GP Magazine settembre 2013



more No Comments ottobre 8 2013 at 16:05


Giulia Di Quilio. Recitazione e seduzione: passione per le arti

giulia di quilio

Burlesque, grande schermo e teatro, queste le passioni di Giulia Di Quilio, attrice abruzzese che di recente abbiamo visto nei film “La grande bellezza”, “Mi rifaccio vivo” e nella commedia teatrale “Miles Gloriosus” di Plauto. Un’anima divisa
in tre che ama da sempre l’arte della recitazione

di Silvia Giansanti

Tutto ti aspetti, tranne che trovarti davanti una donna con le sue timidezze e le sue paure. Ma si sa che l’arte aiuta a mettere a nudo la propria trasformazione e dietro una maschera sul palco si riesce a regalare quello che neanche immagini. Giulia ha avuto il coraggio fin da giovanissima di dare una piega speciale alla sua vita, lasciando il suo paese e tentando la strada del successo trasferendosi nella Capitale. L’arte del burlesque in questi ultimi anni ha arricchito il suo bel percorso di attrice, dandole un rinnovato gusto di mostrarsi e di mettersi in gioco, arricchito da una buona dose di ironia. Basta vedere uno dei suoi spettacoli. Non proponetele però di fare la conduttrice tv.
Giulia, come nasci artisticamente?
“Ho frequentato il liceo artistico, dimostrando fin da giovanissima il mio interesse per le arti e per il teatro. Poi mi sono trasferita a Roma per inseguire il mio sogno, studiando recitazione al Garinei, iniziando a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo intorno ai ventidue anni, facendo le prime esperienze televisive e teatrali e incontrando il cinema nel 2005”.
Da dov’è scaturita l’idea di intraprendere questa strada?
“Fin da piccola, da quando in pratica mettevo in scena mini spettacoli per i miei due fratellini. In seguito da adolescente ho fatto la modella”.
Oggi sei divisa tra cinema, teatro e burlesque. Come vedi il teatro italiano nel futuro, visto che ti ci dedichi da sempre?
“E’ un momento particolare, non circolano molti soldi, anche se penso che il teatro non morirà mai finché ci sarà l’essere umano. E’ una grande forma di espressione, serve tanta forza e passione”.
Da dov’è nata invece la scelta di fare burlesque?
“Ho incontrato questa particolare arte nel 2010, quindi molto di recente. Ne avevo sentito parlare e così ho iniziato a nutrire interesse. Ho capito che faceva per me, visto che ha molto a che fare con la sensualità ma anche con il teatro, mettendo in scena un personaggio e raccontando di conseguenza una storia. Il burlesque si rifà al cinema hollywoodiano degli anni quaranta e cinquanta, è un’arte che ho sentito affine alla mia personalità”.
Il burlesque aiuta a superare la timidezza?
“Assolutamente sì. Innanzitutto è una maschera, nel burlesque si sceglie il nome d’arte con il quale salire sul palcoscenico per poter andare ad interpretare una donna fatale diversa da quella che è nella vita di tutti i giorni. Nella vita quotidiana è difficile avere così cura della propria personalità e della propria femminilità. Nel burlesque la donna è consapevole dei propri difetti fisici e della propria carica erotica e quindi è una donna forte che non si spoglia per l’uomo, bensì per se stessa e questo aiuta a rompere certi canoni imposti dai media”.
Sei completamente disinvolta o nascondi qualche timidezza?
“Certo, pensa che il mio complesso è quello di non passare inosservata e questo mi ha creato alcune timidezze non indifferenti”.
Ti piacerebbe misurarti con qualcos’altro sempre nel campo?
“Devo dire che all’inizio ero sempre spaventata dalle cose nuove, ma poi ho finito con il cercarle. Mi hanno proposto ad esempio la conduzione di uno spettacolo in veste di presentatrice e quindi ho accettato per mettermi in gioco, visto che non l’ho mai fatto. C’è sempre una buona dose di ansia e di paura, ma vale la pena esplorare nuovi campi”.
Ti piacerebbe vederti nelle vesti di conduttrice tv?
“In questo caso no. Quando ho una maschera sono più disinvolta e invece se devo essere me stessa, nuda e cruda al centro dell’attenzione, ho qualche difficoltà. Ho bisogno anche di tempi diversi più lenti rispetto a quelli di una diretta televisiva”.
Qual è stata l’esperienza che finora ti ha divertito più di tutte?
“In assoluto il burlesque, l’equivalente al lasciarsi andare totale. C’è stato anche uno spettacolo teatrale che mi ha coinvolto molto ‘Miles Gloriosus’ di Plauto con un cast fenomenale di veri comici”.
La tua famiglia è stata sempre d’accordo sulle tue scelte?
“Mia madre mi ha incoraggiata e spronata. Mio padre, da buon abruzzese, invece, è stato uno zoccolo duro fin dall’inizio. Non ha visto di buon occhio la scelta di trasferirmi a Roma così giovane per lavorare nel mondo dello spettacolo. Non ci siamo parlati per un paio di anni, ma poi la situazione ha giocato a mio favore perché lui, dopo i miei primi successi, si è dovuto ricredere. Pensa che ultimamente ha organizzato persino un pullman di concittadini per venire ad assistere ad un mio spettacolo”.
Ecco, quando torni nel tuo paese Natale, come ti accoglie la gente del posto?
“Nel paese sono considerata la star della situazione, quella che ha avuto il coraggio di andare via per costruirsi una carriera lontana anni luce da quei posti”.
Una diva del passato che adori.
“Rita Hayworth, Greta Garbo e tante altre”.
Quale opinione ti sei fatta in generale sugli uomini dopo l’esperienza avuta nei vari spettacoli di burlesque?
“Ho avuto modo di sperimentare la visione dell’uomo agnellino nel momento in cui dal palcoscenico dimostri una forte carica di femminilità”.
Parliamo delle tue ultime esperienze. Iniziamo dal ruolo avuto nel film “La grande bellezza”.
“E’ stata una bellissima esperienza lavorare con un grande professionista come Paolo Sorrentino, ho sentito in lui lo stesso mio gusto estetico. Mi ha affascinato la storia di una scambista, una donna che con il proprio compagno è a caccia di nuove emozioni. Il regista cercava, infatti, una seduttrice che s’ispirasse al look di Rita Hayworth per ammaliare Toni Servillo”.
Invece in “Mi rifaccio vivo”?
“E’ stato un piccolo ruolo divertente grazie a Sergio Rubini, un’altra valida esperienza nata in modo spontaneo”.

