GP Magazine dicembre 2015



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Isabelle Adriani: “Il mio matrimonio da favola”

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Si sta per celebrare il matrimonio dell’anno tra l’attrice Isabelle Adriani e il conte Vittorio Palazzi Trivelli. Galeotto è stato l’incontro in Sardegna. Tra gli invitati Penelope Cruz e Christopher Ciccone.

di Silvia Giansanti

Eclettica, simpatica, piena di vita e sognante. Questo in breve è il ritratto di Isabelle Adriani, attrice, giornalista, cantante, doppiatrice e produttrice, Una vera forza della natura dall’animo instancabile, che parla cinque lingue e che ha pubblicato finora diversi libri di fiabe e romanzi storici, oltre ad aver girato tanti film. Il giorno più emozionante della sua vita? Naturalmente quando ha incontrato il suo sposo Vittorio Palazzi Trivelli, nobile di cuore e di fatto. Chi ha detto che le favole son favole e che il principe azzurro non esiste?

Isabelle, come mai hai scelto di cambiare il tuo nome? Eppure Federica Federici suonava bene.

“Infatti, Federica è il mio preferito, ma lo tengo solo per la mia famiglia e per gli amici. Ho pubblicato con il mio vero nome una decina di libri e lo adoro, ma è privato. Amo tanto avere un nome pubblico, è un po’ come una maschera greca dal sapore antico. Inoltre, Isabelle Adriani è un nome della famiglia di mia madre”.

Come sei emersa artisticamente?

“Ho cominciato a studiare recitazione, danza classica e canto quando ero bambina. A cinque anni vidi ‘Notorius’ di Alfred Hitchcook con Ingrid Bergman e dissi: farò l’attrice! Ho dedicato la mia vita al teatro per molti anni, ho anche fondato e diretto per due anni una Scuola di Teatro per i bambini a Perugia e la chiamai ‘Cinderella Fiabe e Teatro’. Poi mi sono laureata in Storia e sono diventata giornalista professionista, perché per motivi familiari sono dovuta stare accanto alla mia famiglia per qualche anno, dopodichè finalmente sono potuta tornare al mio primo amore: la recitazione. Da giornalista mi occupavo di cultura e spettacolo, andavo alle prime teatrali e cinematografiche, piangendo tutto il tempo. Poi un giorno intervistai i fratelli Vanzina, che mi fecero fare una piccola parte in ‘Vacanze ai Caraibi’ e da lì è partita la mia carriera cinematografica, lavorando ormai in più di trenta film in Italia e all’estero”.

Mi sembra di capire che la scrittura sia la tua passione.

“In realtà è la lettura la mia vera passione; colleziono libri antichi dal ‘500 ad oggi in tutte le lingue, ma mi piace anche scrivere. Scrivo fiabe e saggi sull’origine storica di fiabe e leggende”.

Un film che gireresti di nuovo e perché.

“In realtà sono due. ‘Reclaim’ con John Cusack girato a Puerto Rico, perché è stato illuminante. Osservando i mostri sacri, ho imparato moltissimo, in particolare dal premio Oscar Jackie Weaver, una favolosa attrice australiana dalla quale ho appreso molte tecniche straordinarie. E poi ‘The Young Messiah’ di Cyrus Nowrasteh, che uscirà negli USA l’11 marzo del 2016 e nel quale ho interpretato una danzatrice di duemila anni fa, la favorita del Re Erode, anche perché ho lavorato accanto a Sean Bean che è di una bravura imbarazzante”.

Perché si dice che hai un cuore da Biancaneve?

(Ride) “Dicono così perché anche se ho scritto tanti libri su Cenerentola e la mia vita somiglia un po’ alla sua; sono sempre stata più simile all’idea disneyana di Biancaneve con la pelle bianca, la labbra rosse e i capelli scuri, ma soprattutto perché all’inizio mi dicevano che avevo un corpo da Jessica Rabbit. Poi conoscendomi dicevano che ero più simile a Biancaneve, perché avevo il cuore gentile, sempre in mezzo a bambini e animali. L’ho sempre preso come un bellissimo complimento”.

Tra le tante cose hai girato “Matrimonio a Parigi”. Il tuo dove si celebrerà?

“Nella Cattedrale di Reggio Emilia, la città di Vittorio, il Conte Palazzi Trivelli, mio sposo”.

Questa volta siamo sicuri di aver trovato finalmente il principe azzurro?

“Direi di sì! E’ bello, gentile, nobile di nome e di fatto, ma soprattutto è straordinariamente intelligente”.

Come lo hai conosciuto?

“Dentro l’acqua in Sardegna. Era con Francesco Rapetti Mogol, parlavamo con la sorella di un mio caro amico tedesco del quale ero ospite per qualche giorno e quando mi sono avvicinata per richiamarla per andare a pranzo a casa, Vittorio si è girato verso di me ed è stato colpo di fulmine”.

Che cosa ti ha conquistato in particolare di lui?

“I suoi occhi che ridono e la passione comune per l’archeologia e la scienza”.

Che tipo di abito da sposa indosserai e che valore ha?

“Un abito meraviglioso creato appositamente per me da Atelier Emé, in stile principessa. E’ senza dubbio l’abito più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita, ma questo lo dicono tutte le spose, giusto? Il valore è inestimabile”.

Ho saputo che avrai un velo lungo sette metri e mezzo. Come farai a muoverti?

