GP Magazine luglio 2015



more No Comments agosto 4 2015 at 14:10


Tania Zamparo: “Vi spiego i benefici del Nordic Walking”

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La nota giornalista sportiva, nonché ex Miss Italia consiglia di praticare il Nordic Walking, una disciplina dolce e completa. Ultimamente è stata la madrina del NordicwalkinRome.

di Silvia Giansanti

Una delle poche ex più belle d’Italia, che nel tempo è risuscita a ritagliarsi uno spazio professionale di tutto rispetto, specializzandosi nel giornalismo sportivo, grazie alla forza del suo carattere, senza cadere così nel dimenticatoio. Tania Zamparo oggi è una dolce mamma a tempo pieno e prepariamoci presto ad un suo ritorno non appena i suoi due bambini cresceranno un po’. Nel frattempo non si è eclissata del tutto, anzi è stata la madrina di un importante evento sportivo che si è svolto di recente nella Capitale e che aveva per oggetto il Nordic Walking, una sana disciplina sportiva consigliata a grandi e piccoli. Più di mille atleti hanno sfilato per il centro, armati dei loro caratteristici “bastoncini” guidati dalla madrina in scarpe da ginnastica e anche da un gruppo di medici e fisioterapisti del Policlinico Gemelli, che hanno sottolineato l’importanza di questo sport anche in campo medico-riabilitativo. Con Tania scopriamo quali sono i benefici apportati dalla camminata nordica.

Tania, non mi dire che ancora oggi, dopo tanto tempo, qualcuno sbaglia ancora l’accento del tuo cognome.

“Sì, come no? Ma per me non è un problema, quindi me lo possono anche storpiare”.

E allora se non ti piace, non hai mai pensato di cambiarlo?

“No, fino a questo punto no”.

Conservi ancora qualche ricordo dell’epoca di Miss Italia?

“Certo, ne ho davvero tanti. E’ stato un anno molto intenso in cui ogni giorno ho fatto esperienze diverse, le più disparate”.

Secondo te perché molte ex Miss Italia sono sparite nel nulla?

“Il discorso è semplice, si vince Miss Italia perché si è belle e perché ti votano. Le donne che normalmente arrivano nello spettacolo, ci sono arrivate perché si sono rimboccate le maniche e hanno fatto la gavetta e sanno come stare in quel determinato ambiente. Mentre una Miss Italia che si è ritrovata sull’olimpo per pura fortuna, magari non ha il carattere giusto per poterci stare. Mi ritengo fortunata per aver fatto tanto con il carattere che ho. L’altro fattore è determinato dalla bellezza su cui è basata la manifestazione e il talento, la capacità e la bravura devono essere costruite in un secondo tempo e non è detto che tutte ci riescano”.

Oggi chi è Tania Zamparo?

“Una persona equilibrata che ha avuto soddisfazioni nella vita e una famiglia desiderata”.

Come procede la vita di mamma?

“Bene, al momento mi sto godendo tanto i miei figli. Cerco di informarmi sul da farsi di questo ruolo importante e delicato. Non si nasce genitori, c’è molto da imparare e ci sono molti consigli da seguire per poter svolgere un buon lavoro in questa fase della loro vita. Ho accantonato un po’ il lavoro per dedicarmi a loro. E’ un anno sabbatico”.

Qual è stata l’intervista che hai realizzato da giornalista sportiva e che ti ha dato maggior soddisfazione?

“Quando ho intervistato in Nuova Zelanda il numero dieci Daniel Carter. Negli ultimi dieci anni è un giocatore top del rugby mondiale. Ricordo con piacere anche una piacevole intervista a Christopher Lambert, effettuata a inizio della mia carriera”.

Ultimamente sei stata madrina di un grande evento sportivo, legato al Nordic Walking. Parliamo di quest’esperienza.

“Si tratta di una bella disciplina molto semplice, economica e alla portata di tutti e che fa bene rispetto a tante altre discipline. Stressare il corpo con attività impegnative, non è salutare e ha controindicazioni. Lo si può definire uno sport dolce e non faticoso. Apporta benefici a tutte le parti del corpo e alla postura. Basta avere due bacchette che hanno un costo contenuto che in tempo di crisi è l’ideale. Quindi niente palestra e attrezzatura, si esce all’aria aperta e si esercita quest’attività. Anche sotto la pioggia con un impermeabile”.

Hai avuto occasione di sperimentarla?