CHI E’ GIULIA DI QUILIO

Giulia Di Quilio è nata a Chieti il 14 novembre 1980 sotto il segno dello Scorpione con ascendente Capricorno. Caratterialmente si definisce socievole ma non sociale. Ha l’hobby della lettura, adora gli arrosticini abruzzesi e tifa per il Chieti. Le piacerebbe vivere a Londra e il suo anno fortunato è stato il 2012.  Al momento non possiede animali domestici ed è fidanzata. Giulia si è trasferita a Roma da giovanissima per studiare recitazione presso il laboratorio di Enzo Garinei. Dopo qualche esperienza teatrale e come modella, nel 2005 è arrivato il cinema con il film “Le ferie di Licu”. Subito dopo le è toccata la partecipazione in “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore. A seguire negli anni altri film tra cui “Al termine della notte”, “Amore 14”, “La grande bellezza” e “Mi rifaccio vivo”. Densa è stata anche la sua attività teatrale in lavori come “Fiori di cactus”, “Finalmente mi sposo”, “Briciole di vita”, “Molto rumore per nulla”, “Miles Gloriosus” e “Toccata e fuga”. Ha girato vari cortometraggi e spot pubblicitari e ha preso parte ad alcune serie tv, tra le quali ricordiamo “Sottocasa”, “I Cesaroni 2”, “Crimini 2” e “Il restauratore”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:43


Adriana Soares: Soul Digitizing Art

adriana  Colori

“La creatività risulta efficace solo quando è in grado di lasciare a bocca aperta. Come davanti a una nuova scoperta. La sua identità consiste nel rivisitare il sentito dire, trasformare realtà consolidate, generare nuovi orizzonti d’immaginario, creando e non sottostando sempre a quello collettivo”, scrive Viki Iovinella,  giornalista dei blog del Corriere della Sera

