06/25/2022
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Maurizio Colasanti: “Nessun termine può spiegare e raccontare la profondità della musica”

E’ considerato uno dei migliori direttori d’orchestra del nostro Paese. Apprezzatissimo a livello internazionale. Si è diplomato al Conservatorio di Musica di Pescara e si è formato successivamente in prestigiose scuole europee. Un onore averlo su GP Magazine.

Gentile Maestro grazie per aver ricevuto il nostro invito. Raccontiamo un po del suo passato partendo dai suoi approcci iniziali alla musica. Come sono avvenuti?

“Grazie per avermi invitato a parlare su questa prestigiosa rivista. Ho iniziato a studiare musica che non sapevo ancora leggere e scrivere. Avevo cinque anni. A quei tempi nei piccoli paesi dell’Abruzzo come il mio (io sono nato sulla Maiella a Pretoro) era ancora molto viva la tradizione della Banda. La banda è stata la mia palestra musicale e di vita, vengo da quel mondo, almeno per quanto riguarda gli inizi del mio percorso artistico”.

Quando ha capito che la musica doveva essere la sua professione?

“Devo ammettere che non ho mai pensato di fare altro che musica nella vita. Pur avendo avuto, soprattutto nel periodo universitario, professori come il compianto Francesco Iengo, che mi spronavano a percorrere la carriera accademica- letteraria, non ho mai potuto fare a meno del mondo suggestivo e magico dei suoni. Forse perché fin da ragazzino, appena messo piede nella banda, ho iniziato a lavorare. La mia prima assunzione è avvenuta quando avevo appena dodici anni, quindi si figuri un po’ lei”.

Quando è avvenuto il suo primo impegno professionale e quali ricordi conserva?

“Come ho detto poc’anzi, a 12 anni ho iniziato a lavorare in maniera professionale. Da quel momento è stato un susseguirsi di impegni sempre più importanti e prestigiosi. L’esperienza che ricordo con maggior affetto risale ai primi anni 80 nel periodo in cui iniziai a viaggiare per lavoro fuori dall’Italia. Di questi momenti conservo un ricordo vivido nella mia memoria. Mi tornano in mente soprattutto gli incontri con ragazzi ricchi di talento provenienti da tutto il mondo”.

Come approccia allo studio di una partitura nuova che deve eseguire? Da dove parte?

“Bella domanda, per me una partitura è una mappa concettuale che non contiene un risultato ma presuppone una liberazione. Quando la partitura è nuova, la prima cosa che faccio è quella di analizzarla sia dal punto di vista strutturale sia da quello concettuale. Un po come si fa con una cartina geografica. Poi passo a cantarla immaginando il risultato che voglio ottenere, senza intermediazioni. Per certi versi mi definisco, a volte, come uno studioso immaginativo, nel senso che non ho bisogno del pianoforte per sentire come suona un brano. Mi basta guardare la partitura e il gioco è fatto, le note cominciano a suonarmi in testa”.

Qual è il suo compositore preferito e perché?

“Questa è una domanda che mi fanno spesso, ma alla quale non so rispondere, o meglio, non posso rispondere. E spiego perché. In realtà non saprei gestire una classifica, l’arte in generale e la musica in particolare, non si presta a classificazioni. Spesso è il gusto che ci guida, altre volte la tecnica, altre un insieme di fattori che risultano variabili nel tempo e nello spazio. E impossibile perciò una gerarchia di preferenze più o meno veritiera e originale. In questa faccenda non so decidermi mai.  Posso però dire con sufficiente approssimazione quali sono gli autori con cui, nel momento dello studio, della concertazione prima e dell’esecuzione poi, riesco a conseguire una fusione, una simbiosi alchemica. La musica è in fondo un paradosso, un assurdo, una contraddizione a tratti razionale ma inconsapevole, è una lingua  perturbante che come lo intende Freud, ‘è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare’. Per questo motivo, parlare di ‘autori preferiti’ non mi sembra possibile, forse potremmo e potrei definirli familiari.  In quanto astrazione, epifenomeno, la musica è un continuo divenire illimitato. L’illimitatezza dell’esperienza musicale, va al di la delle strutture formali. Per questo posso solo rivelare ciò che mi rende più vicino ad alcuni piuttosto che ad altri compositori: se vuole dei nomi posso dirle Bach, Rossini, Wagner, Cherubini operista, Mahler, Bruckner, un certo Sibelius,  Debussy, Varese, Lutoslavsky”.

Una partitura che sta aspettando di dirigere?

“Ho avuto finora la fortuna di poter dirigere molto. Ma sono ancora troppe le partiture che vorrei studiare e dirigere. C’è molta musica dimenticata nelle biblioteche che merita di essere riproposta e tanta musica che deve ancora essere eseguita, parlo della musica contemporanea. La partitura che vorrei eseguire è quella che qualcuno in questo preciso istante sta scrivendo e che farà sì che la civiltà musicale che abbiamo ereditato non muoia sotto i colpi dell’inedia e della sbadataggine”.

Oltre la sua professione di Direttore D’Orchestra, lei è anche il Direttore Artistico di Guardiagrele Opera Festival, kermesse estiva con grandi nomi ed interpreti. Ce ne parli…

“Guardiagrele Opera nasce dalla passione di un gruppo di donne e di uomini che hanno a cuore l’arte, lo spettacolo dal vivo in tutte le sue manifestazioni eccezionali. Guidati da Donatella Ranieri e Antonello Lupiani, coadiuvati da Elsa Flacco e con la partecipazione delle migliori forze di questo meraviglioso borgo, definito da alcuni ‘La Spoleto d’Abruzzo’, in pochi anni abbiamo raggiunto un livello di performance e di proposte artistiche che nulla hanno di meno di ciò che propongono i grandi festival dell’estate italiana. La presenza poi, nel board artistico di una grande interprete del belcanto italiano, parlo della maestra Susanna Rigacci ha fatto si che  si realizzasse un prodigio alchemico  che di anno in anno forgia stagioni eccezionali, ricche di personalità e di eventi di prim’ordine. Quest’anno poi abbiamo riservato al nostro pubblico una stagione davvero interessante. Solo per citare l’opera lirica questa estate avremo tre spettacoli imperdibili: ‘Il nascimento dell’aurora’ di T. Albinoni che metteremo in scena con I Solisti Veneti diretti da Giuliano Carella, ‘Rigoletto’ di G.Verdi che andrà in scena al Teatro d’Annunzio di Pescara con la regia di Bonaiuto e ‘Les Enfantes Teribles di Philipp Glass’ che vedrà come regista Aldo Tarabella. La particolarità di queste tre produzioni è che le voci protagoniste sono quelle dell’Opera Studio che accompagna il festival”.

I suoi prossimi progetti?

“Oltre alla direzione d’Orchestra, ho appuntamenti sinfonici e operistici in Italia e all’estero (Stati Uniti, Cina, Brasile, Spagna, Grecia) sarò impegnato tantissimo anche sul fronte compositivo. Ho diverse commissioni per orchestra e alcune davvero intriganti, che riguardano la realizzazione di  colonne sonore per il cinema”.

Come definirebbe la musica in una sola parola?

“Con una sola parola: Musica. Vede, la musica riesce ad arrivare là dove non arrivano le parole. Nessun termine può spiegare e raccontare la profondità della musica, per questo non amo aggettivare o declinare il sonoro. E una questione ontologica e allo stesso tempo un riguardo devozionale verso la meraviglia del sonoro”.

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