07/06/2020
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Paolo Licata e la sua creatura “Picciridda”: cronaca di un successo cinematografico annunciato

di Alessandro Cerreoni

Un film che tocca il cuore. Che arriva a commuovere profondamente. Che smuove i sentimenti. Una storia che non ti lascia indifferente. Chi ha avuto la fortuna di guardarlo, non può non aver amato Lucia e donna Maria, le due protagoniste di “Picciridda – Con i piedi nella sabbia”, l’opera prima del regista Paolo Licata destinata a far parlare di sé. Peccato che la sua uscita nelle sale, lo scorso 5 marzo, sia avvenuta solo pochissimi giorni prima dell’inizio del lockdown. Altrimenti il successo sarebbe lievitato fino a raggiungere livelli inimmaginabili. Perché chi ha visto il film non può non coinvolgere gli altri a vederlo. Dire che è un bel film è un eufemismo. Diciamo che è un capolavoro. Un’opera cinematografica che avrebbe tutte le carte in regola per ben figurare anche a Cannes e Venezia, le due kermesse dedicate al cinema più importanti nel nostro Continente. 

“Picciridda” è tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello. E’ una storia ambientata nella Sicilia degli anni ’60. Lucia, la bambina protagonista, si ritrova a dover vivere con la nonna Maria, dopo che i suoi genitori sono costretti ad emigrare in Francia in cerca di fortuna. Lucia di fronte si trova una nonna burbera e austera, custode di un segreto che l’ha segnata per sempre. E’ proprio questo il motivo per cui nonna Maria fa di tutto per tenere lontana Lucia dalla famiglia di sua sorella Pina e di suo cognato Saro. E non sempre ci riesce. Anzi, in tutto questo accade qualcosa che condizionerà la vita della piccola Lucia fino all’età adulta…

Il film ha visto la partecipazione di un cast di bravissimi attori. La giovanissima Marta Castiglia (Lucia) e Lucia Sardo (donna Maria) sono le due protagoniste. Entrambe fenomenali e ricche di talento. E proprio Lucia Sardo ha avuto la nomination per i Nastri d’Argento come migliore attrice protagonista. Niente male per l’esordio assoluto in un lungometraggio di Paolo Licata. E inoltre, ci sono anche 5 nomination per i Globi d’Oro ed è ufficiosa la notizia dell’assegnazione di uno di questi premi come “miglior opera prima”. Il resto lo scopriremo a breve. Intanto “Picciridda” è visibile sulla piattaforma Chili e in alcune sale cinematografiche che, in concomitanza con la loro riapertura, hanno deciso di ri-mettere in programmazione il film. 

E a proposito di cast, non possiamo non ricordare una delle protagoniste di “Picciridda”, la bravissima attrice siciliana Ileana Rigano (zia Pina), che qualche settimana fa ci ha lasciato e alla quale Licata ha dedicato alcuni bellissimi pensieri sulla propria pagina Facebook. Oltre agli attori che hanno preso parte alle riprese, “Picciridda” deve la sua riuscita, al di là della magistrale regia, anche alle musiche, alla location (l’Isola di Favignana ndr), alla sceneggiatura, alla fotografia e a tutto il personale che ci ha lavorato. 

Con il regista Paolo Licata abbiamo scambiato due chiacchiere in attesa di quello che potrà accadere nelle prossime settimane.

Paolo, il tuo film “Picciridda” è uscito al cinema il 5 marzo, è rimasto in sala pochi giorni prima del lockdown… Che riscontri ha avuto in quel poco tempo?

“Ciò di cui posso ritenermi davvero soddisfatto in questa mia prima esperienza nel lungometraggio è proprio il riscontro e la risposta del pubblico. Nelle diverse proiezioni a cui ho preso parte, ho potuto constatare che il film piace molto alla gente, emoziona e commuove, e questo mi rende felice perché è sempre stato il mio obiettivo primario. Non ho mai avuto l’intenzione di realizzare un film per una nicchia ristretta, bensì per il grande pubblico; di certo un film con contenuti importanti e di rilevo sociale, ma che fosse apprezzato da molti anziché solo da pochi intenditori di cinema d’autore. Nei pochi giorni di programmazione al cinema, in proporzione alle copie in circolazione (circa 60) è stato uno dei film che ha incassato di più in quel weekend, nonostante i risultati fossero estremamente falsati e condizionati dalla paura del virus che già dilagava”. 