di Sabrina Spera

La creatività espressa da Adriana Soares, brasiliana naturalizzata italiana, stupisce e, soprattutto, cattura l’animo del suo interlocutore in un viaggio tra le onde delle riflessioni interiori profonde.
Nulla è banale e casuale nelle sue opere, dalla scelta dei soggetti ai colori, alle tecniche, in un sapiente gioco di seduzioni dei sensi.
Non lasciano indifferenti. Sono opere vive e da vivere, un interscambio inesauribile di anime ed emozioni. Un’esperienza sensoriale. Puoi entrare e incontrare te stesso ed altro di te, arricchendoti. Ma puoi tornarci e trovare ancora una zona inesplorata e solo tua.
Divengono parte dell’io creando un legame intimo, profondo.
La creatività di Adriana Soares è lo strumento per compiere un percorso dell’anima. Qualunque anima.
Adriana Soares, italo brasiliana, nasce come modella, ha girato il mondo e sfilato per grandi couturier come Gianfranco Ferrè, Krizia… poi in una notte, in un attimo la sua passione per quel lavoro è svanita sostituendosi per una passione coltivata ma non esercitata. Così si mette a studiare fotografia all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma. Una nuova avventura… dopo aver ritratto animi, volti, corpi e vinto premi, come ”La Valentina” a Cosenza a luglio del 2013, si evolve,  torna in un certo senso ad un’antica passione, la pittura. Quindi, grazie alla fotografia, alla grafica e alla pittura inventa uno stile particolare, una tecnica mista. E grazie alla sua sensibilità dà vita a opere uniche…
Soul Digitizing Art, cosa vuol dire?
“Sono una ragazza profonda, lo sono sempre stata. La sensibilità è un dono, così si crede, ma a volte per me non è così. Quandi p tendo a ingrandire tutte le sensazioni. Sono come una grande spugna che assorbe energie ed ora con questo lavoro, riesco a dar voce a queste emozioni ed energie assorbite ed accumulate da anni. E’ l’anima mia e dell’universo che mi circonda che fuoriescono, cercando un linguaggio per comunicare,  gridano per questo Soul, anima. Digitizing, perché cerco di digitalizzare quell’attimo catturato con lo scatto, il mio scatto, il mio occhio che sente, vede e congela. La base sono le mie fotografie, poi cerco di fondere con altre immagini e colori. Una volta preso corpo io firmo il tutto con la pittura, cerco di colorare i miei pensieri”.
Per le tue opere utilizzi tanto colore e accostamenti, perché? Ha un significato particolare?
“Il colore da senso e sale alla vita. Cerco con la vivacità dei colori di dare un senso o un non senso, un pugno, vorrei svegliare chi guarda il mio lavoro. Molti sono in letargo, hanno dimenticato emozioni, sensazioni, hanno rimosso il fatto di essere vivi, e la vita è istinto e passione, non solo razionalità e ragionamento”.
La base delle tue opere sono volti femminili, perché?
“Al momento sono ispirata da loro, anche da me stessa, infatti molti dei miei lavori sono dei miei autoscatti e questo per me è strano, perché ad un certo punto della mia vita ho cercato di stare in ombra ma ho scoperto che il mio sguardo cela informazioni e sensazioni che neanche io sapevo che esistessero. Incredibile, serve da terapia a me stessa. Esorcizzo anche delle mie paure, come la morte e l’abbandono”.
Sono opere forti a volte inquietanti…
“Inquietanti? L’animo è una terra inesplorata e cela segreti di tanti generi ed io nel mio piccolo cerco di tirar fuori quelle cose che non si dicono, non si vedono e di cui si ignora l’esistenza. Non creo per gli altri, lo faccio per me e se questo fa ragionare, fa paura, intriga… vuol dire che il messaggio è arrivato e magari è catartico per chi lo guarda”.
A quale animo è rivolto? Le tue opere scuotono, catalizzano.
“A chi li guarda. A tutti, a nessuno, è estremamente personale. E’ un percorso privato ed intimo. Ognuno vede ciò che sente, infatti non spiego il lavoro, al limite hanno un titolo che conferisco istintivamente non mi soffermo, do un titolo di getto. E’ colui che guarda che dovrà trovare la sua strada dentro la foto”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:36


Alessandro Di Carlo: “Ammazza che robba!”

alessandro di carlo 3

Torna al Teatro Olimpico lo spettacolo più  “stravolgente” dell’attore comico romano

