12/04/2020
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S’è svejatooo!: Il popolare Ricciotto racconta il Marchese del Grillo

di Mara Fux –

Popolare volto del cinema e del teatro, l’attore Giorgio Gobbi è oggi autore del libro sul più famoso personaggio della Roma del tempo che fu.
Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro sul Marchese del Grillo?
“A dire il vero l’idea di partenza non è mia ma di Santiago Maradei, il proprietario della Bibliotheka Edizioni, un argentino, un tipo molto curioso e dinamico da sempre affascinato dal personaggio del Marchese, il quale proprio all’inizio del lockdown di marzo mi ha contattato attraverso il suo addetto stampa Gianluca Cherubini chiedendomi, per farla breve, cosa ne pensassi di scrivere un libro sul Marchese del Grillo. Ovviamente la proposta mi ha subito intrigato ma gli ho anche fatto presente che scriverne una biografia sarebbe stato un impegno davvero fuori misura per me mentre quello che avrei potuto raccontare sarebbe potuto essere il ricordo del Marchese del Grillo attraverso la mia esperienza di quello che ne è venuto fuori é una sorta “quasi” di autobiografia piena di aneddoti, scherzi, giochi avvenuti sul set di quello straordinario film che tutti conoscono”.
Giustamente hai precisato che eri un esordiente: come ti sei ritrovato giovanissimo a interpretare Ricciotto?
“E’ stata davvero una cosa fantastica capitata in maniera del tutto casuale se consideri che allora io ero al secondo anno della Fersen e facevo, come tutti, piccoli ruoli per avvicinarmi alla dimensione del palcoscenico. Capitò come tutte le belle cose per caso, perché un giorno Donatella Ceccarello mi disse “ma lo sai che alla Gaumont cercano popolani per un film?” Così l’indomani andai agli uffici di Viale Liegi e lì incontrai Mario Monicelli che con quattro domande mi fece il provino per il ruolo di Ricciotto vincendo, tengo a precisarlo, su tanta gente e dopo qualche giorno cominciai a fare il film”.
Immagino che questo episodio sia contenuto nel libro?
“Certamente: sulla scia della nostalgia e dei ricordi ho messo assieme pagine e pagine di quel debuttante che alla fine del film aveva girato un totale di 58 pose, solo due meno di Sordi che nel film ne ha girate 60. Nel libro ho raccontato il film e l’approccio con quel mondo. Nello scrivere mi son guardato da uomo e attore maturo, sorridendo anche teneramente di quel ragazzetto di 23 anni che esordiva. Ho ripensato a tanti scherzi che “i vecchi” mi facevano sul set, ho riso della prima volta che incuriosito ho messo per la prima volta alla loupe e di come, appena l’ho sollevato, mi hanno fatto pagare da bere all’intera troupe perché la tradizione vuole che chi si accosta alla loupe per la prima volta paghi da bere a tutti”.
Hai raccontato anche gli errori?
“Altroché! Hai presente la scena della “magnata” dei cavalli? Quella “dammene un po’ un pezzo?” Devi sapere che quella scena è stata girata nel viterbese: Mario girò la notte i campi e di pomeriggio i controcampi. Ebbene io, prima di girare i controcampi feci una cosa che nessun attore deve fare prima di girare ovvero pranzai, bevendo finanche il quartino che c’era nel cestino per cui, in attesa di tornare sul set, schiacciai un pisolino in roulotte. Quando venne il mio turno uscii di corsa e solo quando oramai avevamo finito di girare, al rientro in roulotte, vedendo la giacca di scena sulla sedia, mi resi conto che avevo girato tutto senza giacca. A quel punto con la giacca in mano andai dalla costumista che pure non se ne era resa conto e assieme a lei andammo dal direttore di scena che letteralmente sbiancò sapendo che oramai si stava smontando e vista l’ora sarebbe stato impossibile ripetere. Allora tutti e tre ci recammo da Monicelli che stava praticamente salendo sull’auto di produzione per tornarsene a Roma; a testa bassa il direttore glielo fece presente e lui basito fece due occhi a fessura, piccoli piccoli e poi “siete due grulli: andatevene a fare in …!” insomma salì in auto e ci mandò a quel paese ben sapendo che nel montare avrebbe dovuto fare i salti mortali che poi ha fatto, tanto che se osservi la scena in alcuni momenti ho la giacca, in altri no”.
Ricordi indelebili!
