GP Magazine settembre 2014



more No Comments ottobre 31 2014 at 10:40


Roberta Scardola: “Mangio biologico e rispetto l’ambiente”

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Da un paio di anni non fa più parte del cast de “I Cesaroni” e si è dedicata molto all’attività teatrale. E’ in scena in questo periodo con la commedia “Prendo in prestito tua moglie” e ha appena finito di girare il film “Cenere”. Tra le novità, la sua alimentazione che è divenuta biologica.

di Silvia Giansanti

Nel mondo dello spettacolo esistono personaggi noti come Roberta che non si preoccupano solo della propria immagine ma dedicano attenzione ai valori delle tematiche ambientali con responsabilità ed impegno. Non a caso è testimonial del Klima Hotel di Milano, un albergo a 4 stelle dove l’attrice soggiorna ogni volta che si trova a lavorare nella città del Nord, completamente eco sostenibile e con menù biologico. La sua è stata una scelta consapevole e non una moda, divenendo così un’attrice di nuova generazione sensibile all’ambiente. Completamente d’accordo su questa linea, il nostro veloce e squisito pranzo in un locale della Capitale è stato a base di verdure.

Roberta, come fai ad essere sempre uguale, così bella e in forma?

“Fondamentalmente cerco di alimentarmi bene, perché tutto deriva dalla tavola. Mangio sano e svolgo attività fisica. Come ben sappiamo il benessere fisico dipende anche da quello mentale e quindi tendo sempre a fare ciò che mi piace e mi fa stare bene”.

Negli ultimi anni hai corretto l’alimentazione, prendendo una rotta diversa, dandoti al biologico. Come nasce questa scelta?

“Inizialmente me ne avevano parlato alcuni colleghi. La cosa mi ha incuriosito e quindi mi sono documentata per sapere ciò che avrebbe fatto parte della mia alimentazione quotidiana”.

Cosa ne pensi di questo tipo di cibi e dell’ambiente?

“Prima di tutto c’è il vantaggio che si riesce a digerire con molta facilità. Non ci si sente appesantiti e si ha più energia. Mi piace perché è in linea con la natura e non contiene pesticidi”.

La tua famiglia condivide questa scelta?

“I miei genitori sono rimasti un po’perplessi e mi hanno posto alcune domande, ma essendo due persone molto aperte, mi hanno lasciato fare, un po’ com’è avvenuto per il mio lavoro particolare. Se i figli sono felici, lo sono anche loro”.

Non strappi mai?

“Nella vita di ogni giorno seguo il biologico e cerco di abbinare pasta e verdure. E’ raro che possa mangiare altro”.

Hai eliminato la carne?

“No, la mangio solo in momenti straordinari che esulano dalla vita di tutti i giorni”.

Come te la cavi ai fornelli?

“Adoro stare davanti ai fornelli sperimentando ricette fantasiose e questo mi deriva dai nonni che erano grandi cuochi in cucina”.

Le persone che mangiano bio sono in aumento. Secondo te è per moda o per scelta?

“Per scelta, non credo che sia una moda. E’ la consapevolezza di stare bene amando l’ambiente circostante”.

Hai un pensiero per il futuro del nostro pianeta?

“Mi auguro che il genere umano possa trovare un equilibro con il nostro pianeta. A volte non ci rendiamo conto delle fortune che abbiamo intorno e prestiamo poca attenzione. Bisogna convivere nel pieno rispetto dell’ambiente”.

Ricordi di profumi e sapori di quando eri bambina?

“Avendo i miei genitori che lavoravano fuori, mi trovavo a pranzare con i miei nonni che avevano un negozio di frutta e verdura. Ricordo che mia nonna sperimentava molto in cucina con le verdure, mostrava un grande amore nel cucinare e nel presentare i piatti a tavola”.

A proposito di affetti, sei lontana da casa per motivi di lavoro. Come riesci a sopperire a questa mancanza?

“Avendo una famiglia eccezionale, è normale sentirne la mancanza. Oggi la tecnologia ci aiuta a stare in contatto con i cari, specie con Skype. Vorrei inoltre dire che ho avuto la fortuna di incontrare una meravigliosa azienda di gioielli, la ‘LoveLook’, che ha fatto una linea family, creando gioielli dedicati ad ogni membro della famiglia. Possiedo un bracciale con donnine e omini che rappresentano i miei genitori, il nonno e il mio ragazzo. C’è perfino il mio cane, per me è come averli vicino anche a grandi distanze”.

Ultimamente è venuto a mancare tuo nonno. Come hai vissuto questo momento e come ti sei aiutata a superarlo?

“Si supera perché la vita va avanti e mi sono aiutata molto con i ricordi. L’importante è la consapevolezza di aver dato tutto l’amore possibile”.