di Serenella Romano

La statua di Pasquino ha ritrovato la voce: dal 28 ottobre torna infatti a grande richiesta l’attore comico Alessandro di Carlo che dal palcoscenico del Teatro Olimpico promette di cantarne proprio a tutti, affrontando in due ore di intrattenimento al vetriolo argomenti di pubblica che spazieranno dall’etico al sociale al televisivo.
E’ passato un anno da “23” lo spettacolo che al Teatro Greco portò ben 13.000 spettatori in cinque settimane di rappresentazione. Ora riproponi “Ammazza che robba!” campione d’incassi già al Parioli: perché la scelta di un titolo già sentito?
“Perché ‘Ammazza che robba’ è stato il mio Zenit artistico, uno spettacolo assolutamente completo, pulito che ha visto spettatori venire e tornare nell’arco della stessa settimana, mai uguale nella proposta quotidiana, sempre fresco per temi ed argomenti”.
Non pensi che qualcuno possa non venire pensando di assistere allo stesso spettacolo del Parioli?
“Il pubblico teatrale mi conosce bene e sa che non lo ingannerei mai riproponendogli la stessa minestra. Il format di ‘Ammazza che robba’ è vincente, trascina nelle argomentazioni gli spettatori facendogli accapponare la pelle per l’energia che trasmette. Ed è questo brivido che il vero artista deve trasmettere, un morso allo stomaco che arriva quando ti dico a modo mio cose talmente vere che non puoi non provarlo”.
Hai però appena lasciato il palco dell’Ombra del Colosseo con “Come viene, viene”.
“Lo so: altri 20.000 che mi hanno visto dare l’anima per loro esprimendo a gran voce quello che penso il che dimostra che la gente, il pubblico, torna a sentire chi “si fa sentire” con sincerità; sanno che non li tradisco perché fondamentalmente io sono così, io non tradisco rifilandogli sempre lo stesso copione rivisto e corretto”.
Una polemica verso i tuoi colleghi?
“Polemica? Assolutamente nessuna polemica, ognuno ha il suo stile ed il mio corrisponde al mio cuore. Se fossimo ancora all’epoca Garibaldina non sarei arrivato ai 47 anni, sarei tra quelli morti a 20 sulle barricate perché sono uno di prima linea e mi avrebbero probabilmente sparato mentre issavo la bandiera tra le macerie: non si arriva a 110 anni se si sta sulle barricate, si arriva a 110 anni solo se si sta in trincea e io non sono da trincea”.
E’ per questo che ti si vede poco in televisione o al cinema?
“Forse sì, probabilmente temono che io non sottostia al beneplacito degli autori, vezzo che però apparteneva ad un me stesso giovanile ed impulsivo; ora la mia impulsività è calibrata dall’esperienza che mi ha fatto comprendere come le stesse cose si possano dire in maniera più controllata. Resta il fatto che io sia un Jack Sparrow che ancora non ha trovato la sua Perla Nera altrimenti avrei già preso il largo”.
Intendi una compagna?
“Non propriamente. Intendo piuttosto qualcuno tra i registi, gli autori e i produttori che si fidi realmente di me al punto di affidarmi un ruolo più visibile, per esempio di conduzione, nel quale io mi esprima al massimo intrattenendo il pubblico con intelligenza e trascinandolo nel favoloso mondo dei mari del Sud”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:29


Giorgio Vanni: Il “musichiere” dei miti

NuevoDocumento

Da Dragonball ai Cavalieri dello Zodiaco, da Pokemon a Diabolik: quattro chiacchiere con l’autore di punta delle sigle televisive di Mediaset

