GP Magazine maggio 2013



more No Comments giugno 7 2013 at 14:55


Catena Fiorello: “Vi racconto la famiglia Fiorello”

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Nuova, interessante ed emozionante pubblicazione di Catena Fiorello “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. “In questo libro – dice – parlo della mia famiglia ma la mia famiglia non ha l’esclusiva; come la mia ne esistono tante. Il libro è dedicato
a quei genitori che anche oggi, malgrado il cielo ‘tirapietre’, come lo definisco, si alzano dal letto, scendono e vanno a lavorare per andare avanti senza porsi tante domande”.

di Silvia Giansanti

Ricordi, sogni e ricette di una famiglia come tante: la sua. Ad un anno di distanza, Catena Fiorello ha pubblicato un nuovo libro, scritto con amore e curato nei minimi dettagli, tanto da rinunciare al riposo notturno. I suoi amici sulla pagina facebook hanno capito perché Catena quando ogni mattina si alza, è solita postare riprese della macchinetta del caffé. Dal momento in cui si era soliti riunirsi a tavola, è partita l’idea di questo libro. Un bellissimo viaggio nel tempo che racconta il calore e il piacere della tavola e degli affetti familiari di gente umile ed onesta, confrontandosi con chi oggi stenta ad andare avanti, cercando di portare un conforto.
Catena, sei molto “prolifica” dal punto di vista letterario, è appena trascorso poco più un anno dalla tua ultima pubblicazione. Ricordo quando facemmo l’intervista, il libro attuale lo avevi già in cantiere.
“Esatto. E’ accaduto che un giorno ho appreso dalla tv dell’ennesimo suicidio dell’ennesimo lavoratore che aveva perso il lavoro e questa cosa mi ha totalmente scombussolata al punto tale da riflettere. Se a mio padre all’epoca avessero tolto lo stipendio, che fine avrebbe fatto una famiglia numerosa come la nostra? Nessuno di noi fratelli ha saputo rispondere. Probabilmente saremmo finiti per strada, visto che la nostra famiglia non era amica di nessuno ed era una modesta famiglia italiana con tutte le sue debolezze e fragilità. Da questa riflessione ne è scaturito anche il titolo del libro che sta a richiamare la dignità. Se la si perde è finita la vita. Ho sentito il bisogno di portare una mia testimonianza, raccontando una storia difficile ma anche di speranza, perché nelle difficoltà ci siamo stati una vita intera”.
Avevi in mente qualche altro titolo da dare al libro?
“Sì, resistere, resistere e resistere”.
Nessuno di voi all’epoca sognava di diventare famoso?
(Ride) “No, assolutamente. Era solo ridicolo pensarlo. Vivevamo ad Augusta, un paesino in provincia di Siracusa, lontani dalla civiltà e da tutto il resto. Si faceva la nostra vita dignitosamente, ma troppo fuori dal centro del mondo. Città come Roma e Milano ci sembravano realtà così lontane. Pensavamo solo a fare da grandi un lavoro per sostenerci. Non pensavamo nemmeno a trasferirci. Stavamo bene lì, ci bastava quello che avevamo”.
Ad un certo punto però la vostra vita è stata stravolta.
“Rosario, che faceva il cameriere, ha iniziato a lavorare fuori e a conoscere gente. Un giorno ha incontrato il fratello di Jovanotti  e quest’ultimo lo ha portato a Milano a Radio DeeJay e da lì è partito tutto casualmente”.
Tornando al libro, quanto hai impiegato per scriverlo?
“Un anno esatto”.
E quanto ti è costato?
“Le mie solite notti in bianco, anche in numero maggiore rispetto allo scorso libro. Sai, scrivere la storia della propria famiglia è molto complicato. Ho ricontrollato minuziosamente ogni passo. Con gli altri libri perdi il sonno perché esigi una perfezione tecnica, invece in questo c’è stata in gioco la nostra vita”.
Quanto tempo sai resistere senza scrivere un libro?
“Pochissimo! Sono in tour promozionale e il computer mi manca da morire. Non vedo l’ora di tornare a casa per poter già dare vita ad una nuova storia che ho in mente. I tempi in cui non scrivo, li ritengo morti e inutilizzati”.
La tua famiglia è stata contenta di questa tua pubblicazione?
“Molto, perché attraverso la nostra, ho raccontato tante famiglie italiane. Era questo l’obiettivo che mi ero prefissata”.
Lo hanno letto i tuoi “fratelloni”?
“Sì e si sono emozionati molto”.
A loro non ha dato fastidio il fatto che hai reso pubbliche alcune situazioni personali?
“No, perché quando la famiglia è sana e dietro non nasconde cose strane, se ne può parlare tranquillamente”.
Com’erano i rapporti fra voi fratelli?
“C’era rivalità con mia sorella perché, al contrario di lei, ero ribelle. Sono stata in una grande comunione spirituale con mio fratello Giuseppe, poiché molto vicini di età. Rosario, invece, era più attaccato a mia sorella Anna. Tutto questo da piccoli. Nella fase adolescenziale le cose sono poi cambiate e ho scoperto una grande amica in mia sorella”.
Qual è il ricordo familiare più emozionante?
“Tutti i giorni quando ci riunivamo intorno alla tavola. Eravamo noi sei e il mondo fuori. Una famiglia modesta, ma dignitosa e felice. Questo permette di costruire una vita, affrontando meglio le difficoltà”.
Ecco, nel libro ci sono tanti aneddoti riferiti alla tua infanzia. Ce ne vuoi anticipare uno?
“Il mio grande amore per il rabbino Elio Toaff, perché quando nel 1986 fece il famoso incontro con Giovanni Paolo II alla Sinagoga, cambiando la religione e tante altre cose, ero lontana dalle grandi realtà, eppure ho vissuto attraverso le sue grandi gesta questo cambiamento. Sono cattolica cristiana, eppure quest’uomo è stato in grado di farmi capire che la vera essenza degli esseri umani va al di là dell’appartenenza religiosa. Primeggia l’amore, cosa fondamentale per vivere una società civile. Mi ha cambiato il modo di vedere la vita. Ancora oggi mi sento legata a lui a tal punto che di recente gli ho scritto una lettera dicendogli che lo vedo come un amico che mi accompagna nella crescita spirituale”.
Se continueremo con questo tipo di pressione fiscale troppo elevata, lo avremo ancora il nostro pane quotidiano?
“Il titolo del libro è una frase della preghiera del Padre Nostro, ma è anche un’esortazione a non toglierci questo pezzo di pane dai denti che dovrebbe essere un diritto per tutti noi. Il titolo si riferisce a chi compete di preoccuparsi del nostro pezzo di pane. Non oso pensare che, se fino a tempo fa c’erano famiglie monoreddito che vivevano dignitosamente, oggi magari si ritrovano a dormire in macchina”.
Pensi che il libro attirerà migliaia di curiosi?
“Penso che sarà letto da quelle persone che vogliono trovare un conforto da questa storia scritta da una persona che ha conosciuto per più di vent’anni lo stato di necessità permanente”.
Qual è la più grande soddisfazione che hai ricevuto finora da questo libro?
“Un bellissimo complimento rivoltomi da Vincenzo Mollica. Mi ha detto che dopo due pagine del libro, ci si dimentica che sto parlando della famiglia Fiorello, ma sembra che stia parlando di una delle tante. Era quello che volevo sentirmi dire. Abbiamo fatto leva sulla nostra solidarietà tra membri e sul nostro affetto che è il patrimonio più grande che due genitori possano lasciare”.

