GP Magazine agosto 2015



more No Comments settembre 16 2015 at 10:51


Federica Sarno: “Nel lavoro ascolto il mio cuore”

federica 1

Una giovane attrice eclettica, impulsiva e tenace che si sta facendo largo nel settore. Ex modella, Federica Sarno la vedremo presto in “Don Matteo 10” e nel nuovo film di Simona Izzo con un cast eccezionale.

di Silvia Giansanti

Federica è una ragazza davvero originale come poche, è un mix di contrasti che la rende unica per via dei suoi tatuaggi da un lato e dalla dolcezza del suo viso, dagli occhi cerulei dall’altro. La sua determinazione che aveva dentro fin da bambina è stata premiata con ruoli di vario tipo che le stanno consentendo la crescita professionale. Ha sempre sognato di fare qualcosa di importante nel campo. Visto che è un’attrice novella, badate bene a non darle troppi suggerimenti, lei fa di testa sua e segue solo il suo cuore, probabilmente questo è il segreto del suo successo. Le basta pensare ad un futuro prossimo per essere il più serena possibile, vedersi già una nonna piena di tatuaggi non se ne parla proprio. Siamo sicuri che ben presto questo nome sarà facile da ricordare. Le carte in regola ci sono tutte per poter permanere a lungo nel cinema e in tv. E soprattutto c’è la sua forza d’animo e la sua testardaggine a completare il quadro.

Federica, come hai messo piede in questo settore?

“Ho fatto tanti provini come tante altre persone e mi sono trasferita da Milano a Roma, dove ho iniziato come modella. Ho preso un’agenzia e ho fatto la prima esperienza in una fiction. La cosa è avvenuta in maniera molto naturale”.

Qualcuno ti ha spinto a fare questa scelta di vita?

“No, è sempre stato il mio sogno fin da piccola, pertanto mia madre mi ha solo supportata”.

E’ presto per dirlo, ma quali altre esperienze nel campo vorresti sperimentare?

“Prediligo il cinema di autore, però mi piacerebbe tanto fare un film muto o un film d’azione”.

Quali sono i tuoi miti nel cinema?

“Marco Bellocchio sicuramente è il mio mito vivente e l’altro è Giulietta Masina. Adoro anche il cinema francese”.

E nella musica invece?

“Amy Winehouse su tutti e mi piace il cantautorato italiano del passato come Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla e Luigi Tenco”.

Hai una passione sfrenata per i tatuaggi. Com’è venuta fuori?

“Non saprei, mi piacciono e mi tatuo ogni volta che succede qualcosa di particolarmente significativo nella mia vita. Quelli che ho racchiudono la mia storia”.

Quanti ne hai?

“Ne ho sei”.

Anche su parti impensate del corpo?

“L’unico è situato al centro del petto ed è l’ultimo che ho fatto. E’ un tatuaggio molto strano e che rappresenta il tormento”.

Deduco che sei una persona che sopporta bene il dolore.

“Diciamo di sì”.

Quindi andrai avanti con i tatuaggi fino a ricoprirti tutta?

“No, altrimenti non lavorerò più. Però sicuramente non mi fermerò a sei, anche perché si dice che bisogna averne un numero dispari”.

A ottant’anni, quando la pelle non sarà più tonica e stirata, come farai?

(Ride) “Mi farò una risata quando mi guarderò allo specchio”.

Esperienze lavorative che ti hanno lasciato il segno?

“La prima che riguardava una fiction per la Rai, perché avevo tutta l’emozione dell’impatto del set e poi ‘Le frise ignoranti’, forse perché è stata la mia prima commedia e così ho avuto l’occasione di misurarmi con qualcosa di diverso, anche se all’inizio ero un po’ preoccupata”.

E’ stato divertente girarla?

“Sì ed è stato meraviglioso anche stare in Puglia. Sono state giornate strepitose”.

Ti sei affezionata a qualche ruolo?

“Al ruolo di Valentina dell’unico film d’autore drammatico che ho girato lo scorso anno ‘Presto farà giorno’, riguardo a questa ragazza che soffriva di disturbi di personalità. Mi sono affezionata sia per via del percorso professionale che ho fatto, sia perché ho interpretato una ragazza molto fragile e avendo avuto esperienze dirette con queste ragazze, sicuramente me la porterò nel cuore”.

Sei un astro nascente del nostro cinema. Segui i consigli di gente navigata?

“Essendo molto testarda, dipende. Di solito ascolto quello che dicono il mio cuore, il mio agente e mia madre”.

C’è un regista con il quale sogni di lavorare?

“Marco Bellocchio, Mario Martone e Paolo Virzì”.

C’è un ruolo in queste prime esperienze che ti ha impegnata e stancata particolarmente?

“E’ stato stancante proprio un episodio che ho girato ultimamente per ‘Don Matteo 10’ e che deve ancora andare in onda, in cui ho dovuto portare tutto il giorno sul set un pancione finto da ragazza incinta. Sembra facile, ma ti posso assicurare che tutto il giorno in piedi e al caldo non è divertente portare quella zavorra”.

Come è stata la tua estate?

