Roberto Ritondale: Sotto un cielo di carta


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Immergersi in un romanzo significa compiere un viaggio alla ricerca di ciò che si è o si vorrebbe eIsere, ovvero di ciò che si teme, misurandosi con tutto quello che si conosce. Per dirla con Pavese, l’opera d’arte ci commuove e si lascia comprendere soltanto finché conserva per noi un interesse, finché risponde a un qualche nostro problema, risolve insomma un nostro bisogno di vita pratica. Quanto mai efficace e attuale “Sotto un cielo di carta”, di Roberto Ritondale, romanzo in grado di permeare la contemporaneità, dando  forma alla paura di una minaccia incombente. Se letterariamente il libro rimanda a “1984”, l’opera di Orwell, più drammaticamente ci riporta ai nostri giorni colmi di orrore.

di Marisa Iacopino

In occasione della fiera “Più libri più liberi, abbiamo incontrato l’autore, invitandolo a raccontarsi:

“Ho cinquant’anni, sono un giornalista dell’ANSA e anche uno ‘scrittore ambulante’, perché ho lavorato e vissuto in molte città e perché accetto di presentare i miei libri a casa dei lettori, in cambio di un buon caffè. ‘Sotto un cielo di carta’,  pubblicato da Leone Editore, è il mio ultimo romanzo. Nel libro, un regime abolisce totalmente la carta, affinché tutto sia tracciabile. Ma un ex cartolaio, Odal Clean, combatte a modo suo per riconquistare la libertà. Una metafora ‘orwelliana’ sulla dittatura del web, una fiaba per chi ama la carta e la libertà”.

La storia si svolge in un Paese immaginario in cui la società è ipercontrollata. Se ciò divenisse realtà, come ci si salverebbe?

“In verità penso che il futuro sia già qui, che siamo già ipercontrollati: attraverso internet e i bancomat, attraverso le telecamere a circuito chiuso e i caselli autostradali, solo per fare qualche esempio. In particolare, alcuni siti e social network ci spiano e vendono le informazioni che ci riguardano (i metadati) alle grandi multinazionali e ai governi, come ha dimostrato Edward Snowden nel suo libro ‘Sotto controllo’. Non c’è salvezza, anche perché abbiamo ceduto un bel pezzo della nostra privacy nella speranza di ottenere in cambio una maggiore sicurezza collettiva. Sarebbe sciocco chiedere l’abolizione del web, al punto in cui siamo. Ma io mi auguro che si arrivi a un uso di internet più consapevole, e più moderato. È triste vedere un uomo e una donna al ristorante che, invece di parlarsi, controllano i propri cellulari. Così come è triste osservare che in treno o nella metro sono tutti con la testa china su smartphone e tablet”.

E’ da ingenui sperare che l’alta tecnologia informatica, al servizio della tirannide, non riuscirà a trionfare fintanto che esisteranno uomini come Odal?

“La lotta tra il male e il bene non avrà mai fine. Mi conforta sapere che il bene trionfa quasi sempre. E’ successo con tutti i sistemi totalitari, è accaduto con tutti gli imperi, e accadrà anche con il sedicente Stato Islamico dell’Isis. Perché alla fine gli uomini di buona volontà sono sempre la maggioranza”.

Crede che l’umorismo  possa cambiare il mondo, offrendo una prospettiva altra in grado di salvarci con un sorriso?

“L’umorismo, più che aiutare a cambiare il mondo, può aiutare a sopportarlo. Sono nato in Campania, figlio di un napoletano, e so quanto sia importante combattere fatiche, dolori e stress con un sorriso e una battuta: diventa tutto più lieve, anche quel peso oscuro che a volte ci soffoca l’anima”.

L’invenzione del suo universo narrativo le insegna a proteggersi dalle minacce ipotizzate?

“Si scrive anche per esorcizzare le proprie paure. Ho scritto il mio romanzo forse proprio per esorcizzare l’idea di un mondo senza carta, quella carta che io amo toccare, stropicciare e annusare. Quei fogli bianchi senza i quali non sarei in grado di scrivere”.

Secondo lei possiamo ancora liberarci del superfluo, o è divenuto tutto irrimediabilmente  necessario?

“Chi stabilisce cosa è superfluo e cosa è necessario? Per noi occidentali, probabilmente il consumismo che prima o poi imploderà perché ormai possediamo tutto, il necessario e il superfluo. Tempo fa, entrando in un negozio di elettronica, mi resi conto che avevo veramente tutto, tranne quell’aggeggio infernale per leggere l’e-book, che non comprerò mai. Perché, come dice uno dei personaggi del mio romanzo, “la carta è la casa naturale delle parole scritte”. A proposito, il mio romanzo non avrà mai una versione in e-book. Sarebbe un controsenso troppo grande!”.

Lei è un giornalista, oltre che scrittore. Da giornalista cosa la  spaventa di più e cosa proietta sulla carta nelle sue trame creative? 

“Mi spaventa la perdita di identità, della società e degli stessi giornalisti. Prima i mass media avevano appunto il compito di ‘mediare’: tra il politico e il suo elettore, tra l’artista e i suoi fan. Ora che artisti e politici si rivolgono direttamente al proprio pubblico attraverso i social network, che le notizie sono liquide e diffuse (spesso senza alcun controllo), qual è il nostro ruolo? È una domanda a cui nessuno ha trovato ancora risposta. Forse anche per questo l’editoria è in uno stato di profonda crisi”.

Un aggettivo,  per definire il suo libro…

“Imperdibile! Scherzi a parte, è un libro che aiuta a riflettere sulla libertà, un romanzo ‘distopico’ in cui c’è traccia di buoni sentimenti. Un libro con l’anima, scritto pensando soprattutto ai ragazzi. Mi piacerebbe che i miei primi lettori fossero proprio loro, i nativi digitali che non apprezzano abbastanza la carta e che trascorrono troppa vita sui propri cellulari”.

In un’epoca in cui anche l’editoria non sfugge alla logica del profitto, e gli scaffali delle librerie si rinnovano di continuo perché non si interrompa il flusso di cassa, Roberto Ritondale sembra possedere la ‘carta’ vincente per resistere alla macchina tritatutto del consumo veloce. Siamo pronti a scommettere che il suo libro, “Sotto un cielo di carta”, si candiderà a diventare un classico senza tempo.


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