Simone Ciampi: Il conquistatore di sogni


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di Marisa Iacopino

 

Il nonno era assistente di Fellini, e a lui deve aver trasmesso la capacità di sognare. Maremmano di nascita, da anni si è trasferito a Roma per realizzare il suo desiderio principe: entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, e fare l’attore. Viso espressivo, eloquio che cattura, carattere risoluto.  Stiamo parlando di Simone Ciampi.

Hai recitato con artisti del calibro di Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Silvio Orlando. Che insegnamento hai tratto?

“Ho lavorato con personaggi illustri, ultimamente con i fratelli Taviani, Luca Ronconi, Barbareschi, Preziosi, Silvio Orlando. Grandi attori che ti danno la loro unicità. Allora  capisci che anche dentro di te c’è un’unicità che può toccare livelli alti, se riesci a farla venire fuori. Ecco, questi maestri t’insegnano a relazionarti con le tue unicità che sono alla base del talento di una persona, e con le quali puoi diversificarti”.

Teatro, cinema, televisione, doppiaggio, cosa ti appassiona di più?

“In Italia c’è la cultura del differenziare: attore di cinema, teatro, televisione, doppiatore. Io credo piuttosto che sia un’arte unica. Si è attore in toto, bisogna sapersi destreggiare in ogni spazio. Ma se proprio dovessi scegliere, il teatro è il primo amore, il luogo dove ogni sera si replica uno stato d’animo, un respiro diverso, perché dall’altra parte ci sono anime, occhi diversi. Nei prossimi dieci anni, però, mi piacerebbe fare anche un bel percorso cinematografico, lavorare con qualcuno di quei tre quattro registi italiani che creano il vero cinema. E intanto dedicarmi all’insegnamento, cui mi sto già avvicinando ma che vorrei divenisse una realtà più corposa.  La voglia è di fare tutto, al top”.

C’è un ruolo teatrale o cinematografico che vorresti interpretare?

“La sfida maggiore è rappresentata da quei ruoli più lontani da me. Destrutturarsi, mettere in gioco se stessi, ecco, questo mi affascina: avvicinarsi a quello che non ho mai toccato con l’anima, con gli occhi. Mi hanno sempre colpito i cattivi, penso a Jack Nicholson in Shining, Joker, gli assassini di Dario Argento… E poi mi piace il lavoro sulla patologia, ti apre un mondo ignoto. L’anno scorso, a teatro ho recitato il ruolo di un nazista. Scandagli, lavori  sul personaggio, te lo metti addosso, lo analizzi e ti immergi in qualcosa che è molto distante dalle tue ideologie, e magari tiri fuori una cattiveria che non ti appartiene sulla carta. Allora ti stupisci e ti chiedi: se fossi stato io quel nazista, sarei andato a uccidere persone, a eliminare una civiltà, una cultura? Questo ti dà la possibilità di capire il perché dei comportamenti, e di certe scelte”.

Il titolo di un libro che porteresti con te su un’isola deserta?

“Pinocchio! Innanzitutto perché è mio conterraneo, e poi sono colpito dai suoi sottomondi. Pinocchio è la realizzazione dei sogni: dal nulla arrivi alla vita. Se poi vai a fondo, ogni centimetro mancante del proprio naso è la costruzione della sua personalità; la storia del mondo”.

E c’è Geppetto, con il suo desiderio di paternità…

“Il libro raccoglie un po’ tutti, è la lotta continua alla ricerca della felicità. Geppetto padre, andando contro ogni difficoltà della vita, non lascerà mai l’amore.  E’ molto contemporaneo. Ogni volta che leggo Pinocchio, e lo faccio spesso, riconosco la vita che mi circonda. Questo è un altro mio desiderio, realizzare Pinocchio a teatro. Ho però in testa il progetto ampio di un’arte contaminata: pittura, musica, danza, artigianato culturale d’un tempo – il falegname, il liutaio. C’è chi inizia a farlo, ma si può andare più in profondità, all’anima delle cose. Sarà la forza del futuro”.

Definisciti con tre aggettivi.

“E’ d’obbligo una premessa. Tutto nasce da mio nonno che a lungo lavorò con Fellini, come assistente. Dopo gli anni di ’8½’, quelli dei sogni, mia nonna gli disse: hai due figlie piccole, se preferisci il lavoro, vai, ma non tornare più a casa. O la famiglia o Fellini!  Lui scelse la famiglia. Mio nonno  è morto quando avevo 6 anni, ma io sono cresciuto con quel mondo lì. Mi ricordo poco di lui, capisco però che la sua è stata una grande rinuncia, anche se erano altri tempi. E comunque, quella rinuncia ha dato il ‘la’ alla mia vita. Vidi per la prima volta una foto di nonno tra Fellini e Mastroianni, e nella mia mente partì uno spettacolo che andava avanti ogni giorno.  In punto di morte, il nonno mi disse: ‘non smettere mai di sognare!’. Da questo preambolo, il primo aggettivo che mi caratterizza: sognatore. E siccome dal sogno nasce la conquista delle emozioni, conquistatore. L’ultimo aggettivo con cui mi definirei, con una forzatura dovuta, è umile”.

Cosa bolle in pentola?

“C’è un grande progetto su Fellini, ma non posso dire altro! Nell’immediato, sto riprendendo ‘Le Baccanti’ al Vascello con Manuela Kustermann, per la regia di Daniele Salvo. E ancora, dal 15 settembre saremo al Globe Theatre con il Macbeth. Negli undici anni di vita del Globe, non è mia stato rappresentato, sarà una prima assoluta”.


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