di Marina Marini

Simpatia, carisma, creatività ed energia. Sono queste le caratteristiche che hanno fatto di Giorgio Vanni l’autore e l’interprete di punta delle sigle televisive in onda su Mediaset.  Dai Pokemon a Dragonball, dai Cavalieri dello Zodiaco a One piece all’arrembaggio, da Detective Conan a Diabolik, Giorgio Vanni ha riscosso un grande successo di pubblico composto da bambini e adulti che lo seguono con entusiasmo durante i suoi tour in giro per l’Italia.
Giorgio, nel campo delle sigle TV sei senza dubbio un numero uno. Parlaci della tua ascesa nel mondo mediaset.
“Innanzitutto non potrei non menzionare e salutare il mio amico e socio Max Longhi con cui compongo le mie sigle dal 1998, quando abbiamo creato Superman. Alessandra Valeri Manera, giornalista e autrice che dagli ’80 aveva la direzione della TV dei ragazzi di Mediaset, ci ha dato grande fiducia e ha riconosciuto in noi un team vincente. Dopo “Superman” sono nate altre sigle rivolte principalmente ad un pubblico maschile parallelamente alla composizione di brani interpretati ormai dalla nostra amica Cristina D’Avena. La nostra fortuna si è evoluta di sigla in sigla, Pubblitalia pubblicava le nostre sigle perché la voce piaceva, funzionava e aveva allargato moltissimo il pubblico composto non solo dai bambini, ma anche dai genitori e dai ragazzi che sono cresciuti con queste canzoni”.
Le sigle sono un collante tra diverse generazioni e sono diventate un vero e proprio fenomeno che coinvolge un pubblico sempre più vasto. Qual è il segreto affinché una sigla possa restare indissolubilmente nella nostra memoria?
“Come dice la nostra amica Alessandra Valeri Manera: ‘Le sigle hanno successo perché danno imprinting al cartone’. I piccoli ricordano le emozioni attraverso le note delle sigle e le riascoltano da adulti con partecipazione emotiva perché ricordano un momento felice della propria vita. Credo che le sigle siano delle canzoni e non dei jingle, ossia hanno personalità e carisma. Vengono ricordate e riascoltate con piacere perché il ritmo e le parole sono studiate per rendere quella canzone unica, ne è un esempio Dragonball che viene proposta anche nelle discoteche dove il pubblico non è composto dai bambini”.
Quali differenze stilistiche riscontri tra le sigle degli anni ’80 e quelle attuali?
“Gli stili cambiano e si modificano attraverso le epoche. Io e Max Longhi abbiamo introdotto in modo prepotente la pop dance con melodie. Possiamo simpaticamente chiamarlo, come dice Max, il ‘tunz-tunz’! Parliamo quindi di sonorità moderne e tecno-elettriche, senza dimenticare il rock, il pop ed il rag.  Negli anni ’70 e ’80, ossia quando sono nate le prime sigle che hanno dato il via al fenomeno, le sonorità erano principalmente acustiche ed elettriche. Oggi è cambiata in primis la qualità tecnologica e di conseguenza lo stile si è plasmato su nuove basi”.
Entrando nel vivo dei tuoi lavori, puoi dirci quali sono le canzoni più richieste dal pubblico durante i tuoi concerti e quelle a cui ti senti più legato?
“Sicuramente le tre sigle della saga di Dragonball, i Pokemon, Keroro, Yu gi ho, I Cavalieri dello Zodiaco, Diabolik, Dottor Slump e Arale e le sigle di One Piece sono richiestissime ad ogni concerto. Molto spesso mi chiedono una canzone in stile country che anche a me piace molto che è Lucky Luke mentre i più piccoli sono legati ai Gormiti. Personalmente sono molto affezionato ad Angela Anaconda, sigla legata ad un cartone non andato molto in onda e a Beyblade”.
Un progetto che ti ha dato molte soddisfazioni è la racconta “Time machine”.
“Il cd ‘Time machine’ è nato per due motivazioni: in primis per omaggiare i big delle sigle degli anni passati come Massimo Dorati, un amico scomparso l’anno scorso che è stato l’autore e l’interprete delle prime due sigle dei Cavalieri dello Zodiaco, Riccardo Zara dei Cavalieri del re con L’uomo Tigre, Ninni Carucci autore di Occhi di gatto e molti altri. In secundis, nonostante avessimo un vasto repertorio, abbiamo voluto ampliare il nostro raggio d’azione per coinvolgere i bambini di una volta! Così abbiamo riarrangiato 10 sigle dei big sopra citati e abbiamo trasformato i concerti in cui proponiamo i brani tratti da “time machine” in feste per tutta la famiglia. Il sottotitolo della raccolta è appunto Da Goldrake a Goku (Goku è il protagonista di Dragonball)! L’ultima sigla del cd è ‘What’s my destiny Dragonball’ in una nuova versione, il tutto è mirato a dare un senso di continuità dalle prime sigle che facevano impazzire la generazione degli anni ’70 rappresentata dal capolavoro di Albertelli, Goldrake appunto, alle sigle, anzi, canzoni della nuova generazione rappresentata ormai da “Dragonball”. Il Cd è venduto durante gli spettacoli ai fans oppure tramite la LOVA Music, la società mia e di Max Longhi, oppure è scaricabile su Itunes”
Sei un vulcano di idee e so che stai curando anche altri progetti e concerti.
“Continuo a produrre musica promo per Mediaset oltre alle sigle e sto curando un progetto con la De Agostini legato a ‘Conan, il detective più famoso’, ossia l’ultima sigla che abbiamo creato per il celebre detective della TV. Le date impellenti per i concerti finora sono il 5 ottobre in Basilicata a Bernalda in occasione dell’inaugurazione del palazzetto dello sport per una squadra affiliata all’Udinese e, naturalmente, domenica 3 novembre al ‘Lucca comics&games’, la fiera del fumetto più grande d’Italia. A Lucca suonerà con me la mia band il cui nome riassume il concetto di continuità generazionale di cui abbiamo parlato sopra: i figli di Goku”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:25


Stanislao Iafulli: Il make up artist delle dive

stanislao2

Nel suo dna c’è tanta passione per il colore e per la creatività. Riesce a stabilire una perfetta empatia con la star da truccare, che si affida completamente al suo talento

