GP Magazine dicembre 2013



more No Comments gennaio 14 2014 at 18:31


Erica Banchi: Note di attrice

erica banchi 1

Attrice particolarmente apprezzata in “Paura di amare 1 e 2” nel ruolo da protagonista di Asia. Ha diversi progetti e presto la vedremo nella parte di una poliziotta ne “Il Restauratore 2”. E’ anche un’ottima pianista

di Silvia Giansanti

Mai scrivere il suo nome con la lettera k, toglierle il pianoforte e farla vivere in un posto caldo, si arrabbierebbe moltissimo. Erica, giovane e dinamica attrice romana, ha intrapreso per caso questo mestiere. Quando ha capito che poteva farcela, ha studiato seriamente, ma ha sempre seguito il pensiero di Seneca, secondo il quale la fortuna non esiste, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. Soprattutto poi nel nostro Paese. Per lei è fondamentale che cinema e musica vadano di pari passo, ha anche suonato per Giovanni Paolo II e sogna di debuttare sul grande schermo.
Erica, è stato il lavoro a cercare te o viceversa?
“E’ iniziato tutto per caso, perché non avrei mai pensato di fare l’attrice. Ricordo che dopo la maturità, un pomeriggio entrai in un negozio di elenchi telefonici per cercare una buona scuola di recitazione a Roma, visto che avevo fatto un po’ di teatro alle scuole medie. Un signore che lavorava lì, mi consigliò il Centro Sperimentale. Ho pensato subito di provare a salire su quel treno e presentai in tempo tutto ciò che serviva. Ho iniziato a sostenere i primi provini e ricordo che quando portai un monologo di Shakespeare e un canto di Dante, c’era Lina Wertmuller”.
Andò bene?
“Sì, entrai nella scuola e studiai per tre anni con Giancarlo Giannini; è stata un’esperienza meravigliosa. E’ una scuola che mi ha permesso di conoscermi fino in fondo, facendo un’analisi, una sorta di psicoterapia”.
Cosa ricordi di quei tempi?
“Ho un nitido ricordo di un’insegnante di danza molto severa che usava il ‘bastone’ e che una volta mi disse che la dovevo guardare negli occhi e mettere da parte la timidezza. Da quel giorno, a costo di diventare viola, mi sono imposta di guardare le persone negli occhi”.
E allora quando incontri un uomo che ti piace?
“Oddo, è la fine! Diventa tutto molto più difficile, scappo”.
Sei stata molto impegnata già in un età molto giovane con la scuola e lo studio del pianoforte. Tutto questo ti ha portato a sacrificare amicizie, rinunciando quindi ad una fase spensierata della vita?
“No. Io non ho la mia vita, io vivo la vita. Cerco di essere sempre una per tutto. Sono sempre presente, prendendo energia dagli affetti, che considero un bel supporto emotivo. Non ho una classifica, al momento fa parte tutto della mia esistenza, è tutto un’amalgama”.
Parliamo di questa tua passione per il pianoforte. Chi è secondo te più portato per questo strumento?
“Chi sente la necessità, chi non sbuffa nella fase del solfeggio ad esempio, chi ha bisogno di imparare l’abc dello strumento”.
Hai preferenze per altri strumenti?
“Se non avessi studiato pianoforte, avrei studiato il violoncello, uno strumento che hai addosso e che abbracci”.
Nel passato hai suonato nel corso di un concerto dedicato a Giovanni Paolo II. Ti tremavano le mani in quell’occasione?
“Tantissimo, anche perché ho suonato alla Fenice di Venezia. Pensa che per non farmi tremare le mani, mi sono addirittura immedesimata in un’attrice tedesca di nome Hannah Herzsprung. Avevo appena visto il film ‘Quattro minuti’, che consiglio”.
Mi sembra di capire che musica e cinema possano andare di pari passo.
“Molto, almeno per me”.
E se proprio dovessi scegliere tra le due?
“Vorrei che andassero sempre di pari passo, è come chiedermi se volessi più bene a mio padre o a mia madre”.
Ho letto che hai fatto un viaggio in India. Cosa ti ha spinto lì?
“Ho scoperto su facebook che una mia coach di recitazione aveva organizzato un viaggio in India alla scoperta del Siddhartha e quindi ho deciso di andare. E’ stata un’esperienza molto piacevole e completa alla scoperta dei luoghi in cui Hermann Hesse ha scritto il suo libro. In quell’occasione ho studiato il kathakali, una forma espressiva di teatro-danza indiano”.
Hai in programma qualche altro viaggio?
“La Scozia. Sono un tipo invernale, mi piace il freddo e adoro tutti i Paesi del nord Europa”.
Hai recitato nella fiction “Paura di amare 1 e 2”. Quanta paura hai a tal proposito?
“Come tante persone ho paura di perdere una cosa bella. Cerco di tutelarla e di godermela”.
Un attore con il quale sogni di lavorare?
“Elio Germano o Pierfrancesco Favino”.
Qual è il tuo obiettivo futuro?
“Vorrei fare del cinema”.
Cosa stai traendo dal mestiere di attrice in queste prime esperienze?
“Che ogni giorno e soprattutto in questo Paese, occorre l’opportunità. La preparazione è fondamentale, ma quello che più conta è il fatidico momento giusto”.
Attendi qualche rivincita nella vita?
“Tutte le persone, che fin da piccola mi hanno fatto del male, le ho perdonate, ma la vita ha fatto già da sé. Del resto la canzone di Carmen Consoli dice che la vita prima o poi estingue il suo debito…”.
Progetti futuri?
“Ce ne sono ma al momento non mi posso sbilanciare. Posso dire che ho una piccola parte ne ‘Il Restauratore 2’”.
Ruolo?
“Di una poliziotta che sta dietro ad una scrivania”.
Riguardo invece a “Paura di amare”, il personaggio interpretato ti ha soddisfatta?
“Sì, ho trovato Asia un personaggio completo e una bella figura, è una mamma, è un medico, è una moglie ed un’amica. Mi spiace che sia finito questo viaggio con lei. Spesso la gente addirittura mi chiede se io sia così anche nella realtà”.

