Rudy Rotta: “The Beatles vs the Rolling Stones”


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Oltre 40 anni di strepitosa carriera alle spalle, 16 dischi, ben 5 partecipazioni al prestigioso Montreux Jazz Festival (nel’edizione 2001 fu B.B King in persona a volerlo con lui sul palco..); l’incoronazione a “Europe’s Top Act”, ovvero massimo referente del blues europeo dopo una fantastica performance di fronte a 20.000 estasiati spettatori al Kansas City Blues Festival nel 1997; 2 Fender Stratocaster a suo nome; la collaborazione live ed in studio con il meglio della musica blues mondiale fra cui spiccano i nomi di John Mayall, Brian Auger, “Mr. 335” Larry Carlton, Robben Ford, B.B King, Etta James, Fabolous Thunderbirds, Taj Mahal e molti molti altri; centinaia di concerti in gran parte del mondo (soprattutto negli States) e una sconfinata classe…

di Frank Iervolino

Tutto questo e molto altro è Rudy Rotta, celebre bluesman italiano, tornato sulle scene con il suo nuovo lavoro discografico “The Beatles vs The Rolling Stones”. Un album pregiato e coraggioso con il quale Mr. Rotta, attraverso il suo inconfondibile stile, ha voluto rendere omaggio ai due leggendari gruppi britannici (veri e propri fari guida per l’evoluzione della sua carriera artistica) e lanciare al tempo stesso una sfida alle ormai numerosissime tribute band che affollano i locali live italiani e non solo. The Beatles vs The Rolling Stones verrà presentato con una lunga serie di concerti in Italia ed Europa che vedranno Mr. Rudy Rotta protagonista fino al Novembre 2015. Ecco l’intervista rilasciata a GP Magazine.

Come nasce questo amore viscerale e duraturo chiamato musica?

“Nasce da quando vivevo in Svizzera da ragazzino e ascoltavo ‘The Shadows’ e subito dopo la famosa ‘British Invasion’ che mi ha poi portato al blues delle origini”.

In tanti accostano il tuo nome al blues; se però andiamo a vedere, tu nella tua carriera hai prodotto e suonato davvero di tutto. Come ti definiresti?

“Io nasco con il beat, passo poi al rock, quello ovviamente intinto di blues, poi al blues e poi a comporre la mia musica che credo contenga un po’ tutto quello che ho ascoltato e suonato, ma questo vale credo per tutti”.

Infatti ho letto in giro che non ti definisci un bluesman, bensì un amante del blues. Spiegaci cosa intendi.

“Credo che in Italia si sia fatta molta confusione sull’argomento blues, diversi personaggi si sono fatti etichettare con il nome di bluesman e personalmente trovo la cosa ridicola e offensiva; non credo che per essere un bluesman una persona debba nascere per forza nel Mississippi, in Louisiana o a Chicago ma ritengo sia indispensabile conoscere questa musica, averla fatto scorrere sulla propria pelle ed averla suonato con le persone che con essa sono cresciute e non pensare che Sweet Home Chicago l’abbiano composta i Blues Brothers, come ho potuto constatare di persona”.

Ripercorrendo le tappe della tua carriera, quali sono i momenti che ricordi con maggior entusiasmo e che ti hanno segnato di più?

“Sono veramente tanti, dalle crociere con i più grandi del blues, le mie collaborazioni con artisti che fino a quel momento erano dei miti per me, da B.B. King, Allman Brothers, Etta James, Srv’s Double Trouble, John Mayall, Brian Auger, Peter Green, Robben Ford, Larry Carlton, Taj Mahal, Fabulous Thunderbirds, Luther Allison.. Certo, essere stato invitato a suonare con B.B King al festival jazz di Montreux e’ stato senz’altro uno dei momenti più belli della mia carriera”.

Ci sono stati artisti che hanno rappresentato una sorta di ispirazione? Chi in primis?

“Non in ordine di tempo, direi però senz’altro Albert Collins, Freddy King parlando di blues, ma poi tanti sono gli artisti che mi hanno colpito, vedi Stevie Winwood, i Cream, The Who, Allman Brothers, Led Zeppelin, King Crimson, Zappa, James Brown, Otis Redding, Al Green (suonai prima di lui al Kansas City Jazz and Blues Festival) solo per citarne alcuni”.

Sei cresciuto in un’epoca in cui in Italia si ascoltavano cantanti particolarmente melodici, come hai fatto a scamparne? Formulo meglio la domanda: cosa è che fa scegliere ad un ragazzo il blues e non Don Backy?

“Per fortuna io in quel periodo vivevo in Svizzera dove arrivava tutta la grande musica americana e inglese dunque niente Don Backy, Pooh ecc. In discoteca dove andavo ogni sabato sera e domenica pomeriggio si ballava con Aretha Franklin, James Brown, Otis Redding…”.