“In realtà il velo sarà un po’ più corto e avrò delle meravigliose mini-damigelle ad aiutarmi”.

Le scarpe sono da fiaba giusto per restare in tema?

“Assolutamente sì, sono proprio le scarpe di Cenerentola create da Jimmy Choo,  in occasione dell’uscita dell’ultimo film Disney su Cenerentola. Sembrano veramente di cristallo e sono incredibili. Ne indosserò un paio speciale creato appositamente per l’occasione. D’altronde le fiabe hanno sempre avuto una parte fondamentale nella mia vita, erano il mio rifugio magico dal dolore e ora ne sto finalmente vivendo una vera”.

Cambierai l’abito per il ricevimento?

“Seguirò la tradizione ed avrò l’abito fino al momento della torta, come da galateo, ma poi lo cambierò con un abito a sorpresa che non è da meno”.

Dove si svolgerà e quanti sono gli invitati?

“Il ricevimento si terrà nel Palazzo della cancelleria del duca D’Este di proprietà del Conte Palazzi Trivelli. Gli invitati sono circa 250, provenienti da tutto il mondo”.

Tra gli invitati ho visto che spiccano nomi di vari artisti e produttori italiani ed internazionali, tra cui anche Christopher Ciccone, il fratello di Madonna che però in quella data starà girando un documentario. Dove lo hai conosciuto?

“A New York da Cipriani, insieme ai miei manager americani. Mi ha colpito subito la sua sensibilità nel capire chi ha davanti, dote non comune. Da quel momento ci siamo sempre scritti e di me apprezza l’eclettismo, ma lui lo è più di me. E’ pittore, regista, designer, un vero artista”.

Dove andrete a vivere tu e Vittorio?

“Per il momento a Reggio Emilia, poi vedremo”.

Sarà dura lasciare Roma, città alla quale sei molto legata?

“A Roma noi torneremo spesso per lavoro e del resto non potrei farne a meno. Adoro la città eterna e ho casa a Trastevere, che per me è il posto più bello del mondo”.

Da dove nasce il tuo amore per la Capitale?

“Quando ero piccola, mio padre portava me e mia sorella a Piazza Navona per la festa della Befana. Ho sempre pensato che quello fosse un posto magico e incantato, dove prendevano vita tutte le fiabe che sognavo”.

So che insieme allo sposo avete importanti progetti di lavoro.

“Ho avuto la grande fortuna di incontrare un uomo talmente speciale da capire che non avrei mai più rinunciato a lavorare e a desiderare di raccontare di raccontare storie da dentro un personaggio e così ho deciso di investire parte del suo tempo e delle sua risorse per produrre progetti cinematografici internazionali e così gli ho presentato i miei amici produttori americani. Insieme abbiamo già prodotto un cortometraggio sui viaggi nel tempo con gli scienziati del CERN, presentato al Festival del Cinema di Venezia che si basa sulla recente teoria ‘Open Quantum Relativity’ e qui si torna al nostro comune amore per la scienza che ci ha fatto innamorare. Ci sono altri progetti in ballo”.

A proposito di macchina del tempo, in quale epoca vorresti andare se ti venisse data la possibilità?

“Se potessi andare indietro di qualche anno, cercherei Vittorio molto prima! Se potessi andare dietro di secoli o di millenni, andrei nel V secolo a.C. per incontrare Rodopi, la prima Cenerentola della storia, sulla quale ho scritto vari libri e incontrerei anche Pitagora, Confucio, Siddharta e la poetessa Salfo”.

CHI E’ ISABELLE ADRIANI

 Isabelle Adriani, vero nome Federica Federici è nata a Città di Castello in Umbria il 22 giugno e quindi è una cuspide Gemelli-Cancro con ascendente Scorpione. Caratterialmente si definisce eclettica, secchiona e sognatrice. E’ una lavoratrice instancabile. I suoi hobby sono dipingere quadri e collezionare libri antichi di mitologia. Tifa per il Barcellona, adora la torta al cioccolato e la sua città preferita è Roma. Possiede un pastore maremmano di nome Belle (lo aveva prima ancora che uscisse il film). L’anno fortunato della sua vita è stato il 2009 quando ha girato il suo terzo film con i Vanzina ed è partita la sua carriera cinematografica. Laureata in Storia, ha girato il suo primo film all’età di otto anni e in seguito è stata scelta per una serie tv con Gioele Dix. Nella sua carriera ha lavorato in più di trenta film in Italia e all’estero, recitando a fianco di star internazionali. Ha pubblicato una decina di libri di fiabe e un paio di romanzi storici. Ha curato e condotto varie rubriche televisive di storia e cinema. Isabelle è anche doppiatrice.



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Andrea De Carlo: “La capacità del romanzo di raccontare il mondo”

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Un disco si ascolta anche molte volte di seguito, un libro che amiamo lo rileggiamo più volte. Ma anche senza rileggerlo, la sua musica ci resta dentro. Rimettiamo ogni volta quel libro sul giradischi della memoria e ne rimaniamo incantati.

di Donatella Lavizzari

Questo mi accade con Andrea De Carlo, artista poliedrico che conosce bene la chimica e la fisica della parola, e, soprattutto, ne conosce l’eros. La sua scrittura è fatta di immagini, suoni, colori e fragranze che danno vita ad un incantevole groviglio di emozioni. Con i suoi romanzi vi è una profonda capacità analitica nel raccontarci i rapporti umani.

