Silvio Muccino: “Grazie alla scrittura ho messo ordine nella mia vita”


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di Giulia Bertollini

Giro e rigiro il suo libro tra le mani mentre le persone iniziano a occupare gli ultimi posti. Penso subito di non aver mai visto una libreria tanto affollata. L’autore che sta per presentare il libro non è uno scrittore di professione eppure sa giocare molto bene con le parole. Silvio Muccino sembra aver vissuto già mille vite. Il suo coraggio e la sua maturità colpiscono e convincono. Somiglia molto al personaggio del suo libro, Alex. Anche lui infatti intraprende un viaggio interiore che lo porterà a chiudere i conti con il passato. Per farlo però ha bisogno di riavvolgere il nastro della sua vita e di tornare a confrontarsi con quegli amici che lui stesso aveva abbandonato 15 anni prima senza alcuna spiegazione. In questa intervista, Silvio ci racconta com’è nato il suo primo romanzo guidandoci alla scoperta del lato più intimo di Alex.

Silvio, il tuo romanzo “Quando eravamo eroi” segna un momento particolare della tua vita. Hai scritto questo libro come se stessi mettendo in pratica una forma di terapia?

“A dire il vero credo che questo libro rappresenti la ‘fine’ di quel viaggio che uno chiama terapia, nel senso che quando fai analisi (lo dice la parola stessa) tendi a dividere e separare tutto per guardare nel dettaglio, dopo arriva il momento della sintesi, cioè quello in cui ricuci tutto, rimetti a posto i pezzi, e lo fai dandogli il tuo ordine, come quando si compone un puzzle, solo che la foto da comporre la scegli tu. Ecco questo libro, per me, ha rappresentato questo: costruire un meraviglioso puzzle”.

Riprendendo il titolo del libro, quanto è difficile essere o diventare un eroe? E quale lavoro su di sé richiede e comporta?

“Un lavoro molto scomodo che consiste nel guardarsi dentro, nel fronteggiarsi senza paura. O meglio, nonostante la paura. Il che significa abbandonare la maschera che indossiamo tutti i giorni per compiacere gli altri, e affrontare l’immagine allo specchio, per cercare di piacere a noi stessi. Ecco, essere eroi oggi per me significa questo: amare e accettare noi stessi malgrado il mondo, malgrado ciò che gli altri si aspettano o vogliono da noi. Malgrado le nostre imperfezioni, che possiamo trasformare in punti di forza”.

Il tuo personaggio Alex ha bisogno di far perdere le sue tracce per ritrovare se stesso. Scendere a patti con la realtà non deve essere però una passeggiata. Di cosa è fatto questo coraggio? Che cosa significa crescere?

“Significa muoversi, non restare impelagati nello stesso posto. Significa non cercare di assomigliare a un’immagine cristallizzata come può essere una foto scattata molti anni prima, ma accettare il cambiamento. Il punto non è restare quello che siamo stati, ma andare incontro a quello che saremo. Ed è ovviamente molto difficile  perché tutti, noi compresi, vogliamo solo stabilità e rassicurazione. La rassicurazione che il mondo non ci tradirà, che le persone care saranno per sempre con noi, che esistono punti fermi. Vogliamo uno scoglio per aggrapparci mani e piedi a quello che abbiamo. Ma crescere significa anche lasciar andare certe cose per poterne raccogliere delle altre strada facendo”.

Alex ha abbandonato anche i suoi amici ma basterà una foto per rievocargli i ricordi di un passato ormai sepolto da quindici anni. Perché decide di tornare e di confrontarsi con loro? E gli amici possono davvero essere lo specchio di noi stessi?

“Gli amici possono essere una cartina di tornasole che ci mostra quanto ci siamo smarriti, trovati, traditi o rimasti fedeli nel corso degli anni, quanto ci sentiamo appagati o infelici di quello che abbiamo. Sono ciò che da continuità alla nostra vita, per questo Alex non può e non vuole tirarsi indietro. Perché che il loro sia un ultimo addio o un nuovo punto di inizio, è un incontro che deve fare”.

I tuoi personaggi si definiscono degli alieni. Come mai? E secondo te la diversità è un ostacolo o una risorsa?

“La diversità all’inizio è sempre un ostacolo, perché ci insegnano che si sopravvive solo in mezzo al branco. Ma è ostacolo solo se la neghiamo. Quando la riconosciamo e accettiamo diventa invece il nostro punto di forza”.

Nel libro si legge “Così finisce l’amore: con un taglio netto. Una volta credevo che ci sarebbero state urla e liti, porte sbattute e telefonate nel cuore della notte. Ma poi ho scoperto che io recido l’amore chirurgicamente, senza far rumore”. La paura della sofferenza ci rende incapaci di amare? E strada facendo, cosa hai capito dell’amore?

“La paura del dolore può farci rinunciare all’amore, che forse è anche peggio. Ma quello che rende le persone in grado o meno di amare è la loro capacità di mettere da parte il proprio ego. All’inizio pensi che l’amore sia una lotta in cui vince il più forte, in cui vince chi conquista. Poi impari che amare è rinunciare a una parte di te per fare spazio all’altro, è perdersi nell’altro. Dimezzarsi per tornare interi”.

Dai film alla letteratura hai sempre raccontato i problemi dei giovani trentenni. Quali responsabilità credi abbia la società sulla situazione giovanile attuale? E per cosa si battono oggi i giovani?

“Per trovare un’identità. Un posto nel mondo. Una voce. Ma viviamo in un mondo che considera ancora ‘ragazzi’ uomini di quarant’anni. Il pericolo più grande che vedo è quello di una generazione di persone che se non si divincolano da questo stato di cose, rischieranno di invecchiare senza crescere. E non per colpa loro”.

Il libro che ti è rimasto nel cuore.

“Tanti. ‘Il vagabondo delle stelle’ di Jack London, ‘Teresa Raquin’ di Emile Zola e ‘Lunar Park’ di Bret Easton Ellis”.

Cosa ti aspetti dal futuro? Continuerai a percorrere la strada dello scrittura o ti dedicherai anche al cinema?

“Non so dirlo. Per ora però credo che non farò programmi. Le cose che faccio all’improvviso mi riescono meglio di quelle organizzate”.


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