Marta Nuti: “Volevo fare l’attrice e il teatro mi ha aiutato”


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di Marisa Iacopino

I suoi occhi di un azzurro intenso brillano appena inizia a parlare di teatro. Una passione che le permette di affrontare sempre nuove sfide. Lei si chiama Marta Nuti. L’abbiamo intervistata dopo “La moda dei suicidi”, uno spettacolo itinerante, per la regia di Linda Di Pietro, ispirato alle vicende d’un gigante della telefonia, France Télécom, la cui riorganizzazione nel biennio 2008-2010 ha prodotto sistematiche vessazioni, minando la stabilità psico-fisica dei dipendenti fino al suicidio di cinquantotto fra i suoi lavoratori. Una pièce teatrale che ha toccato corde profonde. Al tempo stesso, il dispiegarsi della trama, a volte surreale, non ha fatto mancare al pubblico momenti di leggerezza.

Cosa ne pensi di questa rappresentazione?

“E’ andata molto bene, e credo che dovremmo riprenderla. In quell’azienda è successo qualcosa di drammatico… Luoghi di lavoro in cui l’uomo non conta più… tu sei semplicemente uno strumento per produrre un bene, un servizio; non ci sono più contatti, relazioni umane. Devi lavorare nel minor tempo o sei licenziato. Questa situazione si sta verificando anche in Italia, dove invece sembrava che avessimo ancora qualche garanzia. C’è un sistema al di sopra delle nazioni che ci sta facendo sprofondare”.

Raccontaci di te, della tua formazione. 

“Sono nata a Firenze e vissuta a Bologna fino a 19 anni. All’età di 21 mi sono trasferita a Roma. Ho fatto l’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’, diplomandomi nel 1995. Da un punto di vista caratteriale, da bambina ero timidissima. Quando dicevo: ‘voglio far l’attrice’, mi rispondevano ‘non è possibile, tu non parli!’ Ma il teatro ti aiuta. Eccomi qua, mi è andata bene”.

Quanto conta il talento in questo mestiere, e quanto lo studio?

“Per il settanta per cento credo che conti lo studio. Conosco gente che non aveva assolutamente attitudine, poi si è messa a studiare e ce l’ha fatta. Se invece hai talento ma non fai niente, non sarai mai un attore! Si studia tanto e si migliora in ogni spettacolo”.

Abiti nella periferia romana. Cosa apprezzi e cosa non sopporti di questa città? 

“I primi anni l’impatto è stato drammatico, venivo da una città dove si andava a piedi. Roma non funziona: piove, si ferma la città; arrivi due ore dopo perché c’è una manifestazione o uno sciopero. Non è una capitale europea! I romani poi sono caciaroni, si prendono libertà che venendo dal nord all’inizio mi davano fastidio. Dicevo ‘cos’è sta confidenza!’. Poi, non si sa perché, ti innamori di Roma, della sua ‘caciaronità’ che diventa una cosa senza la quale non puoi più vivere. Sono stata per quindici anni a Monteverde, e ultimamente a Torpignattara. Meglio Torpigna: c’è più umanità, vita di quartiere”.

Cosa ti appassiona maggiormente: il teatro, il cinema o la tv?

“Ho sempre fatto teatro, per dieci anni nella compagnia con Francesco Giuffré. Negli ultimi anni due lavori con Michele Placido, ‘Così è se vi pare e Il Re Lear.’ Nel 2016, il mio incontro artistico con Daniele Salvo. Mi sono presentata al Teatro Ghione per un provino in cui eravamo circa mille. Dopo qualche giorno, lui mi chiama: ‘vorrei farti fare la madre dei Sei personaggi…’. Mi è caduto il telefono dalle mani! In seguito, mi ha ricontattata per fare il ‘Macbeth’. Con Daniele c’è una bella collaborazione. Questo per dire che non esiste al mondo una cosa che possa darmi più emozione del teatro. E poi mi piace travestirmi, quando mi dicono di fare l’uomo, il mostro, la vecchia, mi piace da morire. Per me questo è il teatro! All’inizio della carriera ho fatto anche doppiaggio, e ogni tanto un po’ di televisione e di cinema, dove mi sono comunque divertita. ‘Sonderkommando’, per esempio, un cortometraggio per la regia di Nicola Ragone che ha vinto il Nastro d’argento nel 2015. Di recente, ho avuto una piccola parte nel film ‘Il Contagio’ per la regia di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

Progetti in fieri?

“Sono bisestile: lavoro un anno sì e uno no. Ci rido sopra, perché quello dell’attore è per sua natura un lavoro discontinuo, non bisogna farsi prendere dalla disperazione. Nel 2017, poi, ho lavorato tantissimo! Così, quando serve, sono bravissima a organizzarmi la disoccupazione: vado a vedere mostre, film in lingua originale, gli amici a teatro, faccio pranzi, cene e bricolage”.

Un profumo, un animale e una pianta con cui ti piacerebbe definirti…

“Per il profumo è difficile, perché sono anosmica: mi manca l’olfatto. Tanti anni fa ho lavorato ne ‘Il profumo’ di Suskind, e tutti a dirmi: ma come lo fai? I miei amici mi regalano ‘J’adore’, di Dior, mi dicono che sono come quella fragranza, dolce! Credo che la base sia il gelsomino. Quanto all’animale, mi piacciono gli scoiattolini che stanno nel parco di New York, un po’ selvaggi. Una pianta…  scelgo la vite rossa americana che ovviamente ho sul terrazzo. Zitta zitta, lei si attacca, e simbolicamente prende possesso della casa. Magari un giorno farò anch’io così. E poi mi piace perché è di due colori, l’estate verde e in autunno tutta rossa. E’ meravigliosa!”.


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