Una giornata speciale: Maria Benedetta Bossi


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Quarta parte del nostro fashion contest ideato dall’ex modella e fotografa Adriana Soares. Questa volta pubblichiamo una lettera scritta da Maria Benedetta Bossi, architetto e creatrice di gioielli, che ha voluto raccontare L’Aquila subito dopo quel terribile terremoto del 2009. Si è trovata lì e ha realizzato un servizio fotografico raccolto in una mostra

di Adriana Soares

Siamo arrivati alla quarta uscita del concept “Una Giornata Speciale”. Ma per questa volta lascio spazio alla splendida creatura che si cela dietro a creazioni così particolari, luminose ed uniche. Dietro alle forme sinuose e a volte spigolose dai colori vivaci, si celano le mani di una persona davvero speciale: Maria Benedetta Bossi, un nome bellissimo e ve lo assicuro che è ancora più bella l’anima che lo porta.
Vi pubblico qui la sua lettera inviata a me, dove si racconta. Questa volta rimando le interviste alle due belle modelle che gentilmente hanno posato per noi, Maria Manzillo e Adriana Mazzarini, entrambe dall’agenzia Zoe Models di Roma. Questa volta il servizio lo dedico a questa bella ragazza, dall’aspetto delicato e dolce ma forte e caparbia d’animo. La sua sensibilità va oltre ai gioielli che crea, perché è stata in grado anche come fotografa a dare una voce al silenzio dell’Aquila dopo la distruzione. Perché ha fatto anche questo, ha realizzato un reportage unico su ciò che è rimasto della splendida città.
Maria Benedetta afferma: “Con la fotografia puoi dire ciò che hai negli occhi e nel cuore”. Ha pienamente ragione, avendo visto tutte le sue immagini pubblicate nel libro di Immota Manet “L’Aquila tra patimento e speranza”, Segni Edizioni Caserta. Sono immagini di struggente bellezza, raccontano le vite e le persone attraverso la loro sconvolgente assenza.
Vi allego ciò che mi ha scritto così com’è. Buona lettura.