di Camilla Rubin

Nasce a Napoli per iniziare presto a confrontarsi con Roma e Milano, capitali di arte, moda e spettacolo, capaci di emozionarlo e di segnare il suo percorso professionale. Passione e creatività sono le doti che contraddistinguono il suo codice di seduzione, interpretato non come elemento accademico ma come espressione dell’essere.Sono le sue doti camaleontiche e le sue capacità poliedriche a renderlo noto nel settore come sperimentatore del bello ed interprete contemporaneo della femminilità.
L’alto spessore della sua versatilità ed unicità costituiscono un forte richiamo anche per i più importanti Festival del cinema Italiano ed internazionale: Roma, Cannes, Taormina e Venezia, dove Star italiane ed estere si affidano al suo talento artistico. Sono in molte ad avvalersi della sua consulenza professionale e ad affidare l’unicità del loro look a Stanislao: Tilda Swinton, Margherita Buy, Violante Placido, Alba Rohrtwacher, Abbie Cornish, Jennifer Lawrence, Monica Guerritore, soltanto per citarne alcune…
Ciao Stanislao, presentati ai nostri lettori.
“Sono nato a Napoli città che adoro con tutto me stesso per le sue innumerevoli contraddizioni ma sono cresciuto a Caserta dove i miei genitori hanno deciso di trasferirsi, cittadina tranquilla ma che soffocava la mia voglia di espressione”.
Come nasce la tua passione e come sei arrivato ad essere uno tra i migliori make up artist del mondo?
“Ho sempre avuto fin da bambino una grande passione per il colore. Ero un bambino molto ‘artistico’, dipingevo, scrivevo poesie e vivevo come tutti i bambini, credo, in un mondo tutto mio fatto di meravigliose e mostruose creature. Truccavo spesso le mie amiche durante l’adolescenza ma senza avere nessuna tecnica. Semplicemente giocavo con i colori sul viso che consideravo una tela bianca. Sono state proprio le mie amiche, visto che quello che facevo piaceva a tanti, a consigliarmi di fare un’accademia di trucco… Ho seguito il consiglio ma in realtà ho seguito qualcosa che già era in divenire dentro di me e sono partito per Roma a diciannove anni per l’Accademia contro il volere di mio padre che ha sempre ostacolato ogni mia scelta. Roma mi ha accolto come una grande mamma, anche se la mia di mamma mi ha sempre sostenuto e ha sempre vegliato su di me da lontano. A Roma ho mosso i primi passi sui set di cortometraggi. Tanti lavoretti spesso non pagati ma tanta esperienza fondamentale per la crescita professionale. Piano piano negli anni ho creato una rete di contatti che mi hanno portato poi a partecipare e a truccare innumerevoli star nelle kermesse internazionali come il Festival di Cannes e di Venezia per molti anni, i Nastri D’Argento a Taormina Film Festival e il più recente ma non meno importante festival di Roma. Milano, invece, mi ha portato alla moda partecipando alle sfilate dei nomi più prestigiosi, da Giorgio Armani a Gucci, Laura Biagitotti, Fendi, Roberto Cavalli e altri ancora”.
Vivi a Milano. Cosa apprezzi e non della città che ti ha adottato?
“Adoro Milano. Vivo a Milano da otto anni e credo che sia la città italiana più dinamica e libera d’ Italia! Milano ha un sapore europeo e hai la sensazione che tutto può succedere e tutto si può realizzare. La città della moda ha un’energia che mi riporta delle sensazioni che ho provato solo in altre metropoli come Parigi, Londra o New York”.
Roma, Milano, New York, Londra e Parigi, cinque metropoli internazionali, capitali della moda. Quali consideri più cool per il tuo lavoro?
“Credo che ogni grande metropoli sia cool per qualche ragione a modo loro. Tutte queste città hanno in comune questo mix di energia e forza, diversità e creatività che le rendono grandi rispetto alle altre città. Roma e Milano sono nel mio cuore ma New York ha qualcosa che ti cattura, senti delle vibrazioni e ti senti parte di un qualcosa di grande che pulsa come un unico enorme cuore creativo”.
Qual è la differenza tra un make up da star ed uno “normale”?
“Per truccare le star non bisogna essere solo dei bravi truccatori ma avere una predisposizione a capire con empatia le persone. Ci vuole anche un certo distacco, nel senso che bisogna interagire con la persona non con la star. Ho un amica truccatrice che ha scelto di fare solo trucco sposa perché non riusciva a truccare personaggi dello spettacolo. Mi raccontava che le tremavano le mani, addirittura le sudavano e non riusciva ed interagire con loro. Quindi la differenza credo sia in questo”.
Tra tutti le star che hai avuto occasione di truccare quale hai apprezzato di più?
“Tra le star italiane sicuramente Violante Placido. A Violante mi lega una profonda amicizia nata undici anni fa su un set di un cortometraggio; io ero un giovanissimo e inesperto truccatore e lei la giovanissima e bellissima attrice del corto. Provo un’immensa gioia oggi che è diventata l’attrice Italiana più richiesta a Hollywood, protagonista prima con George Clooney e poi Nicolas Cage in film mondiali, rimanendo sempre la stessa nella sua meravigliosa semplicità. Tra le straniere invece quella che mi ha colpito per la sua grazia è stata il Premio Oscar Tilda Swinton. Ho avuto l’onore di truccarla molte volte e trovo che sia una persona eccezionale. La prima cosa che mi chiedeva: hai fatto colazione? Un personaggio umano del quale riesci da subito a percepire la grandezza”.
Quale invece hai trovato più capricciosa e perché?
“Questa è una domanda un po’ birichina! Il truccatore vive spesso con i personaggi i momenti di stress pre-apparizione. A volte non si tratta di capricci ma solo di piccole ansie che vanno smaltite in qualche modo. Prima di un Red Carpet, dove tutto il mondo ti guarderà, dove tutti faranno commenti su ogni minimo dettaglio dal vestito al trucco ai capelli agli accessori, credo che un po’ di agitazione sia legittima. L’attrice e il truccatore lavorano in collaborazione per creare un look e se non si entra in sintonia l’operazione diventa impossibile. Quindi bisogna essere molto morbidi e comprensivi”.
Chi vorresti avere la possibilità di truccare e per quale evento?
“Lady Gaga in un tour mondiale! Perché osa e sperimenta in totale libertà libera da ogni schema e stereotipo, la trovo geniale”.
Cosa consiglieresti ad un ragazzo/a che decide di avvinarsi a questo mondo?
“Consiglio di non considerarsi, come oggi spesso vedo, dei truccatori dopo uno stage di tre giorni. Questo è un lavoro fatto di tante sfaccettature, truccare non è applicare un ombretto o dei colori su di un viso, ma è sopratutto creare! Quando guardando un viso struccato riuscirete ad avere chiara un’immagine di trucco appropriato nella vostra testa, con un semplice sguardo, allora forse sarete vicini alla maturità professionale. Gavetta e tanta pratica sono fondamentali, unite ad una buona dose di umiltà”.
Che progetti hai per il futuro e cosa desidereresti poter realizzare?
“Ho tanti progetti e tanti sogni… Vorrei continuare ad esprimere in modo libero La mia creatività è vivere. Continuando ad emozionarmi e a raccontare attraverso il meraviglioso mondo del colore”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:18