Un ricordo in particolare di lui?

“Quando da piccola mi portava ogni giorno al Gianicolo per farmi sentire il cannone che sparava a mezzogiorno. E’ un vuoto incolmabile e un’assenza improvvisa avvenuta dall’oggi al domani”.

Credi nell’anima e in un mondo parallelo al nostro?

“Sono credente. Non siamo su questa terra così a caso e penso fortemente che ci sia un’entità che ci protegge e ci guida dall’alto, non condizionando le nostre scelte ma lasciando il libero arbitrio”.

Restando su questa dimensione, quali saranno i tuoi prossimi impegni?

“In questo mese di ottobre sono in scena al Teatro de’ Servi di Roma con la commedia “Prendo in prestito tua moglie”, diretto e scritto da Luca Franco. A metà del mese sono anche a Milano con la stessa commedia ma al Teatro Martinitt fino al 2 di novembre. Inoltre, in questo periodo ho anche riaperto i corsi di recitazione, musical e danza che ho gestito quest’anno per bambini dai cinque anni in su. Il corso si chiama ‘Musical Theatre’ e per me è una soddisfazione enorme inculcare loro la passione per questo mestiere. Non ho nulla da insegnare, ma cerco di trasmettere ciò che ho appreso in tutti questi anni di lavoro”.

Novità cinematografiche?

“Ho appena finito di girare il film ‘Cenere’, prodotto da Giuseppe Lepore e scritto e diretto da Simone Petralia. E’ interpretato da giovani attori emergenti tra i quali Cristiano Caccamo e Federica Zacchia con la partecipazione di Andrea Roncato”.

Quanto ti mancano “I Cesaroni”?

“Ho un ricordo meraviglioso del cast e dello staff. Mi mancano, magari non è escluso che mi ci possa riavvicinare in futuro. All’epoca abbiamo fatto entrambi una scelta”.

Hai ricordi invece delle recenti vacanze?

“Quali vacanze? Al massimo mi sono concessa qualche ora in piscina. Ho trascorso un’estate impegnativa e ho anche frequentato un laboratorio teatrale con Massimiliano Bruno che mi ha dato moltissimo. E’ stato un percorso intimo con me stessa, atto a risvegliare determinati lati del mio animo di cui non ero a conoscenza o che non riuscivo a tirare fuori. Un laboratorio che potrei definire extrasensoriale, che mi ha dato la visione di tante cose”.

Chi è Roberta Scardola

Roberta Scardola è nata a Roma il 16 aprile del 1986 sotto il segno dell’Ariete con ascendente Vergine. Roberta si definisce testarda, lealtà e coerente. Tifa per la Roma e adora i sughi a base di verdure. Ha come hobby la danza. In casa possiede due cagnolini chiwawa, Mia e Dodo e un meticcio grande in giardino. Ama vivere nella Capitale ed è fidanzata con il giocatore Mario Merlonghi. Ha iniziato da giovanissima come attrice e doppiatrice. Tra i suoi primi lavori come attrice, ricordiamo il cortometraggio “Caramelle” e i film “Tu ridi”, diretto dai fratelli Taviani e “Caro Maestro”, diretto da Rossella Izzo. Successivamente ha partecipato a numerose produzioni tv quali “Ma il portiere non c’è mai?”, “Provaci ancora prof”, “Carabinieri 5”, “Incantesimo 9”, “I Cesaroni” e “La città Invisibile” per il cinema. Ha preso parte anche in alcuni videoclip musicali e negli ultimi anni ha avuto un’attività teatrale intensa in commedie come “Il matrimonio del mio migliore amico”, “Viceversa”, “Torno presto papà”, “Questa volta te lo dico io che ti amo!”, “Matto mica scemo”, “Ti amo, non mi ami…viceversa” e “Prendo in prestito tua moglie”.



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Andy Luotto: “La cucina è tutto, è la vita”

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Andy Luotto nasce a New York il 30 luglio del 1954 da genitori di origini italiane. Nei suoi avi esisteva già una vena artistica visto che suo nonno paterno lavorava in una radio americana. A 15 anni si trasferisce in Italia e comincia la sua avventura nella terra del sole.

di Simone Mori

Nel 1976 inizia a lavorare in tv insieme al grande Arbore in “L’altra domenica”. Da li poi altra tv sempre con Arbore in “Quelli della notte” e in alcuni film più o meno importanti come “Mortacci di Citti” e “Bellavista” di Luciano De Crescenzo. Negli ultimi anni ha pubblicato libri di ricette ed ha partecipato a “Giass”, trasmissione di Canale 5 ideata da A. Ricci. Una curiosità: un suo film, “SuperAndy”, è stato definito uno dei più brutti della storia cinematografica italiana e naturalmente uno dei primi a scherzarci sopra è stato proprio lui stesso.

