Maria Grazia Mattei


    _M_G_Mattei

Il “dietro le quinte” della Pixar

Una mostra realizzata in collaborazione con The Walt Disney Company Italia, presenta al grande pubblico la fase creativa nascosta dei maestri dell’animazione mondiale e il ruolo essenziale che l’arte e il design tradizionale rivestono nei prodotti Pixar che, seppur tecnologicamente complessi, hanno sempre inizio con il semplice gesto di un tratto di matita su un foglio di carta

di Fabiola Di Giov Angelo

Dopo il MOMA a New York e un tour internazionale, dall’Australia all’Estremo Oriente, è arrivata finalmente in Europa, prima tappa Milano, la mostra “PIXAR, 25 anni di animazione”. Un percorso espositivo che parte dal primo lungometraggio dedicato a Luxo Jr. nel 1986 e prosegue con i grandi capolavori come Monster & Co, Toy Story (1, 2 e 3), Ratatouille, WALL·E, Up, Cars 2, per concludersi con un’anticipazione di Brave, in uscita nel 2012.  Noi abbiamo parlato con la curatrice della mostra Maria Grazia Mattei, critica d’arte ed esperta di cultura digitale.

Si è da poco conclusa a Milano la mostra “PIXAR 25 anni di animazione”, che tipo di lavoro ha dovuto fare?

“Il mio è stato un lavoro di raccordo con la Pixar, di visione dei materiali e scelta dei contenuti, soprattutto per trovare il modo di organizzare il percorso e trasmettere il messaggio della mostra al pubblico italiano ancora poco avvezzo ai temi dell’arte e della cultura digitale. Nel mio lavoro curatoriale ho cercato, insieme all’architetto Fabio Fornasari, soluzioni per ‘localizzare’ i contenuti e i materiali, perché lo stile deve cambiare rispetto al pubblico e al paese che accoglie la mostra e, con esso, anche le modalità comunicative”.

Come è nata l’idea della mostra?

“L’idea è nata nel 2009 a Venezia quando ho incontrato John Lasseter per il suo Leone d’Oro alla carriera. Mi propose di portare a Milano la mostra e l’idea mi sembrò calzasse a pennello con il momento storico che stiamo vivendo. Siamo nella fase della costruzione di senso, in cui bisogna uscire dalle traiettorie solo tecnologiche e vedere la tecnologia con un approccio culturale”.

Che tipo di opere sono state presentate?

“La mostra presenta il ‘dietro le quinte’ della produzione dei film Pixar e permette di capire come dietro l’elaborazione sintetica c’è una conoscenza dell’arte, un expertise creativo e manuale. Il percorso vive ed è arricchito di immagini, disegni, sculture, colorscript che raccontano i processi ‘nascosti’ di realizzazione di un’opera frutto dell’ingegno e della mano collettiva di un team”.

Che cosa l’ha colpita del mondo Pixar?

“Innanzitutto la loro forte attitudine all’innovazione presente dalla fase di elaborazione delle idee a quella del processo produttivo e poi l’ispirazione e il richiamo costante al mondo dell’arte classica e rinascimentale”.

Come è stato fare la conoscenza di John Lasseter, il Direttore creativo di Pixar e Walt Disney?

“Ho conosciuto John negli anni ’80, è stato sicuramente uno degli incontri più affascinanti fatti durante i miei viaggi oltre Europa. La prima volta che vidi il suo cortometraggio Luxo Jr. nel 1986, capii che era un genio e gli dissi che sarebbe diventato un maestro nel cinema d’animazione. In effetti, così è stato! Da lì è nata poi una bella amicizia che portiamo avanti tuttora e che ha visto nella sinergia creata per la mostra Pixar il suo più alto compimento”.

Da alcuni anni dirige il progetto ‘Meet The Media Guru’. Ce ne vuole parlare? 

“Meet the Media Guru è nato a Milano 7 anni fa con l’obiettivo di rompere il discorso autoreferenziale della cultura digitale ed aprire la conoscenza ad un pubblico più vasto di non addetti ai lavori. Non è solo un programma di incontri sulla diffusione della cultura digitale, ma un format immersivo che vuole creare un legame e una continuità tra mondo reale e virtuale: lo fa mettendo in scena questa continuità, in modo teatrale e attivando in ogni evento tutti i canali di comunicazione intorno alla presenza di un personaggio propulsore di idee”.

Come si è trasformata l’arte confrontandosi con la rete?

“La rete va concepita come una piattaforma aperta che mette in circolazione opere, idee e contenuti. Questo da una parte favorisce l’emergere dei talenti, dall’altra comunica al mondo dell’arte, che da sempre ha le sue regole e i suoi confini ben delineati, di rivedere il suo modello, anche rispetto al mercato”.

E come è cambiata la figura dell’artista?

“L’artista contemporaneo si deve misurare oggi con nuovi parametri, l’interazione, la partecipazione, la dematerializzazione delle opere. L’artista è diventato sempre più ‘sociale’, quindi è come dire che l’arte grazie alla rete torna ad una delle sue funzioni principali, quella sociale, di comunicare con un pubblico il più ampio possibile”.

Queste trasformazioni hanno prodotto cambiamenti sociali e culturali? 

“Certo. Non c’è mai stata un’epoca precedente che avesse a disposizione uno strumento così potente e pervasivo come la rete, da mettere in connessione l’intero mondo. Oggi le figure professionali si ridefiniscono così come il ruolo stesso dell’arte e la cultura attuale si sta formando e definendo sulla base di questi processi in atto”.

E quindi?

“Possiamo dire che è finita la società di massa e siamo dentro processi di comunicazione individuali e collettivi, mediatici e mediati. Questa è certamente una svolta. Il processo è ancora in transizione, ma è importante capire e sintonizzarsi con tutti questi cambiamenti, non dimenticando però le proprie radici. Da più versanti scientifici si studiano queste trasformazioni che sono sociali, antropologiche e culturali, oltre che comunicative. Non è più il tempo del broadcast ma quello della comunicazione policentrica e interattiva”.

 


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