“Piena di lavoro, ho dovuto ultimare ‘Don Matteo’ e girare un cortometraggio. Adesso inizio anche le riprese del nuovo film di Simona Izzo con Francesca Neri, Fabrizia Sacchi e Max Gazzè”.

Parliamo allora di questa nuova interpretazione.

“Il ruolo è della donna lesbica, molto forte e molto legata alla famiglia della donna di cui è innamorata. Non ci sono scene hot e questa commedia gira intorno ad una famiglia allargata”.

Sei vegetariana. Una scelta per amore degli animali o per motivi di salute?

“Sono un’animalista convinta da sempre e non ho mai amato mangiare gli animali. Credo però che non diventerò mai vegana, è un passo difficile che ti limita moltissimo. Al momento non posso rinunciare al cornetto del bar o alla mozzarella di bufala campana”.

A proposito di Campania, vivi ormai da tempo a Roma. Senti la mancanza della tua terra natale?

“Molto, soprattutto dei colori, degli odori e dei sapori. Adoro la costiera e ogni estate la trascorrevo lì, sono un po’ nostalgica”.

CHI E’ FEDERICA SARNO

E’ nata ad Avellino il 28 luglio del 1988 sotto il segno del Leone con ascendente Toro. Federica si definisce impulsiva, testarda, lunatica e sensibile. Ha l’hobby del tiro a segno presso il poligono, tifa Napoli e adora la pizza. Le piacerebbe vivere a Parigi. Possiede un volpino ed è al momento single. Un anno fortunato è stato il 2014. Ha iniziato la carriera a Milano come modella. Successivamente ha deciso di trasferirsi a Roma per studiare seriamente recitazione. Dopo varie esperienze cinematografiche, tutte datate questi ultimi anni, tra cui “Il generale dei briganti”, “Presto farà giorno” di Giuseppe Ferlito e “Le leggi del desiderio” di Silvio Muccino, ha girato anche la commedia “Le frise ignoranti” accanto a Dario Bandiera, Lino Banfi e Francesco Pannofino. Ha ultimato le riprese di “Don Matteo” e presto sarà nel nuovo film di Simona Izzo.

 



more No Comments settembre 16 2015 at 10:37


Alex Cole: Un rocker italiano a Los Angeles

alex cole - Dana Sol

Alessio Cogliati, noto come Alex Cole,  è un cantante, compositore e chitarrista rock che unisce una grande tecnica musicale ad uno spiccato senso del groove.  Fervido di immaginazione e prolifico di iniziative interessanti, milanese di nascita ma pronto per essere adottato dalla metropoli della west coast americana, è stato recentemente insignito di una onorificenza per il contributo dato come artista al Lotus Festival di Los Angeles.

di Donatella Lavizzari

Ciao Alex, sarà una sfida per te spostarti dal porto sicuro che è Milano e trasferirti in un’altra realtà, a Los Angeles. La considero una grande risorsa per sviluppare idee e progetti, ce ne vuoi parlare?

“Ho trovato terreno fertile per trasferirmi negli States. Sono stati molti i fattori che hanno contribuito a farmi prendere questa decisione, primo fra tutti l’incontro con la mia attuale manager. Il supporto trovato attraverso i social è sicuramente stato importante così come gli inviti da parte di molti musicisti che mi hanno incoraggiato ad intraprendere questo passo decisivo per la mia carriera. Molte emittenti stanno già trasmettendo la mia musica. La strada che porta al successo è sempre in costruzione; è un progredire, un condividere.  Richiederà tempo, soldi e dedizione ma ne varrà la pena. Credo fortemente in questo progetto”.

Una collaborazione impossibile e una possibile che ti sarebbe piaciuto/ti piacerebbe fare?

“Quando avevo 14 anni andavo ai concerti di band come Ac/Dc, Zz Top, Ted Nugent, Molly Hatchet, ed ogni volta era un’esplosione di grande energia. Rimanevo talmente esaltato che rientrando a casa avevo lo stimolo di scrivere musica per regalare alla gente la stessa energia che mi aveva investito. Ho studiato blues, amo il blues, la mia musica ha influenze blues , ma è rock per l’energia che trasmette. La definirei  Retro-Rock, genere che rimanda ad alcune delle migliori band degli anni ’70 e ’80 e  quindi mi piacerebbe suonare con i musicisti di quel periodo. Recentemente, ho avuto l’opportunità di suonare con una leggenda vivente, Mike Pinera (Iron Butterfly, Blues Image, Alice Cooper) ed è stato fantastico!”.

Che esperienza è stata?

“E’ stato come se lo conoscessi da tantissimo tempo. Mike è una persona molto tranquilla, alla mano e gentile. Abbiamo iniziato a parlare di musica e dopo cinque minuti che suonavamo insieme, siamo entrati in grande sintonia… il rock ci aveva connesso. E’ stato emozionante sentirlo raccontare aneddoti curiosi ed esclusivi legati al mondo della musica. Con estrema generosità mi ha dato ottimi consigli, condividendo la sua grande competenza ed esperienza. Nel suo studio ho avuto l’opportunità di fargli ascoltare alcuni dei miei nuovi brani e, con mia grande soddisfazione, gli sono piaciuti… what else?”