“Sì ed è anche interessante per socializzare. Si può formare un gruppo e mentre si cammina, si può parlare senza il rischio di avere il fiatone come accade nella corsa. Ecco ad esempio la maratona è una disciplina che stressa molto il corpo dal punto di vista cardiaco e fisico, mentre il Nordic Walking no. Lascia energie sufficienti per guardarti intorno”.

Questo sport ritarda anche l’invecchiamento. Vero?

“Certo, si torna al discorso che facevo prima riguardo all’organismo sotto stress. La fatica qui è minore”.

E non solo. C’è un rafforzamento del sistema immunitario e sono coinvolti seicento muscoli…

“Certamente, è ottima come disciplina. E’completa ed è utile anche alle neo mamme per perdere i chili del parto e i liquidi e a recuperare una postura corretta”.

Sei appassionata anche di qualche altro sport?

“Che mi piacciono da guardare molti tra cui il tennis, il rugby e la pallavolo, quest’ultima praticata a livello amatoriale”.

Quale sport vedresti adatto per i tuoi figli?

“Un po’di rugby. E’ uno sport dove c’è molto rispetto per l’avversario e lo si vive come un momento di divertimento e di gioia per la famiglia. Una cosa inconcepibile per il calcio”.

Che tipo di tifosa sei?

“Una tifosa normalissima che si reca allo stadio quando può e soprattutto quando si disputano partite importanti e interessanti. Se ho un impegno importante, evito di andarci”.

A quando una foto con Olympia (l’aquila della Lazio ndr) sulla spalla?

“Buona idea! Anzi, portare i bambini direttamente al centro dove ‘risiede’ o allo stadio per mostrare loro l’aquila da vicino, sarebbe una soluzione per spingerli a tifare Lazio. A casa c’è una continua lotta perchè il papà è romanista”.

Per il momento ti stai dedicando alla famiglia. Ti pesa aver dovuto accantonare momentaneamente il lavoro?

“No affatto, questa decisione è stata frutto di una scelta ben precisa. Quando lavoravo l’ho fatto di gusto e non rimpiangevo di non avere una famiglia e in questo momento di vita invece, ho optato per altre priorità. Visto che il mio lavoro è molto dinamico e fatto di orari strani e rincorse di treni e aerei, ho preferito fermarmi. Non è detto che debba finire qui, sicuramente quando saranno più grandi, riprenderò a valutare proposte di lavoro impegnative”.

 

CHI E’ TANIA ZAMPARO

Tania Zamparo è nata a Roma il 16 agosto sotto il segno del Leone con ascendente Leone. Caratterialmente si definisce sensibile e testarda. Tifa Lazio, adora la pizza e ha come hobby il disegno. Le piacerebbe vivere a New York. Il 2000 è stato l’anno fortunato della sua vita. Ha una gatta di nome Kimba, è sposata e ha due figli, rispettivamente di tre anni e di nove mesi. Nel settembre del 2000 ha vinto il concorso di Miss Italia, dopodichè ha iniziato a condurre programmi tv e a partecipare come protagonista in episodi televisivi come “Don Matteo”. Ha recitato nel film “Colori” e nel 2005 ha affiancato anche Luciano Rispoli nella conduzione del “Tappeto Volante”. Nel 2007 ha fatto “Village Club Viaggi”, un notiziario di informazione turistica. Nel 2008 è diventata una delle conduttrici di Sky Sport 24 e l’anno successivo si è occupata di un magazine sul rugby per Sky Sport 2. Ha condotto gli approfondimenti e le presentazioni da studio delle partite del torneo di rugby “Sei Nazioni”, trasmesso da Sky Sport nelle edizioni dal 2010 al 2013 e delle partite della Rugby World Cup 2011. Nel 2013 ha presentato “Better Magazine” su Lottomatica tv. Dopo l’esperienza con Sky è arrivata la trasmissione “In casa Napoli” per la tv campana Piuenne.



more No Comments agosto 4 2015 at 13:47


Veronica Saizzi: Una giornata speciale

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E’ con la bellissima Veronica che continuiamo la nostra avventura: la ventinovesima. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

Veronica, sei tanto giovane, parlaci di te.

“Ciao, ho 16 anni e frequento un istituto tecnico per il turismo. Sono una ragazza introversa e riservata ma quando entro in confidenza cambio totalmente. Sono solare, curiosa e sempre in cerca di nuove esperienze. Adoro viaggiare, scoprire nuovi posti, conoscere lingue e culture diverse”.