Ciao Andrea, in una società che riduce la comunicazione all’osso, scrivere romanzi, per di più di 500 pagine, è quasi controcorrente. Come si vince questa  sfida oggi?

“Credendo nell’unicità del romanzo, nella sua capacità insostituibile di raccontare il mondo. Nessun’altra forma di comunicazione è in grado di attivare un processo altrettanto profondo, che coinvolge il cuore e il cervello con la stessa intensità”.

Scrivere è “un lavoro che dipende dalla luna e dalle nuvole come l’arte della pasticceria”, quali sono gli ingredienti che più ami aggiungere ad un tuo romanzo?

“Gli ingredienti della vita: i sentimenti, i rapporti, i sogni, le richieste, i nodi, le domande, le complicazioni”.

Per Marcel Proust ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. Cosa ne pensi? 

“Credo che qualunque romanzo rifletta chi lo scriva, ma solo un bel romanzo riesca anche a riflettere chi lo legge. Dipende dalla capacità di analizzare e capire situazioni ed esperienze, e poi renderle leggibili nella loro complessità”.

C’è una quota autobiografica e generazionale oltre a quella di pura invenzione nei personaggi e nelle situazioni che descrivi? 

“Scrivo sempre di cose che conosco bene, solo così riesco a riversare nei miei romanzi l’autenticità che ricerco. In questo senso tutti i miei romanzi sono autobiografici: non perché raccontino dei miei fatti personali, ma perché parlano del mio tempo”.

Ogni testo, ogni libro che scrivi ha un preciso mood? E uno solo?

“Ogni romanzo ha un suo ‘mood’ di fondo: il colore, o la luce, che distingue quella storia particolare dalle altre. Ma poi all’interno dello stesso romanzo c’è una varietà di atmosfere, a seconda dei punti di vista dei diversi personaggi, dei luoghi in cui si trovano, degli sviluppi della trama”.

Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti?

“Ogni volta che inizio a scrivere una nuova storia mi sembra di avere l’occasione di ripartire da zero, raccontare come se non l’avessi mai fatto prima. Però ci sono fili che collegano tra loro tutti i miei romanzi: idee ricorrenti, predisposizioni. In altre parole, il mio carattere che si riflette in quello che faccio”.

Oltre ad essere scrittore, sei anche musicista, regista e fotografo, quali sono i punti in comune, le contaminazioni tra queste espressioni artistiche che più ti affascinano? In che modo hanno influenzato il tuo modo si scrivere?

“Ogni linguaggio artistico offre a chi lo pratica specifiche possibilità espressive. E’ per questo che frequentarne più d’uno è stimolante, suggerisce idee, sollecita l’invenzione. Se da scrittore dovessi vivere in un mondo di soli libri, finirei per sentirmi in prigione, senza più voglia né slancio per raccontare niente”.

Quali sono le emozioni che provi ascoltando musica o suonando?

“Dipende dal momento in cui l’ascolto o la suono. Alcune canzoni, o anche solo alcune tonalità, mi caricano di energia, oppure mi suscitano malinconia, mi commuovono. La musica ha una dimensione misteriosa e affascinante, difficile da spiegare in modo razionale”.

La musica sa raccontare e le parole sanno suonare?

“La musica racconta, certo. Basta pensare a canzoni come ‘Yesterday’, ‘Ruby Tuesday’, ‘Romeo and Juliet’: ognuna è una storia intera. A loro volta le parole scritte di un romanzo hanno una musicalità, che si sviluppa nell’articolazione delle frasi, nel ritmo della punteggiatura, nella scansione dei paragrafi”.

Il viaggio è una costante nei tuoi romanzi, se chiudi gli occhi, tra tutti i paesaggi che hai descritto e conosciuto, qual è il primo che ti torna in mente?

“Forse il deserto di Atacama, in Cile, con la sua estensione apparentemente illimitata, la sua terra rossastra che ricorda la superficie di Marte”.

C’è un aneddoto divertente o peculiare che si è fissato nel tuo cuore o nel tuo  ricordo?

“Ricordo la visita a una scultrice un po’ matta, nella foresta australiana del Queensland. Si era costruita da sola una casa di legno in cui ospitava ogni tipo di animali, tra cui un emu, una sorta di struzzo australiano, che si avventava a colpi di becco sui biscotti che la padrona di casa mi offriva con il tè”.

Nei tuoi romanzi, mi colpiscono molto la puntuale descrizione di luoghi, ambienti, arredi e oggetti, l’attenzione agli aspetti sensoriali e la volontà di fare percepire il “genius loci” ai tuoi lettori. Quanto ha influito l’aver avuto un padre architetto come Giancarlo De Carlo?

“Il fatto che mio padre fosse architetto e urbanista ha certamente influito sulla mia percezione degli spazi, e del modo in cui vengono vissuti. I luoghi, costruiti e no, determinano in buona parte i comportamenti di chi ci vive, ed è indispensabile che un romanziere riesca a raccontarli”.

Partendo dal presupposto di pensare al progetto d’architettura fondato sui presupposti dei luoghi e delle culture degli uomini che vi partecipano, come immagini le città del futuro? 

“Come me le immaginavo da bambino: piene di spazi verdi, silenziose, con tapis roulant per i pedoni, mezzi di trasporto elettrici per le merci, vie d’acqua, ponti, piazze dove gli abitanti possano incontrarsi, angoli per la musica…”.