Il tuo background artistico?

“Sono sempre stato un performer. Ho iniziato a studiare recitazione e per anni ho lavorato come attore per teatro, cinema e televisione. Ma il mio grande amore è sempre stato per la musica. Esibirmi su un palco mi emoziona più di ogni altra forma d’arte”.

Ti riconosci in qualche artista o movimento?

“La gente mi dice che il mio timbro di voce ricorda artisti del calibro di Ronnie James Dio, Sammy Hagar e Alice Cooper. Dopo aver aperto il suo concerto, Maurizio Solieri, finito il mio set, mi disse:  ‘sei il Ted Nugent italiano’  però senza politica, arco e frecce, solo Rock’n’Roll”.

C’è un live di cui sei particolarmente fiero?

“Recentemente ho suonato all’Hall Of Fame in Svizzera.  Non ho parole per descrivere l’emozione provata nel vedere davanti al palco tutte le persone che ballavano,  saltavano, facendo head-banging con la testa. Nessuno era seduto! Ho dato il meglio, anzi  il 110 per cento, ed è stata proprio l’energia che il pubblico mi stava donando  che ha permesso quella performance incredibile”.

Come ti rapporti con il pubblico? 

“Mi piace sapere cosa pensano i miei fan riguardo la mia musica. E’ importante per me essere in contatto con ognuno di loro. Dal mio sito  www.alexcole.rocks.it li invito a connettersi con me sui vari social media, a venire a trovarmi nei backstage, fare foto insieme, a commentare i video su YouTube”.

Nel frattempo continuano a piovere premi e riconoscimenti…

“Sono felicissimo di aver partecipato al Lotus Festival perché è una kermesse dedicata agli incroci culturali delle varie etnie. Sono innesti che producono ricchezza. Sono Italiano, americano, svizzero. Suono ovunque, lavoro e sono costantemente a contatto con differenti culture.  In quell’occasione, la Città di Los Angeles mi ha ringraziato per il mio supporto artistico con un importante simbolo di riconoscimento e ne vado particolarmente fiero. Vorrei essere in grado di ricambiare, sostenendo sempre, in prima persona, le cause in cui credo. Mi piacerebbe suonare per i veterani della guerra, per le truppe militari, per le associazioni che salvano gli animali, sono un idealista e credo che oggi sia possibile rendere il mondo in cui viviamo un luogo migliore”.

Citando David Bowie: “E’ giunto il momento che i musicisti tornino a guadagnarsi il pane con i concerti”. Sei d’accordo?

“Sì, sono assolutamente d’accordo. Il lavoro del musicista comporta anche molti sacrifici.  Anni di studio per imparare a suonare, per lavorare sulla voce, per imparare a scrivere musica. Ogni giorno faccio esercizi fisici per tenermi in forma. Scrivo musica. Poi ci sono le prove, i viaggi, i tour. E’ un continuo work in progress. Non smetto mai di studiare e mi dedico anche all’aspetto della comunicazione e della promozione della mia immagine. Per me è importante anche saper recitare, sapere come muoversi su un set o un palcoscenico. Non si parla più solo di musica, devi saper gestire l’intero pacchetto”.

Sogni e progetti futuri?

“Ora sto lavorando al mio secondo cd e sono in trattative per un contratto discografico.  Sono molto felice di avere avuto offerte da vari sponsor tra cui Steve Clayton per i plettri e  BootleggerGuitar per chitarra e amplificatore, marchio per il quale parteciperò come dimostratore al Namm Show 2016 (National Association Of Music Merchants). Inoltre, il mio management si sta occupando di ottenere il visto per lavorare negli Stati Uniti.  Sogni? Mi piacerebbe fare un tour in Giappone, in Canada e nel sud degli Stati Uniti… ‘work more, play more’ ”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:34


Daniele Isola: “Racconto l’amore in tutte le sue sfaccettature”

daniele isola 3

“Luna di miele per 3” è il titolo dell’album di Daniele Isola dedicato all’amore, un amore a 360 gradi.

di Marina Marini

Come nasce l’idea di questo disco?

“Il disco nasce dall’esigenza di raccontare qualcosa di me, chi sono e cosa faccio. Il titolo racchiude tematiche legate all’amore, al viaggio e all’ironia. Qualche mese fa sono diventato padre e… la formula è venuta fuori spontaneamente. In questo disco di sette brani ho collaborato con Cristiano Lo Mele (Perturbazione), senza confini di genere ma con l’unica idea di fare un disco pop”.

Importante il tema della progressione numerica. 

“Tre è il numero perfetto. Il tema numerico è comunque solo un punto di partenza, ad esempio se partiamo dall’idea di numero 1 ci viene in mente la vita e l’idea di svegliarci soddisfatti di ciò che facciamo, al numero due possiamo mettere un’altra cosa ma ciò che voglio sottolineare è l’ironia che c’è dietro questo gioco numerico”.

Quali sono stati i tuoi maestri?

“Se scrivi in italiano non puoi avere Battisti nel tuo bagaglio culturale. E’ stato lui il più grande da seguire”

Come definisci il tuo stile?

