GP Magazine dicembre 2017



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:31


Francesca Manzini: “La mia prima volta con Verdone”

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“Questa è l’esperienza che mi porterò dietro per tutta la vita”. La giovane imitatrice romana è nel cast del nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia” e sta vivendo a mille questo periodo magico in piena crescita artistica. “Con Carlo è stato come se avessimo lavorato insieme tante volte”

di Silvia Giansanti

Ansiosa, super simpatica, vulcanica, autodidatta e molto creativa. Questa è Francesca Manzini, giovane imitatrice romana, sorella della doppiatrice Lilli Manzini e discendente da una famiglia di doppiatori. La sua vita è tutta da raccontare per quanto è movimentata, non basterebbero le pagine di un libro insomma. Ogni giorno non è mai uguale all’altro ed è tutto surreale. E’ come se vivesse costantemente su un’altra dimensione. E’ quello che si definirebbe un personaggio sui generis. Fino a vent’anni ha imbracciato la scopa per cantare e a otto già imitava i grandi della tv nella sua cameretta. Se non è follia questa…

Francesca, com’è avvenuto l’ingaggio per il nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia”?

“Stavo a casa a letto con il panino di Paciotti (famosa salumeria ndr.) a guardare ‘Il conte Tacchia’. Ero tranquilla fino a quando non sono stata chiamata dall’aiuto regista di Verdone. Carlo infatti mi voleva incontrare”.

Avevi sostenuto un provino?

“No. Tutto è nato due mesi prima quando mi ha contattato la mia amica Maruska Albertazzi, la quale mi ha anticipato che Verdone mi avrebbe chiamata per alcune cose. Piena di gioia, ho comunque fatto finta di nulla per non illudermi e invece dopo due mesi ho ricevuto questa telefonata. Ricordo che lo dovevo incontrare per forza in breve tempo, in quanto dovevo partire per Milano e quindi è stata tutta una corsa. Mi ha fatto i complimenti per le imitazioni, ma la cosa più bella che mi ha detto è che sono un’autodidatta proprio come lui. Gli ho confessato che quando interpreto un personaggio mi sento tremare tutta dentro ed è per questo che mi ha apprezzato fino in fondo”.

Il tuo ruolo in questo film è comico?

“Un bel ruolo comico e molto pesante, ha richiesto tanta responsabilità. Mi chiamo Adriana e sono un tipo attraente e piacente. Questa donna arriva a superare limiti che neanche lei sapeva di avere”.

Cosa pensi che questo ruolo ti possa portare in futuro?

“Tanto lavoro, perché ho fatto una scena che è stata una scommessa per il produttore, per il regista e anche per me stessa. Ci sono tanti appuntamenti comici con i toni, i gesti, gli sguardi e l’interazione. Tutto questo s’impara al Centro Sperimentale di Cinematografia. In quei minuti, in quelle scene è emerso tutto agli occhi degli addetti ai lavori”.

Cosa pensi di Carlo dopo aver condiviso alcune ore di lavorazione del film?

“Che è una persona meravigliosa. Non ho mai visto un uomo così veloce in tutta la vita mia. Con lui c’è serietà, c’è professionalità, c’è divertimento, c’è psicologia e perfino farmacia, per via di alcuni consigli che gli ho chiesto per problemi fisici. Con Carlo si è instaurato da subito un ottimo feeling, come se avessimo già lavorato tante volte insieme”.

Quale film di Verdone rivedresti cento volte?

“Sicuramente è ‘Sono pazzo di Iris Blond’. In questo film mi vedo tantissimo in Claudia Gerini, un’artista un po’ sola e malinconica”.

Finora puoi definire questa l’esperienza più elettrizzante della tua vita?

“Assolutamente sì in tutti i sensi e al cinema si può capire perché”.

Un aneddoto sul set del film.

“Dovevamo essere tutti veloci, pronti e puntuali, altrimenti erano guai. La prima scena che ho girato è stata quella più potente, non ho riso e lui non ha detto nulla. Invece sulla seconda convocazione per la scena successiva, mi sono messa a ridere e puoi immaginare quello che mi ha detto col suo modo di fare”.

Come nasci artisticamente, ripercorrendo le tue origini?

“A otto anni di età, non volendo sentire i miei litigare, mi chiudevo in cameretta con mia sorella Lilli a vedere videocassette sui varietà datati. Mi mettevo in una posizione yoga con le gambe incrociate e anziché giocare con le Barbie, alle quali rompevo le gambe, giocavo con le voci, imitavo, riproducevo. Passavo metà del tempo anche a cantare con la scopa in mano, cosa che ho continuato a fare anche a vent’anni. Da lì è stato tutto un gioco, fin quando una coppia di amici mi ha invitata a trasformare questa mia passione in un lavoro vero e proprio. Mi hanno presentato la gente giusta ed è stato tutto a scendere e un concatenarsi di situazioni”.

Personaggi televisivi del passato di cui sei stata sempre innamorata?

“Walter Chiari”.

Fai parte del cast “Tutti Pazzi per RDS”. Come sei arrivata in radio?

“Nel passato avevo già fatto tanta radio. Sono stata notata da Barty Colucci e da Claudio Cannizzaro riguardo ad alcune imitazioni sui social”.

Hai riscontro nei personaggi da te imitati o qualcuno si è infastidito?

“Solo una volta una giornalista si è infastidita, mentre le altre come Belen, la Ferilli, la Blasi, la D’Urso si sono divertite. Mi piace portare la gente alla simpatia e anche un personaggio che può risultare antipatico, cerco di renderlo simpatico. A volte, la difficoltà sta proprio in questo”.

In questo momento sei in crescita. A cosa ambisci?

“Ambisco ad essere soddisfatta. Vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non facendo le cose all’acqua di rose, ma cercando la serenità”.

Sono contenti in famiglia di questi passi da gigante che stai muovendo?

“Non mi hanno avallata, ma direi di sì”.

Ci sono ringraziamenti che vorresti fare?

“Vorrei ringraziare il mio compagno Cristiano, l’amore in persona. Mi dà tanta forza, è l’amore presente lucido e vero che dà arricchimento alla mia follia. Inoltre la mia amica del cuore Mauela Iniart, artista. Ovviamente in questa lista c’è la mia famiglia e Piero Chiambretti, che mi ha aiutata in un programma tv. Infine ci tengo a ringraziare tutti quelli che in passato mi hanno fatto del male e che mi hanno preparato ad affrontare la vita con i suoi dolori. Ho le mie fragilità, ma sono diventata forte dopo queste cattiverie”.

CHI E’ FRANCESCA MANZINI

Francesca Manzini è nata a Roma il 10 agosto del 1990 sotto il segno del Leone ascendente Pesci. Francesca si definisce caratterialmente vulcanica, serena e fuori dalle righe. Ama recarsi a S. Pietro in alcuni momenti, ha il rito di recarsi da Paciotti (salumeria) a farsi due panini e adora guardare i film degli anni ’60. L’amatriciana è il suo piatto preferito e la Lazio è la sua squadra. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni fortunati della sua vita. Vorrebbe vivere in Egitto. Possiede un Golden Retriver ed è fidanzata con Cristiano. Ha lavorato in altre radio prima di approdare nel cast fisso di “Tutti pazzi per RDS” in veste di imitatrice. In tv è stata ospite in vari programmi e ha preso parte a partire dal 2010 a “Festa Italiana”, “Quelli che il calcio”, “Grand Hotel Chiambretti” e “Matrix”. Ha recitato nel nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia”. Conosce vari dialetti italiani.