Andy, come è nata la tua passione per la cucina?

“Direi che è sempre stata dentro sin da bambino. Venendo in Italia dagli Stati Uniti e non parlando italiano, la cucina è stata la prima scuola. Ancora ricordo le ricette della signora Maria e le buone scarpette al pomodoro”.

Una ricetta da fare in pochissimo tempo?

“Un soufflé di cipolle. Fate stufare la cipolla tagliata fina e nel frattempo montate un albume e sbattete un tuorlo . Incorporate poi il tutto insieme ad erbette aromatiche e mettete in forno per 15 minuti. Facile no?”.

Sei stato sempre contrario a trasmissioni di cucina. Ci puoi spiegare il perché?

“Perché troppo spesso la cucina viene denigrata e non valorizzata. Anche programmi dove i cuochi si sfidano sono un continuo correre e sudare senza pensare a quello che realmente si sta realizzando. Anni fa feci un trasmissione con la mia grandissima amica Marisa Laurito, ma erano altri tempi”.

Ti manca la tv?

“No. Ormai la mia vita è la cucina e il mondo odierno della televisione lo sento lontano anni luce. Insomma, trasmissioni come quella che facevo con Arbore non esistono più. Sarò invece impegnato in delle fiction come ‘La Bella e la Bestia’ e ‘Romeo e Giulietta’ ”.

Lo stato attuale della Tv?

“Orrendo. I programmi sono tutti approssimativi e fatti senza cura, solo per fare ascolti. Non esiste la qualità di una volta. Meno male che c’è Sky con tanti documentari e tantissima informazione anche estera”.

I tuoi libri di cucina. Come nasce questa idea?

“Ho voluto mettere del mio in piatti della tradizione italiana. Speriamo siano di vostro gradimento”.

Cosa rappresenta per te la cucina?

“La cucina è tutto, è la vita. Se uno non mangia non può vivere. E poi se mangia male diventa anche triste”.

Qual è il piatto che preferisci preparare oppure mangiare?

“Difficile rispondere a questa domanda. Di sicuro il mio piatto preferito è lo spaghetto al pomodoro. Una ricetta semplice che si basa su pochi sapori mescolati sapientemente che richiamano alla nostra tradizione, come il pomodoro e il basilico”.



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Valentina Passa: Una giornata speciale

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E’ con la bella Valentina Passa che continuiamo la nostra avventura: la diciottesima. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa di moda, abbiamo ideato un fashion contest volto a tutti, ragazzi e ragazze, uomini e donne, della porta accanto. Un modo speciale di realizzare il sogno di molti che desiderano passare una giornata speciale, dove ci si immerge in un contesto diverso, quello di uno shooting fotografico, partendo dal make up per arrivare agli scatti veri e propri.

di Adriana Soares

Valentina, sei una donna bellissima. Sei madre… Parlami di te, di ciò che fai, delle tue aspirazioni.

“Sono nata a Roma, papà romano e mamma romagnola. Seconda di tre fratelli, un’infanzia bellissima serena fatta di nonni, vacanze e domeniche tutti insieme. Sono timidissima introversa eppure mai sola. Cresco, mi iscrivo al Liceo Artistico perché amo disegnare e tutto ciò che è arte. Poi inizio a lavorare nell’agenzia di viaggi di mio padre e scopro un amore più grande: i viaggi. Lavoro per 10 anni nel mondo del turismo, viaggio e lavoro con ritmi intensi, nel frattempo pratico tanto sport e conosco tanti amici. Ho una vita piena che mi distrae dal fatto che i miei genitori, nel frattempo, si sono separati e mia madre è tornata in Romagna. Un abbandono forte che lascia il segno… Tuttavia sembra tutto in equilibrio, seppur precario, vivo e sopravvivo. Poi nel giro di due anni cambia tutto. Tra il 2007 e il 2009 cambio casa, nasce mio figlio, perdo il lavoro e un grande lutto in famiglia stravolge tutto. Combatto con la depressione, mi faccio forza per mio figlio perché lui è l’unica gioia in mezzo ai problemi. Mi sento diversa, divento forte, litigo con l’insonnia e cambio lavoro. Inizio facendo la figurante in tv, modella, poi anche nel cinema, mi fanno lavorare tanto allora capisco che funziona. Inoltre ho molto più tempo da dedicare a mio figlio. Sono una mamma presente, forse un po’ apprensiva, ma cedo che sia fondamentale dedicarsi alla famiglia. Oggi voglio rimettermi i gioco, tornare a trovare un lavoro stabile, nonostante la crisi ce la farò, e voglio che quel passato doloroso non sia più dolore ma qualcosa che mia ha reso più forte e migliore. Voglio pensare che il dolore e il cambiamento sia in realtà opportunità, voglio pensare che sia esperienza da raccontare per aiutare, voglio che mio figlio sia orgoglioso di me”.

