Roberto Dell’Aquila: Con la testa e con il cuore


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Ci sono individui che pongono la loro esistenza al servizio degli altri. Uomini e donne impegnati in attività di assistenza a persone con difficoltà psico-fisiche, che svolgono il proprio lavoro con passione e zelo, restando spesso nell’anonimato. Stiamo parlando degli operatori sociali, professionisti delle relazioni  di aiuto.

di Marisa Iacopino

A tal proposito, abbiamo incontrato Roberto Dell’Aquila.

“Sono nato a Torino ma da molti anni vivo e opero a Roma. A nome della Cooperativa per cui lavoro, e per conto della Asl e del Municipio, negli ultimi anni mi occupo di assistenza domiciliare a persone con disabilità fisica, psichica o con ritardi mentali. Durante la settimana, accudisco e aiuto nell’igiene personale e nella qualità della vita una decina tra ragazzi e adulti”.

Da quanto lavori in  questo ambito?

“Sono impegnato nel sociale dal 1994. Prima lavoravo in fabbrica. Sono nato nel 1970 e mi considero uno di quei fortunati che a Torino hanno potuto godere ancora giovanissimi del lavoro, quello vero, in fabbrica, in grandi aziende o in piccole imprese artigiane. Sono stato operaio metalmeccanico, tornitore e fresatore. Poi nel 1994, ho deciso che quell’esperienza era terminata, e mi sono messo alla ricerca di un altro lavoro. Causalmente ho iniziato a lavorare per una cooperativa sociale di Torino, nata negli anni 80-90 del novecento sulla scia della chiusura del manicomi, quindi della legge Basaglia, per fornire la possibilità dell’inserimento lavorativo a persone che uscivano dal circuito manicomiale e, di conseguenza, soggetti fragili e a rischio di emarginazione. C’erano inoltre detenuti in semi libertà, ex tossici, e tutte quelle persone con disabilità che rientravano all’interno della progettualità”.

Tu cosa facevi nello specifico?

“Nella fattispecie mi occupavo del verde pubblico. Facevo parte di una grande squadra che aveva in gestione tutto il verde di Torino e della Provincia. Nel corso degli anni, imparando il mio lavoro, ho imparato anche a fare bene l’operatore sociale, perché dovevamo svolgere un lavoro di qualità con persone disabili, o con soggetti che presentavano problematiche sociali diverse. Poi, terminata l’esperienza torinese, mi sono trasferito a Roma e ho continuato a lavorare nel sociale. Questo, di fatto, si è rivelato il lavoro per cui penso di avere un’attitudine”.

Quindi, parte tutto da un’inclinazione?

“Io la chiamo vocazione, ma senza volerla spiritualizzare. E’ un lavoro che faccio bene, mi produce benessere, e mi dà la possibilità di sentirmi ‘senso’ su questa terra.  Ho lavorato con gli immigrati nei centri di accoglienza, con i rifugiati politici, quindi con la disabilità,  come in questo momento. Quotidianamente, entro in stretto contatto con le persone, e da questo lavoro imparo tante cose; ne ho tratto, e continuo a trarne, un’esperienza fondamentale di vita”.

Ti senti un lavoratore tutelato?

“Questo lavoro andrebbe valorizzato sia dai politici che dagli amministratori locali, perché siamo decine di migliaia, in Italia centinaia di migliaia di persone, che si occupano di sociale in quello che si chiama terzo settore, però abbiamo tanti problemi. Uno dei più importanti è che guadagniamo pochi soldi: 6,50 al massimo 7,50 euro l’ora a fronte di un lavoro intenso, di grande responsabilità, pesante emotivamente e psicologicamente. Insomma, abbiamo ancora tanto da conquistare, anche perché sono dell’idea che, se fatto con determinazione e consapevolezza, siamo figure molto importanti, degli operatori della salute”.

Tu ti relazioni con soggetti differenti a cui offri la tua professionalità, e da cui nel contempo ricevi qualcosa. Conservi il ricordo di tutti i tuoi incontri?

“Negli ultimi anni, in virtù delle tante persone conosciute, ho maturato un desiderio, dare voce alle tante persone conosciute in oltre vent’anni di lavoro nel sociale tra Torino e Roma. Tanti di questi ragazzi oggi sono adulti come me. Ho incontrato persone eccezionali dotate di creatività, artisti che hanno avuto il coraggio e la tenacia di continuare a seguire le loro passioni, e oggi sono pittori, scultori. Tutte storie da raccontare.  Ma vorrei dare voce anche a quelli più ‘anonimi’ che non hanno avuto una possibilità,  perché non avevano competenze particolari per emergere, e  che però mi hanno lasciato qualcosa dentro, dettagli di un’umanità che è importante ricordare. Ecco, vorrei raccontare tutto questo in un libro, per dare un senso al lavoro che ho fatto, e a quello che ancora si può fare”.

C’è qualcosa che bolle in pentola? 

“Direi proprio di sì! Qualche anno fa, in occasione della sostituzione di un collega che era in ferie, ho avuto la fortuna di conoscere una persona speciale, Luca Bucchi. Abbiamo subito scoperto di avere tante passioni in comune: la pittura, la passione per il volo… e poi il biliardo, per cui stiamo avviando un fantastico progetto insieme…”.

E’ un vulcano d’entusiasmo e motivazione.  Parla con la testa e con il cuore, Roberto, ma lo fermiamo, perché “questa è un’altra storia  e  dovrà essere raccontata un’altra volta”.


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