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Quaranta candeline per Sandokan

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Sono passati quarant’anni dalla prima messa in onda del celeberrimo sceneggiato “Sandokan”, diretto da Sergio Sollima, interpretato da Kabir Bedi, Philippe Leroy, Carole André, Andrea Giordana e Adolfo Celi e tratto dai romanzi del ciclo indo-malese di Emilio Salgari.

di Marina Marini

La sceneggiatura si ispira in buona parte ai libri Le Tigri di Mompracem e I pirati della Malesia. Al Roma Fiction Fest è stato celebrato il quarantesimo compleanno del pirata più famoso della televisione alla presenza dal cast e dei figli di Sollima e di Adolfo Celi. Toccanti le parole di Stefano Sollima, figlio del regista, il quale ha puntualizzato su come il padre abbia avuto il coraggio di fare delle scelte difficili poi risultate vincenti. La scelta di affidare il ruolo di Sandokan ad un attore indiano all’epoca era una vera e propria sfida. Una sfida che Sollima ha vinto. Commossa anche Carol André, la perla di Labuan, che con Sollima aveva un rapporto particolare in quanto era già stata diretta da lui da adolescente nel western “faccia a faccia”. La Andé ha raccontato come il ruolo di Marianna fosse stato scritto apposta per lei. Se Sollima girò in lungo e in largo per trovare il protagonista maschile, per la protagonista femminile fu subito molto deciso. Presenti anche gli Oliver Onions, Maurizio e Guido De Angelis, autori della celebre colonna sonora della serie Tv. Kabir Bedi, dopo aver fatto trasmettere nelle sale del Roma Fiction Fest un filmato in cui  rende un omaggio al regista Sergio Sollima e al personaggio di Sandokan, ci ha concesso un’intervista.

Sergio Sollima cercava un attore adatto ad interpretare un personaggio da romanzo come Sandokan. Come lo ha conquistato?

“Sergio Sollima, Elio Scardamaglia e Nino Novarese si recarono in India e in Malesia per fare i casting agli attori locali. Erano intenzionati a girare tutto il territorio. Io fui il primo attore a fare il provino. Ricordo che piacqui subito a Scardamaglia e a Novarese ma Sollima voleva vedere se io tenessi davvero ad avere quel ruolo. Così mi disse di venire a Roma a mie spese per sostenere un ultimo provino, io andai ed il ruolo fu mio!”.

Che ricordo ha di Sergio Sollima?

“io devo tutto a Sergio Sollima. Quando mi ha conosciuto ero un semplice attore di Bolliwood, non avevo lo stile o la preparazione di un attore che ha studiato in Europa o in America. Sollima ha creduto in me, mi ha insegnato tantissime cose e solo grazie a lui sono quello che sono adesso. Senza di lui ora forse starei patendo la fame e non smetterò mai di ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per me, è stato un padre”.

Suo padre era un indiano mentre sua madre era di origine inglese. Una curiosa coincidenza con la storia d’amore di Sandokan e Marianna.

“Beh mio padre ha combattuto davvero per il suo Paese. Era un eroe vero. Senza dubbio questo mio back ground culturale mi ha aiutato ad impersonarmi meglio nel ruolo di Sandokan”.



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Elena Bonelli: L’artista che canta la romanità nel mondo

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E’ considerata la testimone della canzone romana. Ama Roma e farebbe di tutto per difenderla. Di recente ha messo in piedi un progetto denominato “Dallo stornello al rap”, con l’obiettivo di avvicinare i giovani alla canzone romana e farla risorgere.

Elena Bonelli, sei considerata l’artista che canta e lotta per Roma. In che modo?

“In un modo passionale, viscerale, che sento di fare per preservare quella che è la tradizione, le origini, la storia e i perché della storia; diffonderli, farli conoscere a chi non ne ha mai sentito parlare, portarle nelle Università come materia di studio e far apprezzare la canzone romana che è sempre stata avvolta da un‘aurea di volgarità, quasi di secondo livello, cosa che non è.  Quindi  merita più attenzione e nobiltà. La critica ‘intellettuale’ non si è mai interessata e ancora oggi continua a non farlo, nonostante i tanti solleciti per porre la canzone romana ad un livello alto come merita. Ma la stampa continua ad ignorarla con ignoranza direi, perché ignora cosa è effettivamente, cosa rappresenta, da dove è nata e dove è arrivata”.

Cosa rappresenta per te Roma? E da chi dobbiamo difenderla?

“Roma è veramente la città centro del mondo (e non è solo un detto) per tanti motivi: storici, religiosi, artistici, e non solo. Qui è racchiusa la storia dell’umanità. Va difesa da chi, con un cattivo governo, abbandona il decoro della città, dando del nostro Paese una pessima immagine nel mondo. Difenderla da chi permette bivacchi di ogni genere (vedi Barcaccia e altro), da chi consegna la città a gente senza nessuno scrupolo”.

E’ un luogo comune dire che Roma è sparita? O è sparita sul serio?

“Che sia sparita è vero, ciò è anche inevitabile; ma che ora si stia distruggendo è un’altra cosa ed è un rischio che non possiamo correre.  Io mi batto per questo, per non far morire la natura della mia città, preservare la sua lingua, la canzone e la sua storia che racconto negli Atenei. Fare spettacoli sulla romanità per me non rappresenta solo il mio lavoro di artista, ma è una vera e propria missione”.