Nella vita ci sono momenti in cui bisogna fare delle scelte. Hai più rimorsi o rimpianti?

“L’unico rimpianto che mi appartiene è quello di non aver passato qualche anno all’estero. In un periodo in cui ero stanca del mio lavoro e dopo una vacanza a Miami ero decisa a partire per ricominciare da capo, trovare lavoro, riempirmi di esperienze di vita ed imparare la lingua. So che questo avrebbe cambiato radicalmente la direzione della mia vita, non me la sono sentita, e oggi un po’ me ne pento”.

Se avessi il potere di cambiare il passato, cambieresti qualcosa?

“No, non cambierei nulla, ma cambierei il mio atteggiamento nei confronti delle cose. Vorrei essere stata meno fragile ed aver avuto la maturità oggi nella mia testa di ventenne”.

Ti piaci come sei?

“È difficile piacersi e soprattutto piacersi sempre! Sono molto autocritica,spesso mi piace osservarmi da ‘fuori’, come se la ragazza della foto non fossi io e cerco di capire cosa e come migliorare. Credo nell’evoluzione continua, nel cambiamento, ogni giorno ci sentiamo persone diverse a seconda dello stato d’animo del momento. Credo che lo specchio rifletta in realtà la mia anima, la mia visione personale di me stessa, costellata a volte di difetti a volte di pregi. Cambierei volentieri quei piccoli difetti che vedo solo io, oppure quell’aria malinconica che mi attraversa spesso, ma sono sicura che a quel punto, il difetto si sposterebbe altrove e allora dovrei fare i conti con me stessa”.

Abbiamo passato una giornata davvero speciale. Parlami di questa giornata.

“Ti ho conosciuta per caso, mi consigliarono il tuo nome, guardai qualche tuo lavoro e pensai che avevo trovato la persona giusta. Perché i tuoi scatti andavano oltre le foto, non si trattava dei soliti tutti uguali, ogni scatto diverso, ogni soggetto era unico… ho pensato: non è una fotografa è un’artista! Quando poi ti ho conosciuta mi hai accolta con un sorriso caloroso, rassicurante. Le origini brasiliane non mentono! Poi mi dici ‘sei troppo… pettinata!’. Hai ragione nella vita io non sono mai così perfetta, hai già capito tutto di me, e io ho già capito che fotograferai me e non la mia immagine. Chissà perché immaginiamo sempre i fotografi professionisti brizzolati di una certa età che con fredda serietà ci scrutano dall’obbiettivo e invece io avevo scelto una (bellissima) ex modella per degli scatti. Chissà che cosa ne sarebbe venuto fuori. E poi inizia il lavoro e dietro quella macchina fotografica il tuo sguardo cambia. Diventi seria, professionale, mi dai consigli, cambiamo scenario vestiti e tante pose. Alla fine guardo qualche scatto, sono io? Sono proprio io? Wow!”.

Consiglieresti questa esperienza alle altre donne?

“Le foto sono ricordi indelebili di come siamo e come eravamo, credo che è qualcosa di noi che rimarrà per sempre anche come splendido ricordo”.

I sogni aiutano a vivere. Cosa sogni? Cosa speri per il futuro? Sei più realista o ottimista?

“Sono realista e tutte le mie speranze sono rivolte a mio figlio, spero di essere un guida per lui. Sinceramente sono un po’ preoccupata per questa generazione con pochi valori e troppa tecnologia. Sono tuttavia ottimista perché credo che questo sia un periodo di ‘passaggio’ perché capiremo presto che un abbraccio non può essere sostituito da una chat”.



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Rudy Rotta: “The Beatles vs the Rolling Stones”

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Oltre 40 anni di strepitosa carriera alle spalle, 16 dischi, ben 5 partecipazioni al prestigioso Montreux Jazz Festival (nel’edizione 2001 fu B.B King in persona a volerlo con lui sul palco..); l’incoronazione a “Europe’s Top Act”, ovvero massimo referente del blues europeo dopo una fantastica performance di fronte a 20.000 estasiati spettatori al Kansas City Blues Festival nel 1997; 2 Fender Stratocaster a suo nome; la collaborazione live ed in studio con il meglio della musica blues mondiale fra cui spiccano i nomi di John Mayall, Brian Auger, “Mr. 335” Larry Carlton, Robben Ford, B.B King, Etta James, Fabolous Thunderbirds, Taj Mahal e molti molti altri; centinaia di concerti in gran parte del mondo (soprattutto negli States) e una sconfinata classe…

