case editrici italiane. Per molti anni sono stato il presidente del premio letterario La Clessidra che si svolge da numerosi anni a Terni e attualmente sono il direttore di una nuova doppia collana di poesia e narrativa breve della casa editrice Lithos assieme a due esimi professori universitari, Giorgio Patrizi e Francesco Muzzioli.”

Il tuo ultimo libro? 

“Un libro di poesie intitolato ‘Esercizi di immortalità’ per Progetto Cultura”.

Questo è certamente un aspetto di te che il pubblico non conosce. 

“Il pubblico difficilmente approfondisce gli attori che vede sulla scena o sullo schermo”.

Profondamente vero ma a tanto per riderci sopra: sei tu che non ti interessi molto al grande schermo o è il grande schermo che non si è interessato molto a te? 

“E’ il cinema che si è dedicato colpevolmente molto poco a me, soprattutto quello dei primi anni ‘90 quando ero giovane e bello ed in perfetta linea con la richiesta: ma quando ero lì, preparato e pronto a cedergli c’è stata, come dire, la riscossa dei brutti, tutti quei volti spigolosi, irregolari  alla Rubini o Castellitto, che hanno spazzato via la bellezza serafica della generazione precedente”.

Una considerazione molto interessante anche se in realtà di cinema ne hai fatto e continui a farlo. 

“Ho fatto televisione in tutte le serie tipo La Squadra, Distretto, La guerra è finita e recitato ruoli in belle commedie italiane gradite al pubblico, una per tutte ‘Smetto Quando Voglio’ diretta da  Sydney Sibilia col quale sto per girare proprio in questo periodo un nuovo film. Non mi posso assolutamente lamentare”.

Anche perché probabilmente la tua profonda passione è il teatro, sia come attore che come regista. 

“Fare l’attore mi diverte ma, sinceramente, dopo un attivo di trent’anni da regista di circa settanta spettacoli, sto maturando una certa difficoltà a lavorare come attore sotto altri registi specialmente se non sono proprio amici che conosco bene e con i quali posso interfacciarmi. Ammetto di avere una mia difficoltà nell’essere diretto. Poi bisogna pure vedere di che ruolo si tratti”.

Conferma di quanto dici  è che durante la stagione ti vedremo parecchie volte in scena sia come attore che come regista. Quando si inizia? 

“Dal 20 novembre all’Anfitrione con una divertente commedia spagnola mai rappresentata prima in Italia dal titolo ‘Attenti al cane!’ di Vanessa Montfort, molto divertente: due coppie che si contendono l’affidamento di un cane sottratto alle corse clandestine. Poi dal 23 gennaio al Marconi con “Cocktail per tre”, altro titolo brillante spagnolo di un autore, Moncada, mai rappresentato da noi; testo favoloso per il quale sono anni e anni che rincorro letteralmente Franco Oppini, a mio avviso adattissimo al ruolo maschile di uno dei protagonisti, il quale, quando finalmente è riuscito a leggerlo, ha subito assentito ad interpretarlo. Insieme a noi ci sarà Miriam Mesturino, che per il ruolo femminile è perfetta. Ultimo progetto teatrale della stagione sarà ‘I Menecmi’ al Teatro degli Eroi dal 12 marzo, un testo classico di Plauto che ho però totalmente riscritto dandone una mia visione”.

Perdonami, ma perché questa foga che hanno tutti di reinterpretare i classici? 

“A monte la trasposizione deve essere motivata da un progetto altrimenti non ha senso. Plauto è un autore che da 2500 anni viene portato in scena perché ha creato degli archetipi fondamentali, lo hanno copiato tutti proprio perché ogni suo archetipo funziona. Io, come ti dicevo, l’ho interamente ritradotto e, considerato che la cittadina dove il fatto si svolge è Epidamno ovvero l’attuale Durazzo, in Albania, ho voluto dare un taglio balcanico all’allestimento dell’opera. Per capirci non trovavo reale che dalle finestre di una cittadina albanese, venissero appesi pepli greci. L’idea scenica c’è ed ha un senso. Per me il senso della regia è proprio questo, avere un’idea valida e coprirla sotto tutti gli aspetti”.

Come hai risolto il ruolo del gemello? 

“Anziché interpretare un ruolo doppio, cosa peraltro faticosissima ma che piace a parecchi, ho scelto Paolo Ricchi attore e amico dai tempi dell’Accademia che a tutti gli effetti mi somiglia molto anche nel fisico e conoscendoci davvero bene da anni è stato anche facile assimilarci nel movimento scenico”.

Qual è il titolo che tieni riposto nel cassetto dei desideri? 

“Il ‘Faust’ di Marlowe: per me come autore è alla stregua di Shakespeare, quasi aderisco alla leggenda che vede l’uno essere in realtà l’altro.  Un altro bellissimo testo è ‘La via è sogno’  di Calderon ma è un testo difficile, servono tantissimi attori, soldi; è uno di quei testi che puoi fare solo se hai una compagnia solida”.

Quindi non pensi che il sogno possa diventare realtà? 

“Non si può mai dire! Intanto cominciate col venire all’Anfitrione per  ‘Attenti al Cane!’ poi, per il resto, ci organizziamo”.


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