Artisticamente come nasce Elena Bonelli?

“Nasco con la voglia di esprimermi su un palcoscenico come attrice, è la cosa che meglio mi riesce nella vita. Tutto ciò è successo dopo il Laboratorio di Proietti e l’Actor Studio di Lee Strasberg. Il canto è venuto dopo, è stata una precisa scelta per portare nel mondo la canzone romana. Sebbene tutti mi conoscono come cantante, mi sento molto di più attrice”.

Quali sono state le tappe salienti della tua carriera?

“Beh ce ne sono state tante.  Una importante è quella di aver proposto al Presidente Carlo Azeglio Ciampi il rilancio dell’Inno di Mameli, che subito dopo aver accettato la mia proposta mi ha proclamata ‘voce ufficiale’ dell’Inno. Da quell’evento l’Italia ha cantato per la prima volta nella storia l’Inno e sono riuscita a farlo cantare anche ai giocatori della nazionale facendogli studiare le parole. Il mio orgoglio sale quando glielo vedo cantare.  Con l’Inno sono stata chiamata ad aprire i Mondiali in Corea trasmessi in mondovisione Altra tappa fondamentale della mia carriera è stata quella di riuscire a portare il mio progetto ‘Roma in the world’ nei migliori teatri del mondo, ma in particolare nella prestigiosissima Carnegie Hall di New York , tempio mondiale della musica. Di questo progetto fa parte anche il film ‘Roma è Musica’, trasmesso in tutto il mondo da Rai International. E poi tante altre cose che i più curiosi possono trovare sul mio sito www.elenabonelli.com”.

Hai messo in piedi un progetto interessante “Dallo stornello al rap”. Ce ne puoi parlare?

“Il progetto è nato per far riscoprire alle nuove generazioni la canzone popolare, le proprie origini culturali e di dare delle nuove canzoni alla città di Roma. Un contest rivolto esclusivamente ai giovani per accendere i riflettori sulla tradizione romanesca, sulle nuove leve emergenti nella musica e nel videomaking della Capitale. Insieme ai nuovi talenti che proporranno le loro canzoni e video, grandi artisti ospiti in palcoscenico a sostegno di questo originale progetto che ha avuto a fianco anche famosi rappers tra cui Piotta, Danno dei Colle der Fomento e i Flaminio Maphia, che diventerà un appuntamento fisso del panorama culturale romano”.

A chi è rivolto?

“E’ rivolto a giovani cantautori e videomakers provenienti da qualsiasi parte del mondo, purché parlino di Roma”.

Quanto è viva e attuale la canzone romana?

“Poco, direi quasi niente, ed è per questo che merita attenzione, anzi direi merita una resurrezione, e i  centinaia di ragazzi  che hanno partecipato al concorso lo hanno dimostrato con le loro bellissime canzoni”.

In che modo la canzone romana riceve apprezzamenti nel mondo?

“I teatri si riempiono, la gente ascolta attenta e partecipe. In genere, ad ogni finale tanti bis. Applausi e, non di rado, standing ovation. Che dedurre? Che piace!”.

C’è un Paese straniero in cui la canzone romana è particolarmente apprezzata?

“Non farei eccezioni, va bene dappertutto, dalla Cina, dove torno questo gennaio, al Giappone, dove sono stata tre volte, alla Corea, dove ho fatto eventi per ben 8 anni e partecipato all’Expo Internazionale di Yoseu, poi negli Usa, ecc.”.

Che differenza può esserci tra il dialetto romano e la lingua romanesca? E quanto incide nella canzone romana?

“Direi più dialetto romanesco, che è molto ma molto pesante e la lingua romana che è quella delle canzoni, leggermente più light”.



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Benedetta Simeoni: Una giornata speciale

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E’ con la bellissima Benedetta che continuiamo la nostra avventura: la numero trentaquattro. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

Cosa ti ha spinto a partecipare a questo concept? 

“Questo progetto mi ha molto entusiasmata e mi ha fatto scoprire una parte di me che non conoscevo prima, cioè il piacere di mettermi in mostra. Cosa che prima di quel momento non avevo mai fatto, mi sono stupita da sola di riuscirlo a fare senza vergognarmi e lasciandomi andare completamente”.

Ti è piaciuta questa esperienza?

“Molto! Infatti mi ha messo la curiosità di lavorare in questo ambito”.

Normalmente come ti vesti? Ti piace la moda? Ti fai influenzare da essa?

“Il mio modo di vestire è molto semplice. Non esagero mai con i colori e le fantasie, preferisco un look sobrio e non troppo appariscente. Mi piace la moda ma non mi lascio influenzare da essa, preferisco affidarmi al mio pensiero e ai miei gusti personali”.

Pensi nell’eventualità di intraprendere una carriera artistica, nella moda o nello spettacolo? Ci pensi mai? Ti piacerebbe? O è stata una giornata speciale che non ripeteresti più?

“Frequento l’indirizzo studi storico-artistici alla Sapienza, che sarebbe storia dell’arte triennale, quindi come obiettivi per il mio futuro ho il desiderio di lavorare in questo ambito che mi affascina molto. L’esperienza del servizio fotografico mi ha molto entusiasmata, perché mi sono molto divertita e soprattutto ho provato un’esperienza nuova”.

Cosa ti piace fare, hai qualche hobby?

