06/25/2022
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Milka Gozzer: Giornalista e scrittrice che non ama le etichette letterarie

di Francesca Ghezzani –

“Torna a casa, Viola! (I delitti di Capriata)” è il titolo del suo ultimo libro. Tutto parte dalla storia di una pecora smarrita, la cui vicenda s’intreccia con il ritrovamento del corpo di un uomo ucciso nel bosco…

Milka, torni sul mercato editoriale dopo aver pubblicato i romanzi “Le radici del muschio” (2016), “MeL” (2019), “Racconti di viaggio Racconti di vita” (2020) e “Il gatto di Depero” (2020). Troviamo un qualche fil rouge tra la produzione letteraria precedente e quest’ultimo libro o ti sei letteralmente buttata su un terreno prima di allora del tutto sconosciuto?
“Non credo che un autore possa discostarsi troppo dal suo percorso originale. La traccia è segnata fin dal primo libro, e tutti gli altri che seguono si nutrono delle esperienze narrative precedenti, nel bene e nel male. In questo caso direi di aver provato a dimostrare un’altra volta che non mi spaventa giocare con i generi per confezionare le idee che ho in testa. Sono allergica alle etichette: un romanzo è prima di tutto una storia da raccontare. E ‘Torna a casa, Viola!’ era una storia da raccontare. Stavolta si è tinta un po’ più di giallo e del desiderio di darle un seguito con altri episodi ambientati in Trentino e con gli stessi personaggi”.
Ce ne vuoi raccontare la trama e ci porti con te nella tua terra?
“Stefano è il titolare di un bar a Capriata, un piccolo paese di montagna. Possiede una pecora che ha chiamato Viola, una pecorella che cura con affetto proprio come un animale di compagnia, domestico. Un giorno Viola scompare misteriosamente e Stefano è disperato, comincia a cercarla ovunque e pur di ritrovarla sarebbe disposto a tutto. Al punto che finisce per essere coinvolto nell’indagine di un uomo ritrovato morto ammazzato nel bosco. Le ricerche di Viola e quelle del colpevole corrono parallele. In questa duplice caccia al killer e alla pecora, ci sono diversi personaggi che affiancano il barista: una giornalista, un pastore, un appuntato dei carabinieri. Il Trentino, il luogo dove vivo, gioca un ruolo di personaggio di primo piano nel romanzo per gli scenari naturali, le leggende e le abitudini della gente di montagna”.
Hai abbandonato il giornalismo dopo 20 anni di onorata carriera per darti alla letteratura: secondo te, che tipo di scrittura oggi dimostra una particolare vitalità?
“’Ogni esperienza ha una sua magia’, scriveva il premio Nobel Herman Hesse. Un giornalista e un romanziere cercano di descrivere la realtà. Il romanziere è più libero, ha meno regole da rispettare e più della verità deve occuparsi della verosimiglianza. Sono mestieri che richiedono molta passione, scrivere bene non è abbastanza. Il talento va sostenuto dalla volontà, da fatti e da buone idee. Occorre conoscere il mondo in cui è ambientata la storia che vuoi raccontare. Avere la capacità, la voglia di studiare, esplorare, capire, tutto questo è necessario per evitare la trappola dei cliché, dei luoghi comuni. La narrativa oggi sembra vivere un momento di grande vivacità, anche se tende troppo ‘all’usa e getta’, escono quantità industriali di titoli che dopo pochi mesi finiscono al macero, in parte anche perché la gente non riesce a star dietro a tutto, i social fagocitano gran parte del tempo che prima era dedicato alla lettura”.
L’aver scritto in passato reportages di viaggio ti condiziona in qualche modo nell’affrontare la pagina bianca e le descrizioni dei paesaggi in cui ambienti i tuoi libri?
“No, al contrario. Amo le novità, gli scenari sempre diversi, altrimenti mi annoierei nel mio lavoro. Comunque ho un imperativo: una storia va sempre collocata in un universo che conosci bene altrimenti è meglio lasciarla perdere. Non è la vastità che rende, ma il particolare: da un ritaglio di prato puoi trovare il materiale per raccontare un mondo intero”.
Una volta che hai messo l’ultimo punto e scritto la parola “fine”, che sensazioni provi dentro e dove finiscono i personaggi a cui hai dato vita?
“Quando concludi un romanzo sai che devi metterti in gioco: un romanzo non è più tuo e per diventare vero ha bisogno della lettura e del giudizio degli altri. Da una parte quindi sollievo: ho finito, yuppi! Da un’altra parte attaccamento per la creatura che bisogna lasciare andare, e poi io sono un’insicura patologica, in quello che faccio ho sempre bisogno del parere degli altri per comprendere se ho fatto o meno un buon lavoro. Mi affeziono ai miei personaggi, alcuni mi stanno simpatici, altri un po’ meno, sono diversi e rispetto la loro diversità, tutti costituiscono la mia truppa immaginaria, sono sempre qui con me, non vanno da nessuna parte”.
In chiusura, c’è un passaggio, una parte, che potrebbe riassumere “Torna a casa, Viola!” nella sua essenza?
“La cura di ciò che ci circonda: le montagne, i boschi, gli animali, senza di loro perderemmo la grande bellezza e saremmo dei miserabili dispersi”.

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Eleonora Benedetti:

redazione@gpmagazine.it

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