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:23


Michele Guardì: La Sicilia come non è mai stata raccontata

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“Fimminedda” è il romanzo di esordio di Michele Guardì, autore e regista televisivo e teatrale, conosciuto dal grande pubblico come la voce del Comitato de “I fatti vostri”

di Irene Di Liberto

È la fine degli anni sessanta, la giovane Palmina corre sconvolta per le strade di Acquaviva, paesino siciliano di poche anime, cercando rifugio a casa della madre. La donna ha abbandonato il tetto coniugale, e suo marito Vincenzo, perché sostiene, dopo cinque anni di matrimonio, di essere ancora illibata? Sarà vero? Nel paese ci sono solo due avvocati che prendono in carico il caso dei coniugi, ma anche il resto dei paesani si butta con gusto nello scandalo: il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il barbiere, le dame di carità e, perfino, dei lontani parenti americani. Con il procedere della causa, divampa il chiacchiericcio sottovoce, che ricorda un po’ le comari shakespeariane, e che mette seriamente a rischio la reputazione di maschio di Vincenzino. Man mano che si procede con la lettura, la faccenda si complica e diventa una “questione d’onore” per i due e per le loro famiglie. Michele Guardì racconta, una storia vera, di gente comune, che quasi riesci a toccare con mano, senza mai dimenticare, nel corso dello svolgersi delle vicende, una profonda umanità. Coinvolgente il personaggio di Palmina che rifiuta di assoggettarsi alla bigottaggine tipica di quell’epoca. Da un lato, la protagonista sarà costretta a rinunciare alla sua libertà fisica, ma, dall’altro, saprà affrontare coraggiosamente il suo futuro. Si delinea, così, una figura femminile controcorrente per quei tempi, ma, allo stesso tempo, superba nel suo essere “fimmina”. Sullo sfondo, una Sicilia che guarda al futuro, ma ancorata visceralmente al passato e alle sue radici. Pennellate vivide e colorate di una terra fatta di tradizione, bontà e furbizia. Uno stile di scrittura dai toni leggeri, ma non dai contenuti, e dal retrogusto agrodolce, come la migliore delle caponate, in cui gli ingredienti si amalgamano perfettamente e in cui non vi è mai la prevalenza e la prepotenza di un sapore, ma sono l’uno il completamento dell’altro. Una commedia in stile pirandelliano, in cui al sorriso iniziale del lettore, per i toni e i discorsi ironici, si sostituisce, alla fine, un profondo spirito di riflessione che scende fino al centro della nostra umanità.

Da quanto era in incubazione l’idea di scrivere un romanzo? 

“Erano anni che volevo scrivere. Ma la televisione, prima, e lo spettacolo teatrale de ‘I Promessi Sposi’, poi, non mi avevano dato il tempo di farlo. L’inverno scorso, però, ho deciso di ritagliare due ore al giorno al nuovo lavoro ed eccoci qua”.

Quanto c’è di reale e quanto di fantasia nel suo libro?

“La storia nasce da una vicenda vera che ho conosciuto quando, giovanissimo, frequentavo come avvocato la pretura del mio paese. Naturalmente, come si dice al mio paese, Casteltermini, ci ho un po’ ricamato sopra”.

Come mai la decisione di ambientarlo in Sicilia?

“Perché in Sicilia si è svolta la storia. E perché la Sicilia è il mondo che conosco meglio. In un dialogo, un collaboratore del maresciallo, che viene da Padova, rivolgendosi al suo superiore, siciliano doc, chiede come mai la protagonista Palmina abbia parlato tantissimo durante la denuncia. Il maresciallo risponde così: ‘In Sicilia si dicono cento parole quando ne basterebbe solo una e non si parla per niente quando bisognerebbe usare tutte le parole dl vocabolario’”.

Secondo lei, questo è lo spirito dei veri siciliani? Un po’ si ritrova in questo modo di affrontare i dialoghi?

“Spesso, in una sola battuta, si può riassumere un mondo”.

Leggendo il romanzo, io l’ho associata a uno dei due avvocati difensori. Ho indovinato? Questo personaggio è autobiografico?

“Pensieri, sentimenti, modi di affrontare la vita possono essermi comuni, ma è un po’ troppo poco per dire che c’è dell’autobiografico”.

E anche lei, come l’avvocato, si rifugiava, in solitaria, nella sua tenuta di campagna in piena estate, quando tutti gli altri compaesani si riversavano al mare?

“Era una delle cose che facevo, ma anche lì non c’è nulla di particolarmente autoreferenziale”.

Nel libro fa uso, come Camilleri, di alcune frasi in dialetto. Come mai la scelta di inserirle?

“Certe battute, poche in verità, sono dialettali, ma in certi casi mi è sembrato inevitabile per dare il giusto peso allo svolgersi delle conversazioni”.

La Sicilia si divide in due fazioni contrapposte per quanto riguarda l’utilizzo del termine arancina o arancino. Questa è una disputa centenaria sulla quale, recentemente, è intervenuta anche l’Accademia della Crusca. Lei cosa preferisce: arancino, come Montalbano, o arancina?

“Arancina, arancina, come diceva mia zia Giuseppina”.

Un consiglio a chi si appresta a scrivere il suo primo libro.

“Non amo dare consigli. Tutti quelli che mi sono stati dati, non richiesti, si sono rivelati delle colossali bufale”.

Il suo percorso artistico di scrittore continuerà? Ha già in mente un secondo romanzo?

“Più che uno scrittore amo pensare di essere un ‘raccontatore’. E in questo senso sto già lavorando ad un altro racconto”.



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Caterina Baldini: La giornalista con il cuore grande

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di Simone Mori

Probabilmente è la Audrey Hepburn del giornalismo italiano. Bella, intelligente, elegante e ‘innovativa’. Ebbene sì, potrò essere anche un po’ di parte ma in questo caso mi viene concesso dal mio Direttore e allora prendo la palla al balzo e intervisto Caterina Baldini. In questa chiacchierata scopriremo l’amore di Caterina per la sua professione, per i suoi hobby, per la verità, ma soprattutto per la sua dolcissima bimba Allegra avuta da Alessandro Onorato, imprenditore e consigliere comunale a Roma. Qualche mese fa, tutti e tre sono volati a New York e con testimone la piccola principessina Onorato, Caterina e Alessandro sono convolati a nozze. Conosciamola meglio, e cogliamo le sue splendide parole sulla collega Letizia Leviti, scomparsa poco più di un anno e mezzo fa.

Come inizia la tua carriera nel mondo del giornalismo? C’era già una passione adolescenziale o è arrivata successivamente ?