“A dire la verità non ho molti hobby  però nel mio piccolo mi piace molto andare alle mostre e viaggiare, visitare posti nuovi e conoscere culture differenti dalle mie”.

Ti piace come sei o cambieresti qualcosa? Parlami di te…

“Con il tempo ho imparato ad apprezzare me stessa, accettando pregi e difetti, sia caratteriali che fisici. Nessuno è perfetto, tantomeno io, ma sono dell’idea che le imperfezioni rendono ogni persona speciale e unica nello stesso tempo. Le persone vanno accettate per quello che sono, e l’unico modo per capire se sei realmente apprezzato dagli altri  è mostrare i propri difetti e soprattutto saperli portare senza nessuna vergogna. E no, non cambierei assolutamente nulla di me”.



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Roberto Ritondale: Sotto un cielo di carta

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Immergersi in un romanzo significa compiere un viaggio alla ricerca di ciò che si è o si vorrebbe eIsere, ovvero di ciò che si teme, misurandosi con tutto quello che si conosce. Per dirla con Pavese, l’opera d’arte ci commuove e si lascia comprendere soltanto finché conserva per noi un interesse, finché risponde a un qualche nostro problema, risolve insomma un nostro bisogno di vita pratica. Quanto mai efficace e attuale “Sotto un cielo di carta”, di Roberto Ritondale, romanzo in grado di permeare la contemporaneità, dando  forma alla paura di una minaccia incombente. Se letterariamente il libro rimanda a “1984”, l’opera di Orwell, più drammaticamente ci riporta ai nostri giorni colmi di orrore.

di Marisa Iacopino

In occasione della fiera “Più libri più liberi, abbiamo incontrato l’autore, invitandolo a raccontarsi:

“Ho cinquant’anni, sono un giornalista dell’ANSA e anche uno ‘scrittore ambulante’, perché ho lavorato e vissuto in molte città e perché accetto di presentare i miei libri a casa dei lettori, in cambio di un buon caffè. ‘Sotto un cielo di carta’,  pubblicato da Leone Editore, è il mio ultimo romanzo. Nel libro, un regime abolisce totalmente la carta, affinché tutto sia tracciabile. Ma un ex cartolaio, Odal Clean, combatte a modo suo per riconquistare la libertà. Una metafora ‘orwelliana’ sulla dittatura del web, una fiaba per chi ama la carta e la libertà”.

La storia si svolge in un Paese immaginario in cui la società è ipercontrollata. Se ciò divenisse realtà, come ci si salverebbe?

“In verità penso che il futuro sia già qui, che siamo già ipercontrollati: attraverso internet e i bancomat, attraverso le telecamere a circuito chiuso e i caselli autostradali, solo per fare qualche esempio. In particolare, alcuni siti e social network ci spiano e vendono le informazioni che ci riguardano (i metadati) alle grandi multinazionali e ai governi, come ha dimostrato Edward Snowden nel suo libro ‘Sotto controllo’. Non c’è salvezza, anche perché abbiamo ceduto un bel pezzo della nostra privacy nella speranza di ottenere in cambio una maggiore sicurezza collettiva. Sarebbe sciocco chiedere l’abolizione del web, al punto in cui siamo. Ma io mi auguro che si arrivi a un uso di internet più consapevole, e più moderato. È triste vedere un uomo e una donna al ristorante che, invece di parlarsi, controllano i propri cellulari. Così come è triste osservare che in treno o nella metro sono tutti con la testa china su smartphone e tablet”.

E’ da ingenui sperare che l’alta tecnologia informatica, al servizio della tirannide, non riuscirà a trionfare fintanto che esisteranno uomini come Odal?

“La lotta tra il male e il bene non avrà mai fine. Mi conforta sapere che il bene trionfa quasi sempre. E’ successo con tutti i sistemi totalitari, è accaduto con tutti gli imperi, e accadrà anche con il sedicente Stato Islamico dell’Isis. Perché alla fine gli uomini di buona volontà sono sempre la maggioranza”.

Crede che l’umorismo  possa cambiare il mondo, offrendo una prospettiva altra in grado di salvarci con un sorriso?

“L’umorismo, più che aiutare a cambiare il mondo, può aiutare a sopportarlo. Sono nato in Campania, figlio di un napoletano, e so quanto sia importante combattere fatiche, dolori e stress con un sorriso e una battuta: diventa tutto più lieve, anche quel peso oscuro che a volte ci soffoca l’anima”.

L’invenzione del suo universo narrativo le insegna a proteggersi dalle minacce ipotizzate?

“Si scrive anche per esorcizzare le proprie paure. Ho scritto il mio romanzo forse proprio per esorcizzare l’idea di un mondo senza carta, quella carta che io amo toccare, stropicciare e annusare. Quei fogli bianchi senza i quali non sarei in grado di scrivere”.

Secondo lei possiamo ancora liberarci del superfluo, o è divenuto tutto irrimediabilmente  necessario?

“Chi stabilisce cosa è superfluo e cosa è necessario? Per noi occidentali, probabilmente il consumismo che prima o poi imploderà perché ormai possediamo tutto, il necessario e il superfluo. Tempo fa, entrando in un negozio di elettronica, mi resi conto che avevo veramente tutto, tranne quell’aggeggio infernale per leggere l’e-book, che non comprerò mai. Perché, come dice uno dei personaggi del mio romanzo, “la carta è la casa naturale delle parole scritte”. A proposito, il mio romanzo non avrà mai una versione in e-book. Sarebbe un controsenso troppo grande!”.