“Non mi soffermo a ragionare sullo stile, mi lascio piuttosto trasportare dall’ispirazione”.

Il lavoro più soddisfacente è sempre l’ultimo?

“Sì. Tendo a non vivere di ricordi e mi appassiono a ciò che mi coinvolge di più al momento. L’ultimo lavoro in teoria è quello migliore, quindi spero sempre di migliorare lavoro dopo lavoro”.

Quale video hai lanciato adesso?

“Il video appena uscito è ‘Numero perfetto’, può essere visto tramite il sito www.danieleisola.it”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:32


Giulia Paparella: Una giornata speciale

_DSC7682

E’ con la bellissima Giulia che continuiamo la nostra avventura: la numero trenta. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

Giulia sei tanto giovane, parlami di te.

“Ho 20 anni e frequento la facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo della moda seriamente appena arrivata all’Università, dove ho avuto modo di conoscere ragazze la cui carriera è già avviata e che mi hanno aiutato a scoprire le varie agenzie di moda operanti sul territorio. Fra le mie passioni c’è lo sport, non riesco proprio a stare ferma. Il mio primo amore è il nuoto, ma nel corso della mia adolescenza ho sperimentato un pò di tutto: dalla pallanuoto, alla pallavolo, fino ad arrivare alla danza hip hop e all’aerobica… Fra studio, sport e servizi fotografici mi rimane poco tempo, ma fin da piccola ho sempre amato leggere. E’ un’attività stimolante che non mi stanca mai”.

Sei attiva politicamente… ti va di parlarne?

“Sì, certo. Proprio quest’anno ho conosciuto una validissima persona che mi ha permesso di interessarmi ai problemi della mia città, e dati anche i miei studi, l’ho vista come una grande occasione di crescita personale. Oltre alle emozioni positive che mi sono state trasmesse come la collaborazione, il gioco di squadra, l’impegno e l’entusiasmo. Purtroppo sono rimasta delusa da quanto in realtà gli interessi personali contino più di qualsiasi ‘bene superiore’. Ovviamente continuerò a seguire gli eventi della mia città, vivere nell’ignoranza è deleterio, ma non so se continuerò su questa strada. Non sono fatta per scendere a compromessi e forse non è il mio mondo”.

Cosa ti ha spinto a partecipare a questo concept?

“Quando mi viene proposto un nuovo progetto sono sempre ben disposta a mettermi in gioco. Dopo aver lavorato con una professionista come Adriana, mi è sembrato molto divertente partecipare ad un concept da lei ideato. E’ interessante vedere come così tante diverse personalità si avvicendino dietro uno stesso obiettivo”.

Ti è piaciuta l’esperienza, essere preparata dal trucco ai capelli e poi essere ritratta?

“Certo. Non era la prima volta ovviamente. In generale mi piace aspettare che la make up artist mi trucchi e mi sento a mio agio di fronte a quel ‘cerchio nero’ che ti fissa e cerca di catturare le tue pose. Certo è che se dietro l’obiettivo c’è un’artista come Adriana, che riesce a cogliere le ombre, le luci e le emozioni  della modella, in quel nanosecondo dello scatto, l’esperienza sale di livello”.

Normalmente come ti vesti?

“Bella domanda! Nel mio armadio c’è un pò di tutto: dai jeans e le magliette molto casual abbinate alle scarpe sportive per i giorni sempre di corsa all’Università, fino ai tacchi alti e i vestiti eleganti che adoro mettere. In generale mi piace molto giocare con i colori e gli abbinamenti, soprattutto nei mesi estivi mi piace mettere top e gonne colorate”.

Sei così giovane, cosa sogni? Pensi mai al tuo futuro?

“Spesso in realtà. Il mio sogno è realizzarmi in ambito giuridico, ma il mio futuro non lo vedo qui. Mi piacerebbe poter sfruttare anche tutte le esperienze lavorative che sto avendo nel mondo della moda, il top sarebbe proprio riuscire a coniugare questi due mondi, perchè no in un altro Paese. E poi una volta avviata la mia carriera non mi dispiacerebbe pensare ad una famiglia con dei figli”.

Pensi all’eventualità di intraprendere una carriera artistica, nella moda o nello spettacolo? Ci pensi mai? Ti piacerebbe? O è stata una giornata speciale che non ripeteresti più?

“Al contrario, vorrei ripeterla molte altre volte.  A dir la verità sì, ci ho pensato, come ho detto mi piacerebbe riuscire a far convivere le mie due passioni, la moda e lo studio della legge. E finchè posso mi impegnerò per farlo! Mi lascio aperta ogni strada: il futuro ci riserva sempre delle sorprese”.

Ti piaci come sei o cambieresti qualcosa?

“Immagino che tutte le ragazze possano dire di non amare qualcosa del proprio aspetto o del proprio carattere. Per quanto mi riguarda, mi piaccio, anche perchè credo che la prima regola per piacere agli altri (dentro e fuori) sia piacersi. Per i difetti che mi infastidiscono invece lavoro tutti i giorni, sia per quanto riguarda il fisico, che per il carattere. Si può sempre migliorare, e a volte smussare qualche lato della propria personalità, senza cambiarlo del tutto, può essere un’occasione di crescita”.