di Frank Iervolino

Tutto questo e molto altro è Rudy Rotta, celebre bluesman italiano, tornato sulle scene con il suo nuovo lavoro discografico “The Beatles vs The Rolling Stones”. Un album pregiato e coraggioso con il quale Mr. Rotta, attraverso il suo inconfondibile stile, ha voluto rendere omaggio ai due leggendari gruppi britannici (veri e propri fari guida per l’evoluzione della sua carriera artistica) e lanciare al tempo stesso una sfida alle ormai numerosissime tribute band che affollano i locali live italiani e non solo. The Beatles vs The Rolling Stones verrà presentato con una lunga serie di concerti in Italia ed Europa che vedranno Mr. Rudy Rotta protagonista fino al Novembre 2015. Ecco l’intervista rilasciata a GP Magazine.

Come nasce questo amore viscerale e duraturo chiamato musica?

“Nasce da quando vivevo in Svizzera da ragazzino e ascoltavo ‘The Shadows’ e subito dopo la famosa ‘British Invasion’ che mi ha poi portato al blues delle origini”.

In tanti accostano il tuo nome al blues; se però andiamo a vedere, tu nella tua carriera hai prodotto e suonato davvero di tutto. Come ti definiresti?

“Io nasco con il beat, passo poi al rock, quello ovviamente intinto di blues, poi al blues e poi a comporre la mia musica che credo contenga un po’ tutto quello che ho ascoltato e suonato, ma questo vale credo per tutti”.

Infatti ho letto in giro che non ti definisci un bluesman, bensì un amante del blues. Spiegaci cosa intendi.

“Credo che in Italia si sia fatta molta confusione sull’argomento blues, diversi personaggi si sono fatti etichettare con il nome di bluesman e personalmente trovo la cosa ridicola e offensiva; non credo che per essere un bluesman una persona debba nascere per forza nel Mississippi, in Louisiana o a Chicago ma ritengo sia indispensabile conoscere questa musica, averla fatto scorrere sulla propria pelle ed averla suonato con le persone che con essa sono cresciute e non pensare che Sweet Home Chicago l’abbiano composta i Blues Brothers, come ho potuto constatare di persona”.

Ripercorrendo le tappe della tua carriera, quali sono i momenti che ricordi con maggior entusiasmo e che ti hanno segnato di più?

“Sono veramente tanti, dalle crociere con i più grandi del blues, le mie collaborazioni con artisti che fino a quel momento erano dei miti per me, da B.B. King, Allman Brothers, Etta James, Srv’s Double Trouble, John Mayall, Brian Auger, Peter Green, Robben Ford, Larry Carlton, Taj Mahal, Fabulous Thunderbirds, Luther Allison.. Certo, essere stato invitato a suonare con B.B King al festival jazz di Montreux e’ stato senz’altro uno dei momenti più belli della mia carriera”.

Ci sono stati artisti che hanno rappresentato una sorta di ispirazione? Chi in primis?

“Non in ordine di tempo, direi però senz’altro Albert Collins, Freddy King parlando di blues, ma poi tanti sono gli artisti che mi hanno colpito, vedi Stevie Winwood, i Cream, The Who, Allman Brothers, Led Zeppelin, King Crimson, Zappa, James Brown, Otis Redding, Al Green (suonai prima di lui al Kansas City Jazz and Blues Festival) solo per citarne alcuni”.

Sei cresciuto in un’epoca in cui in Italia si ascoltavano cantanti particolarmente melodici, come hai fatto a scamparne? Formulo meglio la domanda: cosa è che fa scegliere ad un ragazzo il blues e non Don Backy?

“Per fortuna io in quel periodo vivevo in Svizzera dove arrivava tutta la grande musica americana e inglese dunque niente Don Backy, Pooh ecc. In discoteca dove andavo ogni sabato sera e domenica pomeriggio si ballava con Aretha Franklin, James Brown, Otis Redding…”.

Ma una città come Verona cosa offriva e cosa offre a chi vuole suonare?

“Poco, come tutte le città italiane. Nel nord Europa ogni piccola città ha un centro culturale finanziato dal comune, qui da noi non se ne parla proprio, non c’è proprio la voglia di cambiare e di offrire al pubblico musica sincera e vera; la politica è interessata a promuovere solo quelli che sono già arrivati al successo spesso senza averne i meriti, vedi Allevi su tutti… Ma è in buona compagnia”.

Arriviamo al tuo ultimo lavoro “The Beatles vs The Rolling Stones”. Cosa hai da dirci al riguardo?

