Romolo Stanco


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“Il design non è immortale”

E’ considerato uno dei migliori giovani talenti del design internazionale. Capacità, talento, passione, voglia di ricerca e mente creativa sono i suoi ingredienti principali 

di Fabiola Di Giov Angelo

Stanco a chi? La battuta è facile, ma in questo caso mai cognome fu più in contrasto con il suo legittimo proprietario. Architetto e designer, Romolo Stanco, classe 1972, è uno dei pochi designer quotati da ‘Artnet’. ‘Domus’ lo annovera come uno dei nove giovani talenti del design internazionale e i suoi lavori sulle pagine di ‘Curve’, prestigiosa rivista australiana, sono stati definiti “design magic”. Ha un approccio aperto verso le altre discipline, convinto che sia necessario un dialogo e un confronto tra settori differenti. Il suo lavoro e le ore passate nei laboratori del CNR dove si sperimentano nuovi materiali e tecnologie, lo divertono e occupano gran parte delle sue giornate assieme alle sue irrinunciabili passioni, il ciclismo e la vela, tutte attività che gli regalano stimoli e intuizioni per nuovi progetti.

Una carriera accademica un po’ particolare, da fisico ad architetto…

“Sì, dopo il liceo classico mi iscrissi alla facoltà di Fisica di Parma, ma avevo l’impressione che mi mancasse qualcosa, quella parte creativa che consente di esprimersi liberamente. Allora passai ad Architettura, recuperando una vecchia passione, anche se poi con la mia tesi di laurea vinsi un premio di fisica. Sono sempre stato convinto che mondi differenti, come quello scientifico e quello creativo, possano integrarsi in maniera liquida, per cui il ricercatore diventa colui per il quale nulla è impossibile, è solo una questione di tempo”.

Questo atteggiamento mentale appartiene anche alla tua vita? Nulla è impossibile?

“Assolutamente sì, sono propositivo, ma anche possibilista. E’ difficile che abbia in mente un obiettivo e persegua solo quello, nella vita si può cambiare strada, seguendo stimoli sempre diversi”.

Come nascono le tue idee? 

“In genere i progetti di architettura hanno una committenza, mentre nel campo del design lavoro prendendo spunto dalla vita quotidiana. Una delle mie opere, che ho intitolato ‘La nonna’, è proprio il frutto di un’ispirazione tratta dalla vita quotidiana. Avevo disegnato un tavolo in vetro monolitico e appoggiandovi sopra una tovaglia ricamata che apparteneva a mia nonna, mi accorsi del disegno e dell’ombra che quel ricamo regalava al mio tavolo. Grazie a questo spunto emotivo ho esplorato nuove tecnologie, dando vita ad un oggetto contemporaneo, prodotto dall’unione di tempi e mondi diversi. E’ stato molto stimolante”.

Quanto dura una moda o una tendenza nel design?

“Il design più tradizionale si è sempre ispirato alle origini, quasi nell’irrealistica convinzione che il passare del tempo non possa provocare grandi cambiamenti, pervaso da un senso di immortalità che invece penso sia impossibile far sopravvivere in una società in cui tutto è molto veloce. I designer più tradizionali sono convinti di poter continuare a disegnare oggetti immortali e di poter continuare a considerare i propri maestri come punti di riferimento da cui non allontanarsi. Questo è molto frustrante, mentre trovo stimolante la continua ricerca e il cambiamento, oltre alla consapevolezza che la funzione per cui l’oggetto è nato finirà, lasciando spazio ad altro”.

Ma la capacità di un oggetto di resistere al tempo che passa non ne accresce il valore? 

“In un certo senso sì, purché si prenda in considerazione la variazione di uso e funzione che l’oggetto subirà. Per esempio, ‘LaDinDon’, sedia da me progettata, nel tempo è diventata soprattutto una metafora, un gioco, ha perso la funzione per cui era stata creata ma è rimasto forte il suo contenuto poetico, ed è diventata un’icona. La lampada ‘Arco’ di Achille Castiglioni, nata per illuminare il centro della tavola, quindi per fare luce, oggi è puro oggetto di arredamento. Bisogna ricordare che l’oggetto non è immortale e deve essere capace di cambiare vita. E’ con questo criterio che ho progettato ‘The Green Lantern’, una lampada e vaso insieme, realizzata in legno liquido, per cui oltre ad avere una doppia funzione può essere smaltita semplicemente gettandola nel camino. Ovviamente la mia è una provocazione, ma esiste la possibilità che venga meno la funzione di questo oggetto e quindi è prevista l’eventualità di dismetterla riciclandone i pezzi in maniera indipendente”.

In un certo senso è come aver previsto il suo intero ciclo di vita, compresa la morte? 

“Il fatto di aver vissuto una vita molto intensa, con la consapevolezza data da esperienze personali che la vita può essere anche molto breve, sono arrivato alla convinzione che la fine va accettata. I designer, invece, troppo spesso vogliono essere divertenti, ironici, immortali, ma questo non sempre è possibile”.

Come è il design al tempo della crisi?

“Io penso che più che mai in questo momento, l’acquirente debba esser considerato come un pubblico a cui dare quello che desidera. Si tratta di un pubblico molto attento, che ha gli strumenti per fare una scelta valida e consapevole, è per questo che è arrivato il momento anche per il design di dare al pubblico un motivo reale per il quale avvicinarsi ad un determinato oggetto, a prescindere dal suo costo. Basterebbe apprendere dal mondo dell’automotive, in cui vengono forniti continui motivi per desiderare l’oggetto e spingere il pubblico all’acquisto. Tutti spunti che vengono forniti dal pubblico sollecitato a dare la propria opinione e ad esprimere commenti attraverso i social network, contribuendo in questo modo alla realizzazione dell’oggetto stesso. In questo caso azienda, design e pubblico, diventano tutti parte attiva e quando il progetto verrà realizzato e l’oggetto sarà sul mercato avrà già il suo acquirente. Allo stesso modo dovrebbe fare il design mettendosi in discussione, dialogando e aprendosi ad un pubblico più ampio”.

Potremmo dire che il design commetta un peccato di presunzione?

“Esattamente. Le cose sono le stesse da troppo tempo e troppe aziende muoiono per lasciar posto ad altre. Un motivo ci deve essere”.

A proposito di cambiamenti e rivoluzioni, in questo momento sei impegnato in un progetto che ti sta molto a cuore SD4SC, ovvero “smart design for smart cities”. In che consiste?

“E’ una sorta di provocazione. Si tratta di un’architettura contemporanea, gettata come un dado nel pieno centro urbano, ma perfettamente integrata con esso, capace di accumulare energia e di restituirla sotto forma di servizi alla città. Un sistema ad isola che si basa all’autosufficienza, una grande rivoluzione”.


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