Ranzie Mensah: Il canto è preghiera


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Ranzie Mensah, l’affascinante principessa del popolo Fanti del Ghana, è una raffinata interprete di musica gospel e soul che ha la straordinaria capacità di coinvolgere ed emozionare il pubblico con la sua voce profonda, calda e sensuale.

di Donatella Lavizzari

Nei suoi concerti musica, espressività corporea e danza si mescolano armoniosamente sfiorando la pièce teatrale. Grazie all’intensità delle sue performance e alla sua forte presenza scenica, Ranzie ci avvolge in una miscela preziosa di suoni e parole dalle sfumature variopinte.

Ciao Ranzie, quanto sono importanti le radici culturali per te?

“Le radici culturali hanno importanza per l’essere umano come le radici sono importanti per l’albero. L’albero ha bisogno delle radici per crescere ma deve anche spiegare i propri rami nella direzione opposta, verso il sole. Se l’albero dovesse ‘chiudersi’ in se stesso, ovvero cercare di crescere nella stessa direzione delle sue radici, morirebbe. Nello stesso modo l’essere umano, pur riconoscendo le proprie radici, deve aprirsi all’altro, al mondo, all’intero universo,  altrimenti la sua realtà si atrofizzerebbe e la sua cultura morirebbe”.

Tu hai condiviso il palco con Miriam Makeba che ha portato in giro per il mondo la storia delle sofferenze ed ingiustizie  del vostro Paese d’origine, che cosa ha rappresentato per te “Mama Africa”? 

“‘Mama Africa’ è stata il mio mentore. A parte la sua voce e la sua musica, ciò che rappresenta per me è la capacità e il coraggio di un artista di usare la sua arte per difendere i principi dell’uguaglianza e della giustizia anche a costo di sacrificare i vantaggi della propria carriera o della propria vita. Questo è ciò che ha fatto Miriam Makeba. E’ stata esiliata dal proprio paese per oltre 30 anni per la sua lotta contro l’apartheid, è stata dichiarata persona non gradita in diversi paesi del mondo per le sue dichiarazioni contro l’ingiustizia che regnava nel sud Africa e la sua brillante carriera negli States è stata stroncata negli anni sessanta per la sua unione con il “black panther” Stokeley Carmichael. Miriam Makeba è morta sul palcoscenico a Castel Volturno cantando ancora una volta per la giustizia. Io vorrei seguire questo esempio nella mia vita di cantante”.

Durante la tua lunga carriera ti sei esibita in numerosi concerti in Africa, Europa e Nord America, qual è stato il live più emozionante?

“E’ veramente difficile dirlo perché sono stati molti i concerti emozionanti. Sicuramente ha significato molto per me cantare per i premi Nobel per la Pace all’auditorium di Santa Cecilia a Roma. La pace è un argomento che mi interessa particolarmente e ogni volta che sono chiamata a cantare per questo ideale mi sento onorata”.

Con la tua musica ed i tuoi progetti interculturali sei da sempre socialmente impegnata a diffondere messaggi di pace, ce ne vuoi parlare?

“Il mio percorso di vita è stato interculturale. Sono nata nel Ghana. All’età di 5 anni siamo andati a vivere negli Stati Uniti e poi in Inghilterra per poi trasferirci in Zambia e poi in Uganda. Frequentavo scuole internazionali dove i miei compagni provenivano dai 5 continenti. Ho viaggiato in tanti paesi ed ho voluto dedicare la mia espressione artistica all’avvicinamento dei popoli perché oltre le differenze abbiamo tante cose in comune. Nelle scuole con i bambini da 3 a 12 anni presento progetti interculturali dove racconto l’Africa attraverso le fiabe, la danza, il canto, i proverbi, le ninna nanne perché queste espressioni sono comuni a tutti popoli e culture della terra. I bambini sono il nostro futuro ed è importante prepararli a questo intreccio di culture e di popoli che ormai è un processo inarrestabile. In una scuola materna ho chiesto ai bambini che mi guardavano con tanta curiosità: ‘Bambini, secondo voi, perché Ranzie è nera?’. Una bambina di tre anni mi ha risposto: ‘Perché hai mangiato troppo cioccolato!’. Questa purezza, comune a tutti i bambini del mondo, è un patrimonio, un ispirazione costante per me”.

