Monica Napoli: “Dobbiamo ritrovare il senso di solidarietà”


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Una donna intelligente, piena di passioni e determinata. Una giornalista che riesce a districarsi bene sia quando si parla di politica sia quando si parla di cronaca. Un’altra sua dote è l’essere capace di stare vicino alle persone che ama. Sempre e comunque, senza mai tirarsi indietro. Conosciamola meglio in questa intervista a cuore aperto.

di Simone Mori

Parliamo innanzitutto della tua esperienza di inviata nei giorni più difficili del terremoto che ha colpito il centro Italia nel 2016. Da questa esperienza è nato anche un libro. I tuoi ricordi dopo qualche anno quali sono?

“Il 24 agosto del 2016 ero in ferie, al mare, quando ho sentito le prime notizie sul terremoto che stava devastando il centro Italia. Immediatamente ho chiamato in redazione e sono partita. Durante il tragitto ho cercato di prepararmi anche psicologicamente a cosa avrei trovato ma prepararsi, incerte situazioni, è impossibile. Una volta arrivata ad Accumoli per dare il cambio alla collega era ormai sera e le macerie, i mezzi dei soccorritori e le persone sfollate sono le prime cose che ho visto. I primi campi di accoglienza, i soccorsi ancora in corso e la gente scioccata, disperata, c’era chi aveva perso amici, familiari. Il tempo sembrava essersi fermato, chiunque cercava di dare una mano, anche noi nel nostro piccolo. Restare lì per quattro mesi mi ha insegnato tanto, molto più di quanto si possa immaginare, trascorrere giornate intere con chi sta lottando per tornare a vivere la propria normalità ti lascia davvero tanto. E io, per ricambiare, ho sentito il dovere di fare qualcosa che potesse raccontare le storie di chi ho conosciuto.sei punto cinque racconta le storie di persone di diverse età che ho incontrato nei mesi di permanenza nel centro Italia, persone che mi sono rimaste dentro e che ho raccontato, o almeno ho cercato di raccontare, in un libro fotografico. Perché il terremoto si deve raccontare anche, a mio avviso, anche attraverso le immagini. Quello che mi resta sono, di certo, i rapporti umani, le amicizie che sono nate e che restano solide, l’immagine di una Italia che sa reagire e che nelle tragedie ha molto da insegnare, si unisce ed è solidale e ancora una volta la certezza che in pochi secondi si può perdere tutto, casa e affetti. Ma ho visto che si può reagire, ci si può rialzare. Attualmente però la situazione è ancora difficile, la ricostruzione tarda ma la gente che è rimasta lì lavora sodo per non andare via”.

Hai seguito anche con molta passione e molta partecipazione le vicende e le elezioni della Catalogna. Cosa ti ha appassionato di più e se puoi aiutaci a conoscere meglio quella popolazione.

“Ho la fortuna di avere un fratello che vive a Barcellona da diversi anni e di conseguenza, prima per interesse personale poi per lavoro, sono entrata nella questione catalana, una vicenda molto particolare che nasce dalla storia di un paese, la Spagna, che sta ancora facendo i conti con il suo passato. Nel 2015 si sono tenute delle elezioni molto particolari in Catalogna, il movimento indipendentista si presentava unito – dal centrodestra alla sinistra – come blocco unitario con un unico obiettivo: l’indipendenza. Gli indipendentisti vincono e continua, così, ancor più forte un processo avviato anni prima da Artur Mas. Per spiegare la questione catalana serve tempo, la regione chiede l’indipendenza per motivi storici e di certo economici ma a muovere il sentimento indipendentista è la storia, non solo recente, di annessione che ha visto negli anni il divieto di parlare la propria lingua e vivere la propria cultura, diritti ottenuti ormai da decenni e ampliati fino all’autonoma ottenuta. La Catalogna, che rappresenta buona parte del Pil del Paese, è infatti una regione autonoma e gode di diversi privilegi ma ciò non basta a placare il sentimento separatista che la vorrebbe stato indietro come stato membro dell’UE. Quanto poi accaduto al referendum del 1 ottobre del 2017, con l’esercizio della forza e della violenza da parte della polizia che ha tentato di impedire l’esercizio del voto, ha portato al sostegno di tanti unionisti che vedono nella difesa del diritto al voto un principio imprescindibile. Perché il diritto al voto è sacro. Tra l’altro molto probabilmente avrebbe vinto il no all’epoca, la mossa dello stato spagnolo è stata sbagliata sotto tanti punti di vista e anche controproducente. C’è poi da ricordare che ci sono diversi leader in prigione e alcuni in Belgio con un mandato di arresto internazionale che pende sulle loro teste, una situazione assurda giuridicamente, con Il tribunale europeo che ha chiesto alla Spagna di rivedere la sentenza, e quest’ultima che si è rifiutata, e umanamente”.

