10/31/2020
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Silvia Brogi: Qui e ora, il tempo delle parole

di Marisa Iacopino

Poliedrica, versatile, una capacità straordinaria di passare da ruoli drammatici a ruoli brillanti. Lei si chiama Silvia Brogi, e la sua avventura nel teatro è iniziata da giovanissima, all’interno della scuola.
Le abbiamo chiesto di raccontarcelo.
“Era il 1977, gli anni della protesta, dei movimenti giovanili immediatamente successivi al 1968. Si tenevano spettacoli. Iniziai a frequentare i teatri da spettatrice, sia con la scuola che autonomamente. Poi conobbi un ragazzo, fidanzato di una mia amica, che faceva già teatro. Parlavamo, lo accompagnavo qualche volta alle prove. Un giorno mi misero un copione in mano, cominciai a leggere… Non sono più uscita da quel teatro. Da lì è partita questa vita nel mondo dello spettacolo. Avevo diciassette anni”.
C’è una tematica ricorrente tra i personaggi da te interpretati?
“Ho spaziato abbastanza tra ruoli differenti, quasi tutti nell’ambito della prosa brillante o drammatica. Come caratterizzazione ricorrente, potrei dire che sono personaggi con una sensibilità forte e anche delle note di ambiguità, con una complessità di pensiero e di sentimento”.
Ci si lega allo stesso modo a ogni personaggio?
“Ci sono personaggi ai quali sono più affezionata, che ho amato molto per il loro mondo interiore. Il teatro significa proprio questo, indagare i sentimenti, le emozioni che nella vita non capita di provare in maniera diretta, perché attengono a un mondo interiore che non risponde esattamente al nostro. Questo è liberatorio, ti dà la possibilità di allargare lo spettro di emozioni e sentimenti, di far emergere aspetti che spesso controlliamo”.
Parlando del sodalizio artistico e personale con il regista Claudio Boccaccini, è sempre un vantaggio avere un compagno di vita che è anche regista, o può essere anche d’intralcio?
“E’ un dibattito continuo tra di noi. Da una parte può essere un vantaggio, perché abbiamo un costante dialogo su certi argomenti, c’è la possibilità di approfondire, ci si confronta su cose che sono in allestimento. Sicuramente il vantaggio è che io interpreto le sue indicazioni, conosco la sua cifra stilistica. So qual è il clima che lui vuole costruire. Però può anche essere un intralcio, perché non si cambia mai argomento”.
Hai lavorato anche per la televisione…
“Ho fatto delle fiction, un film per la televisione, piccoli ruoli, incursioni senza grandi storie. E’ un territorio che forse in questa fase della vita mi piacerebbe praticare di più, comincio ad avere interesse a stare davanti una macchina da presa invece che davanti al pubblico. E’ un’esperienza importante che allarga il proprio spettro di capacità e attitudini”.
Quanto manca il contatto con il pubblico, con la compagnia teatrale?
“Enormemente. E’ chiaro, il teatro si fa per andare sulla scena ed accogliere il pubblico, affinché si realizzi l’evento. Però c’è tutto il prima, quello che a me manca tanto sono le prove. Peraltro, abbiamo dovuto interrompere le prove di uno spettacolo che avrebbe dovuto debuttare alla fine di aprile. Le parole di quell’inizio ci sono rimaste in gola, quell’accenno di scambi di emozioni, di riti, abbracci, di risate con i colleghi coinvolti. Ti manca il tuo territorio di espressione, non poter fare qualcosa di vitale, di assolutamente urgente e necessario”.
Vuoi dirci qualcosa dell’opera che avete dovuto interrompere?
“Avevamo appena iniziato le prove dello ‘Zoo di vetro’ di Tennessee Williams, un grande  classico. Era un po’ di tempo che Claudio accarezzava l’idea. Uno spettacolo con quattro attori, io ero la protagonista femminile. Speriamo di poterlo rimettere in scena”.
Qualcuno ha pensato di dare vita a una nuova forma di teatro, a causa degli effetti della pandemia. Il mondo artistico, però, si è fatto subito sentire…
“Ti riferisci al dibattito sul teatro in video, una sorta di Netflix del teatro. E’ una contraddizione in termini: non è teatro, ma un prodotto audiovisivo che è un’altra cosa, e peraltro già c’è. In questo momento è un escamotage, utilizzato per cercare di sostenere un settore fortemente in difficoltà. Ma il teatro è dal vivo, è il qui e ora, è il momento irripetibile, quello che è sempre stato”.
Un’opera che non hai ancora interpretato e hai nell’animo di fare?
“’Lo zoo di vetro’ era una di queste. E poi fare la madre di Amleto, mi affascina la sua visione, ecco, questa è una delle cose che mi piacerebbe molto”.
C’è un autore di tutti i tempi che per antonomasia rappresenta il teatro?
“Shakespeare tra quelli del passato, e farei poi riferimento a Giuseppe Manfridi tra gli italiani, un grandissimo autore che resterà nella storia del teatro”.
Ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera, cosa suggeriresti, oltre la passione, la pazienza, lo studio?
“E’ un’epoca in cui è molto complicato vivere con i proventi dell’attività di attore. Io dico ai ragazzi: guardate, è difficile, io non ve lo consiglierei, a un figlio direi di fare un’altra cosa che gli consenta di vivere tranquillamente, ma poiché in questo momento è difficile tutto, tanto vale provare a fare quello che uno ama, quello verso cui il cuore e l’anima lo spinge”.

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