“La mia passione è sempre stata la scrittura. Lo notò per prima la mia maestra delle elementari. Nei miei temi la questione era ricorrente e nei miei disegni una penna e un microfono non sono mai mancati. Insomma, un sogno che poi si è realizzato per caso molti anni dopo. Frequentavo il primo anno di università quando un amico, che aveva avuto modo di leggere alcuni testi che scrivevo di notte, mi informò del fatto che una piccola emittente locale cercava urgentemente una persona che scrivesse per il tg. Pensò subito a me e mi fissò un appuntamento al quale non andai. Nonostante il mio carattere piuttosto espansivo, in realtà, sono timida nei primi approcci con le persone e anche con le esperienze. Così pensai che fosse meglio continuare a scrivere per me stessa per non rischiare delusioni. Quel pomeriggio all’ora dell’appuntamento il mio telefono suonò e una voce squillante, burbera e decisa conquistò la mia attenzione. Era il cameraman “tuttofare” dell’emittente che, quasi senza darmi alternativa, mi intimava di presentarmi. Invece di irritarmi, io trovai buffo il suo modo di fare e in pochi minuti di motorino arrivai da lui. Era un signore piccolo, canuto e dallo sguardo torvo color del cielo. Perennemente arrabbiato. Lavorava giorno e notte, faceva tutto lui in quella piccola TV. Girava le immagini, faceva il regista, il produttore, il segretario, provava perfino a scrivere pezzi e a speakerarli. Poi arrivai io e lui si sentì meno solo. Fu l’inizio di un’amicizia meravigliosa e della collaborazione più intensa di tutta la mia vita. La cronaca locale mi ha insegnato tutto. La tecnica, i trucchi del mestiere, l’amore per le storie che si nascondono dietro le notizie, la capacità di dormire con il telefono sotto al cuscino perché se la “nera” chiama, bisogna rispondere subito. E lui, soprannominato il cerbero per i suoi modi piuttosto diretti, mi insegnò a non mollare mai. Lì iniziai a condurre i primi tg. Da allora non ho più smesso…”.

Quale parte del percorso iniziale è stata la più difficile? 

“La cosa più difficile un tempo era farsi concedere un praticantato. Per il resto il lavoro era soltanto una gioia. Era tutto molto semplice e naturale. Entusiasmante. Quando ho iniziato ero giovanissima, erano tempi diversi, si lavorava in strada, le notizie le davamo noi alle agenzie, non c’erano filtri. Non c’erano orari. Io ero la mia fonte, la producer e l’assistente di me stessa. Tutto molto faticoso ma bellissimo. Le difficoltà sono arrivate dopo. La professione negli ultimi anni si è evoluta, è cambiato l’approccio con le notizie (anche con i praticantati purtroppo) Le news viaggiano veloci su smartphone e tablet, occorre stare attenti alle bufale, alle fake news e quegli emozionanti ed educativi momenti con il taccuino in mano, durante il ‘giro di nera’ in questura, si sono persi nel tempo.

Caterina, poco più di un anno fa hai perso una collega che ha lasciato un enorme testamento morale, Letizia Leviti. Ci puoi dire qualcosa di lei e di quello che ha lasciato al giornalismo italiano?

“Con Letizia è stato amore a prima vista. Lavoravo a Sky da pochi giorni, per me era una nuova avventura. Mi ritrovai a lavorare insieme a lei sulla pista di atterraggio all’aeroporto di Ciampino. Aspettavamo il rientro di un c 130 con a bordo i corpi di alcuni giovani militari italiani caduti in Afghanistan. Mentre Letizia era in diretta io correvo velocissima per non farmi scappare un ministro che dovevo intervistare. Caddi sopra un chiodo, che bucò la mia scarpa facendomi cadere per terra svenuta. Fu lei a portarmi in infermeria. Aveva interrotto quello stava facendo per stare con me. Mi insegnò che gli amici, anche quelli a prima vista, vengono prima di tutto, e io imparai a mie spese, che non si corre mai dietro a un ministro. Mai. La dolcezza di Letizia, la sua voce flebile e i suoi occhi luccicanti mi accompagnano sempre. Era vera e trasmetteva qualcosa di magico. Tra noi bastava uno sguardo per comunicare. Poi spesso quello sguardo si trasformava in una lettera. Ogni tanto ne spunta una da qualche cassetto e so che lei c’è.  Quando mia madre si ammalò gravemente, anche se ci conoscevamo da pochi mesi, lei si sentì di scriverle un messaggio. Mia madre pianse a lungo. Così un giorno, mentre mi guardava condurre il tg per vedere la figlia lontana, almeno in video, notò che Leti stava seguendo un evento a Piacenza, non lontano da casa sua. Molto debole e affaticata non esitò nemmeno un attimo e, dopo aver combattuto con la sua paralizzante timidezza, inforcò la bicicletta per raggiungere Letizia e farle solo una carezza ringraziandola di quel pensiero. Fu così che Letizia conobbe per la prima volta mia mamma. Conoscendola non mi spiegai quale forza riuscì a trascinarla fuori di casa quel giorno, fino a quando anche Letizia si ammalò. Ora le immagino insieme mentre commentano i fatti del giorno. Questo è ciò che ha lasciato a me. Al giornalismo italiano ha lanciato un messaggio lucido e lungimirante che tutti dovrebbero riascoltare almeno una volta al giorno”.

Capita spesso di dover dare notizie dure. Tu che sei madre da poco, senti una pressione maggiore nel raccontarle al pubblico?

“Dover raccontare le violenze sui più deboli è un dolore grandissimo. Vedere immagini di abusi in un asilo o in una casa di cura mi provoca molta rabbia oltre al dolore. Credo però che sensibilizzare su questi temi sia un dovere imprescindibile. Non bisogna mai abbassare la guardia o sottovalutare anche piccoli segnali”.

Si parla in continuazione di imparzialità. Ci si riesce davvero a mantenersi imparziali davanti a tutte le news che ogni giorno ci arrivano?

“Bisogna sempre fare un passo indietro di fronte alle notizie. Prima vengono i fatti. Bisogna analizzarli senza lasciarsi influenzare da fattori esterni. Serve lucidità. Non sempre vediamo “la giusta distanza” nel panorama giornalistico italiano e non solo. Ma essere imparziali si può. Certo, occorre avere anche la fortuna di lavorare per una testata libera, ma un giornalista non dovrebbe avere MAI interessi personali. La notizia è la padrona e per nessun motivo si possono fare sconti”.

Può accadere che un giornalista sia al corrente di qualcosa di molto serio, ma che dall’alto arrivino direttive diverse? 

“In alcuni casi accade sì, ma quando capita è il giornalista che deve imporre la propria professionalità”.

Cosa vorrebbe raccontare Caterina Baldini in uno dei suoi prossimi impegni lavorativi? 

“Mi occupo da sempre prevalentemente di hard news, ora vorrei dedicarmi più spesso di approfondimenti, inchieste, speciali. I tempi, come dicevo, sono cambiati. Ora le news si trovano sul telefono. In TV e sui giornali dovremmo affrontare temi da sviscerare davvero. Ci sono però giorni in cui penso che sia il momento di occuparmi di notizie più leggere o storie ed esperienze a lieto fine. Sarebbe una bella sfida e per nulla scontata”.

La notizia che più ti ha colpito dare? 

“Ero tornata a far visita ai miei a Piacenza, quando affacciata alla finestra, ho visto improvvisamente un enorme cargo schiantarsi al suolo. È stata una scena incredibile che ho raccontato con concitazione in diretta. Nei primi drammatici minuti temevamo di trovare decine di vittime. Mi sono catapultata dalle scale per andare a cercare il punto esatto in cui l’aereo è caduto, a pochi metri dal centro abitato. Una scena apocalittica. Fortunatamente il volo era quasi vuoto e tra i rottami furono ritrovati solo 3 corpi. Il pilota, nel suo ultimo atto di coraggio, era riuscito miracolosamente a evitare il disastro con una manovra estrema evitando per pochi metri l’impatto con gli edifici del quartiere terminando il suo volo su un campetto. Ci sarebbero decine di altri episodi ma ho scelto questo perché si intreccia molto con alcuni casi legati alla mia vita”.

