Max Arduini: il cantacronaca


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Nasce in Romagna, patria della musica italiana. È un cantautore pieno di talento e figlio d’arte: suo papà era pittore e suo nonno suonatore di fisarmonica. Considera il suo ultimo album solo la prima parte di un lavoro più grande

di Marisa Iacopino

Ci sono forme d’arte che sembrano accentrarsi in particolari luoghi del nostro bel paese. Nell’area geografica dell’Emilia e della Romagna, ad esempio, si potrebbe dire scritta la storia della musica italiana. Da lì, un mélange di nomi di grosso calibro, da Pavarotti a Zucchero, a Gianni Morandi, Milva, Vinicio Capossela, i Nomadi. E Max Arduini, ravennate, che incontriamo in occasione del suo nuovo album.

“Nasco Massimiliano Arduini. Sono diventato Max da quando Lucio Dalla mi consigliò di abbreviare il nome perché funzionava meglio. Era il 1997. La mia carriera artistica inizia, effettivamente, nel 2002”.

Sei figlio d’arte, padre pittore, un bisnonno suonatore di fisarmonica. I tuoi esordi, appena quindicenne, con una band nel 1987. Ritieni che la musica sia più potente dell’arte pittorica? 

“Quando c’è talento, un quadro, una poesia, una scultura, una canzone hanno la stessa potenza. I quadri di mio padre sono molto belli, di un pessimismo che forse apparteneva al suo tempo. Il bisnonno invece suonava la fisarmonica, e nel periodo carnevalesco o natalizio, andava nei casolari di campagna a far cantare e ballare la gente”.

Tra la musica e le parole cosa nasce prima?

“Nasce prima il testo, l’argomento. Lo esamino come farebbe un regista, uno sceneggiatore. Prendo appunti, faccio una cartellina e scrivo un potenziale titolo. Poi, se sento che c’è della musica che deve uscire, questa viene da sola, altrimenti rimane un manoscritto”.

Sei stato impegnato, accanto a personaggi famosi, in campagne di sensibilizzazione sui problemi dei disabili. Da cosa nasce questa tua attenzione?

“La musica, la scrittura, l’arte devono essere utili al prossimo. Se ho talento, devo metterlo al servizio degli altri. Ci sono delle cose che mi toccano personalmente, ad esempio, le persone che non sono autonome. E allora, ho dato un aiuto. Così nel 2002 è nata muscoli di cartone, una pubblicità progresso con Bisio e Fabrizio Frizzi. Io ho scritto la colonna sonora, in un pomeriggio”.

Tu sei un cantautore rock che si autoproduce. Cosa significa oggi, essere un cantautore? 

“E’ una parola inflazionata. Oggi forse non mi sento più cantautore, sono piuttosto un cantacronaca. Le mie canzoni parlano di cronaca, anche se in modo leggero. L’ispirazione mi viene guardandole persone; osservo, scrivo riflessioni.  E poi mi piace ricordare personaggi scomparsi, ridargli una dignità. Io sono lì, per chi vuole sentire queste storie”.

Tu sei nato a Ravenna. Questa tua appartenenza geografica credi abbia contribuito a fare di te quello che sei?

“Sì, sì. La musica italiana nasce lì. Non è un caso. L’aria buona, il contatto con la gente… C’è arte, cultura.  Lucio Dalla è stato il più grande, ma poi  ci sono Guccini, Vasco Rossi, Zucchero, Ligabue, e ancora Bersani, la Pausini, gli Stadio. Giuseppe Verdi in qualche modo ci sta accompagnando. E come non ricordare Raul Casadei, grandissimo violinista, che con ‘Romagna mia’ ha fatto ballare tutto il mondo. Ecco, c’è questa magia, voler comunicare: noi siamo qua, divertiamoci!”.

Dove affonda le radici la tua musica? 

“Non ho miti particolari. Sono stato un grande fan di Jim Morrison, e dei Doors, ho amato tanto Vasco Rossi da ragazzo. Poi ho sentito un disco di Ivano Fossati e mi è cambiata la struttura della musica. Fossati è un genio! E’ stata una crescita graduale, la mia”.

Una canzone, “Sul col du Galibier”, dedicata a Pantani, campione diventato capro espiatorio d’un sistema corrotto. Può un fuoriclasse, un artista, un uomo onesto inserito in un circuito tritatutto, salvarsi?

“La gente ricorda ‘il pirata e la bandana’, e di quando lui era all’apice della carriera. Era il campione, ed è stato abbattuto nel momento più alto della sua vita. Nel sistema tritatutto l’onesto ci muore. Per questo Max Arduini non ha sfondato! Lavoro con gente eccezionale, c’è solo stare bene insieme e suonare”.

C’è un testo sul brigante Stefano Pelloni, detto il Passatore. Chi era questo Robin Hood della Romagna di fine ottocento?

“Certo era aggressivo. In Romagna ci sono quelli che mi attaccano e quelli che mi sostengono. Diciamola tutta: Garibaldi ha fatto cose anche opinabili. Ma ha liberato l’Italia, quindi è stato celebrato. Quando però leggi una sua lettera dagli Stati Uniti dov’era esiliato, che dice: dovremmo essere tutti figli e soldati del Passator Cortese perché fa cose prodigiose, vuol dire che l’altro non era poi male. Diciamo che il Passatore era un ribelle, un condottiero, un brigante. Il brigantaggio è stato un fenomeno diffuso nell’Italia di quel tempo”.

Vuoi parlarci del tuo ultimo album? 

“E’ semplicemente meraviglioso! Dal 2012 stavo mettendo da parte un po’ di legna per il mio album ideale. Questa è la parte 1. Perché poi, nel 2017 forse, verrà stampata la parte 2, e diventerà un unicum, un doppio album. Si intitola ‘Mezzo vivo, mezzo postumo’. La mia carriera la sto costruendo un po’ da vivo, un po’ da postumo. Quest’album ha un sottotitolo ‘Concept art’. Il secondo si chiamerà ‘Screenplay’. Nel primo, in uscita a settembre, fra i vari pezzi c’è una canzone: ‘Fumetto di pesce’ che rappresenta Il Bene. Associata a un’altra che uscirà nel secondo album, e conterrà ‘Cliché de villan’, ossia Il Male. Tutti e due, Bene e Male, daranno la loro versione dei fatti”.

Citami una frase tratta dal testo del tuo ultimo album…

“Bella domanda! ‘L’usuale quotidiano è avere in testa delle corna ed un tendone, guardarsi dalla pista scalinate appollaiate di curiosi’. Siamo tutti un po’ capri spiatori”.


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