“Il disco nasce dal fatto che sono le band che ascoltavo quando i miei genitori mi regalarono la prima chitarra acustica tentando poi di suonare i loro brani e poi perché vorrei divulgare il messaggio che la musica andrebbe suonata mettendoci del proprio e non come fanno le tribute bands che rubano oltretutto spazi a musicisti che non riescono a farsi altrimenti ascoltare. Particolare lavoro è stato fatto sugli arrangiamenti e sull’abbinamento dei brani, uno dei Beatles e uno degli Stones diventano un brano unico, con lo stesso tempo e lo stesso groove; aggiungo inoltre che ci sono due tracce registrate con il Gnu Quartet e due brani con i Quintorigo che danno veramente un tocco di classe al mio progetto”.

Come sono andate queste collaborazioni che hai citato?

“Tutto è avvenuto in modo molto naturale, ho dato loro carta bianca per gli arrangiamenti chiedendo solo di stare su arrangiamenti ‘tradizionali’. Sono entusiasta del lavoro fatto dai Quintorigo e Gnu Quartet, mi emoziono ogni volta che ascolto i brani in questione. Ad Ernesttico invece ho chiesto di non dare alle percussioni un sapore troppo latino”.

Non deve essere stato facile dare un’immagine a “The Beatles vs The Rolling Stones”. Niente è facile con certi nomi… Come è nata la copertina?

“Nasce da un’idea di Nico Panna, in arte Lunicu, che ha messo in pratica, con grande stile e velocità, delle idee di partenza a cui io avevo pensato e che lui ha saputo ben sviluppare”.

Quali sono i dischi Beatles e Rolling Stones che preferisci, quelli ai quali sei più affezionato?

“Dei Beatles mi piace tutto, certo da ‘Hard Day’s Night’ in poi hanno veramente lasciato tutti a bocca aperta sconvolgendo il mondo musicale e non, mentre per quanto riguarda i Rolling Stones direi senz’altro il periodo con Brian Jones che ritengo sia stato quello più originale, ovviamente anche dopo l’uscita di Brian hanno continuato ad altissimi livelli ma personalmente preferisco il primo periodo”.

Secondo innumerevoli fonti, il grandissimo successo di queste due formazioni dipende dalla grandissima sinergia interna ad entrambe. Condividi questo pensiero? In generale, quanto contano dei buoni rapporti, un alto livello di intimità e confidenza per una band?

“Sì, sono perfettamente d’accordo, questa è gente che ha passato, almeno inizialmente, la gran parte del tempo a suonare, provare, comporre e non certo frequentando trasmissioni TV, talk show o quant’altro e il risultato è la conseguenza di tutto questo. I rapporti tra i musicisti di una band laddove non c’è un unico leader, sono molto importanti per trovare un’armonia che ti porta poi a sfornare disco dopo disco”.

Nel 1969, mentre i Beatles sfornavano Abbey Road, in Italia era stata appena pubblicata “Rose Rosse”. Cos’è che ci ha fatto rimanere sempre indietro rispetto alla cultura musicale anglosassone?

“Credo che la lingua sia stata determinante, gli inglesi si sono subito beccati il fenomeno del r&r, del blues, ecc. Noi, invece, i cantautori, perché da noi in Italia il testo sembra essere più importante della musica e poi non dimentichiamo che siamo la patria del liscio…”.

In generale però qual’è la principale differenza che hai riscontrato tra il pubblico dei tuoi concerti in Italia rispetto a quello conosciuto all’estero?

“All’estero c’è più cultura, la gente va nei club oppure ai festival con l’idea di ascoltare qualcosa che piacerà, lo fanno con molto rispetto anche quando l’artista che suona non è conosciuto o molto conosciuto e a fine concerto comprano i cd e questa è la migliore promozione”.

Cosa utilizzi dal vivo? Qual è la tua attrezzatura?

“Uso quasi sempre 3 amplificatori in contemporanea, Fender Super Reverb del 64, Vibrolux (ri-edizione, consegnatomi dalla Fender Europe a Londra) e un Harper del quale sono endorser. Per quanto riguarda le chitarre, Fender Stratocaster 62-65-66, per la slide uso una Stratocaster Signature RR anche questa consegnatami dalla Fender Europe, un’altra Stratocaster Signature RR consegnatami dalla Casale&Bauer in occasione della fiera degli strumenti musicali di Rimini, Telecaster ’53, Telecaster Custom Shop, diverse Gibson tra le quali Les Paul Junior del ’58, una 345 del ’68 e un paio di SG ‘diavoletto’ di recente produzione. Per l’acustica invece una Maton datami come endorsment molti anni fa, uso un Wah Wah Vox, dunque niente effetti o pedalini”.

