Mimosa Martini: “Vi racconto il mondo che ho visto”


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Giornalista e inviata per le reti Mediaset. Ha raccontato fatti ed eventi della storia recente, anche ai limiti del pericolo

di Simone Mori

Forte, decisa, senza peli sulla lingua e senza paura di essere criticata per le sue posizioni: lei è Mimosa Martini, giornalista Mediaset che in questa intervista forte e vera ci racconta di sé e di come vede la situazione generale italiana al momento. Mimosa parlerà anche delle sue passioni, una tra tutte? I gatti!

Mimosa cara, raccontaci prima di tutto come sei diventata giornalista. Passione? 

“Sì ho fatto la giornalista per passione, nessuno in famiglia lo era , tutti professionisti da generazioni, soprattutto medici (papà, fratello, cognata, zii, cugini…). Io invece da ragazzina sognavo di fare la giornalista in giro per il mondo e la scrittrice. Pensavo alla carta stampata, poi però, dopo i giornali e la radio, a metà degli anni ’80 mi sono innamorata del reportage televisivo, di un lavoro complesso in cui metti insieme tante cose (la notizia, il testo, le immagini, i suoni, la voce, le interviste) e devi diventare abile nel maneggiare questa alchimia. Poi quello per la tv era un lavoro di squadra, con l’operatore, il fonico, il montatore. Ora è molto cambiato perché si fa sempre più stando seduto a una scrivania. Comunque, tornando alla passione, io ho dedicato la vita a questo lavoro. Ho fatto male? Ho fatto bene? Non lo so, non mi pongo la domanda, forse ho fatto anche male ma non pensavo di fare altro. E’ stato difficilissimo diventare giornalista e esercitare la professione, tanti ostacoli, tanta fatica, tantissimi sacrifici sempre. Se non hai passione non puoi proprio farlo, almeno a certi livelli”.

Sei una donna che conosce le vicende mondiali come poche. Quali sono gli eventi da te raccontati che ti sono rimasti più impressi e perché?

“Di eventi che ho raccontato ma anche vissuto ce ne sono davvero tanti. Certo ci sono state esperienze più forti di altre, perché più pericolose e in questo senso impegnative. E parlare delle guerre è quasi scontato. L’Afghanistan nel 2001 rimane ortissimo come ricordo, pieno di eventi che mi sono personalmente capitati. La Kabul dei talebani aveva un fascino potentissimo che mescolava orrore e meraviglia. Lì ho davvero sofferto fame, freddo e fatica.Mi sono sentita molto sola. New York con Ground Zero in fiamme, dove sono riuscita ad arrivare il 13 settembre. Lì dentro c’era l’apocalisse, io riuscivo ad infilarmi anche senza permessi (infatti con tutto quel fumo tossico mi sono presa una congiuntivite cronica) e assistevo a queste scene infernali dei soccorritori che scavavano con le mani e riempivano migliaia di secchi, quelli da ufficio di plastica, con le macerie che venivano poi trasportati sui camion e i traghetti a Staten Island dove si faceva il triage per scovare pezzi di corpi e risalire al dna. Una cosa spaventosa , mentre a Unione Square e in tutta la città i parenti affiggevano foto e descrizioni dei tremila dispersi sperando che vagassero senza più senno, ma ancora vivi. Invece erano cenere. E che dire dell’Iraq, con la gente a Bassora che moriva di sete, o Sarajevo assediata dai serbi. Ci sono arrivata da sola in macchina attraversando di notte il Monte Igman che era esattamente quello che non bisognava fare. Ma è una lunga storia ricca di aneddoti, anche buffi, e di rischi estremi, non starò qui a dilungarmi. C’è una cosa che però va detta: ogni volta che sono tornata, grata di essere viva, a casa, ho provato comunque un senso di colpa e di impotenza che non vanno via facilmente. Perché noi inviati andiamo in questi inferni, li viviamo, li raccontiamo, condividiamo in parte le sofferenze di chi ci vive. Ma a un certo momento ce ne torniamo a casa, una casa dove c’è la pace, l’acqua corrente, il riscaldamento, i ristoranti, i bar, l’automobile, gli amici, le gite. Loro invece rimangono prigionieri nel loro inferno”.