Quanto ritieni sia importante stimolare l’interesse dei giovani alla musica ai fini di una formazione culturale e spirituale?

“Frederick Nietzsche diceva ‘Senza musica, la vita sarebbe un errore’. Io dico che sarebbe un grave errore non introdurre la musica nell’educazione giovanile. Numerosi grandi filosofi e pensatori, da Einstein a Kennedy, hanno riconosciuto che la musica va oltre il semplice intrattenimento. Secondo la cultura africana, la musica eleva e purifica lo spirito, celebra la vita, è un ringraziamento per tutto ciò che abbiamo e ci permette di raccontare la nostra storia alle generazioni future. Eric Anderson dice: ‘E’ soltanto introducendo i  giovani alla grandezza della letteratura, dell’arte drammatica e della musica e all’emozione della grande scienza che possiamo offrire loro tutte le potenzialità che sono dentro lo spirito umano e permettere loro di avere visioni e di sognare’”.

Il fascino di un luogo influenza la rappresentazione, la nutre di contenuti e ne  viene a sua volta impregnato, dove ti piacerebbe esibirti?

“Mi piacerebbe esibirmi all’Apollo Theater di Harlem perché è il tempio della musica dei neri che sono stati portati in America dall’Africa come schiavi, cantando le loro sofferenze e le loro speranze. E’ il tempio dei negro spirituals, del gospel, del soul, del blues e del jazz. Dice Paul Whiteman: ‘Il jazz è arrivato in America trecento anni fa in catene’”.

Paolo Conte è rimasto talmente affascinato dalla tua voce che ti ha fatto interpretare il suo brano “Don’t Break My Heart”, come è stato l’incontro con questo grande cantautore?

“C’è stata da subito una grande intesa tra noi. Io ero innamorata della sua musica e del suo stile inconfondibile. Dopo un suo concerto a Caracalla, é venuto a sentirmi all’anfiteatro di Asti, abbiamo cenato insieme e successivamente mi ha invitato a casa sua. Paolo Conte è un personaggio grande ed umile”.

Il tuo prezioso lavoro , un album di 12 brani, “Just a Dream”, come è nato ? 

“Il CD ‘Just a Dream’ è nato innanzitutto con un desiderio di fare una raccolta di alcune delle più belle canzoni del repertorio gospel. Il gospel è la musica della mia anima. Con il gospel mi spoglio di ogni cosa e esprimo quello che sono veramente: sono innamorata del divino, della trascendenza (ma con i piedi per terra). ‘Just a Dream’ è anche il lavoro della maturità e attraverso questo lavoro lascio al mondo tutto ciò che desidero esprimere”.

Quale messaggio vorresti che fosse trasmesso attraverso la tua musica?

“Il grande filosofo e scrittore Leo Tolstoy diceva ‘La musica è la stenografia dell’emozione’. Attraverso la mia musica voglio soprattutto trasmettere l’emozione e la gioia della vita in tutte le sue sfaccettature. Vorrei essere al servizio degli altri quando canto, rimuovere i brutti pensieri, portare un briciolo di speranza, innalzare  le anime, proporre un sorriso e avvicinare i popoli. Queste parole del Dr. Max Bendiner esprimono bene il concetto: ‘La musica potrebbe compiere la più grande di tutte le missioni: potrebbe essere il legame tra le nazioni, le razze… potrebbe unire ciò che è sconnesso e portare la pace a ciò che è ostile’ ”.

Progetti?

“Inizierò presto la produzione del mio nuovo cd e sarò impegnata in alcuni concerti in Italia e all’estero con  un tour in Canada la prossima estate. Inoltre, ho recentemente pubblicato una fiaba africana intitolata ‘Le lacrime della regina leonessa’ (Edizione Rediviva di Carrara), un racconto non solo destinato ai piccoli che parla di amore, di unione, di amicizia e di determinazione”.


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