Sei una persona che crede nello studio dello strumento o ritieni che il concetto di buona musica sia più vicino a chi suoni senza studiare e divori quintali di dischi?

“Non ho mai studiato, metto le mani sulla chitarra e le lascio andare, ho divorato e consumato quintali di dischi, da ormai molti anni; quando prendo in mano la chitarra è perché desidero sfornare nuovi riff, nuovi brani”.

Parlaci della tua collaborazione con John Mayall. Che tipo è?

“Stavo pranzando sulla nave in partenza da Genova per la Ultimate R&B Cruise quando sentii una mano sulla mia spalla, mi girai e mi trovai davanti John Mayall che mi disse: ”Piacere di conoscerti Mr. Rudy Rotta, ho sentito parlare molto bene di te e sono proprio curioso di sentire la tua musica; al secondo concerto sulla nave Mr. Mayall si presentò davanti al palco e mi chiese di unirsi a noi e così fu per quasi tutto il concerto, da allora credo di aver suonato con lui una ventina di volte, diciamo che mi ha preso in simpatia visto che l’uomo non e’piuttosto complicato e difficile. Io posso solo ringraziarlo anche perché in seguito abbiamo inoltre registrato due brani insieme”.

Alla fine credo che alla base di ogni sogno e sforzo di un vero musicista ci sia sempre un’incredibile prova d’amore per la musica. Cosa ne pensi?

“Solo così si può andare avanti, con tanto amore per la musica, tanta umiltà e cercando di essere il più possibile originali e non una copia di altri che già hanno scritto pagine importanti nel mondo musicale”.

Esiste un musicista con il quale non ti sei esibito e che vorresti incontrare una sera sul palco?

“Albert Collins e Freddy King parlando di blues, mentre per altri generi musicali non saprei proprio, sarebbero talmente tanti, in primis direi comunque Lennon e McCartney”.

Cosa differenzia un artista credibile da uno costruito a tavolino? Santana ha sempre affermato di poter capire subito se un cantante sta fingendo nella sua interpretazione o se crede nel testo che recita. Cosa ne pensi?

“Sono d’accordo; ti aggiungo inoltre una frase dettami da B.B. King: ‘ci sono artisti che quando suonano ti lasciano con la bocca aperta altri che ti fanno muovere il culo’, io sono per gli ultimi ovviamente”.

Cosa consigli alle nuove band? Qual è la cosa più bella dell’essere un musicista?

“Credere nelle proprie idee, trovare musicisti che la pensino nello stesso modo e non mollare. Non devono assolutamente pensare a diventare dei professionisti se questo va a pregiudicare la scelte musicali, meglio andare a lavorare e poi fare la musica che ti piace ed allora ogni volta che salirai sul palco proverai sempre nuove emozioni”.

Cosa ti fa impazzire del tuo lavoro e cos’è che invece non sopporti più di questo ambiente?

“Spesso la musica viene considerata un lavoro e non una passione che ti possa permettere di vivere. La maggior parte dei musicisti è impegnata su vari fronti e non segue dunque i suoi gusti, ciò porta ad aver studiato rock, jazz… per poi ritrovarsi a suonare con il fenomeno del momento uscito da qualche talent show. Considero ciò una grave sconfitta che non permette soprattutto ai giovani di creare musica e presentarla su palco davanti a 10, 100 o 1000 persone”.

So che hai delle novità in serbo. Vuoi anticiparci qualcosa?

“Ho in serbo il progetto ‘Volo Sul Mondo’, un progetto dedicato ai bambini; poi l’anno prossimo ci sarà il mio nuovo cd e nel frattempo tantissimi concerti in giro per l’Europa”.

Quali sono i prossimi appuntamenti live che vuoi segnalarci e cosa dobbiamo annunciare a tutte le persone che ti seguono?

“Consiglierei di visitare il mio sito www.rudyrotta.com e sotto la pagina tour si può dare uno sguardo a tutti i concerti in programma”.

Rudy, un’ultimissima domanda, fondamentale per chi suona e non: dov’è l’anima del suono di un musicista? Nelle mani, nella chitarra o nella testa?

“Nelle mani, nella testa e nella chitarra”.



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Luca Guadagnini: La musica per ritornare a vivere

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E’ dal dolore che spesso nascono i progetti importanti. E’ questa in sintesi la storia di Luca Guadagnini, ex leader dei Vernice (dal 1997 quando entra nel gruppo al posto di Stefano D’Orazio, ndr), che nel 2009 ha perso la figlia di venti mesi per colpa di un tumore.

di Mirella Dosi

Da qual giorno, suppaortato dalla sua band e dagli amici più stretti, ha cercato un modo per rincominciare. Aiutando, a suon di musica, i bambini ricoverati in quello stesso reparto dove la sua piccola Aurora aveva lottato con le unghie e con i denti contro il male. E’ così che nasce la Luca Guadagnini & Band, il nuovo progetto musicale del cantutore di Genzano di Roma, e “Rock per un bambino”, manifestazione benefica giunta quest’anno alla sesta edizione che ha già raccolto 100 mila euro per il reparto di Neonatologia Medica e Chirurgica del Bambin Gesù di Roma. Ma molte sono le novità per il prossimo autunno.