Cosa ti ha spinto a partecipare a questo concept?

“Mia madre mi ha trasmesso la passione per la fotografia, perciò è stato divertente vivere questa esperienza diversa insieme a lei”.

Ti è piaciuta l’esperienza, essere preparata dal trucco ai capelli e poi essere ritratta? 

“Essere truccata, vestita e poi ritratta, era come trovarsi proprio nel mondo della moda e provare le sensazioni di una modella vera. Insomma non è cosa di tutti i giorni! È stato strano, ma entusiasmante e divertente”.

Normalmente come ti vesti?

“Sono una ragazza semplice, indosso ciò che mi fa sentire bene e comoda”.

Sei così giovane, cosa sogni? Pensi mai al tuo futuro?

“Nonostante sia molto giovane, ho sempre avuto idee precise sul mio futuro. Mi piacerebbe trovare un lavoro che abbia a che fare con le lingue, girare il mondo e scoprire sempre cose nuove.

Pensi nell’eventualità di intraprendere una carriera artistica, nella moda o nello spettacolo? Ci pensi mai? Ti piacerebbe? O è stata una giornata speciale che non ripeteresti più?

“Sarebbe fantastico, ma adesso vedo questo mondo solo come un gioco, un modo per divertirsi. Farei questa esperienza altre mille volte, ma per ora intraprendere una carriera nella moda o nello spettacolo non è la mia priorità”.

Cosa ti piace fare, hai qualche hobby?

“Adoro andare a cavallo, ascoltare musica, leggere e viaggiare”.

Ti piace come sei o cambieresti qualcosa?

“Cambierei molte cose, soprattutto del mio carattere. Sono una ragazza insicura e con scarsa autostima”.

Dopo questa esperienza cosa ti aspetti? E la consiglieresti?

“Non mi aspetto niente ma è stata un’esperienza che mi ha fatto sicuramente stare bene e provare nuove sensazioni, la consiglierei a tutti. È un modo per mettersi in gioco e divertirsi”.



more No Comments agosto 4 2015 at 13:43


Maurizio De Angelis: La storia delle colonne sonore in Italia

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Gli Oliver Onions sono un gruppo musicale italiano formato dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, noti come arrangiatori e autori di colonne sonore negli anni settanta e ottanta dai film di Nino Manfredi a quasi tutta la produzione di Bud Spencer e Terence Hill, dalle sigle dei cartoni animati quali il gatto Doraemon, Rocky Joe e Galaxy Express alla colonna sonora di Sandokan. Maurizio De Angelis racconta gli aneddoti più curiosi sul periodo d’oro degli Oliver Onions.

di Marina Marini

Vogliamo spiegare l’origine del nome Oliver Onions?

“Gli Oliver Onions con questo nome sono nati per una necessità nel terzo film che abbiamo curato. Io e mio fratello Guido avevamo appena iniziato a fare colonne sonore per film e a fare gli arrangiatori. Curammo inizialmente gli arrangiamenti per il film ‘Per grazia ricevuta’ di Nino Manfredi, poi, successivamente, Italo Zingarelli ci volle per la colonna sonora di ‘Lo chiamavano Trinità’. Noi con le nostre strumentazioni moderne, le chitarre acustiche a 14 corde, eravamo in grado di produrre sonorità country e ciò colpì molto il produttore. C’è stato quindi il terzo film che si chiamava ‘Più forte ragazzi’ con la regia di Giuseppe Colizzi e qui nacque un’esigenza: il film era prodotto per l’estero, tutti i nomi erano anglofoni. Da qui abbiamo coniato il nome Oliver Onions, era un nome giusto perché si pronunciava così come si leggeva ed è anche il nome di uno scrittore inglese. Io e mio fratello per qualche tempo abbiamo mantenuto il segreto non dicendo in giro che gli Oliver Onions in realtà eravamo noi”.

Come siete arrivati alle sigle per cartoni animati?

“All’epoca erano chicche richieste dai produttori discografici. Negli anni ’80 siamo stati travolti dai cartoni animati provenienti dal Giappone e servivano delle sigle che riassumessero la trama di questi anime. Non era un lavoro di colonna sonora ma solo di sigle iniziali e finali”.

La sigla di “Galaxy Express” è uguale alla colonna sonora di “Bomber” di Bud Spencer, qual è nata prima?