CHI E’ ERICA BANCHI
Erica Banchi è nata a Roma il 23 maggio del 1987 sotto il segno dei Gemelli con ascendente Gemelli. Caratterialmente si definisce timida, folle, dinamica e grintosa. Tifa per la Sampdoria, adora pane e olio e ha come hobby le passeggiate nella natura. Le piacerebbe vivere a Los Angeles. Da poco le è mancata Rosina, la sua gatta di diciotto anni e adesso ha un cane di taglia piccola di nome Gino. Erica è misteriosa riguardo alla vita affettiva, ma considera Dante Alighieri il suo compagno da sempre. L’anno fortunato professionalmente parlando è stato il 2009. Erica ha iniziato ad intraprendere i suoi studi musicali all’età di 7 anni a Sanremo, e all’età di quindici è tornata a Roma per approfondire il discorso sulla composizione. Dopo la maturità è entrata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma sotto la guida del maestro Giancarlo Giannini. Ha continuato a portare avanti in parallelo anche il discorso musicale, conseguendo nel 2011, con il massimo dei voti, il diploma di pianoforte presso il Conservatorio “L. Perosi” di Campobasso. Nello stesso anno è stata chiamata ad esibirsi in un concerto dedicato a Giovanni Paolo II al teatro “La Fenice” di Venezia, ottenendo un grande successo. Ha avuto anche esperienze teatrali come “Romeo & Giuliet”, “Sogno di una notte di mezza estate” e “Il giardino dei ciliegi”. Per Rai Tre ha girato il documentario “La questione nucleare”, nel quale oltre ad essere attrice, è anche autrice della colonna sonora. Nel 2009 è stata scelta per interpretare Asia, la protagonista della fiction di Rai Uno “Paura di amare”, a cui è seguita anche la seconda serie. Ha avuto anche una parte ne “Il Restauratore 2” e attualmente si dedica allo studio della composizione, sotto la guida del maestro Claudio Perugini.



more No Comments gennaio 14 2014 at 18:03


Daria Contento: Una giornata speciale

una giornata speciale 5

E’ con la bella Daria che continuiamo la nostra avventura: la nona. Noi di GP Magazine e la fotografa Adriana Soares abbiamo ideato un fashion contest
rivolto a tutti i ragazzi e le ragazze della porta accanto. Un modo carino di realizzare il sogno di molti ragazzi che desiderano intraprendere la carriera di modelli o semplicemente passare una giornata speciale

