Sabrina Brazzo: La “regina” della danza classica, Ètoile della Scala di Milano


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Prima di uscire di casa, metto in borsa il dvd del “Bolle and friends” da far autografare. Ci sono occasioni che nella vita non si possono perdere e questa è proprio una di quelle. La danza classica è sempre stata la mia più grande passione e sapere di dover incontrare una stella del balletto come Sabrina Brazzo mi sembra un regalo del destino. Quando arrivo al Molinari Art Center sento la musica vibrare tra le pareti. Mi affaccio alla sala e assisto alle prove dei giovani allievi della compagnia JAS Art Ballet. Vengo rapita dai loro movimenti come se ogni gesto servisse a disegnare una ragnatela nella quale rimanere avvinghiata.

di Giulia Bertollini

Lei è seduta a terra e quando mi vede mi fa segno di entrare. Rimaniamo l’una accanto all’altra fino all’applauso finale. Étoile del Teatro Alla Scala di Milano e Prima Ballerina al Covent Garden di Londra, Sabrina Brazzo ha ricevuto lo scorso anno l’onorificenza come Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Un riconoscimento importante per un’artista che nonostante le difficoltà è riuscita a fare della danza il suo mestiere. In questa piacevole chiacchierata, oltre a rivelarci inediti dettagli sulla sua carriera, Sabrina ci parla anche degli incontri che le hanno cambiato la vita.

Come si è accostata al mondo coreutico?

“Essendo nata con doti particolarmente inconfondibili per la danza (piedi e gambe arcuati, schiena estremamente flessibile, ed una grande elasticità muscolare), ho sentito sin da piccola l’emozione al suono del violino e del pianoforte. Ho capito così che la danza o meglio il balletto era il mio destino. Ho fatto sacrifici, e continuo ad allenarmi otto ore al giorno. Ma per me è normale passare una serata con la borsa dell’acqua calda sul polpaccio, o rinunciare ai dolci perché se pesi un chilo in più ti spacchi le ossa”.

Chi ha inciso maggiormente nel suo percorso artistico?

“Ho avuto tanti bravi maestri, sono stata fortunata. A sei anni, in una scuola privata, incontrai Alfredo Rainò, primo ballerino dell’Opera di Roma. Accortosi del mio talento, chiamò i miei genitori per invitarli a farmi proseguire questo percorso. Quando ho studiato alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, importante è stata la direttrice Anna Maria Prina, che ha sempre creduto in me. La sua severità è stata fondamentale per la mia formazione poiché avere delle belle doti non basta: per diventare ballerine bisogna avere carattere e volontà. Dopo il diploma, grazie a Rudolf Nureyev, che mi ha scelta per il suo ‘Lago dei Cigni’, sono entrata in compagnia. Essendo molto curiosa, sono andata in Francia, Germania, America per acquisire tecniche diverse. Devo molto, poi, a Elisabetta Terabust, che mi ha chiamata facendomi tornare in Italia, dove è iniziata la mia carriera. Ricordo con gratitudine anche Frédéric Olivieri, che mi ha fatto ballare tutto quello che potevo ballare. Ma l’incontro più bello è stato quello con mio marito, lui mi ha ispirato una seconda carriera”.

A proposito di Rudolf Nureyev, cosa ricorda del suo incontro con lui?

“Avevo 17 anni ed ero l’ultima delle ultime. Nureyev era un uomo forte e rude. Mi volle fortemente nel balletto ‘Il lago dei cigni’. Mi ricordo che a causa di meccanismi interni al teatro i sindacalisti avevano creato dei problemi tanto che Nureyev era intenzionato a ritirare il balletto. La sua ovviamente era una provocazione. In me aveva visto del potenziale fisico ed intendeva sfruttarlo. Il fatto di avere avuto la possibilità di lavorare con lui, ascoltare i suoi consigli e il suo essere veramente oltre ogni canone standard credo mi abbia aiutato moltissimo in questo lunghissimo, e infinito, percorso di ricerca e conoscenza. Quando ho iniziato a studiare alla Scala ha scommesso sulle mie linee ‘fuori dal normale’. Insomma ha sperimentato”.

Si è esibita così tante volte, nei maggiori palcoscenici del mondo con le compagnie più prestigiose dinnanzi a un pubblico sempre diverso. Quale dei numerosi teatri in cui ha ballato rievoca in lei particolari emozioni?

“L’Opera di Parigi è stato il più difficile perché in Francia si percepisce una certa criticità nei confronti dei ballerini stranieri. Mi sono trovata molto bene anche a Mosca e in Giappone dove ho avvertito un particolare calore da parte del pubblico. Sono state tutte bellissime esperienze che mi hanno arricchito molto”.

