12/06/2022
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Peter Demetz: La scultura del silenzio

di Marisa Iacopino

Un alfabeto plastico che trova la propria ispirazione da fonti reali, gesti quotidiani e fugaci catturati nel turbinio della vita e che l’arte scultorea immortala in istanti essenziali. E’ così che i soggetti modellati da Peter Demetz assurgono a figure uniche, irripetibili. Abbiamo chiesto all’artista, che vive e lavora a Ortisei, di raccontarsi.

Per plasmare le forme usa il legno. Qual è il rapporto con la materia grezza, e come sceglie il legno da scolpire? 

“La Val Gardena è famosa per i suoi 400 anni di tradizione nella scultura lignea. Nelle vicinanze di casa mia ero circondato da scultori e intagliatori del legno. Questo bellissimo materiale, con i suoi profumi, la sua naturalezza, i colori e la superficie calda, mi è da sempre piaciuto. Per me era naturale iniziare a lavorare il legno. Dopo la mia formazione e l’approccio al mondo dell’arte, la scelta di usare il legno è diventata più consapevole. Ho provato altri materiali, ma nessuno aveva le caratteristiche così adatte al mio lavoro. Si tratta, quasi esclusivamente, di legno di tiglio, che appunto ha le caratteristiche più idonee alla mia scultura”. 

Il luogo dov’è nato, pensa l’abbia influenzata?

“Sicuramente! Se fossi nato altrove, difficilmente avrei fatto questo percorso. Tutto inizia nell’infanzia, quando entrando nei laboratori degli intagliatori e scultori del mio paese, Ortisei, vidi come facevano nascere dal legno di cirmolo delle figure con le loro mani. Rimasi talmente affascinato che nacque in me il sogno di diventare scultore anch’io. Durante la mia formazione artistica, avendo conosciuto le opere di Tilmann Riemenschneider, Gian Lorenzo Bernini e Ignaz Günther mi resi conto che la scultura è il mio mondo”.

Per certi aspetti, le Sue opere ricordano i quadri di Hopper, fotogrammi di un’umanità colta in istanti di sospensione,  di intima solitudine… E’ improprio il giudizio?

“Assolutamente no. Anche se io preferisco sostituire la parola solitudine con pace o silenzio. Lo spazio, la luce, il silenzio, l’atemporalità. Io come autore non devo disturbare l’intuizione, l’immedesimazione, la libertà dell’osservatore. Se le persone che raffiguro sono di una naturalezza credibile, nel senso che noi vogliamo credere che esistano davvero, tutto il resto, in gran parte almeno, deve essere indefinito. Ho bisogno di questo contrasto, del silenzio. Altrimenti le mie opere rimarrebbero delle citazioni, fotoricordo. L’autore norvegese Erling Kagge ha scritto un libro dal titolo “silenzio”, sono tentativi di spiegare cosa sia il silenzio, dove lo troviamo. Lui sostiene che il silenzio è soprattutto una condizione mentale, una stato che possiamo trovare dentro di noi. Ebbene, io ho sempre cercato nella mia scultura questo silenzio interiore”.

La scelta di porre i soggetti di spalle, senza che incontrino lo sguardo dello spettatore, o al più osservati attraverso uno specchio, è un elemento che rimanda a una privacy violata, come se il fruitore dell’opera fosse un voyeur…  L’atto artistico è in qualche modo un oltraggio all’intimità del reale?

“Non penso, semplicemente perché credo che alla fine stiamo guardando a noi stessi.  Con pochissime linee, quasi sempre orizzontali e verticali, e soprattutto con l’utilizzo della luce, creo uno spazio fittizio. Siamo noi spettatori ad immaginarlo, a vederlo a seconda delle nostre esperienze visive nel mondo reale. Le persone nelle mie opere, preferisco chiamarle persone e non figure, hanno questo ruolo importante di dare credibilità alla scena. Ci invitano a seguirle nel loro mondo privo di distrazioni, nel quale noi restiamo solo noi stessi, senza tempo e soli a guardarli, e a guardare lo spazio nel quale sono presenti. Questo spazio diventa il nostro spazio, il silenzio dove possiamo ascoltare noi stessi, dimenticando le mie sculture. L’atto artistico, dunque, è un riflesso, uno specchio della nostra realtà individuale”.

C’è un artista del passato, o del presente, che le è stato da riferimento, ovvero a cui si è ispirato artisticamente? 

“Se devo sceglierne uno, è Tim Eitel”.

Particolarmente, colpisce l’energia della donna che esce dall’acqua, il dinamismo di questa creazione rispetto ad  altre opere in cui sembra fissare il momento contemplativo/meditativo…

“La serie con il tema del mare effettivamente si distingue dalle mie altre opere. Per me, sin da bambino, il mare è sinonimo di libertà. Con i miei genitori vacanza significava mare. Durante la vacanza al centro di tutto, per me, stava il mare, quest’acqua salata, questa natura immensa. Tuttora, entrare in mare è un momento veramente speciale, cosi come stare sul bagnasciuga ad osservarlo. Questa serie di opere sono un ricordo, un riappropriarmi di quei momenti, tra desiderio e nostalgia”.

L’arte è al servizio dell’artista, o viceversa? 

“Penso che sono io a decidere, anche se quasi sempre “di pancia”, ma ciò che faccio viene da me. Creo spazi, persone, luci… è tanto lavoro, dedizione. L’arte viene dopo, a opera completata, quando le persone la osservano e fanno nascere una cosa nuova. Una simbiosi tra l’opera che propongo e la percezione dell’osservatore. Da lì in poi può essere arte”.

Come definirebbe con una parola la Sua opera scultorea, e di conseguenza se stesso?

“Non riesco, mi perdoni, ma una parola non basta: silenzi, riflessioni e coscienza”.

Dove possiamo ammirare le sue opere in mostra? 

“Le mostre del 2022 si sono appena concluse con la mostra “Gazing of tranquility” nel Guangdong Art Museum a Guangzhou. Ma ci sarà un evento speciale a Roma, il 31ottobre, dove sarà esposta l’opera “Il trionfo della memoria” creata, in collaborazione con la fondazione Falcone, per il trentennale delle stragi mafiose a Palermo. I prossimi appuntamenti sono le fiere, da Estampa a Madrid, a PAN a Amsterdam e poi Art Miami. La prossima mostra personale si inaugurerà a metà marzo 2023 a Lucerna in Svizzera”.

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