Dopo questa esperienza cosa ti aspetteresti che accadesse? La consiglieresti?

“Assolutamente sì. La consiglierei anche a chi non ha interesse a lavorare come modella, perchè mettersi di fronte all’obiettivo è anche un modo nuovo per conoscersi, imparare ad apprezzarsi e farsi conoscere da un punto di vista diverso. Nelle foto non si può comunicare verbalmente, quindi è un ottimo modo per allenare il linguaggio del corpo. Mi auguro che questa esperienza sia per me portatrice di nuovi progetti nel campo della moda ed anche un incipit per nuove collaborazioni, chissà…”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:29


La moda di Mario Orfei

mario orfei

Nel panorama della moda italiana Mario Orfei, 38 anni, art director di BGlam, è una boccata d’aria fresca. L’azienda romana, infatti, in soli due anni di attività è arrivata alla ribalta nazionale conquistando anche numerose star nostrane.

di Mirella Dosi

Eleonora Daniele, Emanuela Aureli, Ada Alberti, Monica Setta, Roberta Scardola, Micol Olivieri, Sofia Bruscoli, Laura Freddi sono solo alcune delle donne che amano affidarsi alle mani di Orfei per vestirsi. Oltre naturalmente a Emanuela Tittocchia, testimonial della prossima linea autunno inverno 2015.

Qual è il punto di forza di BGlam?

“Ho cercato di azzerare le differenze tra il mondo maschile e quello femminile. Per i pantaloni, ad esempio, ho usato tessuti femminili su tagli maschili. E mi sembra che alle mie clienti sia piaciuto molto questo gioco”.

Chi sono le vostre clienti?

“Le donne giovani tra i 25 e i 40 anni. Donne che vogliono essere alla moda senza spendere cifre esagerate. Per ora copriamo tutto il territorio italiano, ma contiamo presto di aprire nuovi mercati all’estero”.

Hai appena presentato la collezione autunno/inverno, Follow Me. Come mai questo nome?

“Perché le donne che indossano gli abiti BGlam sono da seguire. Nel senso letterale del termine. Ho usato tessuti diversi tra loro, mischiandoli. Come la trapunta calda con le morbidezze dello chiffon e la vernice che da luce ai capi. Gli abiti da sera poi non sono mai esagerati, ma rigorosi e bon ton. Per un’eleganza tutta italiana”.

Alla sfilata erano presenti tantissimi vip. Compresi maschietti come Sergio Arcuri, Marco Guercio e Mario Ermito di solito poco interessati alla moda femminile. Ti emozioni ancora prima di vedere le tue creazioni in passerella?

“Penso sempre di essere tranquillo. Ma quando si avvicina l’ora della sfilata l’adrenalina sale. Quando lavori 6/8 mesi per una collezione, studiando nuove linee e nuovi tessuti, non sai mai come può reagire il pubblico. E in pochi secondi ti giochi un’intera carriera”.

Di questi tempi è d’obbligo una domanda: è una linea costosa?

“Assolutamente no. La nostra forza è proprio questa: unire la qualità al risparmio. Le giacche base hanno un costo di 70/80 euro. Un prezzo alla portata di quasi tutte le donne”.

Quali sono i capi che non dovranno mancare nell’armadio di una donna il prossimo inverno?

“Per essere glamour non devono mancare le giacche. Con tagli slim, con contrasto di tessuti e soprattutto con tanto lucido”.

Come mai hai scelto l’attrice Emanuela Tittocchia come volto della collezione?

“Perché è il genere di donna che amo: bella, attraente e di carattere. E poi ha il fisico di una modella”.

C’è un personaggio che sogni di vestire?

“Se devo restare nel campo della moda Bianca Balti. Spaziando nel cinema invece Monica Bellucci. Sono entrambe due donne che portano alto il nome dell’Italia nel mondo”.

I tuoi progetti per il futuro?

“Sto lavorando ad una linea maschile. Me la richiedono da tempo, ma siamo un’azienda giovane. Dovevamo fare un passo alla volta. Ora i tempi sono maturi e se va tutto in porto dovrei riuscire a presentarla già per la prossima primavera/estate. E poi sto per ampliare il catalogo femminile con gli accessori. Un campo nel quale BGlam non si era mai cimentata prima”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:27


Prof. Silvio Rossi: Un “numero uno” dell’ortopedia con la passione per le moto

silvio rossi

Ha studiato a New York ed è appassionato di nuove tecnologie applicate alla medicina, ma continua a seguire i suoi pazienti con la stessa attenzione umiltà nonostante sia diventato tra i più importanti nomi della medicina internazionale. Parliamo oggi con il Dottor Silvio Rossi, ortopedico ed esperto nell’utilizzo di apparecchiature per fisioterapia di alta tecnologia, con la passione per le moto.

di Camilla Rubin

Professor Silvio Rossi, ortopedico di fama internazionale con oltre 3mila interventi al suo attivo e specialista nella riabilitazione e tecnologie innovative applicate alla medicina. Come nasce la sua attività e il suo interesse verso questo tipo di metodica?