Ma una città come Verona cosa offriva e cosa offre a chi vuole suonare?

“Poco, come tutte le città italiane. Nel nord Europa ogni piccola città ha un centro culturale finanziato dal comune, qui da noi non se ne parla proprio, non c’è proprio la voglia di cambiare e di offrire al pubblico musica sincera e vera; la politica è interessata a promuovere solo quelli che sono già arrivati al successo spesso senza averne i meriti, vedi Allevi su tutti… Ma è in buona compagnia”.

Arriviamo al tuo ultimo lavoro “The Beatles vs The Rolling Stones”. Cosa hai da dirci al riguardo?

“Il disco nasce dal fatto che sono le band che ascoltavo quando i miei genitori mi regalarono la prima chitarra acustica tentando poi di suonare i loro brani e poi perché vorrei divulgare il messaggio che la musica andrebbe suonata mettendoci del proprio e non come fanno le tribute bands che rubano oltretutto spazi a musicisti che non riescono a farsi altrimenti ascoltare. Particolare lavoro è stato fatto sugli arrangiamenti e sull’abbinamento dei brani, uno dei Beatles e uno degli Stones diventano un brano unico, con lo stesso tempo e lo stesso groove; aggiungo inoltre che ci sono due tracce registrate con il Gnu Quartet e due brani con i Quintorigo che danno veramente un tocco di classe al mio progetto”.

Come sono andate queste collaborazioni che hai citato?

“Tutto è avvenuto in modo molto naturale, ho dato loro carta bianca per gli arrangiamenti chiedendo solo di stare su arrangiamenti ‘tradizionali’. Sono entusiasta del lavoro fatto dai Quintorigo e Gnu Quartet, mi emoziono ogni volta che ascolto i brani in questione. Ad Ernesttico invece ho chiesto di non dare alle percussioni un sapore troppo latino”.

Non deve essere stato facile dare un’immagine a “The Beatles vs The Rolling Stones”. Niente è facile con certi nomi… Come è nata la copertina?

“Nasce da un’idea di Nico Panna, in arte Lunicu, che ha messo in pratica, con grande stile e velocità, delle idee di partenza a cui io avevo pensato e che lui ha saputo ben sviluppare”.

Quali sono i dischi Beatles e Rolling Stones che preferisci, quelli ai quali sei più affezionato?

“Dei Beatles mi piace tutto, certo da ‘Hard Day’s Night’ in poi hanno veramente lasciato tutti a bocca aperta sconvolgendo il mondo musicale e non, mentre per quanto riguarda i Rolling Stones direi senz’altro il periodo con Brian Jones che ritengo sia stato quello più originale, ovviamente anche dopo l’uscita di Brian hanno continuato ad altissimi livelli ma personalmente preferisco il primo periodo”.

Secondo innumerevoli fonti, il grandissimo successo di queste due formazioni dipende dalla grandissima sinergia interna ad entrambe. Condividi questo pensiero? In generale, quanto contano dei buoni rapporti, un alto livello di intimità e confidenza per una band?

“Sì, sono perfettamente d’accordo, questa è gente che ha passato, almeno inizialmente, la gran parte del tempo a suonare, provare, comporre e non certo frequentando trasmissioni TV, talk show o quant’altro e il risultato è la conseguenza di tutto questo. I rapporti tra i musicisti di una band laddove non c’è un unico leader, sono molto importanti per trovare un’armonia che ti porta poi a sfornare disco dopo disco”.

Nel 1969, mentre i Beatles sfornavano Abbey Road, in Italia era stata appena pubblicata “Rose Rosse”. Cos’è che ci ha fatto rimanere sempre indietro rispetto alla cultura musicale anglosassone?

“Credo che la lingua sia stata determinante, gli inglesi si sono subito beccati il fenomeno del r&r, del blues, ecc. Noi, invece, i cantautori, perché da noi in Italia il testo sembra essere più importante della musica e poi non dimentichiamo che siamo la patria del liscio…”.

In generale però qual’è la principale differenza che hai riscontrato tra il pubblico dei tuoi concerti in Italia rispetto a quello conosciuto all’estero?

“All’estero c’è più cultura, la gente va nei club oppure ai festival con l’idea di ascoltare qualcosa che piacerà, lo fanno con molto rispetto anche quando l’artista che suona non è conosciuto o molto conosciuto e a fine concerto comprano i cd e questa è la migliore promozione”.

Cosa utilizzi dal vivo? Qual è la tua attrezzatura?