Quella che ti ha fatto trattenere le lacrime in diretta?

“Diverse volte ho vissuto con emozione certe notizie appena arrivate in redazione. Dai terremoti agli tsunami, alle alluvioni alla conta dei morti in certe guerre di numeri. Davvero difficile trattenere le lacrime. Ma se mi chiedi un fatto personale, è stato sicuramente dover raccontare l’incidente stradale che si è portato via la vita di un amico”.

Caterina, da poco mamma di Allegra e da poco moglie di Alessandro. Quale dei due ruoli è il più difficile? Qui ti pizzico un po’! 

“Sono i due ruoli più entusiasmanti della mia vita. Con loro tutto è gioia. Condividere la vita con Allegra e Alessandro ha cambiato tutta la scala dei miei valori di riferimento. Sono figlia di genitori separati e per me avere una famiglia unita e felice è una meravigliosa scoperta quotidiana”.

Cosa ami fare nel tempo libero? 

“Tempo libero poco. Sono ‘ipercinetica’ e tendo a riempirlo sempre. Comunque la mia passione è certamente viaggiare, anche per questo mi sono sposata a Central Park. Evito di dirti altre banalità, anche se vere, come leggere e scrivere,  ma aggiungo solo che tra tutte queste non può mancare un bicchiere di vino rosso.  Ascoltare musica non lo dico nemmeno perché è la base di tutto”.

Qui viene fuori una domanda da Simone all’amica Caterina. Sai che sono orgoglioso di riprendere a scrivere perché lo faccio insieme a te? Sei stata vicina a me con una dolcezza e unicità che mi hanno dato tanto. 

“Ti stimo tantissimo, lo sai, perché sei stato capace di dare un grande esempio a tutti, su una tematica che mi sta molto a cuore, con una forza e un coraggio che non avrei mai immaginato. Mi conosci da un po’. Sai che ho negato più volte le interviste perché non mi sento nessuno per rilasciarne e poi perché, ormai lo avete capito, sono molto riservata. Ma con te è diverso. Con te è uno sfogo, una chiacchierata. È tutto naturale perché tu sei vero.  Mi sono dilungata in certi episodi della vita che non ho mai raccontato a nessuno perché credo che tu te li meriti. Hai un cuore grande e sai usarlo. Non è da tutti”.



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:17


Geppi Di Stasio: “Il teatro la mia vita”

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Prossimamente sarà a teatro con “Lavaci col fuoco”, dedicato alla riscoperta delle tradizioni partenopee

di Mara Fux

Proviene da una famiglia di artisti e ha proseguito su questa linea grazie a Roberta Sanzò, sua compagna nella vita e affermata attrice teatrale.

Sei figlio d’Arte, una mamma, Wanda Pirol già all’epoca brava artista di teatro e un papà che nasce cantante per poi diventare produttore. Hai calcato le scene ancora bambino in mezzo a grandi indimenticabili come Nino Taranto, Ugo D’Alessio, Enzo Turco, Aldo Giuffré. Come ti senti oggi da regista e attore quale sei, nell’osservare la “notorietà” di chi calca le scene per esser uscito dalla famosa casa o per aver naufragato sull’isola? 

“Una volta la televisione era la consacrazione dell’attore bravo, nel senso che veniva scoperto e approdava alla meritata notorietà. Oggi diventi famoso per tutt’altro e poi qualche produttore improvvisato, un po’ danaroso, ti da la cittadinanza. Il percorso si è letteralmente invertito. E per uno come me è un po’ frustrante. Ma sono sicuro che la gente reagirà. Prima o poi…”.

Il tuo percorso artistico include tanta gavetta: l’hai completata con lo studio o ti consideri più un autodidatta? 

“Diciamo che sono uno che studia moltissimo, ma studio da autodidatta. Anche perché credo che il panorama delle scuole di teatro oggi tenda ad uniformare i prodotti togliendogli il fondamentale quid di personalità. Ma studiare resta fondamentale anche per non vanificare gli sforzi delle grandi avanguardie che ci hanno preceduto. Se hai talento diventi bravo nella metà del tempo solo se studi”.

Quali sono a tuo avviso le basi più importanti per un buon attore? 

“La lucidità e la coerenza. La ricerca della risata a tutti i costi non deve mai andare a sfavore della credibilità del personaggio che si interpreta. Ma sulla scena bisogna sempre essere consapevoli di dove si è”.

Ti ho sentito dire: ”un cameriere che studia per diventare attore riuscirà a diventare un attore; un impiegato con posto fisso che studia recitazione potrà pure imparare a recitare ma non diventerà mai un attore”. Ne puoi spiegare la ragione? 

“Il nostro è il mondo precario per definizione, un mondo in cui per affermarsi occorre determinazione e carattere. E se hai ‘fame’ hai sicuramente qualche possibilità in più”.

Oltre ad adattare testi scritti da altri, scrivi tue commedie anche su temi molto attuali come ad esempio “Quattro mamme per Ciro” o “L’ultima domenica”: come scegli l’argomento da trattare? 

“Ho sempre sostenuto che un autore, se vuole lasciare un segno della sua esistenza, debba saper raccontare il proprio tempo. Senza fretta di ottenere consensi unanimi. Il mio teatro funziona anche perché racconta l’oggi con l’estetica della tradizione che ha un comune denominatore a tutte le latitudini”.

A quale delle tue commedie senti di essere maggiormente affezionato? 

“E’ un po’ come chiedere a un genitore a quale dei figli si sente più legato. La commedia perfetta è sempre quella che si sta scrivendo”.

Roberta Sanzò, tua compagna nella vita, ha sempre un ruolo nelle tue commedie. Il vostro rapporto privato non ha mai influito nella messa in scena? 

“Roberta nel privato è una gran consigliera, direi persino preziosa, ma siamo entrambi bravi a teatro a far prevalere i ruoli professionali. Questo credo sia un equilibrio perfetto anche se a casa ci sono spesso delle discussioni”.

Domanda cattiva: hai superato gli “anta”, sei napoletano, quindi mi chiedo: come mai non hai mai girato in “Un posto al sole” o “La squadra” o “Gomorra”? 

“In parte credo di averti già risposto. Ma anche perché si tende a prediligere una faccia o una caratteristica fisica piuttosto che l’abilità recitativa. Bada bene, non ho detto che è per raccomandazioni. Forse l’ho pensato…”.

A breve debutterà “Lavaci col fuoco”, la seconda esperienza di recital che dedichi alla riscoperta delle tradizioni partenopee. Un intento storico sociale o un appassionato amarcord? 

“Di spettacoli tesi alla riscoperta delle tradizioni ne abbiamo fin sopra i capelli. I miei Varietà tendono, più che altro, ad esaltare la comicità e la genialità del mio popolo dimostrando che essa ha motivazioni dolorose, come ad esempio, le modalità molto discutibili dell’Unità d’Italia. ‘Lavaci col fuoco’, così come il precedente ‘Voi non siete napoletani’ è, naturalmente, un titolo autoironico che prende spunto dai volgari cori da stadio con cui noi napoletani veniamo accolti”.

Cosa ti piace di più della tua professione? 