“Il regista di ‘Bomber’ aveva sentito la sigla di ‘Galaxy’ e ci chiese se era possibile usarla per il film. Dal momento che era tutto materiale nostro abbiamo cambiato le parole e invece di ‘Galaxy’ abbiamo cantato ‘fantasy’ ma la base è la stessa. Anche le voci sono le stesse, la mia e quella di Guido”.

Parliamo del successo “Sandokan”.

“La prima colonna sonora in cui abbiamo cantato in italiano. Ho un ricordo molto intenso per quanto riguarda Sandokan, ci fu un grosso lavoro di preparazione, era la prima serie a colori trasmessa in Italia. Abbiamo affrontato anche delle resistenze in Rai per questa cosa qui perché volevano un qualcosa di più tradizionale, pensavano che non bisognasse essere così diretti ed iniziare con il nostro coro. Noi invece abbiamo ascoltato le esigenze del regista che voleva un esordio che catturasse l’attenzione di chi accendeva la televisione e, ascoltando l’inizio della sigla di apertura, smettesse di fare qualsiasi cosa per seguire la serie. Così abbiamo creato un coro epico e… alla fine ci hanno dato ragione!”.

Avete lavorato in quasi tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill. Come mai questo sodalizio si è poi interrotto?

“Sono subentrati altri fattori. Abbiamo dovuto rifiutare una richiesta di fare un film con loro perché ci era stato richiesto di trasferirci in Africa per tre/quattro mesi e non potevamo farlo per motivi familiari e di vario genere. Noi abbiamo lavorato sempre molto volentieri con Carlo e Mario, Bud e Terence. Queste collaborazioni artistiche sono figlie di filoni che si sviluppano, raggiungono apici e poi tendono leggermente a diminuire perché è la loro evoluzione naturale. Se ci fossero le premesse per un altro film con loro lo farei senza dubbio”.

C’è un aneddoto simpatico che vuoi raccontare?

“C’è un aneddoto relativo al periodo in cui ancora non si sapeva che gli Oliver Onions fossero in realtà Maurizio e Guido De Angelis. All’epoca eravamo impegnati in una sessione di section man nella RCA. Nella RCA c’era molta attenzione per il mercato discografico e ogni mercoledì c’era la trasmissione radiofonica condotta da Delio Luttazzi, ‘Hit parade’, in cui venivano trasmessi i primi dieci brani in classifica e all’ora di pranzo, ogni mercoledì, si ascoltava nella pausa pranzo “Hit parade” a tutto volume. Io e mio fratello stavamo mangiando nella mensa insieme agli altri ed ascoltavamo la radio. Luttazzi inizava a proclamare: ‘Al numero 7 c’è Steve Wonder… al numero tre c’è Celentano e adesso ascoltiamo la numero uno’. Fu allora che risuonò in tutti gli uffici della RCA ‘Come with me for fun in my buggy’ e un pezzo grosso della produzione che era seduto vicino a noi sbatté il pugno sul tavolo imprecando: ‘mannaggia ‘sti americani!’. Non sapendo che gli autori e i cantanti di quel pezzo, in realtà, eravamo io e mio fratello: gli Oliver Onions”.



more No Comments agosto 4 2015 at 13:40


Valerio Forconi: Dal sogno di cantare con Mika al tutto esaurito a Londra

valerio forconi

La storia di un ragazzo che aveva un sogno nel cassetto, una chitarra in mano e tanto amore per la musica.

di Marina Marini

La storia di Valerio inizia nel 2011 quando trova il coraggio di salire sul palco di un concorso nazionale con una cover di “Grace Kelly” del suo idolo assoluto, Mika. E la vita è strana perché poco più di un anno dopo si ritrova sul palco della Roundhouse  a Londra, con il tutto esaurito, scelto proprio da Mika, a cantare nel suo coro durante una data del suo Tour!

Valerio, parliamo del sold out di Londra in cui hai cantato con Mika. Com’è iniziato tutto?

“E’ iniziato tutto da un bando sulla pagina ufficiale di Mika. Il bando era rivolto a chi volesse proporre una cover di una canzone di Mika, così mi sono messo all’opera e ho vinto il concorso. E’ stata un’emozione incredibile, è stato indescrivibile ritrovarmi sul palco della Roundhouse con il mio mito di sempre! Posso dire di avere iniziato la mia carriera da professionista insieme a Mika e da quel momento ho capito che è questo ciò che voglio fare nella vita”.

Hai deciso di intraprendere la carriera da solista dopo una parentesi con il gruppo Jesters.