Fabio Giampietro: Artista delle Vertigini

fabio giampietro - vertigo2

“L’arte è la suprema manifestazione della potenza dell’uomo; è concessa a rari eletti e innalza l’eletto a un’altezza dove l’uomo è preso da vertigine ed è difficile conservare la sanità della mente”. Questo aforisma di Tolstoj, trova piena conferma nei dipinti di Fabio Giampietro, un artista conosciuto in tutto il mondo, che non può lasciare indifferenti

di Massimiliano Agostini

Fabio Giampietro è un pittore che scava, un pittore sempre alla ricerca di qualcosa, un’anima inquieta, pronta a cimentarsi con altre realtà e tuffarsi in nuove esperienze, come le sue splendide “Metromorfosi”, la naturale evoluzione delle sue vertigini.
I mostruosi paesaggi urbani prendono vita e si trasformano, perché niente è fermo, niente è morto, nemmeno il più confusionario paesaggio urbano se a vederlo è un occhio d’artista. Quello che abbiamo dentro è più grande di quello che vediamo, che scorgiamo con gli occhi e non c’è inquietante e sovrappopolato paesaggio urbano che possa privarci della nostra entità e della nostra fantasia.
Addentriamoci ancora di più nel suo mondo, parlando direttamente con lui in questa esclusiva intervista per GP magazine.
Fabio, da tanti anni seguo le tue creazioni e non finisci mai di stupirmi. Inizierei dal principio: cosa ti ha spinto a essere un artista? Come è cominciato questo tuo viaggio?
“In realtà non avrei mai pensato di diventare un artista,  ho sempre disegnato molto, la solita storia del bisogno di farlo. Una volta, saranno passati ormai quindici anni, la ragazza che frequentavo ha fatto un atto di forza e mi ha convinto quasi coattamente ad esporre qualche disegno in un piccolo circolo qui a Milano. L’interesse ha sbrogliato la timidezza ed ha stimolato una ricerca che mi ha poi portato con gli anni in contatto con il mondo più ‘istituzionale’ delle gallerie”.
Quali sono i materiali che utilizzi per le tue creazioni?
“Nonostante prediliga l’olio ed  i media classici nei miei lavori pittorici ed il bronzo per quelli scultorei, mi considero uno sperimentatore; il modo stesso che ho di stendere e trattare l’olio sulla tela viene da un percorso autodidatta di ricerca. Sono curiosissimo delle nuove tecnologie e delle loro possibili applicazioni in  campo artistico, il mio studio oltre che di tavolozze, tubetti e cavalletti è pieno di sensori, circuiti stampati e robot. Per lo più le mie divagazioni in questo tipo di ricerca rimangono nel privato ma ho in programma di inserire delle installazioni interattive nelle prossime mostre”.
Gli artisti quando intraprendono la loro strada, hanno i loro punti di riferimento, le loro fonti di ispirazione. Quali erano e quali sono i tuoi?
“In realtà è una domanda a cui nel mondo ipersaturo di comunicazione di oggi è quasi impossibile rispondere consapevolmente. La semisfera del mio immaginario si è creata sicuramente nella mia infanzia, quegli anni ottanta dove il futuro era rappresentato ovunque. Quella fantascienza che doveva essere il prossimo futuro tale è rimasta ed Il fascino per tutti i momenti in cui l’umanità si è aspettata con entusiasmo svolte epocali ed ha peccato di ambizione mi ha ispirato da sempre. Dalla torre di Babele allo Zeppelin fino alle oscure manipolazioni geoclimatiche di questi giorni. L’ispirazione di un pittore non viene più da decenni da altri pittori, ma da una matassa complessa di influenze impossibile da sbrogliare. Più che un punto di riferimento passato ho un punto di riferimento come obiettivo, arrivare ad una pittura simbolistica evocativa, potente e semplice  come un racconto di Michael Ende e come un brano di At the court of the Crimson King. Il mio artista figurativo preferito è Max Ernst”.