Lei è un giornalista, oltre che scrittore. Da giornalista cosa la  spaventa di più e cosa proietta sulla carta nelle sue trame creative? 

“Mi spaventa la perdita di identità, della società e degli stessi giornalisti. Prima i mass media avevano appunto il compito di ‘mediare’: tra il politico e il suo elettore, tra l’artista e i suoi fan. Ora che artisti e politici si rivolgono direttamente al proprio pubblico attraverso i social network, che le notizie sono liquide e diffuse (spesso senza alcun controllo), qual è il nostro ruolo? È una domanda a cui nessuno ha trovato ancora risposta. Forse anche per questo l’editoria è in uno stato di profonda crisi”.

Un aggettivo,  per definire il suo libro…

“Imperdibile! Scherzi a parte, è un libro che aiuta a riflettere sulla libertà, un romanzo ‘distopico’ in cui c’è traccia di buoni sentimenti. Un libro con l’anima, scritto pensando soprattutto ai ragazzi. Mi piacerebbe che i miei primi lettori fossero proprio loro, i nativi digitali che non apprezzano abbastanza la carta e che trascorrono troppa vita sui propri cellulari”.

In un’epoca in cui anche l’editoria non sfugge alla logica del profitto, e gli scaffali delle librerie si rinnovano di continuo perché non si interrompa il flusso di cassa, Roberto Ritondale sembra possedere la ‘carta’ vincente per resistere alla macchina tritatutto del consumo veloce. Siamo pronti a scommettere che il suo libro, “Sotto un cielo di carta”, si candiderà a diventare un classico senza tempo.



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A tu per tu con gli Abiura

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Quella degli Abiura è la storia di più storie messe insieme. Abruzzesi doc, di Pratola Peligna (Aquila) per essere precisi. Pietro è un commerciante, Marco è uno studente, Francesco lavora all’ospedale di Sulmona e Alfonso è un impiegato di un’azienda privata. Così diversi, ma così simili: grandi appassionati di musica.

di Alessia Bimonte

Non hanno mai suonato insieme, tranne che in occasioni goliardiche. Pietro faceva parte dei Tabularasa, Francesco e Alfonso suonavano in  Repubblica Italiana, e Marco  ne I meticci di razza bastarda, un crossover di musica italiana cantata alla Rage against the machine. La band è composta da:  Sanpiè (Pietro) alla voce, Novecento (Alfonso) alla batteria,  Zavarock (Marco) alla chitarra e Francesco al basso.

La cosa che più vi caratterizza è la presenza di un ragazzo giovane. Come è nata l’idea di mettere insieme un gruppo musicale?

“E’ un ragazzo molto giovane, siamo dei padri putativi in questo senso. Il gruppo è nato grazie all’amicizia che già ci legava da tempo e all’esperienza che ognuno di noi ha avuto in campo musicale. Non avevamo mai suonato insieme prima d’ora, se non per diletto. Ci siamo assemblati in seguito. L’idea è nata da Francesco che mi ha beccato per strada, d’accordo anche con l’amico Alfonso e mi ha proposto di tornare in pista. Così è partita l’avventura Abiura. Poi si è aggiunto Marco. E’ arrivato in un secondo momento, per il semplice fatto che quando si è in una fase più tenera non si sa mai come rapportarsi, eravamo un po’ titubanti all’inizio, poi è venuto fuori l’aspetto umano e una grande dote da chitarrista, un ragazzo maturo, al contrario di quello che oggi si può pensare, pronto a far parte degli Abiura”.

Il nome del gruppo è Abiura. Come mai questa scelta?

“Ci piace come nome, l’aspetto principale è quello. Poi quando si decide di intraprendere qualcosa, si cerca sempre un appellativo per dare una certa visibilità, un riconoscimento. Pietro si è imbattuto personalmente in questa parola leggendo Pier Paolo Pasolini, e in un roster di nomi che ci sembravano adatti, è saltato fuori Abiura che in un certo senso ci rispecchia. Abbiamo unito il suono onomatopeico della parola al suo significato semantico”.

La musica che suonate è principalmente rock. Quali sono i vostri modelli di riferimento?

“Rock classico italiano, con spruzzatine di metal e cantautoriale che rispecchia la tradizione della musica rock italiana. La vita è fatta di esperienze, ricordi. La musica è come un prato dal quale noi raccogliamo i suoi fiori e realizziamo un mazzo, i fiori che riteniamo più preziosi sono quelli legati alle nostre tradizioni, in questo caso parlando di musica, sicuramente i Litfiba”.

Il vostro primo album “Concept” è disponibile su Youtube. Cosa c’è in questo progetto e come mai la scelta di un titolo così particolare?