Avrai conosciuto personalità mondiali di spessore. Qualche delusione?

“E’ vero, ho conosciuto, visto e incrociato tante personalità. Personaggi cattivissimi e spaventosi, nomi che rimarranno nei libri di storia, come Gorbaciov, e persone davvero carine. Uno che mi ha deluso è stato Sean Penn, l’ho incontrato ad Haiti durante il terremoto: prepotente, cafone, maleducato, spocchioso, circondato da una corte dei miracoli con le facce deformate dalla chirurgia estetica che si muovevano come fossero stati gli dei che scendevano dall’Olimpo. Sorpresa deliziosa invece l’ex governatrice del Canada, in pratica il presidente essendo un paese del Commonwealth. Doveva essere un’intervista breve ed è finita che siamo state due ore a chiacchierare tra noi due senza più microfoni. Giornalista televisiva, haitiana rifugiata politica con la famiglia a 12 anni e diventata governatrice. Bella storia e bellissima persona”.

Passiamo all’attualità, quella più stretta: cosa pensi di questa situazione italiana e di questo razzismo dilagante? Di episodi che si susseguono contro i cosiddetti diversi?

“Piuttosto che risponderti direttamente ti dico questo: io ho fatto una scuola straniera, fin dall’asilo e negli anni 60, quando Roma (figurati l’Italia) era ancora una città provinciale, andavo in classe con bambini di tutte le etnie e tutte le religioni. Mi ero ‘innamorata’, avevo 5 anni, di un mio compagno di classe del Gabon. Quando invitai a casa la mia classe per una festicciola, le bambine mie vicine di casa e di giardino, italiane e di scuola italiana, mi dissero scioccate: ‘ma è negro!’. Io non me ne ero accorta e soprattutto non capivo quale fosse il problema. Ebbene: ero diversa allora, sono cresciuta in Italia sentendomi diversa, mi hanno fatto sentire sempre diversa fino a quando, finalmente, la gente comune ha cominciato a viaggiare perché si sono tolte le frontiere europee, non servivano più visti e passaporti, sono nati i voli low cost. Ma forse è stata un’illusione. O forse è che hanno tutti la memoria corta, anche della propria miseria di un tempo”.

C’è un ricetta per arginare tutto ciò? Si sentono troppi adolescenti inspirarsi a personaggi di un passato che mai dovrebbe tornare.

“La ricetta per arginare l’ignoranza è la cultura, intesa in senso lato, ma a partire dalla scuola che deve formare cittadini consapevoli delle regole democratiche, del rispetto dell’altro, dell’amore per il bene comune. A maggior ragione ora che il bene comune non è più la strada di quartiere ma il mondo intero. La scuola, la cultura trasmessa ai bambini è la base di tutto, anche della nostra sopravvivenza come esserei umani. E’ vero qui ed è vero nell’ultimo angolo del mondo. Lo sai che in Mongolia dove la popolazione è in larga parte ancora nomade, che gira per la steppa cambiando insediamento ogni tre o sei mesi, i bambini fanno scuola con la radio? Le lezioni trasmesse per radio, accovacciati nella tenda che si chiama ‘gher’ o ‘yurta’ in russo, poi i maestri che girano per gli accampamenti. Non è bellissimo? La frase di Malala dovrebbe essere scritta sui muri: ‘Hanno paura di una bambina con un libro’. Ebbene sì, hanno tutti paura, di eserciti di bambini e bambine con penna e libro in mano”.

Ricordo per esempio, per tornare agli Esteri, la tua corrispondenza da Haiti per il terremoto. Raccontala ai giovani.