Nel frattempo è arrivata la candidatura al concorso ufficiale Globo d’Oro e ai Nastri d’Argento, con Lucia Sardo come migliore attrice protagonista. Una bella soddisfazione, cosa provi?

“Siamo tutti molto contenti della candidatura al Globo, totalmente inaspettata. I giornalisti della stampa estera hanno molto apprezzato il film ed io non posso che esserne onorato. Riguardo ai Nastri, siamo felicissimi per Lucia e fieri di lei. La sua meritatissima candidatura porta lustro al film e mi auguro fortemente che al di là di ‘Picciridda’, grandi interpreti del cinema italiano come lei (e come tutti gli attori di cui ho avuto il privilegio di avvalermi nel mio film) abbiano presto molto più spazio e più riconoscimenti. Iniziamo nuovamente a scritturare grandi attori-interpreti, che non sono necessariamente coloro che hanno grandi nomi o sono sempre sulle prime pagine delle riviste!”.    

Il film tratta temi delicati come il disagio sociale, la disgregazione dei valori e la violenza. Un esordio alla regia niente male. Quanto è stato impegnativo?

“È stato un progetto in cui ogni singolo componente del cast artistico e tecnico, sin dalla scrittura della sceneggiatura, fino agli ultimi ritocchi di color correction, ha dato tutto se stesso e anche di più. Credo che le persone che hanno lavorato su questo film siano andate sempre molto oltre il livello di impegno minimo indispensabile che era richiesto dal loro ruolo. Ho sempre avvertito un grande coinvolgimento emotivo, non solo da parte dei grandi maestri con cui ho avuto onore di lavorare, ma anche da parte degli esordienti e dei tecnici. Non ho mai avuto l’impressione che qualcuno della troupe stesse semplicemente svolgendo l’ennesimo lavoro di routine. È stato un lavoro estremamente impegnativo mettere in piedi una produzione indipendente per un film drammatico, con grandissimi sforzi o rinunce da parte di tutti. Enorme impiego di energie, tempo, e risorse di ogni genere, così come per ogni film. Ma quando non si ha alle spalle una Major e bisogna fare tutto da soli, diventa ancora più faticoso. Mi auguro sempre che questi sforzi maggiori vengano premiati e riconosciuti. Sono le piccole produzioni che hanno bisogno di premi e aiuti. I grandi nomi e le grosse produzioni ce la fanno benissimo da soli. Anzi, ce l’hanno già fatta”.

Il film è tratto dall’omonimo libro di Catena Fiorello. Per chi ancora non ha visto il film ma ha letto il libro, ritieni che la trasposizione cinematografica sia stata fedele in tutto all’opera di Catena?

“La linea narrativa principale è abbastanza fedele alla storia del libro. È una storia di cui mi sono innamorato e non c’era motivo di discostarsene troppo. Nella trasposizione in sceneggiatura sono stati effettuati i consueti e necessari interventi di selezione dei momenti più importanti, di scrematura dei personaggi fondamentali e di accorpamento di alcuni personaggi in altri. Posto che libro e film sono due linguaggi molto differenti fra loro, sia nei ritmi che nei tempi di assimilazione delle informazioni, a detta dei lettori che poi hanno visto il film, e anche della persona più autorevole che è Catena stessa, abbiamo fatto un buon lavoro nella trasposizione”.   

Catena Fiorello è stata presente sul set durante le riprese?

“È stata una scelta di Catena quella di non venire sul set. Credo sia stato per scongiurare del tutto il rischio che io potessi sentirmi condizionato in qualche modo dalla sua presenza. Per evitarmi un po’ di ansia da prestazione magari!  Ovviamente a me avrebbe fatto tanto piacere invece. È vero però che un regista che va incontro ad una trasposizione cinematografica, avverte questa grande responsabilità. Come dico sempre a Catena, il risultato più importante e più gratificante che un regista può ottenere nella trasposizione di un romanzo, è che il film piaccia allo scrittore del libro. È un po’ la stessa incognita a cui va incontro un direttore d’orchestra quando interpreta l’opera di un compositore: immagino si chieda costantemente se quest’ultimo l’aveva pensata in quel modo! Nei film è lo stesso, è quasi impossibile riprodurre sullo schermo le atmosfere che lo scrittore immaginava quando creava la storia. Nel nostro caso, Catena non fa che commuoversi ogni volta che vede il film, quindi suppongo di aver centrato l’obiettivo”.