“Sì, avevo già postato sul mio canale youtube dei lavori del gruppo e dei pezzi miei da solista e dopo essere arrivato in semifinale nel Tour Music Fest ho deciso di seguire soltanto l’attività da solista”.

Il singolo che ti ha dato la popolarità è “Sorriderai”.  Quali tematiche sono racchiuse in questo pezzo?

“Sembra un pezzo spensierato ma racchiude l’augurio che faccio ad una perosna che per me è stata molto importante. Spero che questa persona possa sorridere accanto ad un altro. Il brano è stato primo nella classifica I tunes”.

Quali progetti stai curando ora?

“E’ appena uscito il mio singolo ‘Domino’. Quest’estate sono in tour per l’Italia con tappe anche a Roma a Villa Pamphili”.



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Cosimo Cinieri: “Recitare è essere quello che fai”

cosimo cinieri

di Paolo Paolacci

Ho provato a leggere la tua biografia, davvero grande: puoi iniziare tu a dirci come è nata la passione e la vita teatrale? Te ne sei accorto di recitare o è proprio così che sei?

Avevo 12 anni. Studiavo a casa ad alta voce l’Iliade o l’Odissea, non ricordo. Un mio cugino più grande, quasi architetto, bussò alla mia porta e mi disse: “Ma tu capisci quello che dici?” Io, sorpreso: “Perché?” Lui: “Perché leggi i versi benissimo”. Questo lo ricordai dopo vari anni. A 16 anni organizzammo uno spettacolo, una ‘rivista’. Una scenetta: Tre mogli con cappotto e borsa vanno a lavorare al Parlamento; i figli, tra cui io, con camicione e cuffia, in carrozzina; i padri, in grembiule da casalinga. Canzonette di quel tempo e testi riscritti alla maniera del Quartetto Cetra. Appena inizia la scenetta, il truccatore mi chiama dalla quinta e mi fa vedere un barattolo di borotalco Zignago. Capisco, esco dalla carrozzina, e acchiappo l’arma. Torno vicino a papà e mamma e appena aprono la bocca per cantare, una nuvola di borotalco li fa sparire. E da lì in poi lo sketch divenne la ‘scena del Borotalco’. Tempi precisi, risate a morire e applausi scroscianti. Negli occhi degli attori: odio. In me, gioia di giocare. Ricreando lì per lì senza rovinare. Mi sentii bene! Io non recito. Ho imparato la tecnica ma senza esibirla. Essere quello che fai.

Come senti di essere  cresciuto con la vicinanza di Carmelo Bene, Alessandro Fersen  e Carlo Quartucci?

Tre incontri diversi. Fersen mi ha insegnato a non recitare, a cercare dentro di te la ‘parte’ con cui giocare. Non basta una bella voce stentorea, il testo devi cercarlo dentro la tua esperienza. Esercizi di improvvisazione, la memoria emotiva, l’osservazione della vita sono gli strumenti dell’attore. Carlo Quartucci mi ha avvicinato al clown. In “Beckett” si recitava con il corpo, si cercavano voci assolutamente espressive e non naturalistiche; tutto ritmo, tutta musica vocale, tecnica esterna ma non esteriore. Per esempio in “Aspettando Godot”, Vladimiro era una linea blu, Estragone una palla gialla, Lucky era bianco, curvo, trascinato al guinzaglio da Pozzo, un gigante rosso senza capelli. Si può emozionare il pubblico anche così. Di quell’esperienza rimane “Atto senza parole”  in dvd con Leo De Berardinis e me, la regia di Carlo Di Carlo; Premio speciale della Giuria al Festival di Tours 1967. Carmelo Bene: un incontro sul set di “Storie dell’anno Mille” di Franco Indovina. Un castello, un salone adattato a gran camerino per gli attori. Un incontro etnico: Io sono Carmelo. Io sono Cosimo. Incontro etnico, salentino, estrema Puglia, Magna Grecia.  Poi andai a vedere un suo spettacolo e rimasi incantato. Lui venne a vedere, al Beat 72 il mio “Onan “(1968, mio primo spettacolo d’autore). Venne in camerino: “Finalmente c’è un altro attore in Italia”. Su quel ricordo mi chiamò a settembre del ’74 per “Sade”. Non riusciva a trovare il padrone. Il debutto sarebbe stato a Milano dopo 20 giorni. Gli chiesi 48 ore. Non voleva. Insistetti. Accettò. Al Teatro San Genesio, a sera tarda, il terzo giorno ci incontrammo. Mi fece vedere un paio di scene. Poi salimmo in palcoscenico io e lui: un po’ improvvisando, un po’ capendoci in piena libertà, ci divertimmo molto. Debutto a Milano: scandalo. A Roma trionfo. Alla fine Parigi, con grande scandalo delle femministe. Spettacolo interrotto con uova, farina e verdura. Il giorno dopo, pubblico seduto per terra. Beccai un abbraccio commosso di Klossowski con un suo indimenticabile: Merveilleux! Poi tanta radio in Rai, quindi Otello. La scintilla fu la mia intuizione del disonore del Moro giocato sulla cancellazione del trucco nero dal suo volto. 5 Premi UBU compreso il mio Jago. Nelle sue memorie l’ha dimenticato. Ma Carmelo era Carmelo e basta.