Ha dimostrato a tutti che le difficoltà devono essere vinte e superate, senza troppo vittimismo. Questo perché esse sono un’ulteriore prova della diversità di ognuno di noi, diversità che, se ben sfruttata, rende una persona eccezionalmente più ricca. Quanto ha influito la dislessia nel suo percorso professionale?

“Ha influito molto ma non sempre in maniera esplicita. Sono riuscita comunque a diplomarmi non solo grazie a doti naturali, ma anche a una certa creatività nel trovare un modo per imparare adatto a me. In effetti la dislessia ti costringe ad avere inventiva, a trovare espedienti per imparare: il pensiero creativo diventa così automatico. Ho imparato negli anni che la vita va affrontata, perché una volta aggirato l’ostacolo, senza affrontarlo, la vita te lo ripropone comunque. Non bisogna mai ‘sopravvivere’: l’importante è vivere. E poi noi viviamo una vita d’artista, che, per quanto difficile, è meravigliosa perché piena di passione per quello che sei e che fai”.

Quali sono stati i momenti più emozionanti della sua carriera?

“Ho vissuto un’emozione incredibile quando sono diventata prima ballerina con Sylvie Guillem, che tra tante candidate mi scelse per la sua ‘Giselle’. E poi un’altra emozione forte è quella che ho provato quando mi strappai il polpaccio. In ospedale mi dissero che probabilmente non avrei più ballato. L’unica cosa che so fare è ballare e mi ritrovai a chiedermi: E adesso cosa faccio?. Ma poi arrivò la telefonata di Roberto Bolle che mi diceva di mettermi in sesto perché aveva bisogno di me per Bolle and Friends. Nel giro di un mese e mezzo ero già in prova e ho ballato per 5-6 anni con lui in giro per il mondo”.

Conosciamo molto il Roberto ballerino e poco il Roberto di tutti i giorni. Cosa apprezza maggiormente di lui?

“Siamo cresciuti e siamo diventati grandi insieme. Oltre alla bravura e al talento apprezzo il suo rigore. E’ molto schematico. Lui prende una direzione e prosegue fino alla fine senza guardarsi né a destra né a sinistra. Non si perde mai nel pettegolezzo ma dimostra molta serietà. Pur sembrando un robot, è sempre alla ricerca di una parte spirituale”.

Nel 2012 ha fondato assieme al suo compagno Andrea Volpintesta la compagnia JAS Art Ballet. Com’è nata questa idea? E quali sono i pro e i contro di condividere il palco con il proprio compagno?

“Andrea è un partner incredibile. La danza ci ha unito ed è diventata il nostro stile di vita. Si nasce ballerini e lo si resta per tutta la vita. Credo che ci siano più pro che contro. La danza è un arte prima ancora che un mestiere. In questi anni, abbiamo condiviso il palco anche con altri grandi ballerini e sicuramente l’esperienza presso l’Accademia del Teatro alla Scala ci ha aiutato molto. Abbiamo pensato di creare questa compagnia con l’obiettivo di dare una possibilità a quei giovani che non hanno avuto la nostra stessa fortuna. Siamo partiti da una palestra adibita a sala ballo all’interno di un oratorio. Abbiamo sudato, lottato e fatto enormi investimenti personali senza ricevere sovvenzioni dal ministero. Dopo 5 anni di duro lavoro e produzioni autonome siamo fieri di essere residenti artisticamente al Teatro Carcano di Milano”.

Nella sua carriera ha sperimentato trionfi e successi in tutto il mondo. Ma la gioia che deriva dalla nascita di un figlio forse non ha paragoni.

“E’ vero. Peccato che mia figlio non abbia intrapreso la stessa carriera pur avendo il fisico adatto. Viene a vedermi agli spettacoli e mi critica anche. Con mio marito siamo un grande esempio. Nostro figlio Joseph ha anche contribuito a dare il nome alla compagnia visto che abbiamo unito le iniziali dei nostri nomi”.

Credo che in qualche modo la gente abbia una percezione distorta della danza anche in base a ciò che vedono in tv. Mi riferisco ai talent.

“Quella è proprio una mazzata. Chi ha la predisposizione come ballerino a fare un talent non ha una disciplina tale da capire che deve tenersi fino alla fine del proprio percorso. Questi giovani finiscono per bruciarsi in un nanosecondo senza sapere che la danza implica una ricerca continua che va poi di pari passo con la maturazione personale”.

Viviamo giorni difficili, segnati da intolleranza e razzismi. La danza può insegnare qualcosa ai nostri tempi?

“Assolutamente. Nella nostra compagnia abbiamo due ragazzi dislessici e un ragazzo di colore. Con la danza non ci si deve mai fermare all’ovvio. La danza è un’arte che non può essere né di destra né di sinistra”.


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