“Il silenzio dell’emozione del pubblico che ascolta, discutere con la gente di quello cui ha appena assistito, gli applausi ancora scroscianti a sipario appena chiuso, andare a cena dopo lo spettacolo”.

E del pubblico che corre puntualmente ad applaudirti ad ogni tuo spettacolo al Teatro delle Muse? 

“Il pubblico ha un comune denominatore eppure ogni sera è diverso. Il pubblico lo amo quando è nuovo e non ti conosce e devi conquistarlo, lo amo quando vedi facce che hai già visto perché vuol dire che è tornato. Il pubblico va amato sempre e va trattato con quella sorta di irriverenza che è onestà intellettuale perché conosca il tuo pensiero. Questo significa rispettarlo, mentre assecondarlo spesso significa tradirlo. Il pubblico va amato senza condizioni. Sempre!”.



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Marta Nuti: “Volevo fare l’attrice e il teatro mi ha aiutato”

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di Marisa Iacopino

I suoi occhi di un azzurro intenso brillano appena inizia a parlare di teatro. Una passione che le permette di affrontare sempre nuove sfide. Lei si chiama Marta Nuti. L’abbiamo intervistata dopo “La moda dei suicidi”, uno spettacolo itinerante, per la regia di Linda Di Pietro, ispirato alle vicende d’un gigante della telefonia, France Télécom, la cui riorganizzazione nel biennio 2008-2010 ha prodotto sistematiche vessazioni, minando la stabilità psico-fisica dei dipendenti fino al suicidio di cinquantotto fra i suoi lavoratori. Una pièce teatrale che ha toccato corde profonde. Al tempo stesso, il dispiegarsi della trama, a volte surreale, non ha fatto mancare al pubblico momenti di leggerezza.

Cosa ne pensi di questa rappresentazione?

“E’ andata molto bene, e credo che dovremmo riprenderla. In quell’azienda è successo qualcosa di drammatico… Luoghi di lavoro in cui l’uomo non conta più… tu sei semplicemente uno strumento per produrre un bene, un servizio; non ci sono più contatti, relazioni umane. Devi lavorare nel minor tempo o sei licenziato. Questa situazione si sta verificando anche in Italia, dove invece sembrava che avessimo ancora qualche garanzia. C’è un sistema al di sopra delle nazioni che ci sta facendo sprofondare”.

Raccontaci di te, della tua formazione. 

“Sono nata a Firenze e vissuta a Bologna fino a 19 anni. All’età di 21 mi sono trasferita a Roma. Ho fatto l’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’, diplomandomi nel 1995. Da un punto di vista caratteriale, da bambina ero timidissima. Quando dicevo: ‘voglio far l’attrice’, mi rispondevano ‘non è possibile, tu non parli!’ Ma il teatro ti aiuta. Eccomi qua, mi è andata bene”.

Quanto conta il talento in questo mestiere, e quanto lo studio?

“Per il settanta per cento credo che conti lo studio. Conosco gente che non aveva assolutamente attitudine, poi si è messa a studiare e ce l’ha fatta. Se invece hai talento ma non fai niente, non sarai mai un attore! Si studia tanto e si migliora in ogni spettacolo”.

Abiti nella periferia romana. Cosa apprezzi e cosa non sopporti di questa città? 

“I primi anni l’impatto è stato drammatico, venivo da una città dove si andava a piedi. Roma non funziona: piove, si ferma la città; arrivi due ore dopo perché c’è una manifestazione o uno sciopero. Non è una capitale europea! I romani poi sono caciaroni, si prendono libertà che venendo dal nord all’inizio mi davano fastidio. Dicevo ‘cos’è sta confidenza!’. Poi, non si sa perché, ti innamori di Roma, della sua ‘caciaronità’ che diventa una cosa senza la quale non puoi più vivere. Sono stata per quindici anni a Monteverde, e ultimamente a Torpignattara. Meglio Torpigna: c’è più umanità, vita di quartiere”.

Cosa ti appassiona maggiormente: il teatro, il cinema o la tv?

“Ho sempre fatto teatro, per dieci anni nella compagnia con Francesco Giuffré. Negli ultimi anni due lavori con Michele Placido, ‘Così è se vi pare e Il Re Lear.’ Nel 2016, il mio incontro artistico con Daniele Salvo. Mi sono presentata al Teatro Ghione per un provino in cui eravamo circa mille. Dopo qualche giorno, lui mi chiama: ‘vorrei farti fare la madre dei Sei personaggi…’. Mi è caduto il telefono dalle mani! In seguito, mi ha ricontattata per fare il ‘Macbeth’. Con Daniele c’è una bella collaborazione. Questo per dire che non esiste al mondo una cosa che possa darmi più emozione del teatro. E poi mi piace travestirmi, quando mi dicono di fare l’uomo, il mostro, la vecchia, mi piace da morire. Per me questo è il teatro! All’inizio della carriera ho fatto anche doppiaggio, e ogni tanto un po’ di televisione e di cinema, dove mi sono comunque divertita. ‘Sonderkommando’, per esempio, un cortometraggio per la regia di Nicola Ragone che ha vinto il Nastro d’argento nel 2015. Di recente, ho avuto una piccola parte nel film ‘Il Contagio’ per la regia di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

Progetti in fieri?

“Sono bisestile: lavoro un anno sì e uno no. Ci rido sopra, perché quello dell’attore è per sua natura un lavoro discontinuo, non bisogna farsi prendere dalla disperazione. Nel 2017, poi, ho lavorato tantissimo! Così, quando serve, sono bravissima a organizzarmi la disoccupazione: vado a vedere mostre, film in lingua originale, gli amici a teatro, faccio pranzi, cene e bricolage”.

Un profumo, un animale e una pianta con cui ti piacerebbe definirti…

“Per il profumo è difficile, perché sono anosmica: mi manca l’olfatto. Tanti anni fa ho lavorato ne ‘Il profumo’ di Suskind, e tutti a dirmi: ma come lo fai? I miei amici mi regalano ‘J’adore’, di Dior, mi dicono che sono come quella fragranza, dolce! Credo che la base sia il gelsomino. Quanto all’animale, mi piacciono gli scoiattolini che stanno nel parco di New York, un po’ selvaggi. Una pianta…  scelgo la vite rossa americana che ovviamente ho sul terrazzo. Zitta zitta, lei si attacca, e simbolicamente prende possesso della casa. Magari un giorno farò anch’io così. E poi mi piace perché è di due colori, l’estate verde e in autunno tutta rossa. E’ meravigliosa!”.



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Claudia Campagnola: Profumo di palcoscenico

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Doveva diventare commercialista come suo papà ma poi ha capito che la sua strada sarebbe stata un’altra e ha avuto ragione

di Mara Fux

È attrice e ballerina. Si è diplomata presso la scuola Amici della Danza. Nel 2000 frequenta il corso biennale di formazione per attori professionisti Teatro Azione presso il Teatro dei Cocci a Roma. Da lì è stato un susseguirsi di esperienze importanti sul palcoscenico con grandi soddisfazioni e apprezzamenti da parte del pubblico.

Non c’è stagione teatrale che non riporti il tuo nome su almeno un paio di locandine: a quando risale il tuo primo spettacolo? 

