Paolo Bonfanti: Uno dei più grandi chitarristi e bluesman italiani


    paolo_bonfanti foto paolo patruno

“Back home alive” è l’ultimo album realizzato da Paolo Bonfanti, uno dei più grandi bluesman italiani. Chitarrista, autore e produttore,  ha condiviso il palco con artisti del calibro di Fabio Treves, Beppe Gambetta, Gene Parson, Roy Rogers, Lucio Fabbri, Franz di Cioccio, Yo Yo Mundi, Big Fat Mama, Red Wine, confermando  sempre il grande amore e la passione per la musica, travalicando i confini del blues, spaziando in orizzonti infiniti e realizzando opere di grande spessore, impreziosite da una profonda ricerca sia tecnica che emotiva.

di Donatella Lavizzari

Ciao Paolo, tu suoni, canti, componi e scrivi. Sei un artista curioso e senza barriere e questo ti ha sempre spinto ad essere in contatto con una moltitudine di realtà ed espressioni artistiche declinate nei modi più diversi. Cosa ti affascina maggiormente?

“Quello che mi affascina di più è proprio questo cioè la polivalenza. Fare arte per me è anche una forma di conoscenza, vuol dire essere aperti ad ogni genere di contatto sia professionale che umano. La musica ti porta a conoscere sempre nuove realtà, persone e luoghi. La musica ti porta a comunicare. La musica è uno scambio, acquisizione di ricchezza e bellezza”.

Sei sempre alla ricerca di nuove sonorità, il tuo sodalizio, per esempio, con Roberto Bongianino ne è la conferma. Ce ne vuoi parlare?

“Sì è vero, in parte questa mia continua ricerca dipende dal fatto molto semplice che mi annoio a fare sempre le stesse cose. In particolare la collaborazione con Roberto viene dal fatto che mi interessava avere nella band uno strumento cosiddetto tradizionale come la fisarmonica però suonato in una maniera assolutamente non ortodossa, come un hammond, un pianoforte, un’armonica. Non so con chi altro avrei potuto sperimentare questo percorso in quanto Roberto è un musicista a 36 gradi, dotato di grande sensibilità”.

Suonando con gli Slow Feet ti confronti con alcuni dei mostri sacri della musica italiana…

“E’ uno dei “colpi” della mia carriera musicale, il più riuscito, nato per caso da un incontro tra Franz Di Cioccio e il bassista-fotografo Reinhold Kohl, assistente di Fabrizio De André in diversi tour. Parlando  decidono di fondare un band tributo insolita, composta da musicisti nati sotto il segno dell’Aquario: alcuni corrispondevano a questa aspettativa tipo Franz, Reinhold, Piero Milesi, Mauro Pagani e poi, ad un certo punto, finiti gli Aquari sono arrivati gli Scorpioni e cioè io e Vittorio De Scalzi. Era il 2003 ed era prevista solo una data per il tributo a Fabrizio. E’ stata un’esperienza talmente divertente che giorni dopo, Franz con una telefonata ci ha comunicato l’intenzione di proseguire con questo progetto, con l’intenzione di essere non una tribute band ma una ‘contribute’ band. Dopo la scomparsa di Piero, il distacco di Mauro e Vittorio, con l’arrivo di Lucio Fabbri la band si è trasformata in un quartetto ed è in previsione un disco nuovo”.

Tu spesso condividi il palco con lo straordinario mandolinista Martino Coppo, come è avvenuto il vostro incontro? 

“Sono un allievo del grande Beppe Gambetta, virtuoso della chitarra acustica flatpicking, che ai tempi insieme a Martino suonava con i Red Wine,  uno dei gruppi di punta del bluegrass europeo. Lì sono andati ad ascoltare e ho suonato anche con loro più di una volta. Con Martino abbiamo parlato di questa possibile collaborazione già negli anni novanta ma concretamente il tutto è nato nel 2014 con ‘Friend of a Friend’ ”.

Questo che hai nominato è un cd di brani originali e reinterpretazioni,  dalla canzone d’autore americana al bluegrass, al blues, al folk e al gospel,  sino a toccare colori cajun e dialetto genovese come nella track “Via da Zèna”. E questo ci conduce a “Canzoni di schiena”,  cosa vedi da questa prospettiva?