CHI E’ CATENA FIORELLO

Catena Fiorello è nata a Catania il 10 agosto del 1966 sotto il segno del Leone con ascendente Scorpione. Vive a Roma, ma le piacerebbe abitare a Lisbona. Ha come hobby il cinema, adora la parmigiana di melanzane e tifa per il Catania. Al momento non possiede animali domestici ed è single. Catena inizialmente ha collaborato alla stesura dei testi di numerosi programmi televisivi come il “Festivalbar” e “Buona Domenica” e testi per  programmi radiofonici. Ha collaborato anche con alcune testate nazionali e ha condotto programmi tv come “L’Isola del gusto” e “Blog – reazione a catena”. Nel 2003 ha pubblicato il suo primo libro intitolato “Nati senza camicia”, a seguire nel 2006 è stata la volta di “Picciridda”, entrambi editi da Baldini Castoldi Dalai editore. Nel 2011 è uscito nelle librerie “Casca il mondo, casca la terra”, edito da Rizzoli editore, così come la sua ultima fatica letteraria “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, un libro di ricette culinarie casalinghe con forti legami alla vita familiare della scrittrice durante il periodo dell’infanzia.

 

 



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Camilla Ferranti: “Innamorata pazza del mio mestiere”

Camilla Ferranti, Alessandro Leone

E’ stata tra i protagonisti del film “Outing – Fidanzati per sbaglio”. Per venticinque anni è stata ballerina di danza classica ed oggi ama profondamente il suo lavoro di attrice

E’ una giovane attrice italiana. E’ nata a Terni, nel cuore verde dell’Umbria, il 2 aprile sotto il segno dell’Ariete. I suoi inizi artistici la vedono come ballerina e questa esperienza per lei si rivelerà importante anche per la recitazione. Il pubblico italiano l’ha potuta ammirare tra le protagoniste del film “Outing – Fidanzati per sbaglio”, accanto a Massimo Ghini, Nicolas Vaporidis e Andrea Bosca.
Camilla, partiamo da quest’ultimo successo del film “Outing – Fidanzati per sbaglio”. Come ti sei trovata nella parte che ti hanno assegnato?
“Inizialmente ero un po’ scettica. Era un ruolo comico e nel mio caso il primo ruolo comico; avevo paura di non riuscire a renderlo tale. Poi, però, leggendolo e rileggendolo ho iniziato ad impostare un po’ di sfumature, compresa la voce, a trovare i tempi di comicità e alla fine mi ha divertito moltissimo. Ho capito che la strada migliore era buttarsi e riempirlo di quante più cose folli e divertenti avevo a disposizione, traendo ispirazione dalla mia vita, da quella degli altri e da qualche personaggio del cinema. Ammetto di essermi un po’ ispirata a Marylin Monroe… ma solo un po’. Impossibile eguagliarla!”.
Come ti sei trovata sul set con gli altri attori?
“C’erano un buon clima e una bella collaborazione. Ho cercato di ascoltare quanto più possibile i consigli di Massimo Ghini”.
Quali sono i tuoi progetti a breve e quelli che hai in cantiere?
“Ho iniziato da poco una nuova serie per Mediaset, ‘I segreti di Borgo Larici’, un genere thriller melò sulla scia delle serie scorrette dell’HBO. Sono certa che vi piacerà! In questo caso in un personaggio forte, dinamico e passionale. Poi ci sarà di nuovo cinema con un film francese diretto da Olias Barco”.
Qual è la tua formazione?
“Vengo da tanti anni di danza classica, venticinque per la precisione. Il passo verso la recitazione è stato quasi immediato, forte di una conoscenza ferrea del mio corpo. La mia prima insegnante di recitazione mi disse che sarei stata avvantaggiata perché sarei riuscita in breve tempo a capire dove ‘parare’ per toccare le corde dell’emotività e dell’interpretazione. In fondo i ballerini sono degli attori, non usano la parola ma tutto il resto del corpo, compreso il volto. Poi ovviamente ho continuato a studiare, facendo stage, laboratori, cimentandomi con il teatro e facendomi seguire da un coach ma non si finisce mai di studiare: ho ancora tanto da fare!”.
Sei attrice di cinema, teatro e fiction. Quale di questi ambiti ti dà le maggiori emozioni e perché?
“Il cinema rimane l’ambito che mi dà ancora più emozione: quando arrivo in un nuovo set sono sempre emozionatissima. Mi piace l’atmosfera, la famiglia che si crea, confrontarmi con il regista. C’è un’atmosfera particolare. Il teatro mi è più familiare, forse per tutte le volte che ho calcato il palcoscenico anche con la danza ma il teatro ha di bello che puoi arricchire il personaggio di giorno in giorno con l’emotività che ti trascini durante la giornata e ogni volta gli dai nuove sfumature. Ecco, nel cinema e nella fiction non hai purtroppo questo tempo a disposizione. Comunque amo fare questo lavoro ed ogni ribalta va bene”.
Sei soddisfatta della tua carriera finora? Stai “rispettando” ciò che ti eri messa in testa di fare?
“Sono più o meno soddisfatta. Direi che sto rispettando me stessa e sono felice di raggiungere degli obiettivi. Credo, invece, che sia sbagliato porsi degli step; questo è un mestiere fatto di alti e bassi. Può arrivare tutto velocemente senza che te l’aspetti come puoi stare ferma per diversi mesi”.
C’è qualcuno/a o qualcosa decisivo/a per l’inizio della tua attività di attrice?
“Decisivo no, volevo fare questo mestiere! Fino ad oggi devo sì ringraziare chi mi ha dato la possibilità di iniziare perché ha creduto in me, per il resto ringrazio me stessa e chi moralmente mi ha sostenuto e mi sostiene in un lavoro non semplicissimo per tante dinamiche”.
L’esperienza professionale finora a cui sei rimasta più legata?
“Sono due: la prima una fiction Mediaset tipo ‘Charlie’s Angels’ perché mi ha dato la possibilità di vivere un posto meraviglioso come Puertorico ai Caraibi, un’esperienza incredibile per tutti i sensi. La seconda, il debutto a teatro in un ‘teatro off’ di Roma. Non recitavo solo per il pubblico, che essendo poi un teatro off a volte ce n’era pochissimo, ma lo facevo per me, per ricordarmi perché mi piace così tanto questo mestiere”.
C’è un’attrice italiana o straniera che ammiri particolarmente?
“Adoro Meryl Streep, meravigliosa interprete, di una bravura incredibile, in più è un esempio di morigeratezza morale. Ho letto in una sua intervista che Dino De Laurentiis non la volle in ‘King Kong’ perché brutta. L’ho rivista pochi giorni fa in ‘Kramer contro Kramer’ e sinceramente la trovo molto bella oltre che sofisticatissima”.
Cosa guardi in genere al cinema?
“Prediligo le commedie e ultimamente mi piace molto il cinema francese. Non sono invece molto amante dei film dai super effetti speciali e dei film dai contenuti sociali e politici”.
E in tv?
“In tv invece mi sbizzarrisco con le trasmissioni di approfondimento e i telegiornali. Ultimamente seguo ‘Vojager’, che trovo molto interessante perché spazia ovunque, dalla storia ai casi inspiegabili che rasentano l’ultraterreno, la fede… insomma di tutto. Invece i miei sonniferi preferiti sono le moviole di calcio e i documentari sulla natura, che considero meglio della melatonina”.
Se dovessimo fare un’intervista tra dieci anni, di cosa pensi che parleremo riguardo al tuo lavoro?
“Mah, a parte parlare del mio ultimo film, direi che potremmo iniziare a parlare di famiglia, bambini e iniziare a fare un bilancio della mia carriera e della mia vita. O altrimenti potremmo parlare del tempo. Che ne dici?”.
Del tempo? Buona idea. Senti, come ti definisci caratterialmente?
“Sono una persona molto positiva, sempre sorridente, determinata, ambiziosa il giusto, buona ahimé, perché un po’ di cattiveria servirebbe ogni tanto, impulsiva e alcune volte un po’ ingenua. Ovviamente ho omesso gli aspetti negativi ma uno lo posso dire: sono meteoropatica!”.