“Il primo spettacolo, quello in cui ho avuto il primo contratto che mi ha permesso di iscrivermi all’Enpals, (ricordo ancora l’emozione di ricevere un numerino magico che mi inseriva nel mondo del lavoro nel settore dello spettacolo ) è stato ‘Lungo viaggio verso la notte’ di E O’Neill per la regia di Venetucci, facevo la giovane cameriera e la mia battuta era ‘Signori, il pranzo è servito’ in chiusura del primo atto… e forse oltre a darmi l’opportunità di iniziare a lavorare con B. Alessandro, E. Carta, M. Romano ed Ennio Coltorti, davvero mi ha portato bene pronunciare quella battuta magica”.

Diventare attrice era il tuo sogno da bambina o un progetto che ha preso piede successivamente? 

“Fino ai 16 ho desiderato fare il lavoro di mio papà, la commercialista poi ho capito che la mia strada era da un’altra parte; studiavo già danza moderna ed ho iniziato una scuola di teatro, la Teatro Azione, anche se mi sono anche iscritta ad Economia Aziendale. Quindi per un po’ di anni mi sono sentita una teatrante ad economia ed una studentessa di economia a scuola di teatro. Anni pieni di impegni, entusiasmi e domande esistenziali; mi sono laureata in Economia ma era ormai troppo tardi: l’amore per il teatro era sbocciato con forza e lo studio di papà l’ho sempre visto da molto lontano. La strada da intraprendere era chiara e mio padre ne è stato molto felice”.

Hai avuto la tenacia e la fortuna di riuscire a far della tua passione la tua professione. Quale era il tuo piano B? 

“Sicuramente lavorare da papà, ci ho anche provato appena laureata ma quando ho rischiato di far morire di infarto una cliente cui avevo calcolato l’importo ICI inserendo il numero dei metri quadrati dell’immobile al posto dei vani e quindi quintuplicando la cifra, ho proprio capito che non faceva per me”.

La parola “teatro” cosa significa per te? 

“E’ un compagno di giochi, un’amante passionale che ti fa godere ma anche arrabbiare, un maestro di vita che ti mette in discussione, ti fa crescere. E’ saper rinunciare alla perfezione, è la dedizione, l’impegno, lo studio, l’abbandono; è il saper fare i conti con il fallimento e con l’errore, è imparare ad amare se stessi, è condividere con gli altri, è vivere e morire insieme: è l’eternità”.

Nonostante tu faccia l’attrice di professione e a parer di pubblico tu sia brava e poliedrica ancora non ti abbiamo vista protagonista né di fiction né di film: mancano forse i cosiddetti “Santi in Paradiso” o semplicemente non è ancora giunta l’occasione giusta?

“Sto lavorando per farmi trovare pronta quando e se arriverà l’occasione giusta. Intanto faccio esperienza in altri ruoli e in progetti indipendenti altrettanto importanti e soddisfacenti, come interpretando Paola Saini nel docufilm ‘Tra le onde nel cielo’ di F. Zarzana, in concorso ai David di Donatello e proiettato a Cannes 2017. In questi giorni sto girandone un altro di Zarzana su Gina Borellini intitolato ‘Vorrei raccontare ai giovani, Gina Borellini un’eredità di tutti’, interpretando proprio Gina”.

Interpreti commedie ma spesso reciti in spettacoli legati alla tradizione romana e romanesca, arricchendo il ruolo con canti popolari. Sei legata alla storia ed alla conservazione dei costumi? 

“Vengo da una famiglia trasteverina, portare avanti la tradizione e le mie origini è un piacevole dovere e un importante onore. L’incontro con il Maestro Paolo Gatti mi ha fatto scoprire tantissimo sulla romanità: tra i tanti pezzi, ‘La Torta uno scioglilingua’ di Gigi Zanazzo tecnicamente molto complesso ma che ogni volta è una sfida, mettersi alla prova mentre la gente ride insieme a te”.

I maestri a cui maggiormente devi la tua preparazione? 

“Credo che moltissimo faccia l’esperienza sul palco, camminare sulle tavole di legno il più possibile; è un mestiere che si affina facendo, provando, sbagliando e riuscendo. Sono tanti i colleghi e gli insegnanti che mi sono stati accanto: ho cercato di rubare con gli occhi dai colleghi più esperti. Indubbiamente l’incontro con Toni Fornari mi ha fatto crescere; l’essere diretta da N. Martelli ha dato un peso importante alla mia preparazione e poi come non pensare a Proietti che ha fatto la supervisione di ‘Non c’è due senza te’ di Toni Fornari”.

Se tu fossi un personaggio classico, chi saresti?  

“Un personaggio di Shakespeare, il Fool del re Lear che ho interpretato accanto a Giuseppe Pambieri e che non smetterei mai di studiare, la luna e il sole insieme, la bellezza dell’autenticità, la fatica e la responsabilità della verità. Una bocca che passa in maniera impercettibile dal sorriso al pianto e dal pianto al sorriso”.

Con quale criteri affronti la lettura di una commedia che ti viene proposta? 

“Sicuramente ricerco una soddisfazione interpretativa, una possibilità di racconto e un modo per mettermi in gioco e sperimentarmi”.

Hai appena terminato al Teatro Golden “Chi mi manca sei tu” al fianco di Marco Morandi; in quali altri spettacoli ti vedremo protagonista durante la stagione? 

“Sarò al Teatro Golden fino al 21 gennaio in ‘Non si butta via niente’ con la regia di Tiziana Foschi e da fine febbraio andrò in tournée con una commedia ‘Tutte a casa’ con Paola Gassman, Paola Tiziana Cruciani e Mirella Mazzeranghi e con la regia di Vanessa Gasbarri”.



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Celeste Silvestro: “Ogni set è un arricchimento personale e professionale”

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Nel suo curriculum ormai inizia ad esserci davvero di tutto. Le più importanti passerelle della moda milanese e romana, protagonista indiscussa di eventi mondani e feste esclusive, social influencer con una schiera di oltre 20mila follower pronta a seguirla giorno e notte e campagne pubblicitarie che stanno facendo il giro del web. Perché Celeste Silvestro ha una sensualità innata e un’eleganza fuori dal comune, tanto da esser stata scelta ad occhi chiusi come testimonial da diversi brand del settore abbigliamento (Laleto) fino a quelli di estetica Bselfie e Dietox. Un autentico trionfo per lei che, a 23 anni di età, ha saputo conquistare il mondo dei social, della moda e dello spettacolo. Merito dei suoi scatti provocanti ma mai volgari e delle costanti novità lavorative. Perché alla faccia di abitini e intimi super sexy, Celeste Silvestro è una di quelle ragazze abituate a tirarsi su le maniche per darsi da fare. Energia a non finire e bellezza da vendere. A breve arriverà anche la laurea in Scienze Motorie, nel frattempo Celeste lavora per migliorarsi sempre più e non ha paura di puntare in alto. Un esempio su tutti, lo shooting con un vestito con super-spacco laterale modello Belen che non ha avuto paura di indossare in uno dei suoi ultimi set. Insomma, sembra proprio essere il suo momento.

E la fotografia da hobby è diventata lavoro.

“Da sempre sognavo che questo potesse accadere, ormai da qualche anno è così. Un autentico sogno che si è realizzato. Sono felice di tutto questo”.

Facciamo un riassunto delle tue collaborazioni più importanti.