“Uso quasi sempre 3 amplificatori in contemporanea, Fender Super Reverb del 64, Vibrolux (ri-edizione, consegnatomi dalla Fender Europe a Londra) e un Harper del quale sono endorser. Per quanto riguarda le chitarre, Fender Stratocaster 62-65-66, per la slide uso una Stratocaster Signature RR anche questa consegnatami dalla Fender Europe, un’altra Stratocaster Signature RR consegnatami dalla Casale&Bauer in occasione della fiera degli strumenti musicali di Rimini, Telecaster ’53, Telecaster Custom Shop, diverse Gibson tra le quali Les Paul Junior del ’58, una 345 del ’68 e un paio di SG ‘diavoletto’ di recente produzione. Per l’acustica invece una Maton datami come endorsment molti anni fa, uso un Wah Wah Vox, dunque niente effetti o pedalini”.

Sei una persona che crede nello studio dello strumento o ritieni che il concetto di buona musica sia più vicino a chi suoni senza studiare e divori quintali di dischi?

“Non ho mai studiato, metto le mani sulla chitarra e le lascio andare, ho divorato e consumato quintali di dischi, da ormai molti anni; quando prendo in mano la chitarra è perché desidero sfornare nuovi riff, nuovi brani”.

Parlaci della tua collaborazione con John Mayall. Che tipo è?

“Stavo pranzando sulla nave in partenza da Genova per la Ultimate R&B Cruise quando sentii una mano sulla mia spalla, mi girai e mi trovai davanti John Mayall che mi disse: ”Piacere di conoscerti Mr. Rudy Rotta, ho sentito parlare molto bene di te e sono proprio curioso di sentire la tua musica; al secondo concerto sulla nave Mr. Mayall si presentò davanti al palco e mi chiese di unirsi a noi e così fu per quasi tutto il concerto, da allora credo di aver suonato con lui una ventina di volte, diciamo che mi ha preso in simpatia visto che l’uomo non e’piuttosto complicato e difficile. Io posso solo ringraziarlo anche perché in seguito abbiamo inoltre registrato due brani insieme”.

Alla fine credo che alla base di ogni sogno e sforzo di un vero musicista ci sia sempre un’incredibile prova d’amore per la musica. Cosa ne pensi?

“Solo così si può andare avanti, con tanto amore per la musica, tanta umiltà e cercando di essere il più possibile originali e non una copia di altri che già hanno scritto pagine importanti nel mondo musicale”.

Esiste un musicista con il quale non ti sei esibito e che vorresti incontrare una sera sul palco?

“Albert Collins e Freddy King parlando di blues, mentre per altri generi musicali non saprei proprio, sarebbero talmente tanti, in primis direi comunque Lennon e McCartney”.

Cosa differenzia un artista credibile da uno costruito a tavolino? Santana ha sempre affermato di poter capire subito se un cantante sta fingendo nella sua interpretazione o se crede nel testo che recita. Cosa ne pensi?

“Sono d’accordo; ti aggiungo inoltre una frase dettami da B.B. King: ‘ci sono artisti che quando suonano ti lasciano con la bocca aperta altri che ti fanno muovere il culo’, io sono per gli ultimi ovviamente”.

Cosa consigli alle nuove band? Qual è la cosa più bella dell’essere un musicista?

“Credere nelle proprie idee, trovare musicisti che la pensino nello stesso modo e non mollare. Non devono assolutamente pensare a diventare dei professionisti se questo va a pregiudicare la scelte musicali, meglio andare a lavorare e poi fare la musica che ti piace ed allora ogni volta che salirai sul palco proverai sempre nuove emozioni”.

Cosa ti fa impazzire del tuo lavoro e cos’è che invece non sopporti più di questo ambiente?

“Spesso la musica viene considerata un lavoro e non una passione che ti possa permettere di vivere. La maggior parte dei musicisti è impegnata su vari fronti e non segue dunque i suoi gusti, ciò porta ad aver studiato rock, jazz… per poi ritrovarsi a suonare con il fenomeno del momento uscito da qualche talent show. Considero ciò una grave sconfitta che non permette soprattutto ai giovani di creare musica e presentarla su palco davanti a 10, 100 o 1000 persone”.

So che hai delle novità in serbo. Vuoi anticiparci qualcosa?

“Ho in serbo il progetto ‘Volo Sul Mondo’, un progetto dedicato ai bambini; poi l’anno prossimo ci sarà il mio nuovo cd e nel frattempo tantissimi concerti in giro per l’Europa”.

Quali sono i prossimi appuntamenti live che vuoi segnalarci e cosa dobbiamo annunciare a tutte le persone che ti seguono?

“Consiglierei di visitare il mio sito www.rudyrotta.com e sotto la pagina tour si può dare uno sguardo a tutti i concerti in programma”.

Rudy, un’ultimissima domanda, fondamentale per chi suona e non: dov’è l’anima del suono di un musicista? Nelle mani, nella chitarra o nella testa?

“Nelle mani, nella testa e nella chitarra”.


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