Luca, cosa stai preparando per i tuoi fan?

“Da ottobre potranno trovare su Itunes il mio ultimo album ‘Tornerà l’Aurora’, presentato in esclusiva il 24 maggio all’interno di ‘Rock per un bambino 6′. E’ un album a cui tengo moltissimo, non solo perché vanta collaborazioni importanti come quella con Aurelio Mancuso e il Maestro Adriano Pennino, ma soprattutto perché parte del suo ricavato andrà al reparto del Proff. Bagolan del Bambin Gesù. Dal 25 settembre poi io, Enzino Borghesi e Fabrizio Menichelli (rispettivamente tastierista e chitarrista del gruppo) abbiamo un programma tutto nostro su Radio Gamma Stereo il giovedì dalle 21 alle 23:30. Gli ascoltatori possono intervenire in diretta e richiederci i loro brani preferiti. Per questa nuova opportunità non posso fare altro che ringraziare Alessandro Fox e Tiziana Mammucari”.

“Tornerà l’Aurora”, il singolo che da il titolo all’album, parla della tua storia personale.

“Racconta i diciotto mesi di Aurora, il mio piccolo angelo. Mia moglie Genny aveva vissuto nove mesi meravigliosi durante la gravidanza. Poi, durante il parto, quando hanno tagliato il cordone ombelicale, è andata in arresto cardiaco ed è stata trasportata d’urgenza al Bambin Gesù. Per un mese siamo andati avanti giorno per giorno perché nessuno sembrava capire cosa avesse. Finché una dottoressa si accorse che aveva un tumore sulla ghiandola surrenale grande come un mandarino. Così sono iniziati gli interventi ed i cicli di chemioterapia. La nostra piccolina viveva in ospedale. Solo due volte siamo riusciti a portarla a casa con noi. E quando pensavamo di aver sconfitto il male è arrivata la notizia che mai avremmo voluto sentire: Aurora aveva una recidiva e le restavano pochi giorni di vita. Io e Genny l’abbiamo fatta dimettere perché volevamo che trascorresse gli ultimi giorni in mezzo alle persone che le volevano bene. E non in un ospedale pieno di macchine e dottori. Ma prima l’abbiamo portata in montagna per farle vedere la neve. Sono stati due giorni che non scorderò mai. Tutti gli amici sapevano che stava morendo, ma hanno fatto di tutto per farla ridere e divertire”.

Come hai trovato la forza per andare avanti?

“Mi sono chiuso nel mio studio a pensare e suonare. Pochi giorni prima che nascesse Aurora con la mia band eravamo andati a Padova alla Città della Speranza. Era un’associazione che si occupava dei familiari dei malati oncologici. Io all’epoca non sapevo nulla di quel mondo. Pochi giorni dopo invece mi ci sarei trovato dentro da protagonista. Così ho deciso che tutti avrebbero dovuto conoscere la storia di Aurora. E che a nome suo potevo aiutare altri bambini malati. Ecco perché tre mesi dopo quel dramma al Pala Cesaroni di Genzano vedeva la luce Rock per un bambino”.

Negli anni sul palco si sono alternati artisti di primordine: Noemi, Anna Tatangelo, Marco Masini, Antonio Maggio, I Cugini di Campagna, Manuela Villa, solo per citarne alcuni. Ma soprattutto sei riuscito a coinvolgere nel progetto anche Gigi D’Alessio.

“La collaborazione con Gigi è nata nel 2011. Gli ho raccontato quello che stavo facendo e si è messo a mia disposizione. Mi ha concesso la sua sala d’incisione e ha prodotto Tornerà l’Aurora con la sua etichetta, la GGD. E nei prossimi mesi con lui e Anna stiamo preparando una sorpresa legata al Bambin Gesù. Ma oltre a lui devo ringraziare tutti. Soprattutto la mia band e mia moglie Genny che ha voluto fortemente un altro bambino. Io non me la sentivo. Avevo paura di rivivere lo stesso dolore. Invece oggi nella nostra famiglia oltre a Simone, il maggiore, c’è Elia di 3 anni. E ogni giorno gli parliamo di Aurora e del bene che dal cielo fa agli altri bambini”.



more No Comments ottobre 31 2014 at 10:04


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