“E’ un mondo particolare, un mondo che dal punto di vista del valore artistico è stato rappresentato da De André. Perché prima si usava il dialetto con quello stile modern-folk, popolare. Fabrizio è arrivato alla Poesia. Fabrizio ha insegnato a tutti che la cosa importante è la qualità poetica del testo. Anch’io sono stato ‘fulminato’ sulla via di Boccadasse e mi sono voluto confrontare con questo universo. In ‘Canzoni di schiena,’ dove tra l’altro, c’ è anche un contributo sostanzioso di Vittorio De Scalzi di ‘Dove a l’è’, ho cercato di usare il genovese come faceva Edoardo Firpo”.

Il Blues è, a nostro parere, fondamentalmente una trasmissione di sentimenti: tu cosa individui di te stesso in quello che componi e suoni?

“Il Blues è una musica di verità, che racconta le cose così come sono, e questo corrisponde in toto al mio carattere: non ci sono sovrastrutture, non ci sono orpelli, non ci sono filtri. Il Blues è diretto, vero: Blues is the True”.

Credi che la musica sappia raccontare e le parole sappiano suonare?

“Assolutamente sì. Se ascolti un pezzo di Dylan capisci subito che la parola  dice ma ha anche un suono. E’ musica. A parte la melodia, la scelta e l’uso delle parole sono essenziali. Le parole hanno un loro ritmo, una loro sonorità”.

Tu  metti sempre la faccia nelle questioni socio-politiche. La musica può arrivare a scuotere le coscienze e trasmettere messaggi?

“La musica non può, deve sempre trasmettere un messaggio, anche se riguarda la sfera più intima del tuo essere. Per me questa è la componente essenziale. Così come lo è la ‘memoria’. Fare musica è ricordare sempre quello che c’era prima, è un gioco di memoria. Anche suonando nelle improvvisazioni porti sempre il tuo bagaglio”.

Times ain’t changed at all? 

“Bob Dylan ha scritto ‘The Times They Are A-Changin’ dopo questo mio, dove sostiene che i tempi sono cambiati e invece per me è esattamente il contrario”.

Elvis Costello ha detto che le crisi economiche fanno bene al rock…

“Fanno bene alla musica se non durano troppo oppure se la crisi economica la pagano tutti e non solo i soliti”.

Riteniamo  che “Exile on Backstreets” sia un lavoro molto vicino alla  black music con riferimenti agli Stones e a Springsteen.

“Assolutamente sì, è un omaggio a queste due band ed è forse il mio disco più black.  Lo considero anomalo. Di solito io compongo i pezzi, li suono per un anno circa in giro con la band e poi  faccio il disco, come se fosse la fine di un percorso. Con Exile questo non è accaduto.  Ho suonato live prima della registrazione solo due brani, gli altri sono stati composti e incisi subito, come se avessi un’urgenza di dire le cose”.

Particolare è stato il tuo fare rap in Black Glove.

“E’ stato il mio primo esperimento e lo spunto è questa immagine iconica dei quattrocentisti neri americani che sono sul podio con le medaglie della vittoria e il pugno alzato con il guanto nero come dire se siamo eroi qui dobbiamo esserlo anche fuori, non dobbiamo essere considerati ‘under dogs’ come dicono negli States. Questa è un’immagine che mi ha colpito molto e ho pensato che il rap fosse la maniera più idonea per trasmettere questo messaggio”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Dopo un anno molto intenso di eventi live, continuo a promuovere il mio album ‘Back Home Alive’ che è stato prodotto da Steve Berlin, tastierista e sassofonista dei Los Lobos, nome di prima grandezza tra i produttori d’oltreoceano, che ha curato sia la pre-produzione che gli arrangiamenti fino al mixaggio, messo a punto in America ed affidato a David Simon Baker. Il master è stato realizzato dalle sapienti mani di David Glasser nello studio Air Show di Boulder, Colorado. Oltre a questa attività live, bolle sempre qualcosa in pentola, magari anche un opera nella lingua dell’Alighieri”.

Per saperne di più: www.paolobonfanti.it


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