01/25/2021
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Samuela Pierucci: Tra la professione di anestesista e l’amore per la scrittura

di Francesca Ghezzani –

Samuela Pierucci, originaria di un piccolo paese toscano, vive oggi a Sesto Fiorentino, e lavora come anestesista all’ospedale Careggi, professione a cui affianca l’attività di scrittrice.
“Tutto è collegato” – dalle microstorie alla macrostoria – è il credo all’origine di “Quel poco che basta”, il suo secondo romanzo. Con Intrecci aveva già pubblicato “Vuoto fino all’orlo”.
Samuela, perché nei tuoi libri troviamo dei titoli che sembrano quasi dei modi di dire rovesciati nei loro significati?
“Credo che il titolo di un libro debba rispecchiare in poche parole il significato che si vuole dare all’intera opera. Mi piace il “nonsense” e ritengo che sia un modo intelligente per porsi delle domande fin dalla copertina. “Vuoto” e non “pieno” fino all’orlo nasce dall’idea che si possa diventare insofferenti alla vacuità dei giorni quando ci troviamo incagliati in un momento di stallo da cui non sappiamo come ripartire. Invece “quel poco” e non “quel tanto” che basta per rimarcare che nelle scelte importanti della vita a volte i piccoli particolari, gli incontri fugaci e fortuiti possono davvero indirizzare gli eventi in maniera drammatica e definitiva”.
Cosa intendi quando affermi che “Tutto è collegato – dalle microstorie alla macrostoria”?
“Credo che sui libri di storia si studino i grandi eventi come una sorta di spartiacque nella vita dei vari popoli, che la divide in un prima e un dopo. Ma in cosa cambia davvero la storia dell’uomo? Penso si possa affermare che a cambiare siano soprattutto le direzioni che la vita dei singoli, che crea la marea umana che osserviamo e descriviamo nei libri, prende sulla scia delle grandi trasformazioni, dei grandi eventi. Siamo protagonisti ma anche involontari spettatori e a volte vittime della macrostoria in un gioco a cui non possiamo sottrarci”.
“Vuoto fino all’orlo” è stato un libro a metà tra una favola e racconto, con una spiccata vena ironica attraverso la quale vengono sottolineati i difetti e vizi della società moderna. La necessità del giovane protagonista di liberarsi dalle costrizioni viene raccontata in un modo quasi timido e insicuro ma in grado di raggiungere una consapevolezza della strada che vorrà poi, alla fine della storia, intraprendere. Quali le differenze e quali le analogie con i due giovani protagonisti di “Quel poco che basta”?
“Almalinda è un ragazzino che deve decidere di colpo di diventare grande, e lo fa accorgendosi che tutto intorno a sé è una sorta di immobilismo che non gli permette di fare un salto in avanti ed evolversi. Sebastiano e Nada sono invece due ragazzi dell’età “di mezzo”, non ancora adulti ma già avviati verso un destino tracciato e finora non compiuto in cui ogni scelta può essere decisiva e che saranno travolti dai sentimenti, dall’ingenuità e dalla tragicità degli eventi globali. In comune hanno la ricerca di un posto nel mondo a loro congeniale, e la fuga come miraggio e possibile uscita di sicurezza dagli eventi in cui si trovano invischiati”.
Ci racconti qualcosa delle poesie sparse inserite nelle ultime pagine del tuo secondo libro?
“Non sono una grande conoscitrice del panorama poetico e le poesie non sono una mia esigenza di scrittura. Però ho pensato che Nada fosse un personaggio incompiuto senza questa appendice, dieci poesie che mi hanno permesso di rivisitare in una chiave intima ed evocativa i passaggi della storia. È un suo punto di vista sui fatti raccontati in prosa, mi sono calata nel suo mondo ed è stato un modo diverso di esprimermi, che ho amato e mi ha fatta sentire più leggera”.
Inoltre, passando alla tua vita, come fai a conciliare il lavoro di medico anestesista con i suoi turni, l’attività di scrittura e il ménage familiare? I due ambiti, quello della corsia d’ospedale e quello delle pagine bianche da riempire, si influenzano in qualche modo?
“Non c’è una influenza diretta fra il mio mondo lavorativo e quello creativo. Almeno non c’è stato fino a ora. Credo che il lavoro che svolgo sia così denso di umanità, intesa come momenti topici, di gioia, dolore e difficoltà, che in qualche modo ogni vicenda che racconto ne risenta. Tutto ciò che scriviamo ha un filtro autobiografico che poi viene inevitabilmente fuori: io non me ne accorgo, ma di sicuro permea ogni pagina. Scrivere è per me una necessità che ho sempre sentito fin da bambina, a partire da quando a nove anni ho iniziato a redigere il mio diario. Mi serve per ordinare le idee, fissare i sentimenti confusi e renderli più accettabili. È in qualche modo un’attività catartica e terapeutica a cui devo per forza dedicare i momenti liberi, anche se pochi e se questo significa togliere attenzioni ad altri aspetti del quotidiano”.
Infine, hai in cantiere una nuova opera? Se sì, sarà ancora un romanzo?
“Diciamo che anche in questo caso alcuni eventi della vita mi hanno indirizzata: ho due bambini di sei e quattro anni e sto scrivendo una storia di avventura pensata per un pubblico di “piccoli lettori”. Voglio, insomma, tornare alle origini: a quella bambina che scriveva il diario e amava leggere per sognare eroi e sfide avvincenti”.

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