more No Comments giugno 7 2013 at 14:15


Rosaria Russo: “Sogno una commedia”

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E’ in uscita al cinema con “Il pasticcere” ed “Eppideis”. Inoltre sta lavorando per un evento di cinema e moda che si svolge a San Marino. Qualche anno fa è stata
la protagonista della campagna pubblicitaria dell’arancia rossa di Sicilia. Lei con quelle caratteristiche che la portano ad incarnare la tipica bellezza mediterranea

di Alessandro Cerreoni

Vi ricordate, qualche anno fa, la pubblicità dell’arancia rossa di Sicilia? A molti non sarà sfuggita la protagonista di quello spot, ovvero quella donna che incarnava perfettamente la bellezza mediterranea. Il suo volto e i suoi capelli scuri l’avvicinano molto ad altre attrici italiane come Sabrina Ferilli, Monica Bellucci e Caterina Murino. Lei è Rosaria Russo, nata a Gela ma romana di adozione e per professione. Nella Capitale si trasferì per iniziare a studiare recitazione e a tal proposito ha avuto una formazione di tutto rispetto. Importanti sono state le esperienze lavorative, dalla televisione (“Distretto di polizia”, “Ho sposato uno sbirro”, “Codice Rosso”, “Caterina e le sue figlie”, per citarne alcune) al cinema (“Il piede di Dio”, “La ragazza con gli occhi dolci”, “Viva Franconi”), passando anche per il teatro. Per il grande schermo è in uscita con il film “Il pasticcere” e prossimamente anche con “Eppideis”. In questo periodo, inoltre, Rosaria sta lavorando alacremente per un progetto dedicato alla moda nel cinema attraverso un evento che si svolgerà a San Marino.
Raggiungo Rosaria Russo telefonicamente. E’ un venerdì di maggio, c’è la voglia di staccare la spina in vista del week end, ma chi lavora nei nostri ambiti non conosce ferie e fine settimana. Lei sta entrando in sala di doppiaggio ma prima, con molta disponibilità, simpatia e gentilezza, mi concede il suo tempo per questa chiacchierata.
Rosaria, sei nata a Gela. Puoi dirci la tua data di nascita?
“Sì, il 16 aprile del 1981. Sono un’Ariete ascendente Leone”.
Queste caratteristiche astrologiche fanno di te una donna “tosta”. E in tal senso come sei caratterialmente?
“Sono sincera, istintiva e spesso dico le cose che penso. Sono spontanea. E questo può essere positivo o negativo, dipende dalle circostanze”.
Partiamo dalla stretta attualità. Stai preparando un evento di moda e cinema a San Marino. Ce ne puoi parlare?
“Si svolgerà a San Marino e sarà una rassegna dei film dagli anni ’50 ad oggi attraverso la moda. La moda ha avuto sempre la sua impronta nel cinema. Una volta la moda faceva molto il cinema ma oggi non è più così. In questa manifestazione verranno proiettati i film italiani, come ad esempio ‘Giorni nostri’, ‘Mediterraneo’, ‘Vacanze italiane’, ‘Dolce vita’, e ad essi verrà abbinata una sfilata con i costumi e gli abiti contenuti nei film. Per quanto mi riguarda mi sto occupando della parte cinematografica”.
Di recente hai girato una docu-fiction per Alberto Angela. Di cosa si tratta?
“Eravamo la sottoscritta, Vittoria Puccini e Maria Grazia Cucinotta. Hanno ricostruito l’epoca romana ‘pompeiana’ ed io facevo Messalina. E’ stata un’esperienza molto bella e un lavoro di trucco e parrucco eccezionale”.
Stai per uscire al cinema con due film: “Il pasticcere” di Luigi Sardiello e “Eppideis” di Matteo Andreolli.
“Sì questo giugno esce ‘Il pasticcere’, un genere noir con Antonio Catania ed Ennio Fantastichini. Il mio ruolo è quello di un angelo cattivo. Il regista è lo stesso con cui ho fatto ‘Il piede di Dio’. ‘Eppideis’, invece, l’abbiamo girato da poco nel Salento ed è in fase di montaggio. La particolarità di questo film è che vede la partecipazione di un gruppo di ragazzini molto bravi”.
Finora hai lavorato intensamente nel cinema, in tv e un po’ anche in teatro. In quale di questi ambiti ti senti particolarmente realizzata?
“Nel cinema in assoluto. Di teatro ne ho fatto poco”.
Lavorativamente parlando hai un sogno?
“Sogno di fare una commedia, anche per cambiare un po’. Faccio sempre cose drammatiche”. (sorride)
A che punto è la tua carriera?
“Ancora all’inizio. Ho tanta strada da fare”.
Se dovessero fare il remake di un grande film del passato e dovessero darti il ruolo da protagonista, quale vorresti che fosse il film e quale vorresti che fosse il tuo ruolo?
“Non ci ho mai pensato. Non penserei mai di mettermi nei panni di una grande attrice. Sono molto umile in questo”.
Cosa hai visto di recente al cinema?
“Ultimamente ho visto ‘Educazione siberiana’ di Salvatores. Un film che mi è piaciuto molto”.
La fiction italiana negli ultimi anni è particolarmente attiva. Pensi che sia diventato ormai un ambito importante e appagante per chi svolge il mestiere di attore?
“Intanto di cinema se ne fa poco e per questo la fiction è diventato un ambito professionale fondamentale per gli attori. Senza dimenticare che ci sono tanti bravi registi che vi lavorano”.
Facciamo un gioco. Se ti trovassi a presiedere una giuria che dovrebbe assegnare un oscar al più grande film della storia, al più grande regista e al più grande attore, o attrice, chi sceglieresti?
“Julianne Moore in ‘The Hours’ per la regia di Stephen Daldry. Ciao, scappo, entro in sala…”.
Buon lavoro Rosaria.



