Marina Di Guardo: “Ho abbandonato la moda per dedicarmi alla scrittura”


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Quando arriviamo alla presentazione del suo ultimo romanzo “La memoria dei corpi”, la sala è affollata di gente. Chissà se molti dei presenti sono accorsi per curiosità. Eh sì perché l’autrice che sta per presentare il libro è la madre della nota fashion blogger Chiara Ferragni. E a guardarla si direbbe che buon sangue non mente.

di Giulia Bertollini

Bella, bionda ed elegante Marina Di Guardo. Dopo aver lavorato tanti anni nella moda ha deciso di dedicarsi alla passione per la scrittura cimentandosi nella narrativa. Dopo il successo ottenuto con il romanzo d’esordio “Com’è giusto che sia”, Marina è tornata in libreria con un thriller avvincente che vi terrà incollati fino alla fine. Ne abbiamo parlato con l’autrice che oltre a raccontarci qualcosa in più sulla sua nuova fatica letteraria ci ha aperto il suo cuore tra curiosità e ricordi di gioventù.

Marina, il tuo ultimo romanzo edito da Mondadori “La memoria dei corpi” sta riscuotendo un grande successo. Come mai questo titolo?

“Non posso assolutamente dire nulla perché a differenza del precedente romanzo ‘Com’è giusto che sia’, in questo libro il senso del titolo lo si capirà solo nell’ultimo capitolo. Posso dire però che il finale della storia sarà mozzafiato. Da cultrice del romanzo noir, quando mi capita di leggere un libro mi aspetto sempre che ci sia una conclusione inaspettata. Altrimenti ne rimango delusa”.

Quando hai costruito la trama avevi già in mente l’idea di come i personaggi dovevano interagire o è stata la storia stessa a portarti a creare legami?

“E’ una domanda molto interessante. Di solito, scrivo sempre una traccia di quello che voglio raccontare perché credo sia importante mantenere una coerenza nel racconto senza perdere di vista gli elementi basilari. In questa prima bozza includo anche il finale e poi procedo con la narrazione. Quando poi comincio a far scorrere le mie dita sulla tastiera mi accorgo di come i personaggi riescano a prendere forma da soli. Giorgio e Giulia sono nati pian piano dentro di me con molta calma. Devo dire che è come se loro avessero preso il mio posto dietro la tastiera, come se mi avessero dettato quello per cui volevano essere raccontati”.

Secondo te perché la donna o l’uomo che scegliamo è il riflesso del genitore di sesso opposto e in che modo questa situazione può inficiare la relazione tra due persone?

“Sono stata in analisi per cinque anni e amo molto indagare la psicologia dei personaggi. Mi piace anche scavare nelle dinamiche che si possono instaurare tra persone. Giorgio sceglie sempre un certo tipo di donna. Bionda, bella e possibilmente misteriosa. Ho ipotizzato che Giorgio, innamorato della mamma sin da bambino, volesse ricercare le stesse sue qualità in un’altra donna. Se ci pensiamo quando siamo bambini sperimentiamo determinate situazioni che poi da adulti vorremmo riprodurre ossessivamente. E’ come se volessimo avere una rassicurazione circa quello che abbiamo conosciuto”.

In questo romanzo hai adottato il punto di vista maschile. E’ stata una sfida con te stessa?

“Per me ogni libro è una sfida ed è avvincente l’idea di dedicarmi ad altri personaggi senza ricadere nell’onda dei sequel. Non amo le storie seriali. Le trovo noiose, deludenti, ripetitive. Mi piace l’idea di raccogliere la sfida ogni volta e cimentarmi con trame, personaggi, tematiche nuove”.

Mi ha colpito molto l’ambientazione. La storia di Giorgio accade in Val Trebbia, nel piacentino, come mai questa scelta geografica?

“Ho scelto le colline del Piacentino perché ci andavo a scuola quando ero ragazzina. Ricordo ancora quando di mattina partivo con il treno per andare al liceo Gioia con una paura matta per le interrogazioni. Piacenza fa parte del mio immaginario, del mio passato e mi hanno sempre emozionato i luoghi vicini. Sono posti molto belli che non essendo sfruttati dal punto di vista turistico sono rimasti intatti. In questi anni, ho organizzato anche dei picnic fantastici con le mie figlie”. (ride)

Se dovessi racchiudere “La memoria dei corpi” in una sola frase di tutto il libro quale sceglieresti e perché? 

“Sceglierei una frase non mia ma di Leopardi che ha ispirato il senso del mio libro e la figura di Giorgio, il protagonista: ‘pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale, né altro di sostanza al mondo che le illusioni’. Perché ho scelto proprio questa frase? Lascio ai lettori la curiosità e la possibilità di scoprirlo”.

Che ragazza sei stata?

“Ero una ragazza ribelle. Non sono mai stata una studentessa modello. Infatti, mi applicavo poco. Miravo alla sufficienza e avevo 7 in condotta. Una volta litigai addirittura con il vicepreside perché stava prendendo in giro me e un ragazzino. Quel gesto mi costò tre giorni di sospensione”.

Un consiglio per gli aspiranti scrittori?

“Credere in se stessi, non pubblicare a pagamento e sperimentare la gavetta. Puntare alla grande casa editrice non sempre è una carta vincente, almeno non dalla posizione di esordiente. I grandi editori spesso non rispondono. Ci sono passata anche io. Meglio un piccolo editore onesto che crede nell’opera. E, cosa da non sottovalutare, dopo la pubblicazione darsi da fare. L’obiettivo non è la pubblicazione, ma raggiungere i lettori”.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? 

“Uso i social per dialogare con i miei lettori. E’ bellissimo quando mi scrivono di aver letto i miei libri e di essersi ritrovati nelle mie riflessioni. Anche durante le presentazioni ho avuto modo di entrare a contatto con le persone che mi leggono ma ho allargato il mio raggio di conoscenza grazie ai social. Da questo punto di vista, li trovo utili”.


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