di Adriana Soares

Un modo speciale di realizzare il sogno di molti ragazzi che desiderano intraprendere la carriera di modelli o semplicemente passare una giornata speciale. Per questo motivo ho nominato questo contest “Una giornata speciale”, dove i ragazzi si immergeranno in un contesto diverso quello di uno shooting fotografico. Partendo dal make up e in seguito si inizia con la preparazione per gli scatti veri e propri.
Daria, come hai saputo del contest?
“Ne sono venuta a conoscenza tramite una mia amica che si era proposta al contest”.
Cosa ti ha spinto a proporti a questo contest?
“Direi la voglia di provare una nuova esperienza, accompagnata dalla stima che nutro per Adriana come fotografa e artista”.
Cosa ti aspettavi?
In realtà è stato tutto una gran sorpresa. Certo, sapevo che mi avrebbe fatto degli scatti, ma non molto altro. Ero solo molto curiosa!”
Cosa hai provato quando ti è arrivata la conferma del servizio?
“Ero ovviamente entusiasta e curiosa di sperimentare una novità”.
Come hai vissuto la giornata dello shooting?
“Mi sono divertita tantissimo, oltre che poter vivere da vicino cosa significa essere modella per un giorno. Un’esperienza davvero entusiasmante”.
E’ stata un’esperienza che rifaresti?
“Certo, perché no!”.
La consiglieresti?
“Sì, ovviamente bisogna essere comunque molto disponibili e con una giusta dose di sfacciataggine… più si è rilassate, più gli scatti rendono”.
Cosa ti aspetti che accada ora dopo la pubblicazione?
“Mah chissà… Amo affidare al destino gli eventi della mia vita vedremo”.
Cosa sogni?
“Il mio sogno più grande è quello di poter diventare attrice di musical, perché accanto al recitare, la mia passione più grande è il canto. Spero sinceramente che prima o poi questo sogno possa diventare realtà”.



more No Comments gennaio 14 2014 at 17:58


Carlo Marrale: La gioia negli occhi, la poesia nell’anima

Carlo Marrale

Carlo Marrale, fondatore, autore, voce e chitarrista dei Matia Bazar, è senza dubbio un artista colto, sensibile ed eclettico. Con lui parliamo anche del suo spettacolo “Solo tu, il musical”