“Ma mi piace dire che ogni set è stato un arricchimento personale e professionale. Mi piace ricordare la collaborazione in veste di testimonial con un negozio di acconciature della Provincia di Latina, dove io abito. E, ancora, le sfilate con indosso gli abiti di Patrizia Pepe o con i costumi La Perla. Ma ho di recente anche scattato la campagna promozionale per il brand di costumi ‘H.U.N.T.’, e nei mesi scorsi ho realizzato un bellissimo progetto con l’etichetta discografica ‘Honiro Label’ in cui fra le vie di Roma ho scattato le immagini per e-commerce. Davvero emozionante”.

Ma non è l’unico luogo speciale in cui sei stata immortalata.

“Ho avuto la fortuna di scattare a San Felice Circeo, splendida località delle mie zone, e ancora in riva al mare su spiagge incantevoli. E poi, in giro a Cannes”.

Per cosa?

“In concomitanza con il prestigioso Festival del Cinema, ho preso parte ad un Photoshooting in cui girando per la città sono stata fotografata in luoghi straordinari, arricchiti dal valore del contesto”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“La possibilità di entrare a far parte di una straordinaria forma d’arte in cui si sublima il momento, in cui si rende eterno il singolo istante. Tutto questo è davvero fantastico, è la possibilità di catturare il singolo momento”.

E allora, proseguiamo con l’elenco…

“Mi piace citare le collaborazioni con i fotografi Rocco Almagno e Vincente De Ville, due maghi dell’obbiettivo. Ma anche l’esperienza di hostess per il programma televisivo ‘Bake off Italia’ presso Villa Borghese a Roma, il ruolo di fotomodella per brand di abbigliamento Lo.ve life o quello di testimonial pe abiti da sposa ‘Atelier Ferrara’ o per la linea di costumi ‘Sand bikini’”.

Non solo fotografia.

“Ma anche un pizzico di cinema e televisione! Sono stata modella per il programma televisivo ‘Poker d’Assi’ in onda su Italia Mia ed ho avuto una figurazione speciale per il film ‘Natale al sud’. Non sono solo testimonial di grandi marchi, ma anche protagonista di shooting e workshop, spesso ospite di molti programmi televisivi tra cui Monitor su Lazio TV e Italia Mia”.

Insomma, sempre al centro dell’attenzione!

“Sul set sì… nella vita quotidiana… anche! Sono egocentrica, ma senza esagerare. Certo, mi piace essere curata nel look, amo la moda e ogni dettaglio voglio che sia sempre perfetto. Tacchi e borsetta non possono mai mancare in una donna. E se l’uomo guarda, è segno di ammirazione”.

Sul set cosa ti imbarazza?

“Nulla, trovo semplicemente tutto naturale. E questo rende ogni shooting ancora più affascinante. Per ora dico no al nudo, senza voler giudicare chi lo fa: semplicemente, penso che la sensualità e la femminilità non passino dai centimetri di pelle scoperta, ma dal modo in cui si trasmette la propria persona”.

Tu ti reputi una bella ragazza?

“Non sono quella che se la tira, proprio non fa al caso mio chi è così. Però mi piaccio, sono a posto con me stessa e sono soddisfatta delle mie misure, 88-65-93. Tuttavia, merito è anche dell’attività fisica che pratico. Sono una sportiva a tutti gli effetti dividendomi tra kickboxing e fitness”.

C’è una foto che vorresti fare?

“Mi piacerebbe scattare sott’acqua, io che adoro l’apnea vorrei essere immortalata con un vestito da sirena sul fondo del mare. Diciamo che ci sto lavorando”.



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Lea Valti e i suoi vampiri

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E’ un’apprezzatissima scrittrice di fantasy. Ad aprile 2017 è uscito il suo secondo romanzo “Interlude”, considerato il seguito del primo “Prelude”, pubblicato nel 2014

di Paolo Paolacci

Andiamo ad incontrare Lea Valti, una scrittrice che ci porta nel mondo dei vampiri con i i suoi libri e che comunque insegna la lingua inglese a Roma. Qui parla dei due romanzi “Prelude” del 2014 (pluripremiato) e di “Interlude” uscito ad aprile 2017.

Chi è Lea Valti?

“Sono un’autrice fantasy, in particolare ho scritto due romanzi, ‘Prelude’ e ‘Interlude’, pubblicati da Armando Curcio Editore. Attualmente sto lavorando al terzo capitolo della saga che uscirà l’anno prossimo. Con l’Editore Morellini sta invece per uscire un mio racconto inserito nella raccolta ‘I signori della Notte’, un’opera dedicata interamente ai vampiri italiani, cui parteciperanno altre firme prestigiose del panorama letterario italiano. Sono anche una docente di lingua inglese in una scuola della periferia di Roma. Un impegno, anche questo, che mi appassiona e in cui credo moltissimo.

“Ma io qui c’ero già stato …” Perché “Prelude” come titolo?

“Il titolo di un libro è il veicolo principale che trasmette al lettore il senso del contenuto. È il manifesto della storia che racconta, la sua estrema sintesi. Il titolo che ho scelto porta il lettore a cogliere il senso di un preludio, ossia un insieme di segni che anticipano il compiersi di un prossimo evento. E Prelude è proprio questo, la narrazione di fatti che costituiscono il preannuncio di un evento che modificherà per sempre la vita del giovane protagonista, William Druce, l’incontro col vampiro Vernon Dougal”.

Dove è ambientato e perché, se c’è un motivo.

“La storia è ambientata in Scozia, alla fine dell’Ottocento. E’ una regione che amo moltissimo per le sue caratteristiche ambientali e climatiche, capaci di evocare grandi emozioni. In particolare ci troviamo nelle Highlands scozzesi, un luogo in cui i colori, i profumi, il tempo meteorologico hanno caratteristiche proprie, inconfondibili, che si intrecciano con quelle dei personaggi. Man mano che il lettore si addentra nella storia questi ambienti diventano familiari, si vedono i laghi, la brughiera, si percepisce la bruma e il freddo che calano sulle lunghe notti invernali. Una vera e propria culla per vampiri”.

E’ una storia d’amore o di vampiri? O meglio una storia fantasy oppure horror?

“Il Vampiro è una figura mitologica che ancora oggi esercita un grande fascino, un archetipo a cui fanno riferimento molte culture. Rappresenta il Male nella sua forma più indiscussa, tuttavia ha la singolarità di risalire ad un elemento che è umano, ossia il vampiro è in origine un essere umano contaminato dal male attraverso il fatidico morso. Quindi parlare di amore e di vampiri è come parlare dell’inesauribile lotta tra il Bene e il Male, il che ci riporta al contesto fantasy nel quale possiamo classificare il romanzo. Una classificazione netta, tuttavia non è semplice, nel caso di ‘Prelude’, in quanto il romanzo si presta a più letture: è romanzo di formazione, poiché seguiamo William dagli undici anni in poi, la sua crescita, i suoi conflitti adolescenziali, il primo amore, ma è anche un romanzo gotico, per la sua ambientazione caratteristica, le sue atmosfere, di cui abbiamo parlato poco fa. In ‘Prelude’ c’è anche una potente storia d’amore, ma è un amore romantico nel senso stretto del termine, struggente, appassionato, che fa da contrappunto al Male che cerca di dilagare nell’animo del protagonista”.

In quanto tempo ha completato “Prelude”? 

“Otto mesi circa. Si trattò di un’ispirazione fortissima, sebbene riuscissi a percepire i contorni della storia man mano che la scrivevo, avendone una visione ‘dal basso’ che mi permetteva di vedere il dipanarsi dei fatti al momento. Devo dire che si è trattato di una grande esperienza di scrittura che mi ha permesso di crescere notevolmente come autrice.