more No Comments giugno 7 2013 at 14:09


Una giornata speciale: Maria Benedetta Bossi

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Quarta parte del nostro fashion contest ideato dall’ex modella e fotografa Adriana Soares. Questa volta pubblichiamo una lettera scritta da Maria Benedetta Bossi, architetto e creatrice di gioielli, che ha voluto raccontare L’Aquila subito dopo quel terribile terremoto del 2009. Si è trovata lì e ha realizzato un servizio fotografico raccolto in una mostra

di Adriana Soares

Siamo arrivati alla quarta uscita del concept “Una Giornata Speciale”. Ma per questa volta lascio spazio alla splendida creatura che si cela dietro a creazioni così particolari, luminose ed uniche. Dietro alle forme sinuose e a volte spigolose dai colori vivaci, si celano le mani di una persona davvero speciale: Maria Benedetta Bossi, un nome bellissimo e ve lo assicuro che è ancora più bella l’anima che lo porta.
Vi pubblico qui la sua lettera inviata a me, dove si racconta. Questa volta rimando le interviste alle due belle modelle che gentilmente hanno posato per noi, Maria Manzillo e Adriana Mazzarini, entrambe dall’agenzia Zoe Models di Roma. Questa volta il servizio lo dedico a questa bella ragazza, dall’aspetto delicato e dolce ma forte e caparbia d’animo. La sua sensibilità va oltre ai gioielli che crea, perché è stata in grado anche come fotografa a dare una voce al silenzio dell’Aquila dopo la distruzione. Perché ha fatto anche questo, ha realizzato un reportage unico su ciò che è rimasto della splendida città.
Maria Benedetta afferma: “Con la fotografia puoi dire ciò che hai negli occhi e nel cuore”. Ha pienamente ragione, avendo visto tutte le sue immagini pubblicate nel libro di Immota Manet “L’Aquila tra patimento e speranza”, Segni Edizioni Caserta. Sono immagini di struggente bellezza, raccontano le vite e le persone attraverso la loro sconvolgente assenza.
Vi allego ciò che mi ha scritto così com’è. Buona lettura.

