Renzo Mario de Ambrogi: “Mille vite in una sola”


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La sua è stata una vita “movimentata” e ricca di avvenimenti. E’ stato direttore generale per la creazione del settore profumo per il gruppo Gucci e successivamente direttore generale internazionale della Gucci Accessory Collection

di Marisa Iacopino

Ha trascorso la vita tra i profumi e il mondo della moda, ricoprendo incarichi influenti in aziende che gli hanno conferito fama e prestigio. Ambizioso ed eterno sognatore, ha sempre osservato il cielo inseguendo un sogno: diventare il numero uno. Oggi continua a guardare in alto, con lo sguardo fiero del bambino che ce l’ha fatta. Si è raccontato in un libro che ha il sapore di un romanzo. “Mille vite in una sola”, autobiografia di Renzo Mario de Ambrogi, uscito per Viola Editrice.

Partiamo dalla fanciullezza. Tu, giovane balilla, presto ti accorgi che “la guerra non è più un ideale, ma un carro pieno di pezzi di corpi”.

“E’ vero. In quel periodo, siamo nel 1940, nelle scuole ci insegnavano che inglesi e francesi erano i nostri nemici. Noi tutti ci sentivamo “italiani” con uno spirito patriottico che solo chi è vissuto in quell’atmosfera potrebbe capire. Ben presto, però, ci accorgemmo che il grande sogno di conquiste svaniva giornalmente, e la nostra convinta italianità divenne ‘sofferenza, fame distruzione delusione e morte’. Ci si confondevano le idee: i nostri amici tedeschi invasero il paese trattandoci ferocemente, con deportazioni e uccidendo senza pietà. Quelli che invece sembravano i nostri ultimi nemici, gli americani, si mostrarono subito i migliori amici, e solo grazie a loro fummo liberati da una logorante guerra”.

Un leit motiv che, fin da ragazzino, ti ripeti è: “io non ho paura”. Davvero non avevi paura?

“Non puoi avere paura quando sei riuscito a sopravvivere in un inferno indescrivibile, in un’infanzia in cui non vi era certezza di arrivare a sera.Oltre quattro anni di bombardamenti, macerie e morti ovunque, il passaggio del fronte, e alcuni compagni di scuola fucilati perché ebrei… Come si può pensare di avere paura? Ero ancora un bambino. I nazisti non tenevano conto dell’età. Venni catturato e fatto salire su di un camion delle SS insieme ad altri uomini, ma grazie alla mia agilità riuscii a scavalcare le spallette del camion e fuggire tra le grida di un militare che mi intimava un halt halt…”.

Fu con gli americani la tua prima esperienza lavorativa.

“Sì. Entrai a far parte del US Military Army al Depot E2L76 di Tirrenia, divenuto successivamente Camp Derby, ma la mia passione era di fare il giornalista e così fu. Divenni Corrispondente della Stampa Internazionale (Associated Press), e dopo circa due anni lasciai tale incarico entrando nel settore della cosmesi e dei profumi francesi”.

Il profumo ti mette in contatto con una delle Case di Moda italiana tra le più importanti al mondo.

“A seguito della mia esperienza e affermazione nel mondo dei profumi di lusso, venni chiamato dalla Gucci dove mi fu affidata la direzione generale per la creazione del settore profumo dello stesso gruppo. Conclusa brillantemente questa operazione, venni passato alla moda: Gucci Accessory Collection, assumendo la direzione generale internazionale. Un mondo affascinante, fino ad allora sconosciuto, che mi diede la forza per un impegno che mi avrebbe portato in vetta alla più grande Griffe della moda mondiale”.

Un ricordo di Aldo Gucci? 

“Quando mi telefonò da New York dove risiedeva, chiedendo di potermi incontrare per parlarmi dell’idea di creare un profumo con il loro nome, non provai molto interesse. Ma al primo incontro, valutai in Aldo Gucci un carisma eccezionale.  Di uomini così ne nasce uno ogni cento anni”.

La famiglia Gucci a un certo punto si sfalda in una faida che li porta ad autodistruggersi. Quale è stata la lezione appresa da quell’esperienza?

“Il tramonto della più prestigiosa ‘famiglia fiorentina’, e non il nome Gucci, avvenne per un’assurda guerra tra cugini per la conquista della poltrona presidenziale. Una guerra ben nota in tutto il mondo, senza esclusione di colpi, che fece parlare media e tv di ogni continente. E’ stata una triste esperienza, perché proprio a me venne affidato il delicato compito di seguirla al fianco di decine di legali che ci rappresentavano. Ma l’impossibilità di risolverla era evidente: una parte aveva il 47 per cento delle azioni e l’altra parte il 53 per cento. L’uccisione di Maurizio Gucci completò l’autodistruzione”.

Quanto ha contato l’amore nella tua vita? 

“Mia moglie Rosanna mi è sempre stata di grande aiuto, poiché capiva i massicci impegni internazionali che mi portavano in alcuni periodi nei cinque continenti. In fondo, lavoravo per il bene di tutti noi”.

Quale città del mondo ha significato di più nella tua vita?

“New York Tokyo Sidney Pechino Hong Kong e tante altre non rappresentavano una preferenza, mi sono sentito ‘cittadino del mondo’, ma quando il comandante dell’aereo in cui mi trovavo al ritorno in Italia annunciava la fatidica frase: ‘tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto di…’, mi sentivo fiero di essere italiano!”.

“La mia luce è la luce di un’epoca, di una singolarità messa sempre a disposizione del noi. Noi, il Novecento, i capitani d’industria”, recita una pagina del suo libro, e lui, al timone di colossi industriali, è stato un grande capitano che ha saputo vivere “Mille vite in una sola”.


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