di Donatella Lavizzari

Straordinaria è la sua capacità di sorprendere sempre grazie a una vita votata alla ricerca e alla conoscenza attraverso l’espressione artistica declinata nei più diversi modi. La genesi delle sue opere o meglio la causa scatenante sembra essere una prova della comunione totale tra sensi e arte, tra sensazioni fisiche e mentali.
Ciao Carlo, Victor Hugo diceva che “La musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio”.  Sei d’accordo?
“Certo, penso che lo stesso possa valere anche per la pittura e per tutte le arti figurative”.
Qual è stata l’esperienza vissuta sino ad oggi che ha significato di più per te, che ti ha fatto sentire particolarmente felice, o che magari ti ha insegnato qualcosa?
“Sicuramente l’esperienza più che ventennale con i Matia Bazar: ricordi bellissimi, girare il mondo poco più che ventenne con quattro amici, cantando le proprie canzoni ed ottenendo un successo a livello internazionale. Non è cosa da poco, mi ritengo un privilegiato, ho avuto la grande fortuna di vivere un sogno. Il sogno che ho sempre accarezzato.”
Scrivere musica è fondamentalmente una trasmissione di sentimenti: tu cosa individui di te stesso in quello che componi e suoni?
“La sincerità e l’intenzione di emozionare prima me stesso sono sempre state le condizioni che ho adottato nel mio modo di fare musica”.
Se dovessi offrire una chiave di lettura per capire qual è stata la poetica di Carlo Marrale in tutti questi anni quale sarebbe?
“La non sudditanza delle mode e delle tendenze, la libertà di esprimermi, così, come il mio cuore comandava”.
Il fascino di un luogo influenza la rappresentazione, la nutre di contenuti e ne viene a sua volta impregnato, dove ti piacerebbe esibirti?
“Indipendentemente dal luogo, che certo se è bello è meglio, la gioia più grande l’ho sempre provata e sempre proverò quando si riesce a stabilire quel filo invisibile con il pubblico, quando si riesce a stabilire il vero contatto da cuore a cuore”.
Quali sono i tuoi “incanti” e i tuoi “disincanti”?
“La parte buona dell’umanità e la parte cattiva della stessa umanità”.
La musica può comunque arrivare a scuotere in qualche modo le coscienze e trasmettere un messaggio?
“E la parola che può scuotere le coscienze ed è sempre stato così, però, dipende molto dalle coscienze,  che in questi anni non mi pare vogliano essere scosse dalla musica. Era un discorso diverso qualche anno fa, quando esistevano i cantautori, o  meglio, quando a loro si dava spazio e con le loro poetiche potevano dare chiavi di lettura soprattutto al pubblico più giovane. Ma erano anni in cui l’intero mondo vedeva nella musica un valore condivisibile da tutti”.
Un giovane musicista pieno di talento, in un mondo che consuma musica come se fosse un prodotto da fast food. Quanto è difficile resistere alle pressioni di mercato e sopravvivere a questo silenzio generalizzato?
“Le case discografiche non esistono più o quasi, di fatto le major ne hanno decretato la fine o un drammatico ridimensionamento,  modificando nel tempo, con la complicità delle radio, anche il gusto del pubblico. Penso che oggi Artisti come Paolo Conte, Franco Battiato, Lucio Dalla, non avrebbero la minima possibilità di emergere… Di conseguenza, per un musicista, che non rientra nei parametri voluti ed imposti dalle major, e’ sempre più difficile vivere della propria musica”.
“Osservando la vita, ci si rende conto che ci si affeziona non solo alle persone, ma anche alle cose e che, tutto sommato: l’amore è una passeggiata nello spazio e nel tempo”.  Cosa ne pensi?
“Molti sono convinti che l’amore sia solo tra due persone. Quello è solo un aspetto di questo sentimento, l’amore è anche empatizzare con l’ambiente che ci circonda, è rispetto per altre forme di Vita, è aiutare gli altri, è sentirsi tutt’uno con l’Universo. Questa è la condizione alla quale tutti noi dovremmo tendere.”
Ci vuoi parlare di “Solo tu il musical”, che sta avendo un grande successo sia di pubblico che di critica?
“’Solo tu il Musical’ nasce dall’incontro tra Marco Marini e me. Circa due anni fa, iniziarono ad arrivarmi mail da un tale Marco da Genova chiedendomi un  incontro per parlarmi di un’idea a suo dire molto interessante. A dire il vero pensavo fosse uno dei tanti esaltati che si incontrano in rete … ma il tono gentile ed educato dei messaggi, ha fatto si che gli diedi un  appuntamento a Milano, in un bar della stazione del metrò, così’ da avere una rapida via di fuga, nel caso “l’idea”si fosse rivelata una”sola”…Invece, Marco tirò fuori un copione ben confezionato ed iniziò a leggere … ecco il cerchio che si chiudeva, mi piacque, e capii subito che era quello che stavo cercando. Ci mettemmo subito all’opera, correggendo alcune scene e migliorando qua e là  alcune battute, ma l’ossatura era già ben definita. Ecco il modo per rendere omaggio al lavoro di Aldo Stellita, bassista, anima ed autore dei testi dei Matia Bazar, gruppo del quale mi pregio di averne fatto parte per tanti anni e di esserne tra i fondatori. La storia del Musical Solo Tu fotografa la nostra realtà oggi, è ambientata a Roma ed ha come protagonista principale Cinzia Conti, magistralmente interpretata da Lisa Angelillo, che vive nell’illusione che lei stessa si è creata di vivere una vita serena e felice, sacrificando le sue aspirazioni di scrittrice, nelle quattro mura domestiche con il marito ed una figlia, votata all’apparenza e alle futilità  dei bisogni artificiali indotti da un sistema che ci vuole prima di tutto consumatori. Quando scopre una storia tra il marito e un’amica coetanea della figlia, il crollo diventa inevitabile. Ma ecco entrare in scena Mr. Mandarino, la figura new age e filosofica della commedia, che la convince ad intraprendere un viaggio per il mondo alla ricerca di se stessa. Cinzia a poco a poco, tra varie avventure, tra le quali un incontro a Parigi con Bruce, un uomo affascinante interpretato da un grande Michele Carfora, riesce a terminare il suo primo libro che invierà a vari editori.”
Al suo rientro a Roma, con grande sorpresa i suoi sogni diventano realtà”. Che tipo di commedia è?
“E’ una commedia nella quale il ruolo della donna capace di reinventarsi e di condurre la propria vita nelle direzioni a lei più congeniali, ne esce vincente. ‘Solo tu’ richiama il titolo di una canzone fortunatissima e di successo in mezzo mondo ma ha anche un’altra chiave di lettura: solo tu-noi abbiamo nel nostro cuore le indicazioni per poter vivere una vita appagante e ricca di soddisfazioni e per cercare di raggiungere l’unico scopo che abbiamo in questa vita, la ricerca della felicità duratura e immodificabile dagli eventi”.



more No Comments gennaio 14 2014 at 17:54


Roberto Ranelli: Ridere per passione

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Il pubblico italiano ha iniziato a seguirlo dai tempi del “Seven Show”. Erano gli anni in cui tirò fuori il personaggio de “Er Modifico”, che ha avuto talmente successo che è stato poi ripreso e imitato da altri comici

