Simone Toscano: “Questo lavoro mi fa vivere un sogno”


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Da dodici anni lavora per Mediaset seguendo i maggiori fatti di cronaca nazionale. Ha pubblicato due libri, di cui uno è intitolato “Nel nome di Lorys”

di Simone Mori

Simone Toscano, giornalista, 35 anni. Laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in Comunicazione politica, è diventato professionista dopo aver frequentato la Scuola di Giornalismo Lumsanews. Da dodici anni lavora per il gruppo Mediaset, dove è entrato grazie ad uno stage al Tg5. Prima solo per questo telegiornale, poi anche per gli altri del gruppo e per i programmi, ha seguito come inviato alcuni dei più importanti fatti di cronaca nazionale, dal terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009 al naufragio della Costa Concordia. Fin dalla prima puntata di messa in onda è uno degli inviati della trasmissione Quarto Grado (Rete4), in Italia e all’estero, contribuendo con i suoi reportage alla riapertura di alcune inchieste giudiziarie, come nel caso dell’omicidio di Valentina Salamone, in un primo momento archiviato come suicidio. È uno dei conduttori della rete all news gratuita del gruppo Mediaset, Tgcom24. Ha collaborato in passato con RomaUnoTv, con l’inserto culturale de Il Foglio, con la Rai, La7 (“Tetris”) ed Mtv. Ha pubblicato due libri: il “Creasogni” (Ultra) e “Nel nome di Lorys” (Piemme).

Sei soddisfatto di dove sei arrivato fino ad ora nella tua vita di giornalista?

“Se può rendere l’idea, ti dico che vivo ogni giorno il mio sogno. Ogni volta che entro in redazione mi batte il cuore, ogni volta che mi capita di dire ‘sono un giornalista’ mi pare di pronunciare la formula della felicità. E ogni servizio che realizzo è una sfida che amo intraprendere”.

Chi è Simone Toscano? Raccontaci brevemente come nasce la tua passione per il giornalismo.

“Nasce a undici anni, guardando le prime edizioni del Tg5 e divorando ogni giorno il quotidiano: passavo anche due ore a sfogliarlo, a leggere ogni dettaglio, ogni retroscena politico. Sapevo tutto di tutti e per me, appassionato di Storia fin da bambino, era un vivere i grandi eventi, immaginando un giorno di poterli raccontare. Ho coltivato questo sogno alle superiori, con il giornalino del liceo. E poi ho passato le selezioni per la Scuola di giornalismo che mi ha permesso di effettuare vari stage, tra cui uno al Tg5 dove è nata la mia avventura in Mediaset. Avevo ventitré anni”.

Ti sei già occupato di tanti casi importanti, specialmente di cronaca nera. Come riesci a non farti sopraffare da storie dolorose e crudeli?

“Devo dire che ogni anno diventa più difficile. Da un lato c’è il piano professionale, per cui giorno dopo giorno aumenti l’esperienza, i contatti, la capacità di leggere i fatti tra le righe e di scovare notizie tra i cumuli di documenti giudiziari. Dall’altro lato, quello umano, inizio a stare male davanti al dolore di persone a cui a volte so che non potrò dare un aiuto. La parte più bella rimane invece proprio il potere, in alcuni casi, contribuire alla soluzione di una indagine o alla felicità di qualcuno”.

La vita del giornalista è molto zingaresca. Ti piace questo vagabondare?

“Non riesco ad immaginarmi in un lavoro fisso. Ho raggiunto la media di quindici, venti giorni di trasferta al mese, quindi diciamo che forse potrei e dovrei rallentare un pochino, ma di sicuro un giornalista che non prova a conoscere il mondo rimarrà sempre in un limbo di autoreferenzialità”.

Raccontaci il rapporto forte nato con il padre del piccolo Lorys. Hai seguito la sua vicenda. Siete sempre in contatto?

“Ho conosciuto Davide Stival poco dopo la morte del figlio Lorys. Per mesi, anni, ci siamo visti e sentiti con lui e il suo avvocato, Daniele Scrofani, in incontri che non sono mai entrati nelle mie cronache giornalistiche: ho mantenuto la promessa di riservatezza che avevo fatto a Davide e così è nato un rapporto di fiducia che è sfociato nel nostro libro ‘Nel nome di Lorys’, in cui ho davvero messo tutto me stesso e per il quale ho fatto un lavoro di ricerca lunga mesi. Ora Davide è un ottimo amico e un esempio da seguire: è un grande uomo”.

Aiutaci a capire come un cronista di nera si mette in contatto con le fonti, come approccia le famiglie coinvolte.

“Personalmente, laddove possibile, evito di bussare o citofonare a parenti di persone scomparse. Preferisco passare per conoscenti, parenti o avvocati. E poi è fondamentale il ruolo delle forze dell’ordine. Con alcuni carabinieri e poliziotti sono nati rapporti di stima e collaborazione”.

Quali casi ti sono rimasti dentro?

“Oltre a quanto accaduto a Lorys, penso anche ai genitori di Marco Vannini, forti ed esemplari. E poi non posso non pensare a Valentina Salamone, una ragazza per la cui morte spero prima o poi ci sarà Giustizia: sono molto legato alla sua famiglia, che da anni soffre per un vuoto che è impossibile riempire”.

Come definisci le etichette date ai giornalisti da alcuni politici?

“Vergognose. Il clima attorno ai giornalisti è quello di una caccia alle streghe continua, in cui persone di scarso spessore se la prendono con i corpi intermedi, cercando appunto di far saltare ogni intermediazione tra i fatti e la loro narrazione. Siamo di fronte ad un tentativo continuo di presentare ogni intermediario come ‘venduto’, con un solo fine: proporre la propria visione del mondo, la propria ‘controinformazione’ basata spesso su fake news, giocando sul fatto che la maggior parte del pubblico è ignaro”.


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