Riccardo Cavallo: “Il teatro come materia didattica”


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E’ uno degli esponenti più preparati del teatro italiano. In questa intervista ci parla dei suoi lavori e della ricetta per far crescere il suo settore, a partire dai giovani

di Paolo Paolacci

Mentre l’Italia sta rischiando di disabituarsi al teatro e forse non le vuole bene, un regista  con la sua necessità e la sua curiosità di teatro, continua la ricerca di un nuovo linguaggio letterario che riesca a portare la fisicità della letteratura e mantenere  tutto il valore della letterarietà.
Riccardo è un periodo impegnativo…
“Effettivamente i giorni che precedono il debutto sono sempre molto intensi, sia dal punto di vista pratico che emotivo. Ora che abbiamo debuttato va decisamente meglio”.
Cosa stavi facendo a teatro e che cosa stai preparando per la Rai?
“Fino al 24 febbraio siamo stati al teatro Stanze Segrete con ‘L’Eredità di Eszter’, un omaggio al grande Sandor Marai, interpretato da alcuni degli attori con cui collaboro da anni, come Claudia Balboni, Nicola D’Eramo, Martino Duane ed Elisa Pavolini. Lo spettacolo porta in scena la storia di un’attesa: Eszter aspetta il ritorno dell’amato Lajos, che vent’anni prima l’ha impunemente abbandonata, dilapidandone il patrimonio, e che, altrettanto impunemente, ritornerà per portargli via anche l’ultima ricchezza, la speranza. Per quanto riguarda la Rai come sai da molti anni collaboro con Rai Uno e fino a giugno sarò impegnato in un programma di approfondimento”.
Come stai vivendo questa situazione evolutiva della tua professionalità?
“Il mio percorso teatrale in questi anni si può sostanzialmente descrivere come una continua ricerca in campo letterario. Soprattutto nelle mie ultime produzioni, ho cercato di trovare nella letteratura del ’900 una chiave di lettura teatrale, un nuovo linguaggio che mi permettesse di dar vita, carne e sangue alla pagina scritta, senza comprometterne la letterarietà. Tra gli autori affrontati, cito senz’altro James Joyce, Virginia Woolf, Karen Blixen, fino all’ungherese Sandor Marai, dal quale avevo già tratto un mio precedente spettacolo ‘Le Braci’ ”.
Che differenza c’è tra lo spettatore di qualche anno fa e quello di oggi?
“Fino a vent’anni fa l’abitudine ad andare a teatro era ancora abbastanza radicata. Ricordo le lunghe file che si facevano davanti ai botteghini dei grandi teatri per prendere i biglietti perché ogni sera c’era il tutto esaurito, ad esempio per gli spettacoli di Strehler o di Enriquez. Adesso non è più così, non mi capita più di entrare in un teatro e trovarlo pieno, se non per rarissimi spettacoli, quasi sempre di registi stranieri. Non c’è più la tradizione. Il gusto del teatro, del vestirsi e dell’uscire di casa per andare a teatro, è sempre più raro, soprattutto tra i giovani”.
Cosa bisognerebbe fare per i giovani per attirarli a teatro?
“Il teatro dovrebbe essere materia didattica, regolarmente inserita in tutte le scuole, già dalle elementari; cosa che accade in molti paesi europei, come ad esempio l’Inghilterra, nei quali l’affluenza di pubblico a teatro è infatti rimasta abbondante e pressoché costante nel tempo”.
Qualcosa in più di te: quali sono i tuoi hobby, o le tue necessità irrinunciabili?
“Sicuramente una mia necessità irrinunciabile, che è poi la molla che mi ha portato a fare questo mestiere, è assecondare la mia curiosità. Sono sempre stato molto curioso, fin da bambino. Sia dal punto di vista umano, dalle persone che conosco a quelle che mi capita d’incontrare durante la giornata, sia dal punto di vista artistico e culturale. Leggo di tutto, cerco sempre di tenermi aggiornato e di approfondire qualunque argomento attiri il mio interesse, eppure alla fine mi sento più affamato di prima. La curiosità è voracità, me ne rendo conto, però è proprio quella che mi dà slancio, che mi permette di fare quello che faccio”.
Cosa pensi veramente del teatro in teso proprio come sviluppo socialmente utile e cosa sarebbe opportuno fare da subito?
“Il teatro è storicamente nato per essere utile alla società, ma negli anni si è trasformato e oggi, soprattutto in Italia, lo è diventato sempre meno. Non mi ricordo chi ha detto ‘l’Italia non vuole bene al teatro’, ed è così purtroppo. Nella migliore delle ipotesi si può dire che vivono da separati in casa. Ci vorrebbe una volontà politica forte per ribaltare le cose, a cominciare, come già dicevo, dai bambini. Il teatro dovrebbe finalmente incrociarsi col sistema scolastico, per uno scambio più organico di quanto non ci sia adesso. Ci vorrebbe una visione più illuminata da parte delle istituzioni ma attualmente quelle poche iniziative teatrali che si hanno nelle scuole sono dovute all’entusiasmo e all’iniziativa personale di qualche raro “santo” professore o professoressa. Non si può andare avanti così, dev’esserci alla base la volontà dello Stato, non solo del singolo”.
Un saluto per i nostri lettori
“Grazie a tutti, alla prossima!”.


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