di Claudio Testi

La passione per questo lavoro ha iniziato ad averla già quando frequentava le scuole medie.
Successivamente ha iniziato a studiare come odontotecnico e contemporaneamente faceva i primi spettacoli di cabaret con imitazioni, rumori, (“ricordo – dice – che ero specializzato nel fare la caffettiera), la gallina, gli animali in genere e le canzoni, a suonare la chitarra ad esempio eseguendo la “Canzone del sole” dell’indimenticabile Lucio Battisti. Erano i tempi in cui frequentava un locale, l’Alfellini, dove ha cominciato a vedere i mostri della comicità e dove ha conosciuto il grande Marcello Casco che lo ha “inizializzato” nel mondo del cabaret.
Roberto, quando hai capito che la comicità sarebbe diventata la tua professione?
“Pian piano andando avanti. Le prime volte, ricordo, sono state veramente toste,  entravo in scena da folle, da incosciente, non avevo ne le battute ne i tempi giusti, c’è voluta la passione e la grande perseveranza per andare avanti. Tutti i comici non dovrebbero perdere quel pizzico di incoscienza che ti dà l’adrenalina, il gusto di esibirti come se ogni sera fosse la prima volta.  In definitiva, posso dire che prima mangiavo lavorando con la bocca degli altri, ora con la mia, perché con essa faccio ridere”.
In poco tempo sei arrivato ad un successo sempre crescente, approdando al mitico “Seven Show”, mettendoti in luce con i monologhi che ti hanno fatto conoscere sempre di più. Fra i vari personaggi che hai presentato, quello che è diventato il tuo cavallo di battaglia: “Er modifica”.
“Diciamo che il ‘Seven Show’ mi ha dato quella grande visibilità che altri programmi tv precedenti non erano riusciti a dare. Ricordo la prima sera che misi in scena ‘Er modifica’ feci, nel senso più buono della parola, ‘un casino’ in questa sala dove vedevo che tutti ridevano, ma da inesperto non riuscivo a capire perché. La scena  de ‘Er modifica’ non era una parodia ma metteva a fuoco uno spaccato della vita che voleva e vuole sensibilizzare in modo comico il delicato problema della droga. Vedevo che facevo le battute e loro ridevano. Era l’epoca del campione dello sci, Alberto Tomba,  ricordo che entrai in scena, fermavo il presentatore e gli dicevo, ho scoperto perché Tomba vince sempre, perché ‘bara’! Poi pensando sempre allo sci mi venivano in mente altre battute sulla ‘neve’ ecc. Ricordo quella sera con immenso piacere, quando dopo lo spettacolo,  in camerino vennero diversi colleghi comici a salutarmi e a complimentarsi con me”.
“Er modifica” ha avuto e continua ad avere un grande successo, tanto che è stato ripreso e “moficato” anche da altri tuoi colleghi…
“Vero, anzi alcuni colleghi lo hanno ripreso proprio di ‘sana pianta’ con tanto di battute scritte da me. Nel mondo della comicità accade anche questo, ognuno trae spunto da altri, anche io non mi vergogno a dirlo ho tratto qualcosa da Beppe Grillo, da Totò, da Gigi Proietti. Certo, se imiti uno che ha la tua stessa età, lavora negli stessi locali, sei un folle”.
Con il passare del tempo, ridere, secondo te è diventato più facile o più difficile?
“In questi miei primi  trent’anni di ‘passione lavoro’, anche se non lo chiamerei lavoro, perché se il comico lo fai per lavoro è finita, non puoi pensarlo neanche avendo decine di anni di esperienza, ogni sera è sempre ‘la prima’. Oggi siamo tanti, probabilmente più di 5000 in Italia, grazie anche ai sempre più numerosi programmi televisivi e radiofonici specifici. E’ aumentata la scelta ma è più difficile fa ridere, è bene pensare che siamo persone che fanno ridere e che amano divertirsi con il pubblico. Ad esempio, Totò ti faceva ridere solo a guardarlo, era una maschera come Petrolini. Mi dispiace constatare che ci sono tanti comici, tante trasmissioni ma c’è poca originalità e spesso troppa volgarità”.
Hai delle anticipazioni da darci su dei nuovi personaggi che stai creando per il tuo nuovo spettacolo?
“Tra i nuovi personaggi che sto tirando fuori, c’è ad esempio l’avvocato Laudadio, per gli amici ‘Er Pendola’, un simpatico avvocato che ha delle manie di persecuzione e che lo seguono con un tormentone ‘qua e là, qua e là…’. Un altro personaggio è Aldino, un cinquantenne che non ha mai avuto rapporti sessuali e che tutto ciò che vede è peccato mortale. In questi giorni sto lavorando su un altro personaggio a cui ancora non ho trovato il nome, che si critica e parla male di se stesso delle proprie azioni durante il giorno con grande autoironia, si manda a quel paese ogni volta che si guarda allo specchio, ed è molto originale. Già l’ho messo in scena per qualche minuto e ho visto che funziona e va controcorrente alla maggior parte dei comici che solitamente parlano male sempre degli altri. E ancora, nuove parodie, canzoni e monologhi che parlano dell’attualità, anche io da parecchio tempo uso giornali, fotografie e video come fanno tanti e da cui abbiamo preso spunto tanti anni fa, dal primo in assoluto, Beppe Grillo”.
E “Ridere con Gusto Italia”?
“Mi fa piacere collaborare per questo progetto di ‘Ridere con Gusto’ che è diventato un “format”, unico ed inimitabile e che mi permette assieme ad altre colleghe e colleghi di andare in giro per i locali, iniziando da quello storico della Stazione pizzeria di Tivoli e a far sorridere tanta bella gente che, nonostante le avversità del nostro tempo, ama mangiare bene e divertirsi in modo sano e schietto”.
La prima cosa a cui pensi appena sveglio e l’ultima prima di andare a letto?
“Il pensiero che ho maggiormente prima di dormire è quello di aver fatto delle cose giuste, di non aver dato a nessuno modo di pensare male di me. Penso sempre al benessere di Greta, la mia bimba.Il primo pensiero che ho quando mi sveglio è lo stesso ma viceversa di quello che ho quando vado a nanna. Mi auguro sempre di fare cose importanti e comunque per dirla alla Marzullo, il mio sogno nel cassetto è quello di trovare la chiave per aprirlo e lavorare sia da solo che con gente brava, ma sempre con grande passione”.