“Ad Haiti c’è stato uno spaventoso terremoto quel gennaio del 2010, la capitale interamente rasa al suolo, oltre 400mila morti. Ma quando si parla di Haiti si parla di tante cose. Intanto è il volto scuro di Santo Domingo, perché entrambe le nazioni condividono l’isola di Hispaniola, Ma una parte è ispanica, turistica, bianca, con i casinò, gli hotel, i resort e le ville di chi magari ha qualche sospeso con la giustizia italiana. Quando passi la frontiera di terra la differenza è netta:improvvisamente entri in Africa, l’Africa nera. Ad Haiti sono tutti discendenti degli schiavi, e riconosci le diverse etnie africane. Pensa che Haiti è stata la prima a ribellarsi e a proclamarsi indipendente alla faccia di Napoleone, con l’insurrezione popolare. E’ una storia importante, eppure è uno degli angoli più poveri di tutta la Terra, ha le peggiori malattie del mondo, una mortalità infantile pari solo al Sahel, la più grande bidonville dell’Occidente che per paradosso si chiama ‘Cité Soleil’ e una violenza terribile. Al tramonto tutti hanno paura perché le ‘bande del machete’ diventano padrone. Non ho mai visto tanti cadaveri come ad Haiti. Era davvero impressionante e un mese dopo il terremoto ce n’erano ancora tanti sotto le macerie, ci camminavi sopra”.

Cosa pensi del mondo social? Tutto troppo finto o qualcosa di vero c’è?

“I social sono una vera rivoluzione antropologica, hanno abbattuto ancora di più le frontiere ma stanno trasformando la comunicazione tra gli esseri umani nel bene e nel male. Cominciamo solamente a capire in che modo. Il problema è che dentro ci può stare tutto, dalla crema alle scorie tossiche. E che chi non è capace di distinguerle ha lo stesso peso di chi invece scarta i veleni, anzi trova l’aggregazione con altri e fanno clan. Perché pesano di più? Perché non rispettano le regole, sono violenti, prepotenti, dilagano e sommergono. A proposito di social vi racconto la barzelletta che girava al Cairo su piazza Tahrir assediata dai carri armati durante la ‘primavera egiziana’:

Ci sono Nasser, Sadat e Mubarak, i tre ex presidenti, in cielo.

‘Io sono morto avvelenato’, racconta Nasser.

‘A me invece mi hanno crivellato di colpi in un attentato’, spiega Sadat.

‘E te?’, chiedono a Mubarak.

‘E’ stato Facebook’, risponde”.

Progetti per il futuro?

“Più che progetti ho desideri che voglio trasformare in progetti: scrivere altri romanzi, realizzare dei reportage, andare a vivere in posti diversi, qualche mese in un posto, altri mesi altrove. Insomma, sentirmi davvero libera”.

Raccontaci la tua passione, che condividiamo, per i gatti e le tue altre passioni fuori dal lavoro.

“I miei gatti sono i miei bambini, ora ne ho tre in casa e uno fuori con la sua casetta. Ho sempre avuto gatti e fin da bambina ho molto amato gli animali. In questi ultimi 30 anni ho avuto anche pappagalli, gechi del Madagascar, tartarughe diventate gigantesche. Ma allora erano ancora vivi i miei genitori e quando partivo se ne occupavano loro. Ho un passato di sport, tanto tanto sci fin da piccolissima, da adulta anche cavallo. Sempre molto spericolata fino a quando ho cominciato a farmi male sul serio. Grande passione per la fotografia, per anni ho avuto una camera oscura ben attrezzata. Con il passaggio al digitale qualcosa è cambiato e anche se rimane una passione, le foto che facevo un tempo mi sembrano più belle, c’è dentro più cuore”.

Un consiglio che sentiresti di dare a chi volesse diventare un giornalista.

“E’ difficile dare consigli perché se chiedi a dieci giornalisti come è stato il loro percorso, avrai dieci storie diverse. Quello che è certo è che bisogna avere passione, sentire che è l’unica cosa che si vuole davvero. Io insegno da tanti anni e una cosa che non mi stancherò mai di ripetere è: il giornalista non è il protagonista. Mai. La notizia è protagonista, il giornalista solo il tramite”.


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