“Cara Adriana, descrivere in due battute il mio lavoro risulta veramente complesso perché non so mai cosa dire riguardo a perché e per come.
Io sono un architetto che vive a lavora a Napoli, sono italo-argentina, ho appena compiuto 40 anni, adoro l’opera lirica e i libri. Nella professione mi occupo del consolidamento di edifici storici e monumentali danneggiati da sisma. Apparentemente un argomento lontanissimo da quello che stiamo trattando, ma ciò che sono, ciò che faccio, cosa vedo si riflette inevitabilmente nei miei gioielli. Nel 2009 mi sono dovuta trasferire all’Aquila per via del terremoto e, da che dovevo rimanere solo un paio di mesi, ci sono stata praticamente più di tre anni.  
Tornando ai gioielli, posso dire che tutto è nato per gioco, per caso… Però le cose non accadono mai per caso (cosa di cui sono fermamente convinta). Improvvisamente, circa sette anni fa, mi sono trovata ad esporre le mie creazioni qui a Napoli, prima in una piccola galleria d’arte, il Penguin Cafè, successivamente nello showroom di Poltrona Frau.
I gioielli, i bijoux, i monili, gli ornamenti in genere mi hanno sempre affascinata, vuoi per le loro strutture, vuoi per la molteplicità praticamente infinita di materiali con cui essi stessi possono essere realizzati, vuoi per le cromie di alcune pietre. Quando poi ho ‘scoperto’ di poter realizzare alcuni oggetti da sola, non mi sono più fermata (professione da architetto permettendo). In questi anni ho prodotto cose molto diverse ma mentirei nel dire che ho una fonte d’ispirazione ben precisa. Sicuramente ci sono dei periodi storici e delle correnti artistiche che in qualche modo influenzano il mio lavoro, mi riferisco ad esempio al barocco, all’Art Nouveau ma allo stesso tempo l’influenza può arrivare dal mio Vesuvio, dal golfo con il suo mare dai colori sempre diversi, dalla geometria e dalle strutture. Può apparire banale, ma il viaggiare e conoscere usanze e costumi diversi dai propri, non può non stimolare la creatività. E così si attinge da ciò che è la vita comune, in tutte le sue sfaccettature, per creare oggetti nuovi. In questo modo vengono fuori abbinamenti forse azzardati, nelle forme, nei materiali, nei colori, ma che riescono a trovare una loro armonia. Ciò permette di spaziare veramente senza chiedersi o porsi limiti nell’accostare un materiale ‘nobile’ ad un materiale ‘povero’. Le pietre dure, il legno, le resine, il vetro, i cristalli, il feltro, le perle, l’argento, il corno e la pelle diventano un unico materiale da cui tirar fuori nuove cose. E proprio perché le possibilità si moltiplicano è molto difficile che replichi pedissequamente un oggetto. Al massimo posso replicarlo in due o tre esemplari, ma non di più. Mi piace conservare questa veste artigianale e di unicità perché ho sempre il desiderio di andare avanti con un altro lavoro.
Come dicevo prima, mi sono trasferita all’Aquila nel 2009 per seguire, in fase di emergenza, la costruzione di edifici che avrebbero ospitato la popolazione sfollata e in seguito per il restauro della cupola della basilica di San Bernardino da Siena. Qui ho trovato una città profondamente ferita dall’evento sismico. Le immagini che si susseguivano in televisione, nei giorni successivi a quella tremenda notte, riuscivano solo in minima parte a restituire la reale entità dei danni e del profondo disagio in cui la popolazione aquilana e dei comuni limitrofi si è venuta a trovare in 44 secondi e che oggi, a distanza di quattro anni, continua a vivere. Danni al patrimonio abitativo spaventosi, chiese e palazzi come sventrati e colpiti a morte, automobili schiacciate da cumuli di macerie, il paesaggio urbano stravolto e l’assoluto silenzio. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli dei mezzi dei vigili del fuoco, che instancabilmente hanno lavorato per soccorrere la popolazione prima e garantire, in seguito, la sicurezza di tanti edifici e l’accessibilità alle strade principali. Tutt’intorno le tendopoli. Ciò non accadeva solo a L’Aquila, ma anche nei tanti comuni limitrofi, di cui a livello mediatico, si è saputo poco o nulla. In questo contesto mi sono trovata a scattare moltissime fotografie che, per motivi professionali, ritraevano prevalentemente i danni degli edifici e delle chiese. Ma queste foto erano diverse da tutte le altre che avevo scattato, in simili occasioni, in altri luoghi dove il sisma aveva lasciato i suoi tremendi segni.
A L’Aquila i danni non erano solo quelli esteriori di tipo materiale e strutturale, ma erano e sono tutt’ora soprattutto immateriali e alludo alle ferite dell’animo, forse ben più profonde.
Pur non essendo una fotografa professionista ho dedicato gran parte del mio tempo libero a documentare tutto ciò che mi circondava, perché solo camminando nell’assoluto silenzio interrotto solo dai miei passi tra le macerie, tra edifici sventrati e in situazioni al limite della sicurezza potevo, in minima parte, comprendere lo smarrimento, il buio, il dolore, il cambiamento radicale delle vite di tante persone. Ero lì per aiutare a ricostruire, a restaurare, ma non bastava. Dovevo dare un altro senso ancora della mia presenza in quei luoghi. E’ nata così, nel 2010, una mostra fotografica che si è tenuta nel Palazzo Reale di Napoli, per poter raccontare cosa fosse accaduto all’Aquila a seguito del terremoto. La fotografia ha rappresentato, nel mio piccolo, il mezzo attraverso il quale riportare una realtà di estremo dolore e disagio a chi non ha vissuto un’esperienza così tremenda e mantenere alta l’attenzione sulla città dell’Aquila e sui suoi abitanti.
In questi anni che ho trascorso all’Aquila ho dovuto abbandonare la creazione dei miei monili perché il lavoro mi assorbiva completamente e le condizioni al contorno avevano letteralmente bloccato il processo creativo. Ma rientrata a Napoli mi sono rimessa all’opera, questa volta con visione del tutto nuova di ciò che mi circonda.
Il senso di distruzione, desolazione, silenzio trovo che qui sia bene espresso. Questa mostra si intitolava ‘Immota Manet, L’Aquila tra patimento e speranza’. Era composta da 50 fotografie, divise in 6 temi differenti: la città, gli edifici, le chiese, gli interni, i frammenti e le opere opere provvisionali. Come puoi vedere dal catalogo è come una sorta di volo dall’alto verso la città, guardandola prima nella sua estensione, poi nei singoli elementi che la compongono cioè le chiese e i palazzi, poi le foto degli interni di questi, i frammenti di edifici, di vita quotidiana, e tutto questo tenuto assieme dalle opere provvisionali, cioè i puntellamenti fatti dai vigili del fuoco. In poche parole questo era il percorso che attraverso le immagini, a ‘zoommare’ si faceva nella mostra. Questa mostra è stata poi ospitata a Viterbo e a Milano. Inoltre il Comune dell’Aquila mi ha concesso il patrocinio e ti confesso che è stato importantissimo per me. Ho visto questa cosa come il riconoscimento del mio lavoro da parte della città dell’Aquila e forse è stato il riconoscimento più grande”.
Maria Benedetta Bossi


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