Festival dei Due Mondi di Spoleto in cui hai recitato due volte: che cosa ti ricorda e che cosa presentavi?

Intanto a Spoleto sono andato tre volte. Uno stage con Lee Strasberg, appena diplomato. Con Fersen: “Le diavolerie”; protagonista di quattro episodi su cinque. E poi al Teatro romano nacque “Canzoniere Italiano”, poesia in concerto da F. d’Assisi a Pasolini con “La Banda” dell’Arma dei Carabinieri. Un sorprendente trionfo, ripetuto negli anni in Italia e all’estero. Spettacolo che ha consolidato una delle nostre tre linee di ricerca, mia e di Irma Immacolata Palazzo, la ‘teatralizzazione della poesia’.

Hai lavorato tra gli altri con Massimo Troisi, Luigi Magni, ed Edoardo Winspeare : ci dici cosa e quale impressione hanno rilasciato su di te?

Troisi un artista; era quasi imbarazzato di farmi la regia. Luigi Magni: grande umanità e conoscenza profonda di quello che faceva. Il piacere di raccontare. Winspeare: al battesimo. Artigianato europeo nel Salento. Lingue di mezzo mondo per raccontare la nostra terra. Lì ho ritrovato le mie radici, piedi nudi sulla terra, il dialetto ricostruito, la voce nasale dei miei antenati. Winspeare, un nome straniero, con un cuore nel Mediterraneo.

Perché nel 1968 hai sostenuto alla Mostra del Cinema di Venezia, il film “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene? A ripensarci oggi, che faresti?

Le stesse cose. Avevamo 30 anni, ci siamo scatenati e divertiti al di là di qualsiasi vergogna. Un gran teatro a puntate sera per sera, fino alla premiazione, circondati da poliziotti. Dei compagni di quell’evento non è rimasto più nessuno. Mi hanno lasciato solo. Ma io, già allora, non bevevo più. La televisione anche qui tantissima: “Il padre della sposa” e la quinta serie di “Un medico in famiglia” entrambe con Lino Banfi; Vento di ponente con Serena Autieri  ed Enrico Mutti; “Gente di mare” con Vanessa Gravina ; quinta serie della fiction “RI: Delitti imperfetti”; e poi “Carabinieri” e “Italia che vai”. Cosa rimane? Cambi solo ruolo o è proprio un altro modo di recitare quello televisivo, rispetto a teatro e cinema? La tecnica è un po’ diversa, ma il gioco è gioco.

E poi la pubblicità! Per la Balocco. Ce la puoi ricordare? Hai partecipato anche al soggetto?

Ancora oggi mi salutano con la frase del signor Balocco: “Fate i buoni!”. Frase che inventai sul set, poiché sul copione c’era: Siate buoni. Fu lo slogan vincente che ancora usano, anche in mia assenza.

La poesia. Che cos’è la poesia per te? Sulla tua recitazione Elio Pecora ha definito la tua esecuzione: “una voce che è insieme fiato pronuncia e anima”. Che è il concetto ripreso da Roland Barthes. E’ questo il concetto di teatralizzazione della poesia?  E perché?

Ho già detto che la poesia era incorporata dentro di me fin da ragazzo. Poi le maestre mi hanno insegnato dizione, fonetica, ecc. E con Fersen ho messo in piedi i primi recital di poesia. I poeti sono i sentimenti, le emozioni, la vita. Un contadino A, in un castello del Salento, prima di Canzoniere Italiano chiede a un suo amico B: Ce fanno stasera? B: A puesia! A: La nuestra? B: No, l’italiana. A: Ah. Alla fine dello spettacolo. B: T’ha piaciuto? A (con grande entusiasmo): Multissimo! B: E tu hai capito niente? A (soddisfatto): niente! Ognuno sa cos’è poesia.