“Nel corso dell’evoluzione della mia carriera professionale ho avuto occasione di poter dirigere centri di fisioterapia e questo ha cambiato la mia prospettiva nell’affrontare le problematiche dei pazienti avendo vissuto quanto sia importante il ruolo della fisioterapia prima e dopo un intervento e spesso anche come alternativa efficace ad esso. Nel far questo mi ha molto aiutato la tecnologia che ha messo a mia disposizione presidi innovativi ed altamente efficaci come la Tecar, la Viss, i laser, l’ipertermia, le onde d’urto e tante altre”.

Questi tipi di metodiche tecnologiche sono state utilizzate da lei anche in ambito sportivo?

“Assolutamente sì, sono macchinari che hanno avuto come vetrina proprio i risultati ottenuti nel mondo sportivo. Ho avuto la fortuna di avere esperienze di alto livello con atleti come i nazionali di pallavolo, i calciatori della Lazio e molti altri. Ho anche partecipato alla creazione di protocolli dedicati agli sportivi con applicazioni anche più volte al giorno”.

Se dovessimo ragionare il percentuali che tipo di risultati sono stati ottenuti rispetto alla classica metodica riabilitativa? E perché?

“La percentuale di miglioramento è decisamente diversa tra la fkt tradizionale e quella di alta tecnologia, con tempi di recupero dimezzati in certi tipi di infortuni o patologie, perché la tecnologia fa in modo che sia il nostro stesso organismo a reagire e rispondere alla patologia potenziando i meccanismi naturali di riparazione e biostimolazione”.

Quali sono le metodiche tecnologiche che lei utilizza e che hanno avuto risultati strabilianti e in tempi brevi?

“Certamente: laser yag, viss, tecar, pompa diamagnetica, onde d’urto nelle loro corrette indicazioni sono in grado di fare anche i cosiddetti ‘miracoli’. Si tratta di terapie fisiche di alto livello che, specie sul dolore acuto, sono eccezionali; basta saperle utilizzare nel modo giusto”.

Se lei dovesse spiegare in poche parole cos’è la Tecar terapia  e qual è l’utilizzo che se ne fa, cosa potrebbe dirci?

“L’acronimo ‘Tecar’ sta per ‘trasferimento energetico capacitivo resistito’. Si tratta di un condensatore che, attraverso la creazione di un campo elettro magnetico, è in grado di creare una temperatura compresa tra i 41 ed i 45 gradi nel distretto da trattare, questo attiva la massima risposta antinfiammatoria da parte del nostro organismo che diventa così protagonista assoluto del processo di guarigione”.

Quindi una piccola rivoluzione nella patologia traumatologica non chirurgica e nella patologia osteoarticolare e dei tessuti molli?

“Assolutamente sì, tanto che grazie a questi meccanismi i tempi di guarigione si dimezzano in molti casi e la soddisfazione di vedere atleti professionisti e non felici per la rapida ripresa non ha prezzo”.

Parlando di cose un pochino frivole sappiamo che lei è stato premiato con il Tapiro d’oro, per meriti sul suo lavoro come miglior medico addirittura dal programma di Canale 5 “Striscia la Notizia”.

“Effettivamente si tratta, ad oggi, dell’unico Tapiro consegnato per meriti avendo ottenuto, proprio con la Tecar, un fantastico risultato sul loro inviato Jimmy Ghione”.

Insomma sappiamo della sua bravura in campo medico ma sappiamo anche che lei è molto amato dai personaggi dello spettacolo e dello sport.

“Ho avuto negli anni la fortuna e l’opportunità di conoscerne e trattarne molti da Jimmy Ghione a Bruno Giordano, da Carolina Morace a Demetra Hampton che mi ha definito il suo angelo, a tanti calciatori come Manfredini, Del Nero, Piccolo, Ledesma, Dabo, da Mastrangelo, Savani, Montano a Renzo Arbore, con cui ho anche avuto il piacere di un’intervista radiofonica, al maestro Pino Daniele e ad altri ancora. La mia fortuna è stata senz’altro quella di essere stato in grado di aiutarli risolvere i loro problemi clinici”.

Se possiamo dirlo: qual è il personaggio sportivo con il quale le piacerebbe un giorno poter lavorare?

“In realtà mi piacerebbe conoscere meglio il mondo del basket americano col quale ho avuto solo contatti da spettatore”.

Sappiamo che lei è sempre molto impegnato in diverse città italiane ma come fa ad ottimizzare il suo tempo in una città trafficata come Roma?

“Mi aiuto con la moto, senza la quale davvero non saprei più come fare per essere in pochi minuti da un capo all’altro della città”.

Insomma oltre ad essere un medico innovativo, amato da vip e sportivi è anche un accanito motociclista? Come nasce questa passione?

“Nasce da piccolo, ma fu frustrata da un incidente in motorino a 14 anni che mi ha spaventato, ma dai 37 anni in su ho fatto una escalation pazzesca passando da un motorino 50 alla attuale Bmw 1300”.