“Sì, d’altronde il film doveva esser terminato a precisa scadenza perché l’uscita era prevista per il 23 dicembre e noi avevamo iniziato le riprese a settembre: un film di quella portata girato e montato in poco più di due mesi. Pensa che per il doppiaggio lavorammo anche di notte. Ma te lo immagini un ragazzino di 23 anni a passare le notti in studio ad ascoltare Sordi e Monicelli che si raccontano aneddoti di vita e di lavoro? Un’esperienza straordinaria”.
E l’idea del titolo “S’è svejatooo!” di chi è stata?
“Quella è stata mia: eravamo con l’editore e Cherubini in ufficio, con loro che ne proponevano alcuni e io a un certo punto ho esclamato: ce l’ho. S’è svejatooo! Ed è piaciuto come poi è piaciuta l’idea di far fare a Max Tortora la prefazione. Max aveva conosciuto Alberto molto bene, lo aveva anche imitato sempre con profondo affetto e rispetto tanto che, dopo la morte, non lo ha più messo in scena. Io gli avevo fatto da spalla nel suo one man show e durante i nostri viaggi ci eravamo raccontati tante cose per cui sapevo anche il suo amore per quel film così non ho esitato a proporgli di fare la prefazione”.
Quando uscirà il libro?
“Il 12 novembre con un evento ristretto nella casa di Sordi e poi a seguire alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi, sempre secondo le norme vigenti”.
Dopo il Marchese con Sordi siete rimasti amici?
“Sì anche se quando Mario gli indicò me come Ricciotto lui fu molto scettico perché vedeva anomala questa amicizia tra un sessantenne, il marchese, e un ventitreenne, Ricciotto. In realtà fu Mario che mi impose. Lui si convinse dopo che girammo la scena al Quirinale quella “e tu che dici Ricciò?” “E che dico, che chi si gratta la fronte c’ha le corna pronte!” Ecco lì si ruppe il ghiaccio. Dopo il film mi volle con sé come attore ne “Il tassinaro” e io che ero un curioso della scena ne approfittai per chiedergli se potevo assistere alle riprese di “Io so che tu sai che io so” cosa cui acconsentì scegliendomi come aiuto regista. Tra noi si è istaurato un rapporto sicuramente affettivo di cui mi accorgevo ogni volta che mi salutava con un abbraccio o facendomi la scafetta. Penso che il suo fosse un affetto quasi paterno. Quando è mancato ne ho sofferto tanto. Al funerale non sono entrato in chiesa, son rimasto fuori a piangere come un vitello. Mi fiutavo la mano cercando quel suo profumo di lavanda inglese che tanto amava. Credo che nessuno di tutti quei presenzialisti che si fanno avanti quando si fa il suo nome, abbia avuto con Alberto il rapporto che ho avuto io, solo che per educazione io non mi faccio avanti. Mio padre mi ha insegnato a tenere il profilo basso, a vivere le grandi esperienze personali o professionali con umiltà. E così ho sempre fatto con lui come anche con Willis o Clooney: potrei raccontarle le chiacchierate con Clooney in Abruzzo mentre giravamo, ma le tengo per me”.
Troppo presenzialismo nel tuo settore?
“Diciamo che ce ne è abbastanza perché non voglio aprire polemiche ma ognuno sceglie la strada che preferisce. Io, fosse per me, vorrei essere trasparente, fare il mio lavoro e poi via. Negli ultimi anni poi, avrei voluto fare il regista perché il regista se ci pensi è quello che fa tutto ma di cui difficilmente si ricorda la faccia, di lui si ricorda solo l’opera anche se è quello che fa tutto: assembla attori, scenografi, costumisti, musicisti, montatori, direttori di fotografia. Fa tutto il lavoro ma non se ne conosce la faccia se non per quel paio di interviste d’uopo. Ho diretto un corto con Rubini “Non succede mai niente” e ci ho provato gusto, ho fatto un lavoro ineccepibile dal punto di vista professionale. Ho provato successivamente a sottoporre spunti per nuove regie ma, come dire, hanno un po’ storto il naso; eppure sono convinto che sia un po’ la ghettizzazione del nostro settore; se li avessi da attore sottoposti in Usa o in Francia sarebbero stati presi in maggior considerazione perché lì la poliedricità viene apprezzata maggiormente”.
Come ha reagito il tuo entourage alla notizia del libro?
“Bene direi tranne una mia sorella, il corto e me regista li ha digeriti ma davanti al libro mi ha proprio detto: “che ora ti sei messo a fare lo scrittore?” Ma in fondo che cambia? Sai quanti la penseranno come lei ma io non ho la pretesa di esser uno scrittore, ho raccontato una storia e so di averlo fatto bene. E quindi sai che c’è? Chi se ne importa di quel che dice la gente. Se sta bene è così altrimenti… Chissené!”.

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