“Cara Adriana, descrivere in due battute il mio lavoro risulta veramente complesso perché non so mai cosa dire riguardo a perché e per come.
Io sono un architetto che vive a lavora a Napoli, sono italo-argentina, ho appena compiuto 40 anni, adoro l’opera lirica e i libri. Nella professione mi occupo del consolidamento di edifici storici e monumentali danneggiati da sisma. Apparentemente un argomento lontanissimo da quello che stiamo trattando, ma ciò che sono, ciò che faccio, cosa vedo si riflette inevitabilmente nei miei gioielli. Nel 2009 mi sono dovuta trasferire all’Aquila per via del terremoto e, da che dovevo rimanere solo un paio di mesi, ci sono stata praticamente più di tre anni.  
Tornando ai gioielli, posso dire che tutto è nato per gioco, per caso… Però le cose non accadono mai per caso (cosa di cui sono fermamente convinta). Improvvisamente, circa sette anni fa, mi sono trovata ad esporre le mie creazioni qui a Napoli, prima in una piccola galleria d’arte, il Penguin Cafè, successivamente nello showroom di Poltrona Frau.
I gioielli, i bijoux, i monili, gli ornamenti in genere mi hanno sempre affascinata, vuoi per le loro strutture, vuoi per la molteplicità praticamente infinita di materiali con cui essi stessi possono essere realizzati, vuoi per le cromie di alcune pietre. Quando poi ho ‘scoperto’ di poter realizzare alcuni oggetti da sola, non mi sono più fermata (professione da architetto permettendo). In questi anni ho prodotto cose molto diverse ma mentirei nel dire che ho una fonte d’ispirazione ben precisa. Sicuramente ci sono dei periodi storici e delle correnti artistiche che in qualche modo influenzano il mio lavoro, mi riferisco ad esempio al barocco, all’Art Nouveau ma allo stesso tempo l’influenza può arrivare dal mio Vesuvio, dal golfo con il suo mare dai colori sempre diversi, dalla geometria e dalle strutture. Può apparire banale, ma il viaggiare e conoscere usanze e costumi diversi dai propri, non può non stimolare la creatività. E così si attinge da ciò che è la vita comune, in tutte le sue sfaccettature, per creare oggetti nuovi. In questo modo vengono fuori abbinamenti forse azzardati, nelle forme, nei materiali, nei colori, ma che riescono a trovare una loro armonia. Ciò permette di spaziare veramente senza chiedersi o porsi limiti nell’accostare un materiale ‘nobile’ ad un materiale ‘povero’. Le pietre dure, il legno, le resine, il vetro, i cristalli, il feltro, le perle, l’argento, il corno e la pelle diventano un unico materiale da cui tirar fuori nuove cose. E proprio perché le possibilità si moltiplicano è molto difficile che replichi pedissequamente un oggetto. Al massimo posso replicarlo in due o tre esemplari, ma non di più. Mi piace conservare questa veste artigianale e di unicità perché ho sempre il desiderio di andare avanti con un altro lavoro.
Come dicevo prima, mi sono trasferita all’Aquila nel 2009 per seguire, in fase di emergenza, la costruzione di edifici che avrebbero ospitato la popolazione sfollata e in seguito per il restauro della cupola della basilica di San Bernardino da Siena. Qui ho trovato una città profondamente ferita dall’evento sismico. Le immagini che si susseguivano in televisione, nei giorni successivi a quella tremenda notte, riuscivano solo in minima parte a restituire la reale entità dei danni e del profondo disagio in cui la popolazione aquilana e dei comuni limitrofi si è venuta a trovare in 44 secondi e che oggi, a distanza di quattro anni, continua a vivere. Danni al patrimonio abitativo spaventosi, chiese e palazzi come sventrati e colpiti a morte, automobili schiacciate da cumuli di macerie, il paesaggio urbano stravolto e l’assoluto silenzio. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli dei mezzi dei vigili del fuoco, che instancabilmente hanno lavorato per soccorrere la popolazione prima e garantire, in seguito, la sicurezza di tanti edifici e l’accessibilità alle strade principali. Tutt’intorno le tendopoli. Ciò non accadeva solo a L’Aquila, ma anche nei tanti comuni limitrofi, di cui a livello mediatico, si è saputo poco o nulla. In questo contesto mi sono trovata a scattare moltissime fotografie che, per motivi professionali, ritraevano prevalentemente i danni degli edifici e delle chiese. Ma queste foto erano diverse da tutte le altre che avevo scattato, in simili occasioni, in altri luoghi dove il sisma aveva lasciato i suoi tremendi segni.
A L’Aquila i danni non erano solo quelli esteriori di tipo materiale e strutturale, ma erano e sono tutt’ora soprattutto immateriali e alludo alle ferite dell’animo, forse ben più profonde.
Pur non essendo una fotografa professionista ho dedicato gran parte del mio tempo libero a documentare tutto ciò che mi circondava, perché solo camminando nell’assoluto silenzio interrotto solo dai miei passi tra le macerie, tra edifici sventrati e in situazioni al limite della sicurezza potevo, in minima parte, comprendere lo smarrimento, il buio, il dolore, il cambiamento radicale delle vite di tante persone. Ero lì per aiutare a ricostruire, a restaurare, ma non bastava. Dovevo dare un altro senso ancora della mia presenza in quei luoghi. E’ nata così, nel 2010, una mostra fotografica che si è tenuta nel Palazzo Reale di Napoli, per poter raccontare cosa fosse accaduto all’Aquila a seguito del terremoto. La fotografia ha rappresentato, nel mio piccolo, il mezzo attraverso il quale riportare una realtà di estremo dolore e disagio a chi non ha vissuto un’esperienza così tremenda e mantenere alta l’attenzione sulla città dell’Aquila e sui suoi abitanti.
In questi anni che ho trascorso all’Aquila ho dovuto abbandonare la creazione dei miei monili perché il lavoro mi assorbiva completamente e le condizioni al contorno avevano letteralmente bloccato il processo creativo. Ma rientrata a Napoli mi sono rimessa all’opera, questa volta con visione del tutto nuova di ciò che mi circonda.
Il senso di distruzione, desolazione, silenzio trovo che qui sia bene espresso. Questa mostra si intitolava ‘Immota Manet, L’Aquila tra patimento e speranza’. Era composta da 50 fotografie, divise in 6 temi differenti: la città, gli edifici, le chiese, gli interni, i frammenti e le opere opere provvisionali. Come puoi vedere dal catalogo è come una sorta di volo dall’alto verso la città, guardandola prima nella sua estensione, poi nei singoli elementi che la compongono cioè le chiese e i palazzi, poi le foto degli interni di questi, i frammenti di edifici, di vita quotidiana, e tutto questo tenuto assieme dalle opere provvisionali, cioè i puntellamenti fatti dai vigili del fuoco. In poche parole questo era il percorso che attraverso le immagini, a ‘zoommare’ si faceva nella mostra. Questa mostra è stata poi ospitata a Viterbo e a Milano. Inoltre il Comune dell’Aquila mi ha concesso il patrocinio e ti confesso che è stato importantissimo per me. Ho visto questa cosa come il riconoscimento del mio lavoro da parte della città dell’Aquila e forse è stato il riconoscimento più grande”.
Maria Benedetta Bossi



more No Comments giugno 7 2013 at 14:06


Emily Macaluso: Sognare sì ma con i piedi a terra

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Vi presentiamo questa giovane modella del nostro progetto GP Model Management

La tua data di nascita e segno zodiacale?

“Sono nata il 13 gennaio 1995. Il mio segno zodiacale è il capricorno”.
Perché hai deciso di entrare nel GP Model Management?
“Sono stata contattata dall’equipe del GP Model Management e la loro affabilità e serietà mi hanno convinto ad entrare a far parte della loro squadra”.
Cosa consigli alle ragazze che come te vogliono entrare nel mondo della moda e spettacolo?
“Di prepararsi seriamente seguendo dei corsi con professionisti di non illudersi mai e comunque di finire la scuola”.
Se dovessi identificarti in un colore quale sceglieresti e perché?
“Beige, perché è il mio colore preferito nell’abbigliamento, invece il blu, colore del mare, rappresenta per me l’infinito”.
La tua paura più grande e la cosa di cui non puoi fare a meno?
“A livello esistenziale temo di rimanere da sola senza i miei affetti più cari. Infatti non potrei vivere senza l’amore del mio ragazzo Matteo, della mia famiglia e degli amici”.
Il periodo dell’anno che più preferisci?
“La mia stagione preferita è l’estate perché sono libera, senza impegni e vivo a 360 gradi la mia gioventù con i miei amici, godendo al massimo del sole e del mare”.
Il rapporto con i tuoi genitori? Appoggiano questo tuo sogno di entrare nel mondo dello spettacolo?
“Sono abbastanza soddisfatta del rapporto che intrattengo con i miei genitori perché sono molto attenti alla mia educazione ma nello stesso tempo sono comprensivi e amichevoli. In genere assecondano i miei desideri ma prendiamo sempre le decisioni importanti dopo grandi discussioni. Per quanto riguarda la moda approvano la mia decisione di entrare nel mondo dello spettacolo ma comunque mi guidano nelle mie scelte”.
Un momento della tua vita che ricorderai per sempre?
“Un giorno particolarmente importante per me è stato il mio 18° compleanno festeggiato a Gennaio di quest’anno insieme a tutte le persone più care. In quell’occasione ho ricevuto in dono l’anello di fidanzamento da parte del mio ragazzo”.
Come ti vedi tra dieci anni?
Spero di aver concluso gli studi universitari di medicina o di lavorare nel mondo dello spettacolo come attrice o modella e di essere felice nell’ambito della mia vita privata”.