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Alessandro Quasimodo: Una vita sotto i riflettori

ALESSANDRO quasimodo CON L'AMATO CAGNOLINO CHARLES TRENET

Incontriamo il figlio di uno dei più grandi poeti contemporanei, Salvatore Quasimodo. E’ scrittore, regista e attore, si è diplomato al Piccolo Teatro di Milano e ha frequentato un corso di perfezionamento sotto la direzione di Lee Strasberg
(il “padre” formativo di James Dean, Paul Newman, Al Pacino, Robert De Niro)
al Festival dei Due Mondi di Spoleto

di Paolo Paolacci

Una splendida eredità umana e letteraria che cresce quotidianamente verso il futuro della sua memoria.
“Ed è subito sera”. Pensi sia la poesia più rappresentativa di tuo padre? Hai una chiave di lettura del motivo per cui è stata scritta?
“La più rappresentativa certo sì, come per un Ungaretti ‘M’illumino d’immenso’. La circostanza non posso saperla perché non ero neanche nato.  Ti posso dire che fa parte di una poesia intitolata ‘Solitudini’, molto più lunga e gli ultimi quattro versi  costituiscono appunto il testo di ‘Ed è subito sera’. Tant’è che per la sua prima raccolta di poesie pubblicata da Mondadori diede tanta importanza a quei versi da usare l’incipit come titolo. Ad oggi questa è sicuramente la sua poesia più tradotta nel mondo ed è utilizzata, e direi abusata, nei titoli dei quotidiani: ed è subito gol, ed è subito calcio, ed è subito casa e potrei citarne infinite varianti”.
Scrittore, regista, attore, letterato cosa si addice di più alla tua persona e alla tua indole? E come ti sei formato per comunicare con i vari tipi di pubblico?
“Ho parecchie frecce al mio arco, una personalità complessa la mia con vari lati a volte anche in contrasto tra loro: uno introspettivo che lavora sulla psicologia dei personaggi ed uno certamente satirico, comico che forse mi viene da mio padre che aveva una carica molto forte di ironia ed autoironia: la capacità cioè di non prendere mai troppo sul serio né le cose intorno a noi né se stessi. Le esperienze che mi hanno formato sono state molte: tanto per dire, quella di avere avuto la possibilità, dopo essermi diplomato attore al Piccolo Teatro di Milano di andare a Spoleto e frequentare un seminario tenuto da Lee Strasberg, fondatore dell’ Actor’s Studio, da dove sono usciti tutti i grandi attori americani come James Dean, Paul Newman, Marilyn Monroe, Al Pacino, Robert De Niro e tanti altri;un’altra importante esperienza è stata di aver affrontato il personaggio di Stanley ne ‘Il compleanno’ di Harold Pinter, grande drammaturgo inglese e  anche lui Premio Nobel. Mi sento molto vicino al teatro inglese contemporaneo, come anche al grande repertorio nordico di Ibsen e di Strindberg.  Quando devo affrontare la regia, nel mio lavoro mi sta a cuore  l’approfondimento  del testo ma soprattutto il ‘sottotesto’ la parte cioè che l’autore non scrive ma bisogna scoprire tra le righe. Credo che dopo ‘Il mestiere dell’attore’ di  Stanislavskij , il metodo sia sempre quello e cioè: quando tu devi rappresentare in scena una situazione di disagio di paura o  anche di contagiosa euforia, devi  rivivere  un episodio che faccia riaffiorare dal tuo inconscio una situazione analoga del tuo vissuto.. Per esempio, nell’interpretare una scena in cui doveva affiorare ansia e timore di non farcela, ho pensato intensamente al mio esame di maturità. Confesso che ancora oggi mi capita  di sognarlo come un incubo… anche i  momenti di gioia devi ricrearli dentro di te come vissuto e non puoi certo inventarteli: risulterebbero falsi”.
Qual è la profondità di un uomo? E la sua leggerezza? E come la porti in scena?