Che messaggio vuole dare “Picciridda”?

“Ritengo che i messaggi di ‘Picciridda’ siano molteplici e che il film abbia diversi livelli di lettura. Riguardo alla storia, dico sempre che è un film per gli uomini, affinché prendano coscienza delle ripercussioni che uno sfogo momentaneo o un comportamento violento in generale, non necessariamente fisico ma anche psicologico, possa avere nella vita di una donna. Ma è anche una storia di affetti, di famiglie che si separavano allora come si separano oggi in tutto il mondo per riuscire a sopravvivere. Una storia di persone qualunque che poi giocano in positivo o in negativo un ruolo fondamentale nella nostra vita. Di affetti che davamo per scontati quando erano con noi e di cui abbiamo capito l’importanza solo quando li abbiamo persi. Di nostri cari che riescono a salvarci anche se sono morti da tempo. Dell’attaccamento alla nostra terra e alle nostre radici che rende ancora più complesso e doloroso dover andar via per trovare lavoro. Al di là della storia, mi piace pensare che la stessa realizzazione di questo film, il modo in cui è stato fatto, lanci un messaggio importante. È un film povero, senza ostentazioni, senza buonismi o facili stratagemmi per conquistare il favore del pubblico. È un film semplice, sincero, realizzato con passione da chi ci ha creduto e ci ha lavorato anche solo per farne parte. È un film meritocratico così come è stato il suo percorso fino ad ora, senza spinte di alcun tipo nella dura salita (e nel duro periodo in cui è incappato), ma fiducioso di potercela fare da solo, con le proprie forze, e far parlare di sé solo perché piace e basta.  È la prova empirica che volere è potere, anche senza aiuti e sostegni. Ma se poi il film piace alla gente, forse valeva la pena aiutarlo e sostenerlo un po’ di più in fase di produzione”.        

Cosa ti ha colpito del libro di Catena?

“Il libro mi ha colpito sin dalle prime pagine, ancor prima di finirlo e poter valutare la storia nella sua interezza. Racconta di persone, luoghi, colori, sapori, odori, che conosco bene perché sono quelli della mia terra. Mentre lo leggevo, il legame con esso cresceva di pagina in pagina. E dentro di me pensavo: ‘sì, mi ricordo; è vero è così’. L’impeccabile capacità descrittiva di Catena ha reso facile visualizzare tutto il film già dalla prima lettura del libro”.     

Lo stato di salute del cinema italiano? Anche alla luce di questo blocco forzato…

“Ciò che è capitato è un disastro per tutti. Così come quasi tutti i settori, il cinema è stato colpito senza pietà. Mi auguro solo che il governo intervenga in modo decisivo per far sì che il duro lavoro, gli investimenti, le energie che hanno impiegato le produzioni, soprattutto le più piccole che non potevano neanche permetterselo ma che lo hanno fatto solo perché credevano tanto nel loro film, non si disperdano nel nulla e non si dica ‘pazienza’”.   

Hai già nel cassetto un progetto per un prossimo film?

“Sì ci sono delle idee per prossimi progetti ma per adesso sono ancora troppo coinvolto e impegnato nel percorso, spero ancora lungo, di ‘Picciridda’”.

Non si diventa registi per caso. C’è tutto un percorso da seguire. Il tuo qual è stato?

“La passione per il cinema c’è sempre stata sin da piccolo (quando con gli amici realizzavo scenette e corti artigianali) ma non ho mai avuto il coraggio di farne la mia unica fonte di guadagno. Dopo la laurea in Giurisprudenza mi sono trasferito a Roma dove ho studiato regia. Nel frattempo, facevo la spola settimanale tra Roma e Palermo per ottemperare alla mia pratica legale. Nel tempo ho realizzato spot, corti, mediometraggi e poi infine il lungometraggio per il cinema, per la cui realizzazione mi ci sono voluti circa sette anni di vita. Spero almeno che, dopo questi sforzi, il mio film sviluppi una forte immunità al virus e riesca a raggiungere il maggior numero di persone possibile”.

(Nella foto il regista Paolo Licata insieme a Ileana Rigano, zia Pina, scomparsa di recente)

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