Per entrare a far parte del progetto GP Model Management, info 329.7252577 – management@gpmagazine.it

Credits
Modella: Emily Macaluso per GP Model Management
Photographer: Erika Di Tullio
Art director: Corrado Pinci
Stylist: Annalisa Bellia
Hair style: Fabio Pellegrino (Capelli manager, San Cesareo, Rm)
Make up: Naima Ienne
Location: Park Hotel Villa Ferrata Grottaferrata (Roma)

 



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Fabio Campoli, il buongustaio sulla bocca di tutti

stefano mileto fotografo

Incontriamo uno degli chef più seguiti nel nostro Paese. Un talento assoluto del gusto, anche grazie al suo Circolo dei Buongustai e ad uno staff di prim’ordine

di Claudio Testi

Mangiar bene e con gusto, strizzando un occhio alla salute, è possibile. Dipende solo da noi e da chi  simpaticamente e amichevolmente ci può regalare, condividendoli, consigli semplici ed efficaci.
Siamo andati a trovare, nel cuore del Circolo dei Buongustai, un volto molto familiare e, ed è proprio il caso di dirlo, sulla bocca di tutti: lo chef Fabio Campoli.
Fabio, tu che hai la mission di far scoprire o riscoprire la genuinità e la bontà dei sapori con grande simpatia e semplicità mediatica, come è nata e quando hai scoperto questa tua passione che nel tempo si è trasformata in arte che delizia i palati?
“La mia passione nasce dalle radici della mia famiglia di tipo matriarcale, dove la mamma e la nonna sono importantissime, come basilari sono tutti i prodotti della terra e dell’agricoltura.  Praticamente da quando sono nato ho imparato a conoscere la materia prima, quella buona, seguendo sempre di più le mie nonne, grandi cuoche. Passavo tantissimo tempo vicino a loro in cucina. Ricordo il profumo del forno a legna, la preparazione delle conserve, ecc.  Da lì, pian piano, sentivo sempre di più l’esigenza di crescere e la voglia di indipendenza e di iniziare a lavorare. Quest’anno festeggio la 27esima primavera di attività. Ricordo quando ho cominciato nei bar e da allora mi sono sempre lasciato guidare dal destino”.
Qual è stato l’appuntamento più importante che ha dato una svolta alla tua vita?
“Ho incontrato dei veri maestri che hanno saputo insegnarmi le basi e mi hanno lasciato il testimone. In poche parole, ho avuto la fortuna e la sensibilità di aver individuato le persone giuste al momento gi usto, che hanno indicato la strada da percorrere e cambiare il rapporto con la cultura  facendomi capire che questo non era solo un mestiere tanto per guadagnarsi il pane, ma un mestiere da fare con grande passione e il rispetto per se stessi, per il cliente, per il commensale. L’input che posso dare, specialmente ai più giovani, è quello di non guardare troppo all’aspetto economico quando si inizia ma alle persone che ti arricchiscono con il sapere e con l’esperienza che superano qualsiasi valore in denaro”.
Quanto è importante pensare ed essere positivi?
“Chi fa il cuoco o lo chef deve essere assolutamente ottimista e capace di risolvere i problemi, cosa che insegno ai ragazzi. Sicuramente, il cuoco non lavora e pensa nello stesso momento. Quello che fa lo ha anticipato la sua testa, almeno quindici o venti minuti, se non un’ora prima, quindi il pensiero, il pensare e il fare e poi l’evoluzione che c’è”.
Come nasce il fenomeno Fabio Campoli?
“Sono nato come cuoco e sono diventato chef – cuoco buongustaio, questo in nome della tradizione che viene resa moderna. Tredici anni fa ho avuto l’idea, che presto si è trasformata in realtà, di aprire ‘Il Circolo dei Buongustai’, pensando che il cuoco potesse essere l’espressione di un nuovo mondo non solo nei ristoranti. E’ bello sapere che attorno a noi c’è un grande movimento. Il cuoco che va ad occupare tante caselle, consulenza industriale, formazione del personale, promozione, immagine, still art, design, produzioni cinematografiche, comunicazione, quello che il cuoco una volta faceva per secondo mestiere per noi è diventato un affiatato gruppo di lavoro con tante competenze”.
Fabio, quali sono i progetti mediatici che stai portando avanti con grande successo?
“Oltre i quattordici anni di grandi soddisfazioni in Rai, mi è stata data  la possibilità di condurre ‘La mia cucina all’italiana’, una nuova rubrica in onda tutti i giorni alle 11,10 su Rete 4 nel corso del programma ‘Ricette all’italiana’ con Davide Mengacci. Il venerdì su Radio 1, nel corso del programma ‘Baobab’, faccio le mie ricette in musica, poi una web tv del benessere e su Sky anche ‘Easy Baby’, le mie ricette della salute. Come progetti editoriali ho fatto diversi libri, ora ne stiamo rilavorando uno con la famiglia Tognazzi. Poi ho un’altra rubrica tutte le mattine su Radio 1 dedicata alle colazioni, da cui è nato un libro ‘Il mattino ha l’oro in bocca’, che anziché dare ricette, consiglia abbinamenti per fare merende, in particolare per i bambini”.
E di altre forme di collaborazioni in tv e al cinema?
Anche in questo campo, tanti anni di esperienza, da cui è nata una specializzazione iniziata dalla tv quando fui chiamato in Rai per fare gli allestimenti nella trasmissione medica ‘Check up’. Poi da lì diventai anche uno chef in video ed iniziai a fare piatti di scena. Ho collaborato a Cinecittà con alcune case cinematografiche, poi ci siamo addentrati nello still life fotografico. Recentemente abbiamo lavorato in un film di Ridley Scott, in precedenza con Woody Allen e altre produzioni”.
Che ci vuole per educare piccoli e grandi ad una corretta e sana alimentazione?
“Dobbiamo distinguere, da come ci nutriamo, in cui è importante farlo in modo sano, mangiare poco ma buono, partendo dalla scelta di ingredienti di qualità, a quando trasformiamo il mangiare in un rito, ad esempio, a me piace la stagionalità, il buono, il consapevole, l’attento. Il buongustaio è anche colui che rispetta il prossimo e il buongusto non è solo quello che si sente al palato. Altra cosa, da anni cerco di promuovere la convivialità, quando è possibile, con gli amici e in particolare il ritrovarsi il sabato o la domenica con la famiglia magari per fare un semplice bel piatto di fettuccine”.
Quanto è importante lo staff  di Fabio Campoli?
“E’ la base, l’unione. Fabio Campoli non è Fabio Campoli senza un bellissimo gruppo che condivide tutto, dai grandi sacrifici alle fantastiche soddisfazioni e gioie, partendo dai soci fondatori insieme a  me, Armando Albanesi, Virginia Giusti, Patrizia Forlin. Poi intorno a noi quattro, c’è il bellissimo mondo di chi cura la comunicazione con Giusy Ferraina, e ancora, da chi fa le fotografie a chi sta in cucina fino a chi lava i piatti. Tutti,  dal primo all’ultimo, collaboriamo per far sì che tutto sia di buongusto”.
Pensi e realizzi tanti piatti belli e buoni, ma quel è il tuo preferito in assoluto?
“Non c’è un piatto particolare ma in questo momento mangerei un bello spaghetto di media grandezza con asparagi selvatici resi leggermente croccanti assieme a poco guanciale, una sfumata di vino bianco secco anche dei nostri Castelli Romani e una spolverata di  pecorino mezzano e… buon appetito!”.