Da motociclista se dovesse esprimere un desiderio quale potrebbe essere? Magari un giro in pista con Valentino Rossi?

“Magari!”.

www.silviorossi.com – silviorossi@aotsrl.com



more No Comments settembre 16 2015 at 10:25


Alessandro Piragino: Scrivere per uscire dalla gabbia

alessandro piragino 2

Incontriamo Alessandro Piragino,  romano, autore del libro di racconti “Liquide creazioni” uscito per onyxeditrice nel maggio 2013. La scrittura di Piragino, raccontando il quotidiano, conduce il lettore nel sottobosco della vita, tra i rottami e il disincanto di personaggi per esplorare la faccia più oscura, i loro incubi, ma senza la pretesa d’insegnare nulla. C’è molta poesia nel suo non fare poesia.

di Marisa Iacopino

Nella quarta di copertina si legge: “sono un folle bugiardo. Uno che ha passato la vita a raccontare balle a tutti.” Gli chiediamo se si riferisce alle bugie raccontate  da chi scrive storie.

“Penso che lo scrittore debba essere bugiardo. Se raccontasse la verità farebbe documentari, non creerebbe nulla. In realtà, noi inventiamo storie che, si spera, siano bugie ben raccontate”.

Da cosa nasce il bisogno di scrivere? 

“Sono tanti i motivi per cui si scrive. Sicuramente si tratta di un bisogno fondamentale come mangiare e bere. Credo poi che uno faccia lo scrittore perché non sa fare altro. E poi scrivere è terapeutico, aiuta a non spendere soldi in psicanalisi. Libera, in quanto è l’unico momento in cui si può dire e fare esattamente quello che si vuole, senza scendere a compromessi con nessuno”.

In un racconto, un pagliaccio scrittore  a un certo punto dice: “io non sono Dio, né idolo, ma un pazzo che per non fare il serial killer, si è messo a scrivere”. Si identifica in lui?

“Sicuramente. Penso che a tanti sia capitato, almeno una volta, di alzarsi la mattina, e sentirsi così oppressi dai doveri da farsi prendere da quella sana – che ovviamente sana non è – voglia di uscire con un machete, o una sega elettrica accesa, e fare una strage. Scrivere diventa una terapia, fa sì che tutto questo non accada. Aita a buttare i propri mostri sulla pagina”.

Per uno scrittore cos’è la responsabilità?

“Chi scrive ha responsabilità soltanto nei confronti di se stesso, non del lettore. Infatti, non si può essere completamente onesti verso gli altri, perché si deve scendere spesso a compromessi. Nella scrittura invece è diverso. Lì, si è veramente liberi. Lo scrittore deve essere capace di mettere parte della sua esistenza all’interno dei personaggi che crea e della storia che scrive,  e farlo con onestà, senza prendere in giro se stesso”.

Lo scrittore deve dare risposte?

“Chi scrive fa domande,  il lettore ricava le sue risposte. Se uno scrittore dà risposte, diventa pedagogico, e viene quindi meno al principio di responsabilità nei confronti di se stesso”.

Quali sono i suoi scrittori di riferimento?

“Quelli che non cercano di imbellettare il lettore con cose prefabbricate. Che scrivono per bisogno, e sulle pagine si legge anche la loro vita. Mi viene in mente la capacità di essere fancazzista di Irwin Welsh, la poeticità e il lirismo portato nel sociale e nella politica di Erri De Luca, o anche la  satira e a volte la demenzialità di Stefano Benni, o la provocazione e la trasgressione reale che si può vedere nei primi libri di Chuck Palahniuk”.

Com’è strutturata la raccolta di racconti?

“L’ho pensata divisa in tre parti: nella prima, ci sono personaggi che attraversano la vita  come lampi. Nella seconda, i personaggi sono rabbiosi, incazzati e disillusi quando non rassegnati. E poi c’è una terza parte, dove lo scrittore fa le sue domande senza che ci siano risposte. Il tutto, condito con un po’ d’ironia e qualche sorriso. Senza ironia, saremmo rassegnati. L’ironia, e soprattutto l’autoironia,  sono modi per non soccombere”.

C’è un termine interessante che torna spesso nel libro, l’aggettivo ‘liquido’. Sembrerebbe il filo conduttore dei racconti. Peraltro, appare nel titolo “Liquide creazioni”.

“Nel pensare alla raccolta, volevo rifarmi alla concezione del concept, tipica degli album di musica rock degli anni ‘70. Quindi, una serie di racconti che avesse un leit-motiv, una linea guida. “Liquide creazioni” è stato influenzato da una canzone dei Genesis “In the cage” dall’album “The Lamb Lies Down on Broadway”, dove il protagonista dice più o meno: Sono chiuso in una gabbia, e non posso passare attraverso le sbarre. Il problema dell’essere umano è che è solido. Se fosse liquido le attraverserebbe”.

Nella parola “liquido” vedo quindi la capacità di uscire al di fuori delle gabbie, di essere libero. 

“Insomma, quello liquido è un elemento che scardina certezze, rompe realtà solidificate, pensieri induriti, fino a rendere tutto d’un’altra forma: liquida, appunto”.

