08/12/2020
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Rosy Shoshanna Bonfiglio: L’esordio letterario della poliedrica artista siciliana di Avola

di Francesca Ghezzani –

Rosy Shoshanna Bonfiglio è un’artista siciliana, nata ad Avola nel 1990. Diplomatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, prende parte a importanti produzioni dirette da grandi firme del teatro italiano. Vocalist poliedrica per la musica e per il teatro, ha realizzato spettacoli di cui è anche autrice e regista.
Affianca alla recitazione, alla musica e alla scrittura, l’attività di Acting e Business Coaching. Vive oggi a Milano e da poco ha esordito sul mercato editoriale con l’opera “Nei Giardini dell’Erebo”.
Rosy, qual è il percorso di ricerca artistica che ti sta accompagnando?
“Se dovessi scegliere una parola per raccontarti il mio percorso di ricerca artistica, ti direi fioritura. È quella che meglio racconta il viaggio intrapreso nel 2016 portando in scena il mio primo lavoro come autrice in teatro, e che è proseguito in questi anni mettendo capo oggi alla pubblicazione della mia prima raccolta di poesie. Nel 2016 feci una scelta di lavoro, e probabilmente di vita – anche se questo l’ho capito dopo – molto coraggiosa: scelsi di dare espressione a una voce interna che mi diceva di assumermi la responsabilità. Di cosa? Di essere tutta quanta, di mettere a frutto interamente le mie idee, i miei desideri, i miei sogni. Il sogno di allora era ‘Capinera’, uno spettacolo che parla di libertà e liberazione, di gabbie che hanno bisogno di essere spezzate, di ali che hanno bisogno di aprirsi. Per me rappresenta anche il senso più ampio di una visione che deve volare alto per farsi realtà, e di un sogno, che come tutti i sogni merita di uscire dal cassetto”.
Parliamo del tuo esordio letterario: come è nata l’opera, che significato ha per te e quale messaggio vorresti dare ai tuoi lettori?
“L’opera è nata non diversamente da altri scritti – tantissimi – che si accumulano serialmente da anni nel mio pc. Ci sono momenti in cui semplicemente la scrittura si fa più intensa, più costante, nelle mie giornate, e allora capisco che stia prendendo forma qualcosa di più importante. Dopo la stesura dei primi componimenti ho avuto la sensazione che non fossero cellule sparse ma atomi di una stessa molecola che piano piano tessevano i loro legami. Era il 2016 e mi trovavo a vivere un intenso terremoto professionale, emotivo, personale, sentimentale, direi esistenziale. Si sono verificate da quel momento in avanti delle vicende di vita complesse che hanno inciso un solco sempre più profondo nella mia serenità. La scrittura ha avuto il ruolo di concentrare dentro i componimenti le tappe di quel delicato passaggio. Non mi è semplice parlarne ma posso dirti che sia stata un’immersione sempre più profonda nella mia vita di donna e nella vita in generale, nell’eros della vita, fatto di sentimenti umani estremamente sfaccettati, di altezze e di bassezze, di slanci e di cadute, di amore e di mancanze. È stato come calarsi con una sonda in fondo alla terra, per poi riemergere, fino a ritrovare una luce, enorme, diversa, accecante, guaritrice. Come ho dichiarato in un’altra intervista infatti, il libro racconta una fioritura e una guarigione. Una liberazione direi, generata da una consapevolezza nuova. È stato quando ho scritto l’ultimo componimento che ho capito che la raccolta fosse terminata. Ho visto allora affiorare il giardino tra le parole: c’erano tutti i fiori (alcuni più belli altri molto meno) delle esperienze attraversate e di me stessa. C’era una luce, straordinaria, a illuminare quell’Erebo di oscurità, rendendolo una terra densa di vita.”.
Oltre a calcare i palcoscenici in veste di attrice e anche aiuto regista non mancano all’attivo esperienze cinematografiche e televisive come interprete. Tra tutte queste forme di espressione artistica ce n’è una che porti particolarmente nel cuore?