more No Comments giugno 7 2013 at 13:58


Osvaldo Supino: “Ho imparato a fare da me”

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Il cantante italiano più seguito sul web, racconta a GP Magazine del suo nuovo album e di come ha ricominciato da se stesso

di Angelo Colombo

“Non mi sono imposto nessuna scadenza. Ho preso il mio tempo  per viverlo quest’album, realizzarlo a pieno come volevo, correndo il rischio di dire troppo ma con la consapevolezza di rimanere sincero con la mia musica. L’ho scritto diversamente dagli altri progetti. Di solito producevo sempre mentre ero in giro in promozione, in tour, preso da mille cose. “Exposed” è stato scritto con un approccio tutto diverso, con un silenzio diverso, e con una voglia e un’esigenza per me inedite…”.
Esordisce così Osvaldo Supino, quando gli si chiede del nuovo album “Exposed”. Un secondo disco atteso dalle migliaia di fans che l’hanno eletto il cantante indipendente più cliccato sul web, premiato dalla critica di mezza Europa (tra le recensioni entusiastiche anche quelle dell’iconico PopJustice) e dalle vendite che l’hanno portato in terza posizione in meno di ventiquattro ore tra i più venduti su iTunes.
Dieci nuovi brani, scritti con autori internazionali come Charlie Mason e Latisha VanSimon, un videoclip girato a Londra che è diventato il più visto su YouTube, e tanti impegni che nei prossimi mesi lo porteranno in giro con la sua musica. Ma questo disco è più di un progetto discografico per lui, più di una raccolta di brani, ed è facile intuirlo da come ne parla, dalla cura con cui seleziona gli aggettivi per descriverlo, dalla luce che brilla negli occhi. Una luce naturale, diversa da ciò che si potrebbe immaginare da un ragazzo che in Italia davvero rappresenta un fenomeno e che lega a se una quantità incredibile di persone.
E’ evidente che la musica per te è più che un lavoro o una valvola di sfogo ma una componente essenziale della tua vita. A che età hai iniziato e quando hai capito di voler cantare?
“Ho iniziato quando avevo 6 anni, e mi sono avvicinato alla musica da solo. La fortuna ha voluto che avessi una famiglia che mi ha sempre appoggiato dandomi modo di studiare, facendo tanti sacrifici. Il web sì, mi ha sicuramente poi aiutato, ma in termini diversi. Le scelte che fai, quelle veramente importanti e che poi ti cambiano totalmente la vita, sono dettate da una passione vera, autentica”.
Molti blog hanno definito questo il disco della tua maturità anche musicale. Ti senti davvero così cresciuto?
“Penso che in una maniera o nell’altra le esperienze ti portino a crescere, ed io sono uno molto curioso e ho voglia di scoprire e sperimentare ogni volta. Sicuramente il fatto di aver viaggiato molto l’anno scorso e aver sentito l’impatto con il pubblico estero che non conoscevo e aver avuto anche il tempo di metabolizzare queste cose dentro di me, mi ha portato a una consapevolezza diversa che mi ha fatto affrontare tutto il processo in maniera più sicura. Di solito ogni volta mi preoccupo molto, prima di uscire con un disco, ma questa volta, forse anche per il significato strettamente personale di questo album, ho capito che il giudizio principale dovevo darlo io a me stesso. Senza alcuna presunzione, solo perché solo io, davvero, potevo sapere se ero riuscito in ciò che volevo. Restano portanti però gli aiuti degli autori che hanno scelto di seguirmi in questo disco. Senza di loro non ce l’avrei fatta”.
“In Exposed” appare un duetto con Chris Crocker che ha suscitato molte polemiche sul web. Come mai questa scelta?
Lui è stato il personaggio a cui molti mi paragonavano appena è esplosa questa cosa della web star. Abbiamo sicuramente due percorsi diversi, attitudini e obbiettivi diversi ma quando è arrivata questa canzone che si chiama ‘Pornographic’ ho pensato che poteva essere il modo per conciliare, giocare con questa realtà virtuale del web che lui ha sicuramente rivoluzionato e con la concretezza della musica. E’ stato molto curioso scoprire poi un ragazzo timido e pieno di insicurezze”.
Una delle canzoni che più sorprendono di questo disco è “Goodbye”. Una ballata decisamente autobiografica molto struggente solo pianoforte e voce.  A chi è dedicata? Che cosa hai perso?
“Ho perso delle persone, ho perso dei sogni, ho perso delle idee e dei motivi e avevo bisogno di cantarmela questa assenza, di sentirla anche tramite la mia stessa voce, in una melodia nuova che dovevo scrivere io, per me stesso. Ma tra tutto ciò che ho perso e che mi ha fatto molto male, non ho mai perso le speranze perché ho capito che è proprio da quelle cose che ho perso, che ho imparato ancora di più a credere in me e in ciò che voglio davvero”.
Ciò vuol dire che hai trovato una tua nuova maturità? Un nuovo equilibrio?
“Diciamo che dopo molto tempo ho capito che dovevo dedicarmi del tempo per conoscere e amare me stesso. Per la prima volta ho scritto un disco in cui ovviamente parlo d’amore e dico di credere nell’amore ma in una maniera più consapevole, iniziando da me. E’ stato molto difficile io ho paura di essere solo, ho paura di dormire da solo, di vivere da solo, nel quotidiano. Ci ho messo un po’ di tempo e forse non ci sono ancora totalmente riuscito a trovare quest’autonomia, però per me è un obiettivo importante. Perché nell’autonomia posso trovare degli aspetti nuovi miei, del coraggio che non ho avuto fin’ora”.
Però l’autonomia è un punto principale del tuo progetto. Hai deciso di fare un percorso indipendente non legandoti a nessuna major. Una mossa rischiosa che però ti ha premiato. Come mai questa scelta?
“E’ venuto da se anche questo. Ho iniziato anni fa a lavorare con dei produttori molto importanti, con una casa discografica e tutto il resto, ma per motivi vari le cose non sono andate come speravo. Probabilmente perché non ero riuscito io a far capire loro cosa realmente volevo dalla mia musica e mi sono lasciato trascinare da loro. E’ una cosa che accade spesso e non solo nel mio lavoro. Alla fine mi sono chiesto se valeva la pena buttare via tutto o se per me era più importante il mio sogno e i miei obbiettivi. Perciò ho ricominciato da me, come fanno tutti, con una pagina myspace e qualche demo registrato in casa”.
E poi tutto il resto è storia. 3 nomination ai BT Digital Music Awards, 5 singoli e 2 dischi in TOP10 su iTunes, 2 milioni di visualizzazioni solo l’anno scorso e tra le tante cose un live in Trafalgar Square a Londra come primo Italiano nella storia per il World Pride. Che effetto fanno tutti questi numeri?
“Mi danno una carica incredibile e mi spingono ogni volta a fare meglio. A scegliere i pezzi migliori, a dare di più sul palco, a migliorarmi come cantante, come ballerino, come autore. Sento una grande responsabilità dei confronti del mio pubblico, anche nei confronti di chi mi guarda per caso e con superficialità. Se certe esperienze le ho potute fare è indubbiamente solo grazie a loro”.
Cosa ti aspetti da questo nuovo disco?
“ ‘Exposed’ mi ha già dato tanto. Mi auguro solo che porti questo messaggio di forza e amore per se stessi a quelle persone che in questo momento non sono tanto serene”.