Ci racconti la giornata tipo di Monica Napoli?

“La mia è una non routine considerato che in redazione lavoriamo su turni che coprono le 24 ore. Nel tempo libero cerco di vedere i miei amici, andare al cinema o al teatro, a cena fuori e in giro per la città, fare un po’ di sport, qualche lezione di capoeira in particolare ma purtroppo ora non posso per un piccolo incidente. La mia è una non routine che non mi è mai dispiaciuta”.

Cosa pensi della situazione in Italia e in altri Paesi europei dove l’onda delle destre sovraniste sembra essere sempre più impellente?

“Devo dire che per chi, come me, è cresciuto negli anni ’80 con la caduta del Muro di Berlino, il rafforzamento dell’Unione Europea e l’idea di una unione dei popoli in nome della pace è davvero dura da digerire. Sicuramente qualcosa è accaduto negli anni successivi, qualcosa che è sfuggito ai grandi della politica ma non a chi appartiene alle ideologie sovranità che hanno saputo in un certo senso approfittare del malessere della gente che, di fatto, non vive più nel benessere degli anni 80 o nel boom economico degli anni ’60. Insomma, credo che il fenomeno sia dovuto soprattutto alla miopia di una parte politica e alla prontezza dell’altra parte di intercettare un malessere. L’illusione che per poter stare meglio si deve avere un nemico, è una carta purtroppo vincente. La destra cresce si in Europa ma alle ultime elezioni europee non ha avuto il boom che si pensava, a dimostrazione che c’è un’Europa che tiene. C’è una grande parte di Cittadini non solo italiani che vive con preoccupazione il fenomeno dell’avanzata delle destre, questo ritorno alla xenofobia, al razzismo e alla volontà di politiche divisive, c’è da preoccuparsi soprattutto perché interessa i più giovani. Segno che non si sa, non si studia e non si conosce la storia. Per questo mantenere sempre viva la memoria di quanto è accaduto durante e prima delle guerre, e l’attenzione sulla salvaguardia dei diritti umani e civili è sempre più importante. Un dovere”.

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento prima dell’inizio della tua carriera giornalistica? Ed oggi a quali giornalisti di ispiri?

“Non è una domanda facile perché da ragazzina guardavo a personaggi che poi ho riconsiderato. Di certo, pero, ci sono i maestri come Scalfari, Biagi, Montanelli, Mieli e tanti altri che hanno raccontato la storia del nostro paese e che io da ragazzina guardavo per imparare. Mi sono nutrita per anni di tribune politiche, negli anni dell’adolescenza e dell’Università. Crescendo ho cercato sempre di guardare con attenzione ai colleghi esperti. E oggi ci sono tanti colleghi che onorano ampiamente la professione”.

Monica, quali sono stati i momenti più duri della tua carriera fono ad oggi?

“Ho vissuto momenti bui quando chi doveva essere un faro e un insegnamento non mi ha messo nella condizione di poter fare il mio lavoro al 100 per cento. Ho risposto studiando, imparando. E cercando di non sbagliare quando mi è stata data la possibilità di potermi mettere alla prova. I momenti bui ci saranno sempre, come in ogni lavoro, e il nostro si presta particolarmente a gelosie e piccoli dispettucci che io vivo e vivrò sempre male. Ma ai quali reagirò sempre con la correttezza e con il lavoro, l’unica vera arma. L’importante è non dimenticarsi mai la fortuna che si ha a fare ciò che si ama”.

Raccontaci qualcosa di te, di com’eri da bambina, dei tuoi hobby, del tuo tempo libero.

“Una bambina serena cresciuta in una famiglia felice e molto unita. Sono sempre stata circondata da molte persone, fratelli, amici, amici di famiglia, nonni, zii e cugini e vivendo in una cittadina ho vissuto un’infanzia molto libera. Fino ai 15 anni, la mia vita è stata in palestra dove sono entrata per gioco a due anni e mezzo. La mia passione è la ginnastica artistica che mi ha insegnato il sacrificio e la disciplina, e mi ha fatto vivere l’emozione delle gare e della vita di squadra”.

Cosa desidera Monica Napoli per se stessa e per il futuro del nostro Paese?

“Di poter continuare a raccontare cosa accade nel mondo e in Italia e di farlo sempre in maniera obiettiva e indipendente, sperando di farlo al meglio. Per il nostro zoppicante ma unico e bellissimo Paese di ritrovare il senso di solidarietà e un’empatia che sembra persa e una classe politica che smetta di rincorrersi in un dibattito fatuo e inconcludente ma che guardi alle possibili soluzioni per i problemi strutturali dell’Italia”.


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