“Non ho mai fatto un mistero della mia preferenza indiscussa per il Teatro. Lo scrivo con la T maiuscola perché per me è stato un Maestro, una filosofia di vita, un modo di vedere le cose, di entrare nell’esistenza. Quello che il Teatro mi ha insegnato è ineguagliabile e per quanto mi riguarda sacro. Mi ha connesso al senso profondo dell’agire creativo e dell’essere creativo, delle stratificazioni che dal corpo ci conducono allo spirito, insegnandomi a far tesoro di quelle stratificazioni per essere canale, trasmettitore della vita, della riflessione, dell’emozione, della consapevolezza, della bellezza, della conoscenza. E poi, in maniera più semplice, mi ha insegnato a essere libera, a essere “scatenata”, cioè priva di catene, di vincoli, di formalismi. Mi ha insegnato la polvere, l’adattamento, la semplicità, l’umiltà del lavoro e dello studio, la curiosità, l’osservazione, l’interpretazione, che è un concetto ampio e complesso, è una lente con cui approcciarsi a un personaggio, a se stessi, agli altri, alla vita. E mi ha insegnato ad avere fede. In quello che non si vede ma c’è, fede in quello che si sente. In quello che potrebbe essere, in quello che si immagina”.
Hai avuto esperienze musicali molto variegate, che hanno investito da sempre ogni tuo lavoro artistico, in teatro e non solo: qual è il tuo rapporto con la musica?
“Il mio rapporto con la musica lo definirei inevitabile, in senso letterale: non posso proprio evitarlo, il più delle volte non è neanche una scelta, è parte integrante di ogni mio processo creativo, in maniera naturale. Lo scorso ottobre è uscito il mio primo singolo come cantautrice, dal titolo ‘Inutilizzato’, parte di un progetto discografico ancora inedito e più ampio, che per certi versi incrocia anche il libro: alcune canzoni sono proprio dei componimenti della raccolta, poi musicati. Questo incrocio ha dato vita all’idea delle poesie sonore, che sto realizzando in questo periodo sul mio canale Youtube: dei brevi video musicali su alcuni componimenti scelti. Poi c’è un’altra parola ed è visceralità. Parlando sempre di fiori e natura è come se nella musica sentissi di toccare le corde del mio seme, quello che poi dà vita a tutto il resto. Per musica intendo il suono tutto, come anche il canto, la voce in generale. L’universo vocale è certamente quello a cui sono più legata nel mio percorso”.
Se tu potessi esprimere un desiderio, con chi vorresti lavorare un domani?
“Mi piacerebbe incontrare un grande Maestro. Sono stata fortunata perché ne ho avuti due molto presto: mi riferisco a Gabriele Lavia e Luca Ronconi. Questo ha alzato moltissimo la mia asticella. Ho incontrato persone molto in gamba dopo di loro, ma Maestri non più. Mi piacerebbe molto fare un altro Incontro, di quelli con la I maiuscola, che ti aprono la mente e ti cambiano la vita, ti allargano la visione. Non saprei farti un nome in tal senso, se non per il cinema: Tornatore rimane da sempre il regista del mio cuore, è davvero il sogno di una vita. Ci siamo anche conosciuti, in circostanze abbastanza incredibili, qualche anno fa. Quello sì che sarebbe un altro bel sogno fuori dal cassetto!”.
Infine, nel presentarti abbiamo accennato che tieni seminari e workshop di formazione per professionisti e aspiranti attori, oltre a curare progetti laboratoriali in cui coniughi l’esperienza del teatro con le tecniche di comunicazione e Coaching. Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi vuole intraprendere una professione artistica?
“Di farsi le domande giuste. Questo è un grandissimo apprendimento mutuato soprattutto dal mondo del Coaching. Siamo sempre in cerca di risposte e invece il più delle volte ci stiamo facendo le domande sbagliate. O comunque non quelle necessarie. La parola artista può voler dire – oggi soprattutto – troppe cose. Ho lavorato moltissimo coi ragazzi e devo dire che probabilmente sono in assoluto i miei preferiti. La mia preoccupazione maggiore è sempre quella di renderli consapevoli: di cosa vogliono, dei loro perché, dei loro bisogni. Di cosa si aspettino da un settore così frainteso e di quale apporto vorrebbero dare, entrandone a far parte, alla vita, al mondo, alla società. C’è tanta casualità e approssimazione in certe professioni artistiche, penso soprattutto agli attori. Si sono create troppe figure nella nostra contemporaneità che sembrano somigliargli ma sono un’altra cosa. Questa chiarezza è quella che consiglierei. E poi di essere curiosi. E affamati. E di dedicarsi. Con cura, con gioia, con grande umiltà, con coraggio”.

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