Roberto Pedicini


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La voce di Javier Bardem

E’ uno dei doppiatori più noti in Italia. Ha prestato la sua voce a molti attori stranieri. In questa intervista spiega come prima di diventare doppiatore è necessario essere un attore

di Sergio Bassi

Roberto, come è nata la tua passione per il doppiaggio? 

“Ho iniziato a fare radio a 16 anni, poi sono nate le prime emittenti televisive private ed io iniziai a fare lo speaker pubblicitario per una televisione di Pescara. Feci il provino e venni scelto, cominciando a gravitare pian piano nell’ambiente televisivo. Poi un direttore di questa emittente, Elia Iezzi, il quale era appassionato di cinema e doppiaggio, ideò una trasmissione serale sullo stile “Bontà loro” di Costanzo, che prevedeva un dibattito tra due o tre persone al massimo, ed ogni settimana invitava dei doppiatori famosi: Peppino Rinaldi, Ferruccio Amendola, Pino Locchi, Pino Colizzi, e tanti altri. Io andavo sempre a vedere le registrazioni delle puntate, e lentamente mi appassionai al doppiaggio, ritenendo che l’uso della voce fosse la cosa che più mi si confaceva. Di lì a poco Iezzi mi fece fare un provino presso una cooperativa di doppiaggio chiamata Sinc e dal 1980 ho iniziato a spostarmi a Roma”.

C’è una figura che ti è particolarmente cara, che ritieni ti abbia ispirato in qualche modo?

“Devo dirti la verità… no. Da ragazzino, a 16 anni, mi ispirai ad un dj radiofonico, quindi lì ci fu una sorta di emulazione ma nel tempo ho capito che ognuno di noi ha delle peculiarità che possono farti emergere e distinguere dagli altri. E’ quello che insegno anche ai ragazzi della mia scuola di doppiaggio, l’Accademia del Doppiaggio, diretta con l’amico doppiatore Christian Iansante. La professione di doppiatore è propedeutica a quella di attore. Prima di tutto, bisogna essere un bravo attore”.

Il tuo primo ruolo importante?

“Il primissimo ruolo di rilievo lo feci in una serie televisiva, ‘A-Team’, molto seguita negli anni ottanta. Io doppiavo un personaggio fantastico, un pazzo di nome Murdoch. Era una figura sullo stile di Jim Carrey, se vogliamo tracciare una sorta di parallelo con un attore contemporaneo. Era un ruolo eclettico, perché dovevo strillare, ridere, ma anche interpretare parti drammatiche. Fu anche grazie a quel ruolo che venni scelto dalla grande direttrice di doppiaggio Fede Arnaud, alla quale devo tutto. E’ stata la persona che mi ha insegnato a capire quello che avevo dentro di me e che potevo esprimere. Con lei doppiai un ancora sconosciuto Mickey Rourke in ‘Rusty il selvaggio’, un bellissimo film in bianco e nero di Coppola. Da lì in poi ho avuto ruoli sempre più importanti fino ad arrivare ad Amadeus, film che mi consacrò anche perché vinse otto Oscar se non ricordo male”.

A quale attore che hai doppiato sei particolarmente legato?

“Diciamo a due attori in particolare, anche se sono tre quelli che doppio abitualmente. Ad oggi quello che ritengo essere il più grande attore tra quelli che io doppio è Javier Bardem; ho iniziato a doppiarlo in ‘Carne tremula’ fino ai film più recenti. E’ straordinario, un grande trasformista, lo definirei il ‘De Niro di oggi’, per le sue abilità di immedesimazione nei vari ruoli. Il secondo in ordine di preferenza, anche perché nonostante sia un attore magistrale purtroppo non ha più interpretato ruoli di un certo rilievo, è Kevin Spacey. Poi ovviamente sono molto legato anche a Jim Carrey, un attore tecnicamente molto complesso e credo anche immeritatamente non totalmente apprezzato dallo star system americano”.

Oltre agli attori di cui abbiamo appena parlato hai doppiato anche Ralph Fiennes, Woody Harrelson e molti altri. C’è un attore che non hai doppiato e del quale ti piacerebbe essere la voce italiana?

“Più che altro dovrei dire che ‘mi sarebbe piaciuto’, poiché siamo una generazione diversa. E’ un attore che amo moltissimo, Jack Nicholson”.

Hai doppiato film, serie tv, cartoni animati. Quale ti appaga di più?

“A volte mi diverto anche facendo cavolate. Ho appena doppiato una serie di produzione americana-indiana, dove faccio un becero texano pazzo e perennemente a caccia di donne. Uno stronzo, ma veramente divertente. Anche nei vari film di Austin Powers e in molti di Jim Carrey mi sono divertito tantissimo. Ti devo dire però che la mia natura mi porta verso il genere drammatico, che sento più nell’anima. Sono un nostalgico, un malinconico”.

La tua più grande soddisfazione professionale?

“Ne ho avuto molte, ma credo che il doppiaggio di Ralph Fiennes in ‘Schindler’s list’, quello di Tom Hulce in ‘Amadeus’, di Kevin Spacey ne ‘I soliti sospetti’ e “’American Beauty”’, infine quelli di Bardem ne ‘L’amore ai tempi del colera’ e ‘Mare dentro’ sono quelle più importanti per me. Ognuna è diversa, ed ha la sua storia.

Qual è il tuo pensiero sulla televisione italiana di oggi?

“Questa risposta sarà drastica, tu mi conosci e lo sai. Trovo che sia insalvabile, orrenda. Le fiction sono recitate da attori pessimi, scelti in base a criteri quali la bellezza, i legami politici o la sessualità. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio: diciamo che in un numero x, per esempio di cento attori che gravitano all’interno della televisione pubblica, ottanta vengano scelti con i criteri che ho detto prima e gli altri venti lavorino per meriti e capacità. In Italia purtroppo si pensa (giustamente) che questo sia un lavoro fatto con criteri di ‘marchettonismo’ – ho coniato un nuovo termine? – che prescindono dalle vere capacità recitative. E questa è una cosa che mi fa arrabbiare, perché il mio pensiero va a tutti coloro che cercano di farsi spazio in questo mondo lavorando in modo onesto e senza scendere ad alcun compromesso, sessuale e non. Da questo punto di vista il doppiaggio è molto più meritocratico. Della televisione cambierei il 90 per cento dei palinsesti”.

I tuoi progetti nel prossimo futuro?

“Voglio continuare il mio lavoro di doppiatore ma allo stesso tempo diversificare alcune cose nella mia vita privata. Devo dirti che mi piace molto insegnare, cercare di trasmettere l’amore e la passione per la mia professione”.

Cosa consigli alle persone che vorrebbero intraprendere questa carriera?

“Bisogna studiare, lavorare, imparare perfettamente la dizione soprattutto se si vuole fare il doppiatore. In realtà una persona che ama veramente questo mestiere ha bisogno di poco impegno, perché basta la grande volontà di cui è dotata; in questo caso lo studio, l’andare a teatro, ovviamente non è mai un peso ma un piacere. Non ascoltate mai chi vi dice ‘che bella voce che hai, vai a fare il doppiatore’ o ‘che bella faccia, puoi fare l’attore’; serve altro”.

 

 

 


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