“ ‘Piccola storia di una bimba e del suo aquilone di idee’ è la storia di una bambina che cresce e fa le sue scelte, molte di queste sono sbagliate ma alla fine c’è un ravvedimento sulle proprie idee, si torna indietro, ma non vuol dire aver sbagliato scelta. Nel corso della vita facciamo scelte che sembrano giuste all’inizio, poi le valutiamo, le rivalutiamo, ed è questa la forza, quella di avere la capacità di tornare indietro. Piccola storia di una bimba e del suo aquilone di idee fa pensare al primo prog italiano degli anni ’70, in realtà di progressive rock c’è ben poco, perché noi suoniamo strumenti classici: basso, chitarra, batteria e voce, quindi non c’è inserimento di  piano, tranne che per piccoli inserti. Dal vivo suoniamo molto rock proprio perché non abbiamo queste partiture di tastiera che alleggeriscono i toni. L’album è nato in maniera molto spontanea. La storia si sviluppa in 11 canzoni, che sono stralci di testi dimenticati, diventati poesie, collegate tra loro nell’album, ma non tutte altrimenti sarebbe stato troppo pesante durante l’ascolto. Gli spezzoni di testo sono qualcosa di fruibile che, anziché cestinare, abbiamo ritenuto opportuno inserire nel contesto. Sulla pubblicazione sul canale social Youtube ci si deve lavorare abbiamo notato che la musica perde parecchio,  non rende come l’ascolto del cd”.

C’è una canzone preferita? Come mai non avete pensato ad un Ep per iniziare?

“Le canzoni sono come dei figli, sceglierne una è sempre difficile. Per quanto mi riguarda – dice Pietro -  sono legato alla prima, ‘La bimba’, avendo io due bimbe, anche per l’atmosfera che la canzone fa vivere, in generale tutte sono valide, se guardate nell’ottica del concept. Non abbiamo fatto un Ep, perché essendoci una sequenzialità nelle canzoni, sarebbe stato un vero e proprio atto di abiura nei confronti degli altri pezzi”.

La copertina e i disegni del cd sono molto particolari. Chi li ha realizzati?

“I disegni delle canzoni sono stati realizzati dalla figlia di Pietro. La copertina è del maestro Silvio Formichetti, artista di Pratola Peligna, pittore di rilievo internazionale, oltre ad essere un grandissimo amico”.

Si parla tanto di talent show. Non solo per mettersi in gioco, ma anche per fare un’esperienza e farsi conoscere. Che ne pensate? 

“Rischieremmo di snaturare la passione di una vita. Noi suoniamo sporco, abbracciamo a piene mani quello che è il senso del rock. Il talent show è una bella opportunità per chi ha voglia di emergere a tutti i costi, il nostro progetto invece è quello  di valorizzare il passato della musica e quello che sarà il nostro futuro. Non si può prescindere, è da li che nascono i valori, la qualità e la nostra amicizia”.

Avete mai pensato a qualche concerto in trasferta?

“Suoniamo in locali abruzzesi prevalentemente. Abbiamo anche una famiglia, un lavoro, sarebbe difficile conciliarli. Ma nella vita mai dire mai, se ci verrà data l’opportunità di una trasferta, perché no!”.

Ci sono progetti futuri nel cassetto?

“Siamo dei vulcani, abbiamo già pronti tre pezzi per il prossimo album. Vorremmo sviluppare altri temi. Grazie ad Alfonso che ha messo a disposizione un po’ del suo materiale, stiamo iniziando a raccogliere nuove idee, poi per quanto riguarda i testi ci stiamo lavorando. Il nostro è un progetto nato per valorizzare l’uomo nelle sue tante sfaccettature perché questo è un mondo dove c’è  un allontanamento da quelle che sono le cose belle e le cose vere. È un’idea per riportare l’uomo alla luce, messo ormai ai margini del sistema. Il fine ultimo è quello di consolidare i nostri rapporti all’interno del gruppo, coinvolgere le famiglie, gli amici e chi ci vuole bene.  Come recita la dedica del cd: ‘Dedichiamo il nostro disco a chi ci ama, a chi ci odia e a quelli a cui siamo indifferenti perché la vita non è una competizione’. Inoltre è  uscito il  primo libro di poesie di Pietro. ‘Bandiera emozionale’ – questo è il titolo -  è quello che uno ha dentro e decide di tirar fuori. Forse questo è il senso della nostra musica, rendere le persone partecipi dei nostri sentimenti. A volte facendo musica si pensa più a compiacere il prossimo che se stessi, se si riuscisse a creare un connubio tra queste due esperienze, a livello formativo sarebbe qualcosa di completo. Questo è il nostro obiettivo, far stare bene le persone. È una doppia soddisfazione, in concomitanza con quello che è il progetto di Abiura, dedicato all’arte, alla musica, alla poesia”.

L’ascolto del cd è molto piacevole, tematiche che ritornano, unite brano dopo brano. Una ciclicità dai toni rock, abbinata alla poeticità delle didascalie iniziali di alcune canzoni. È la festa degli uomini, di chi sa tornare indietro. Forse il primo passo per andare avanti, recita l’incipit di “Festa”, che conclude il concept. La vita è un grande sospiro che si spegne quando il sogno si arrende alla realtà, questo ci propone invece “La strada”, sesto brano in scaletta. Bell’arrangiamento e meritevole l’amalgamarsi dei quattro strumenti utilizzati. Quello che racchiude il cd è tutto nel pezzo “ La Bimba”, personalmente colpisce molto perché restituisce la vera essenza di tutto il lavoro svolto dagli Abiura. Sogni, emozioni e idee. Tutto quello che una bambina prova durante la sua infanzia, catapultato nella vita di ogni singolo. Decisioni da prendere, scelte da fare. Il tutto accompagnato sempre dal suo aquilone, simbolo di libertà, senso del gioco e strumento metaforico di indipendenza e autonomia. Quella semplicità alla quale tutti dovremmo rifarci, sognando, come la bimba, un mondo diverso.



more No Comments gennaio 15 2016 at 13:11


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