“La cosa importante per coinvolgere gli spettatori è cercare di entrare nella sfera intima dell’autore che tu stai interpretando sia drammaturgo che poeta. Per esempio il 9 novembre scorso, ero a Recanati a recitare Leopardi davanti a un pubblico che considera l’autore cosa propria ed è ipercritico verso gli attori che si cimentano con il grande Giacomo, per questo si deve trovare la chiave che sia rispettosa dell’autore ed è necessario che tu stesso ti sia calato nello stato d’animo del poeta nel momento della creazione… In poche parole: il pubblico dovrebbe avere la sensazione che nel momento in cui sto proponendo una poesia è come se la stessi componendo io in perfetta sintonia con l‘universo creativo leopardiano. Una dote che io ritengo fondamentale e che purtroppo sta diventando sempre più rara, è l’umiltà: l’attore deve mettersi umilmente al servizio dell’autore e del suo testo”.
Mi riesce impossibile non parlare di Maria Cumani e del libro uscito con il tuo contributo,  “Il fuoco tra le dita”. Ce ne parli? Chi è Maria Cumani oltre ad essere tua madre?
“Maria Cumani è una grande donna che sta man mano conquistando quegli spazi che non le sono stati riconosciuti in vita. E’ una donna che diceva di esser nata trent’anni prima del suo vero tempo. E’ stata una pioniera ma, come tutti i pionieri, nel momento che stanno sperimentando una loro creazione, rischiano di non essere capiti. Devo dire però che molti, con il trascorrere del tempo quando vedono qualcosa che arriva  dall’estero (Carolyn Carson o Pina Bausch) dicono:  ‘ma io queste cose le ho già viste portate in scena dalla Cumani’. Tutte idee da ‘fuoco tra le dita’, per citare un suo verso, che all’epoca venivano viste quasi con sospetto.  A Firenze si è aperta il 12 novembre la mostra ‘Le donne protagoniste nel Novecento’, e vedere una sala del museo di Palazzo Pitti dedicata  a Maria Cumani, vicino a quella di Eleonora Duse, insieme a tante altre straordinarie testimoni del proprio tempo (c’è anche Patty Pravo!) è stata per me una grande, emozionante gratificazione. Lo scorso anno ho fatto  una imponente donazione al Museo del Costume, sia di abiti da sera che di costumi che mia madre ha indossato nei vari spettacoli a cui ha partecipato nel corso del tempo. Mamma aveva anche una particolare abitudine: ad ogni inizio stagione, andava  alla Standa o alla Upim, comprava un vestito da poche lire, strappava via tutti i bottoni, ci lavorava sopra  e con pochi accorgimenti lo faceva diventare un modello originale non  più riconducibile ai grandi magazzini, possedeva infatti, un innato gusto per l’abbigliamento personale e soprattutto si conosceva molto bene. Nella sua vita, sin dall’età di diciassette anni ha tenuto diari, ha scritto  poesie,  trattati sulla danza; ha seguito anche le traduzioni dei lirici greci di mio padre consigliandolo sulla scelta di alcuni frammenti, ma soprattutto è stata un valido aiuto  per lui nelle traduzioni di Pablo Neruda perché conosceva molto bene lo spagnolo.
Lo spettacolo o l’autore in cui hai più creduto e che più ti rappresenta è lo stesso?
“Direi di sì. Si tratta de ‘Il compleanno’ già ricordato poc’anzi. Il protagonista della commedia di Pinter, è un personaggio molto complesso e a me piacciono le sfide, ho cercato, e ci sono riuscito con un lavorio continuo e instancabile, di entrare nella psiche tormentata del  giovane Stanley che si rifugia in una pensioncina sperduta dell’ Inghilterra. Ma chi è realmente Stanley? E’ questo l’interrogativo che si pongono gli spettatori seguendo la vicenda: è un pianista come racconta lui, oppure è evaso da un manicomio o forse  un pericoloso ricercato dai misteriosi individui che arrivano alla fine a portarlo via?  Lui vive nella pensioncina come recluso in una volontaria prigione, amorevolmente accudito dall’anziana proprietaria. Perennemente  in pigiama, non esce mai e quando è costretto a farlo, lo vediamo vestito di tutto punto con ombrello, giacca e cravatta e la immancabile bombetta:completamente afasico, ridotto allo stato di zombi, un vero e proprio automa, pronto quindi per essere inserito in quella società perbenista e ipocrita che Harold Pinter detestava”.
Da dove parte questa incredibile mancanza di unità così marcata e viscerale? E’ sufficiente accontentarsi delle divisioni storiche? Cosa si potrebbe fare?