Premi: Ubu, 1978/79 come Migliore attore non protagonista, Jago nell’Otello a regia di Carmelo Bene; Biglietto d’oro a Taormina Arte nel 1985 con “Cosimo Cinieri è/o Macbeth di William Shakespeare” con la tua regia e Irma Immacolata Palazzo con la motivazione “per il suo indiscutibile valore artistico”; Sulmonacinema Film Festival nel 1996 come migliore attore protagonista in Pizzicata di E. Winspeare. Che valore ha un premio un riconoscimento per te e quanto carica per la prossima volta?

Qualcuno l’hai dimenticato. Le medaglie e le coppe le venderò intorno alla mia bara.

“Figlio della Terra d’Otranto capace di percorrere le strade parallele della cultura e della ricerca della stessa, donando all’arte italiana profondi segni di intuito e genialità artistica”.  Ci dici questa motivazione, di quale premio si tratta e cosa significa essere figlio della Terra d’Otranto?

Cosimo viene da Kósmios “ornato, armonico” e anche “riflessivo, ponderato”, la radice etimologica è la stessa di “cosmo” e Cinieri da Kiunoros “guardiano di cani”, ovvero: capocomico per destino.

E ancora premi di qualità :nel 2009  “La Manovella d’oro” come Migliore attore nel cortometraggio pluripremiato “I passi dell’anima” di Matteo Gallante: di che storia si tratta? Ha un titolo così bello e intimista …

Una breve storia semplice e delicata di un sacerdote nel tragitto da casa alla chiesa. Bravo il giovane regista.

Quindi nel 2013 ancora un premio “Il Pataca” come migliore interpretazione  da protagonista nel cortometraggio “La Prima Legge di Newton” di Pietro Messina e nel 2014, lo scorso anno, Premio alla carriera al Foggia Film Festival… Ho voluto evidenziare questi premi perché sono una costante incredibile nel tuo  curriculum e  sinceramente molto, ma molto imbarazzate. Tu come ti ci trovi?

Bene.

Credo che tu sia  consapevolmente e umanamente affascinato da tutto questo e da tutto quello che sei: ma quanto ti arriva da altrove e quanto è dovuto al sacrificio quotidiano?

Ora sta per finire.

Per chiudere (dobbiamo pur farlo… anche se non finisce qui): la poesia, l’arte, la cultura, il sociale, la politica e l’uomo che ne dipende, forse. Quali sono i valori che possono essere decisivi per un mondo migliore  o più semplicemente, capace di crescere?

Siamo una specie stupida. Facciamo quello che possiamo, ma in fondo sappiamo che non siamo ancora nati.

Progetti futuri e un modo per saperne di più di te e della tua compagnia Teatrale. E se vuoi un saluto particolarmente semplice e utile per i nostri lettori.

La politica culturale, specialmente a Roma, è affondata e affogata dai bandi dei burocrati. I politici si lavano così le mani o le riempiono d’altro. Il Ministero produce formule matematiche da incorniciare e mette al bando la qualità. Progetti? Con rabbia e caparbietà, io e Irma continuiamo il gioco della teatralizzazione della poesia che è cominciata nel 1978 con La Beat Generation e che ora è modello per tantissimi teatranti. A metà ottobre dovremmo debuttare con Nietzsche, tra Apollo e Dioniso in collaborazione con l’Università degli studi di Roma Tre e con Guerra! ‘15 – ’18 con la banda Musicale dell’Esercito Italiano. In futuro un Re Lear. Il teatro non è un’invenzione dell’uomo, il teatro vive da 0 a 5 anni quando siamo autentici. Lo spettatore viene a teatro a pagarsi il rimorso dell’infanzia perduta. Vi aspetto numerosi.



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Marco Dalissimo: un artista che sa spaziare su vari campi

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Artista poliedrico, si cimenta tra la scrittura, la pittura e la musica. Ha già pubblicato un libro: “Nessun Dio sulla terra”, edizioni Zona. Lo abbiamo intervistato in occasione della sua ultima fatica: “Un anno senza giorni”, raccolta di racconti editi da L’Erudita di Giulio Perrone Editore. Si chiama Marco Pelliccione.

di Marisa Iacopino

Lo invitiamo a presentarsi.