more No Comments giugno 7 2013 at 13:54


Antonio Monda: Con serietà e stile

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Italiano di nascita, newyorkese di adozione. Nella “Grande Mela” insegna storia del cinema presso la NY University ed è diventato protagonista dei salotti letterari americani organizzati nella sua casa che si affaccia sul Central Park

di Paolo Paolacci

Antonio Monda, scrittore e saggista italiano, vive e lavora a New York, dove insegna storia del cinema presso la NY University; collabora alla pagina culturale di Repubblica ed è critico cinematografico per la rivista dei libri “The New York Review of Books”. A New York è diventato un autentico protagonista della vita culturale americana con i domenicali brunch organizzati nella sua casa sul Central Park, salotto letterario all’ombra dei grattacieli.
Antonio, ci tenevo in modo particolare a fare questa intervista sia per un motivo culturale che  umano. Partiamo da quest’ultimo:  perché sei a New York e come è iniziato il tutto?
“Sono quasi vent’ anni.  Diciannove  anni fa in questi giorni sono venuto qui perché avevo un progetto di un film che poi non si  è fatto e cioè ‘Taibele e il suo demone’ di Isaac Bashevis Singer. Un grande racconto di cui avevo preso i diritti e  in tre anni ho cercato di metterlo in cantiere ma non ce l’ho fatta. Nel frattempo però ho cominciato a insegnare e poi da lì è partita la mia carriera  ed è quello che ora faccio”.
Perché hai scritto “Il paradiso dei lettori innamorati? ” E’ il seguito dell’altro tuo libro  “La magnifica illusione…”?
“Il seguito non direi, piuttosto una nuova puntata nel viaggio del cinema: io parlo sempre di viaggi. Quello era una raccolta di saggi di più di dodici anni fa, queste invece sono tutte interviste con persone importanti, di cui mi onoro di essere se non amico comunque  di conoscere, alle quali ho fatto domande molto dirette, come faccio sempre: ditemi cosa vi piace, perché vi piace, cosa detestate e perché lo detestate. Senza giri di parole”.
Di cosa ha bisogno il cinema di oggi? Alla fine ,a parte le tecniche è sempre l’immagine: che può essere a colori o in bianco e nero, o su pellicola o in 3D.
“Il rischio del cinema oggi è che si inseguano gli effetti piuttosto che la sincerità; quindi ha bisogno di  verità e sincerità, deve raccontare uomini e donne, emozioni, paure angosce, queste cose qua”.
Ma tu hai un grande conoscenza della letteratura e contemporanea in particolare, tant’è che sono anche ospiti de “Il paradiso dei lettori innamorati”. Qual è in letteratura lo scrittore che oggi rappresenta più il futuro ?
“Sono un grande estimare di due giovani che sono Nathan Englander  e Colum McCann”.
Hai anche conosciuto lo scrittore premio Nobel, Isaac Bashevis Singer, che peraltro c’entra anche con il titolo stesso del libro. Puoi dire qualcosa in merito a quello che ti ha rapito di lui?
“Sì, l’ho conosciuto. Posso dirti che il giorno che siamo andati a trovarlo, la prima volta ho trovato  un disordine, un casino. Cos’era successo? Si erano persi il diploma del Nobel e lui era furibondo perché la moglie non riusciva a ritrovarlo… Questo è il primo incontro che ho avuto con lui. Ed io l’ho visto come un peccatore, come un uomo di grandissima umiltà, di grandissima purezza. Pensa che per una pura coincidenza adesso, mia moglie, i miei figli ed io abitiamo a due isolati da dove abitava lui”.
Jonathan Franzen, Don DeLillo, Philip Roth, Paul Auster, Martin Amis e tutti gli altri come ti sono sembrati nelle risposte dei film preferiti e come sei riuscito a coinvolgerli in modo così diretto e sincero? Vuol dire anche avere trasmesso sincerità e fiducia…

“Il punto è che un po’ con il giornale, un po’ per il lavoro insomma un po’  sono amici, si parla come se parlassi con te”.
Grazie. Ma come funzionano le tue cene  famosissime  a New York da essere sottolineate da una trasmissione come ‘Che tempo che fa’  di Fabio Fazio ed avere conferma da Federico Rampini sull’inserto D di Repubblica? Puoi dire chi sono gli ospiti?
“Per questo è mia moglie che è una grande first lady, è lei l’organizzatrice di queste cose, ma nasce in un modo molto banale: chiunque ci viene a trovare sa che non c’è nulla da temere, si sta lì per  il piacere di scambiare idee”.
Sì ma sono persone importanti…
“Tutte e venti le persone del libro sono venute tutte e qualcuno anche più di una volta”.
“L’America non esiste”, altro titolo di un tuo libro: quanto di provocatorio e quanto di autobiografico nelle figure dei due giovani che lasciano l’Italia per l’America?
“Autobiografico moltissimo, provocatorio no.  Io dico scherzando che ho scritto il libro per smentire il titolo: è il contrario, è un atto d’amore”.
Ma veniamo al cinema, al tuo essere insegnante di regia, il tuo curriculum di documentari tipo “Oltre New York” e il carinissimo lungometraggio “Dicembre”. Ecco facciamo il gioco della torre: chi butti giù il cinema o la letteratura? E hai pensato di ritornare a filmare?
“Mi butterei giù io perché non ce la farei”.
Adesso le domande che tu hai fatto ai tuoi ospiti le faccio a te. Qual è il film che ti piace di più e il regista o i registi che ti piacciono di più?
“ ‘Il Padrino’ come film. I due Anderson, Wes e Paul Thomas, come registi”.
Ma perché ci si lega ad un film? Lo hai scoperto? Cos’è che affascina per sempre di un film: la nostra età, i nostri sentimenti, la nostra identità?
“Perché parlano al nostro cuore. Ci  mettono a nudo quando sono belli”
Stanno per iniziare le conversazioni, incontri con importanti autori di chiara fama, vuol dire che la letteratura avrà il sopravvento sul cinema?
“La prima è stata il 9 maggio a New York . Se volete potete seguite su www.leconversazioni.it il calendario”.



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