Andiamo sulla persona: che cos’è l’amore per Lea Valti e perché raccontarlo così?

“Credo che l’amore sia l’unico sentimento in grado di salvare questa umanità dal male nelle sue molteplici sfaccettature. Un sentimento che forse oggi stiamo un po’ perdendo di vista sostituendolo con altri surrogati”.

A fine aprile 2017 è uscito ‘Interlude’; è il seguito? E qual è l’intenzione dell’autrice in merito? 

“Sì, come si può forse intuire dal titolo, ‘Intelude’ è il seguito di ‘Prelude’. Qui troviamo William cambiato, si è costruito un ruolo sociale, pur rimanendo una creatura della notte. Nei due romanzi ho rivisitato il mito del vampiro ma vorrei lasciare al lettore la curiosità di scoprire come, posso anticipare soltanto che qui agisce nelle notti di luna nuova. Dal punto di vista della narrazione vorrei dire che mentre in ‘Prelude’ i fatti si succedono con un bel crescendo, in ‘Interlude’ ci sono una serie di colpi di scena che terranno il lettore legato alle vicende fino all’ultima pagina del libro. La traduzione letterale, Preludio e Interludio, ci riporta in modo più esplicito al mondo della musica, infatti i due termini sono presi in prestito proprio da questo contesto, rappresentando tipologie di brani musicali. Il riferimento non è del tutto astratto, se consideriamo che William è anche un bravissimo e talentuoso pianista”.

Potrebbero diventare un film? La scrittura sembra già una sceneggiatura?

“Non c’è dubbio che la storia potrebbe diventare la sceneggiatura di un film. A questo proposito posso dire che questa è proprio l’impressione che rimane ai lettori, cioè quella di aver visto il film leggendo il libro. Naturalmente sarebbe meraviglioso”.

Quando si scrive si hanno degli obiettivi precisi a cui si spera di arrivare. Cosa si aspetta ancora da “Prelude” e cosa invece da “Interlude”. Quale messaggio vorrebbe che arrivasse da entrambi?

“In effetti ho scritto questa storia con l’obiettivo di mettere in evidenza come il vampiro rappresenti il lato oscuro dell’animo umano, quello che spinge anche persone cosiddette normali a compiere gesti orribili; credo che dobbiamo essere consapevoli di portarci dietro ogni giorno questo rischio, comprendere e accettare questa fragilità è già un risultato. Ho cercato di parlare di questo usando un linguaggio molto fluido, benché frutto di grande lavoro e fatica. Impegno che è stato riconosciuto da molte Giurie Letterarie, infatti ‘Prelude’ ha ottenuto molti riconoscimenti: secondo al Premio Letterario ‘Giovane Holden 2016′, e terzo al ‘Concorso Letterario Pannunzio 2017′, ad esempio”.

Un saluto particolare ai nostri lettori e dove potranno continuare a seguirla?

“Il legame con i lettori è un filo importantissimo per ogni autore; io sono sempre molto felice di incontrare i lettori nelle presentazioni letterarie o nelle librerie e di ricevere i loro commenti. A questo proposito vorrei ricordare qui tutte le linee dirette con i miei social:

pagina ufficiale fb: www.facebook.com/LeaValti/

profilo: www.facebook.com/Lea.Valti.Scrittrice

youtube: www.youtube.com/channel/UC_eTtBCHbBZYUNhYWuV3W0A?view_as=subscriber

instagram: www.instagram.com/leavalti/

twitter: https://twitter.com/LeaValti”



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Alessandra Marconato: “La foresta delle illusioni”

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di Anna Lamonaca

“Venne il tempo in cui Taras dovette iniziare ad addestrarsi per diventare Conduttore del Regno…”. Inizia così la novella allegorica, dal sapore medievale e con richiami alla Filosofia Zen, scritta da Alessandra Marconato e dedicata agli adulti. Perché di crescere e di lavorare su se stessi non si finisce mai. “La foresta delle illusioni” rappresenta il suo esordio letterario, con il quale sta coinvolgendo un pubblico sempre più ampio. Presentato ufficialmente al BUK di Modena, la fiaba motivazionale di Alessandra ha conquistato in pochissimo tempo un numero crescente di lettori, semplicemente grazie al passaparola e al lavoro diretto dell’autrice, che gestisce personalmente la promozione della sua opera, abbracciando un discorso che non è banalmente di self publishing, ma rappresenta una diversa visione di pubblicare e diffondere opere letterarie.

Alessandra, il tuo libro d’esordio s’intitola “La foresta delle illusioni”: ci parli della genesi di questa fiaba.

“Un pomeriggio ho iniziato a scrivere e la prima stesura è stata d’impeto. Le parole hanno iniziato a scorrere nella mia testa e chiedevano, semplicemente, di essere messe nero su bianco. Le persone hanno ancora bisogno di storie e di favole. E dalle storie e dalle favole si può imparare molto”.

E’ un suggestivo percorso di crescita personale alla ricerca di un’identità e di un ruolo sociale attraverso la foresta delle illusioni. Cos’è la foresta delle illusioni? 

“Potrei dire che è il mondo del proprio io, del modello di sé, delle sfide e vicissitudini che dobbiamo affrontare. E’ un mondo in cui è necessario addentrarsi per conoscere meglio se stessi”.

Il libro è costituito da scrittura e disegni ideati da lei.  Come si è appassionata alla scrittura e all’arte? 

“Non me lo ricordo. Ricordo che ho sempre disegnato e sempre scritto. In particolare, da bambina disegnavo ovunque: fogli, scatoloni, pezzi di legno, sassi, il gesso di mio papà, il platano che è stato tagliato per poter fare la recinzione di casa, le pareti di casa, un paio di volte. Scrivere è un’altra cosa che mi è sempre piaciuta, diciamo fino alla terza liceo perché da lì in poi inizia “un’altra storia”.

Il personaggio principale del libro è un cavaliere che vive un’avventura magica, chi è il protagonista del libro? 

“Ognuno di noi. C’è chi mi ha chiesto ‘E se sono una cavaliera?’. ‘Vale uguale’, ho risposto io, anche perché il termine femminile di cavaliere è … e anche questa è un’altra storia”.

Perché i lettori devono comprare il suo libro? 

“Perché piacerà sicuramente. Chi lo ha già letto ha trovato serenità, qualcuno maggiore coraggio, qualcun altro un’ora di svago. Posso, quindi, dire che chi ha letto il libro l’ha gradito. Ripeto spesso che ha ragione il lettore, non chi scrive o pubblica. È il lettore che fa vivere un libro, oppure no”.

E’ un coach e si occupa di formazione. Ha collaborato alla stesura di antologie e articoli sul coaching, creato un brand di formazione, ama la filosofia, l’arte e la scrittura. Chi è Alessandra Marconato? 

“Non amo molto parlare di me. Sono uscita dalla mia ‘tana’ per il mio libro. Posso dire che sono una persona riservata, non amo il conformismo e i sentieri prestabiliti. Diciamo che, per quanto possibile, cerco di far lavorare la mia testa”.

Cosa c’è nel suo futuro? 

“Sto pianificando nuovi progetti, non riesco a stare con le mani in mano. C’è sicuramente, ‘La foresta delle illusioni’ che per me è molto più di un libro”.

Ufficio stampa Mirella Dosi



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