“Ho scelto di chiamarmi Dalissimo, perché qualcuno disse che sembravo una rock star. Vivo a Centocelle, luogo per me formativo, ma mi considero figlio di Roma, grande madre che abbraccia tutti”.

Come si combinano in lei le varie passioni, e soprattutto l’arte antica di Roma e la scrittura?

“Ho frequentato l’Istituto d’Arte Silvio D’Amico e il liceo artistico Istituto Pantheon. Non ho completato gli studi, ma da adulto ho sentito il bisogno d’un contatto fisico con la classicità. Attratto dalla storia architettonica di Roma, sono andato a cercare i suoi luoghi. La scoperta del mondo sotterraneo della città è andata di pari passo con la scoperta dei miei sotterranei. In questo rapporto tra presente e passato  è tutta la mia scrittura”.

Cos’è per lei la bellezza?

“Ho un’immagine in testa: ad Albano, la mattina presto a giugno, quando il sole invade il lago con una luce d’oro che si sparge sulla nebbia che s’alza dall’acqua. E’ la stessa bellezza che doveva vedere Caligola affacciandosi dal suo palazzo.  O ai musei Capitolini, e davanti alla Venere Bagnante ti domandi: cos’è questa visione? Difficilmente troviamo forme simili nel nostro tempo. La Nuvola di Fuksas, forse… sarà straordinaria! E tra l’edificio di Fuksas e la Venere, trovo ci sia un nesso. Trovo invece che niente rappresenti meglio il degrado presente, quanto i centri commerciali. È quello che racconto in Giano bifronte”.

Nella classicità c’è  il bisogno d’una misura che contenga una vita debordante? 

“Sicuramente la mia e quella dei miei protagonisti  è una vita vissuta intensamente, per fortuna! Nell’ ‘Ultima tentazione di Cristo’, Scorzese fa dire a uno dei personaggi: ‘ti ringrazio Signore, per avermi portato anche oggi dove non volevo andare’. E’ una frase che mi appartiene”.

L’arte, di per sé finzione, ci allontana o avvicina alla verità?

“Ci avvicina! Davanti a una pagina di Borges, o di Shakespeare cosa stai leggendo se non la verità? La Pietà è verità. De Chirico e Mirò, sono l’universo! E poi, c’è la natura, realtà che non possiamo fuggire, e per questo rappresentiamo aggiungendo i nostri totem.  Nelle mie creazioni digitali, io trasferisco tutti i miei archetipi”.

Dai suoi racconti trapela un senso di doloroso ateismo. Come se il cuore dei personaggi volesse avvicinarsi alla fede, ma la mente li allontanasse ineluttabilmente dalla religione.

“E’ così. I miei personaggi sono dolorosamente atei, perché intendo la religione come una superstizione. Ma al tempo stesso, essi riconoscono che Dio è superiore a tutto questo. E’ nella bellezza, e soprattutto nella natura – unico Dio che c’è permesso di vedere”.

Pensa che il moralismo cattolico, i suoi divieti e gli scandali abbiano influenzato tante scelte d’ateismo? 

“Credo di no. Essere ateo è frutto di una scelta conseguente a quegli autori che leggiamo durante il corso della vita. Leggere la Bibbia, e poi Camus, Borges, autori che amo, significa allontanarsi dalle scritture. O anche Nietzsche, così lontano da me, ma riconosco in lui una genialità di uomo che non crede, e con freddezza ci spiega il perché. Ecco, il cinismo a volte significa ‘non poter credere’ “.

I suoi protagonisti sono uomini che soffrono la solitudine, che vivono in dolorosa assenza. Caratterizzati dal pensiero d’un eros a volte punitivo, o comunque non appagante. E’ giusto?

“Devo dire che è un quadro esatto, e deriva anche da esperienze personali”.

Che importanza ha per lei il desiderio? 

“E’ il motore della vita, del pianeta sul quale viviamo. Il desiderio diventa creazione e scrittura, è il teatro degli uomini”.

Cosa pensa della felicità: è uno stato fisico possibile da raggiungere?

“Penso a mia madre che da ragazza si prendeva la sua piccola dose di felicità coi fotoromanzi. Ci sono momenti che ti senti in pace col tuo modo di essere, è fondamentale. Ci sono istanti che chiudendo gli occhi, puoi dire: sì, sono io. Ringrazi la vita”.

Quali, tra i cinque sensi, prediligi?

“Senza vergogna, il tatto”.



more No Comments agosto 4 2015 at 13:32


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