Ogni volta stupisci con nuove creazioni e nuove serie: Vertigo, Wonder why, Metromorfosi, 24h… Ognuna immagino rappresenti un preciso momento della tua crescita artistica. Ci sono opere o serie a cui ti senti maggiormente legato?
“Ci sono dei quadri a cui sono maggiormente legato, perché ci sono ricordi a cui sono maggiormente legato. Alcuni quadri sono stati come dei mandala ed hanno immagazzinato degli istanti della mia vita che ostinatamente ho cercato di non perdere. Quei momenti sono ancora li dentro ma son quasi certo che ci sarà prima o poi un po’ di vento che li spazzerà via”.
Ti confesso che la mia serie preferita è 24h. Come nasce l’idea del tuo ipotetico studio in cima sugli ultimi piani di un grattacielo?
“Sono contento che sia la tua preferita perché è anche il mio ultimo sforzo! La cosa buffa è che io dipingo da sempre sottoterra, il mio primo studio era il box sotto il condominio in periferia dove abitavo e l’attuale studio a Milano è un seminterrato. L’idea nasce da una riflessione tra interno ed esterno, individuo e mondo. Lo studio che raffiguro è sempre lo stesso, il mio, così come i ritratti all’interno dello studio sono sempre ‘vertigo’, ma i luoghi raffigurati sono diversi, sono città reali viste da punti di vista impossibili o città di fantasia ritratte come fossero reali. In ogni quadro della serie fornisco in maniera  quasi impercettibile dei filtri per l’interpretazione della realtà esterna o di quella intima. E’ un lavoro in cui il punto di osservazione è un varco, una finestra da cui suggerisco una meditazione, una riflessione. E’ molto diverso dal moto della mia produzione precedente. Il senso di vertigine dei miei quadri nasce nel periodo di ‘I wonder why’ e in particolare da un quadro che come spesso accade è stato il seme da cui poi si è evoluta tutta la serie Vertigo. In 24h il senso di vertigine è insito, proprio perchè è esistita la serie vertigo. I quadri di 24h sono più maturi, meno istintivi e più ragionati, sicuramente non un prequel”.
Il bianco e il nero, colori non colori, la luce e il vuoto, due colori uno opposto all’altro… La tua tavolozza spesso li richiama, intervallati a volte dal color seppia. Paesaggi moderni, quasi futuristici, che prendono a volte un sapore “antico”. C’è un motivo artistico preciso di questa scelta o una semplice soluzione stilistica?
“Il seppia e le terre in genere, sono colori che utilizzo per rappresentare il passato, il ricordo di un’epoca, un ricordo che ha la nobiltà insita nel fatto di essere antico, vecchio. Le terre sono colori nobili e polverosi come le parole grammofono, piroscafo e cinematografo. L’utilizzo dei bianchi e dei neri ha una storia  più articolata. Il bianco nei miei quadri è quello della preparazione della tela stessa, non è aggiunto, è ricavato, dopo una stesura di nero sulla tela, scavando il pigmento e ricercando la luce. L’utilizzo del nero invece è stato soggetto a sperimentazione. Ho avuto un momento in cui ricercavo il ‘colore della città’. Alcune delle ‘Metromorfosi’ che ho dipinto sono delle città fatte di città, ogni palazzo è composto frattalmente  da un insieme di palazzi. L’idea era quella di dipingere allora una città fatta di città con il colore stesso della città. Da qui la malattia di prepararmi una miscela di colore fatto con lo smog, rubato con la spugna sui cerchioni delle auto davanti allo studio come pigmento  base. Ora come ora ho abbandonato questa miscela e dipingo con tre tipologie di nero ad olio già preparato”.



more No Comments ottobre 8 2013 at 15:13


    s

    Cerca

    Categorie

    Archivio Giornali PDF


    © GP magazine • Autorizzazione del Tribunale di Roma n.421/2000 del 6 Ottobre 2000