“Per esempio in Francia non c’è questa frammentarietà di cui parli, a cominciare dai grandi scrittori, coloro appunto che meglio sono riusciti e riescono ad interpretare il disagio della devastante situazione che siamo costretti a  vivere. Le distanze sociali sono diventate incolmabili. Ad esempio per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ho fatto una fatica enorme per mettere in scena  e a trovare le piazze per uno spettacolo intitolato ‘Grazie Mille’ (riferito alla spedizione garibaldina), perché c’è stato un disfattismo diffuso, teso a non voler celebrare la ricorrenza, a voler rendere in qualche modo ancora più complicato parlare di una verità che appartiene alla nostra storia. Sembra incredibile ma mi sono trovato a discutere ancora su Garibaldi, con persone che mettono in dubbio il suo disinteressato eroismo e non dovrebbero nemmeno pronunciare il suo nome, talmente sono disinformate e in malafede. E’ veramente un’indecenza. Il sentirsi figli della Francia è ‘appartenenza’, non nazionalismo: i nostri cugini d’oltralpe sono fieri e orgogliosi di essere francesi, è un sentimento che da noi in Italia è sconosciuto”.
Cosa si può fare per il mondo? Siamo un villaggio globale dove nessuno si salva da solo, forse per il fatto che  ognuno ragiona per sé…
“Non so quale potrebbe essere la ricetta. Non c’è, come già detto, un corpo unitario a cui far riferimento, anche se ci sono in letteratura delle punte di diamante come Anna Maria Ortese  che avrebbe meritato il Nobel o Dacia Maraini, per la narrativa, o Franco Loy, Maria Luisa Spaziani, Patrizia Valduga e Vivian Lamarque, tanto per citare alcuni nomi, nel campo della poesia”.
Programmi futuri?
“Sono sempre in giro qua e là per  recital poetici, come presidente di alcuni importanti premi letterari, presentazioni, letture e via dicendo. Comunque sempre molto itinerante e mi piace perché in fondo gli attori una volta andavano in giro con il carro dei comici e si fermavano nelle piazze, montavano un palco e recitavano davanti a un pubblico decisamente sprovveduto che si radunava incuriosito. Ora le cose per fortuna vanno diversamente. Come pochi giorni fa a Recanati nel bellissimo teatro fatto costruire da Monaldo Leopardi oppure a San Sepolcro la patria di Piero della Francesca dove il comune mi ha invitato, insieme a Mario Cei e al pianista Adalberto Maria Riva, a tenere un recital sul vino proprio nelle cantine della casa di Piero della Francesca. A Firenze poi la grande mostra degli abiti appartenuti alle grandi  donne del novecento che durerà un paio d’anni e che vi invito a vedere. Ne vale la pena”.
Quanto vale e quanto costa avere un cognome così importante e aver vissuto vicino ad una donna stupenda e intelligente?
“Il trauma è stato soprattutto a livello scolastico perché pretendevano da me cose particolari, all’epoca avrei preferito portare un cognome più comune e vivere in un tranquillo anonimato.
E invece mi toccava essere sempre sotto i riflettori: mi chiamavano spesso fuori a leggere ‘I Promessi sposi’ perché leggevo meglio degli altri, e poi se andavo bene era merito esclusivo del babbo (mai successo che mi abbia dato un mano con i compiti!). Se andavo male era perché non mi applicavo abbastanza e: ‘…già si sa che i figli delle persone troppo intelligenti è un miracolo che non siano del tutto andicappati…!’. Devo dire che la presenza di mamma è stata fondamentale per farmi capire dall’interno le cose, per non accontentarmi mai della superficie, la capacità di contare sulle proprie forze, di rimboccarsi le maniche e far le cose di persona: superare se stessi in continuazione e porsi dei traguardi sempre più difficili e tendere verso un impossibile perfezione. Mai sedersi sugli allori. Oggi ho realizzato questa cosa e subito ne inizio una nuova senza soluzione di continuità. Il segreto è ripartire sempre con rinnovato entusiasmo verso altre mete. Andare verso gli altri ed essere disponibili è fondamentale per me”.



more No Comments gennaio 14 2014 at 16:24


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