Quali sono i suoi progetti?

“Sto lavorando a un romanzo, e continuo a scrivere racconti per antologie”.

Qualche anticipazione sul romanzo?

“E’ la storia di un personaggio che vive facendo  lo spacciatore d’hashish e marihuana. E’ circondato da amici fancazzisti come lui. In una serata di capodanno, si ritroverà a dover superare una serie di prove. Dovrà lottare contro il “sistema”, quella cosa fatta di alta finanza, economia, capitalismo, religione, sensi di colpa, senso del dovere, per affermare se stesso”.

Non le chiediamo come finirà, per non rovinare la sorpresa dei futuri lettori…

“Anche perché il finale sarà la cosa meno importante”.

Una domanda avulsa dal resto: se dovesse connotare con un colore la sua scrittura, quale tinta darebbe ai suoi racconti?

“Più d’uno: il rosso, il viola, a volte il nero, altre ancora i colori del crepuscolo”.

Augurandoci di leggere presto il romanzo, salutiamo Alessandro Piragino con la suggestione delle sue parole: “Era agosto e faceva un caldo pazzesco. Una città magica. Sospesa sull’acqua. Un mondo romantico di liquidità e silenzio”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:22


Irene Ranaldi: Memorie e realtà urbane

irene ranaldi 2

Nell’ambito della valorizzazione del patrimonio artistico, storico e archeologico di Roma, spicca l’iniziativa di Irene Ranaldi, giovane sociologa urbana, promotrice dell’Associazione “Ottavo Colle”. Di recente, ha lanciato una petizione su charge.org, volta a sensibilizzare l’apertura  al pubblico del Monte dei Cocci.

di Marisa Iacopino

L’abbiamo intervistata, perché ci illustri i suoi progetti.

“Sono una sociologa urbana di formazione, ho lavorato in archivi storici e partecipato a molte ricerche sulla città. Lavoro come giornalista e direttore responsabile di una testata che si occupa di impresa sociale e disabilità. Metto a frutto il mio dottorato di ricerca in sociologia urbana ottenuto alla Sapienza, in una associazione culturale di riflessione e scoperta della metropoli e dei suoi luoghi reali e immaginati, Ottavo Colle”.

Ritiene che il web, e i social media in generale siano un valido aiuto per alzare l’attenzione verso talune iniziative? 

“La parola pronunciata in presenza, la stretta di mano, la passeggiata insieme, sono per me insostituibili. Se ben utilizzati, però, i social possono fare da risonanza di contenuti. Ho lanciato la petizione per l’apertura del Monte dei Cocci per valorizzare uno dei posti più carichi di significato a Roma e a Testaccio, rione nel quale vivo da oltre trenta anni, zona ricca di memoria, storia e contemporaneità. Il Monte dei Cocci, o Monte Testaccio, prima discarica controllata della Roma imperiale,  è monumento naturale e al tempo stesso documento. Sito unico al mondo ma, incredibilmente, chiuso al pubblico”.

E’ stata la passione per i fenomeni sociali a portarla a indagare sul quartiere di Testaccio, o, piuttosto, l’amore per Testaccio ad accendere in lei l’interesse per la sociologia? E perché il confronto con il quartiere di New York indagato nel suo libro, “Gentrification in parallelo”, uscito per Aracne Edizioni?

“Ho sempre avuto curiosità per le persone, la loro conformità o meno alle norme. L’approdo alla sociologia è stato spontaneo. Il fatto di vivere da anni a Testaccio, ha solo accresciuto il mio desiderio di osservare la città. La gentrification è un fenomeno molto studiato nel mondo anglosassone, meno in Italia. Ho deciso di fare un parallelo con l’altra parte dell’Oceano, l’ex quartiere ‘popolare’  nel Queens. Quando vi misi piede, mi colpì l’assetto architettonico a metà strada tra il rione San Saba e il quartiere Garbatella, la rilassatezza dei ritmi, le persone sedute ai caffè. Dal punto di vista sociale, la divisione in due (come per il rione Testaccio) della tipologia abitativa: da una parte ‘social housign’ (l’omologo delle nostre case popolari) e dall’altra edilizia privata”.

Può spiegare cosa si intende per Gentrification?

“Un’area brutta, malfamata, sporca, dove il tasso di criminalità è elevato e gli abitanti hanno stipendi sotto la media. Trovato un quartiere così, la potente forza di rigenerazione urbana arriva a ripulire le strade, le facciate decadenti dei palazzi. Questa è la gentrification, o imborghesimento dei quartieri urbani. Come nuovi colonizzatori, i gentrifier portano i loro costumi in un territorio che in breve rispecchierà lo stile di vita della classe media, emarginando  dal tessuto urbano i ceti meno abbienti, e omogeneizzando così i tratti distintivi del quartiere”.

Qual è la reazione degli abitanti originari a questi cambiamenti?

“Ci sono territori i cui abitanti preferiscono migrare in nuove periferie. Altri combattono per conservare la propria identità socio-culturale. Ci sono, poi,  le enclavi: la gentrification a macchia di leopardo e tutt’intorno il tessuto originario. Alla lunga, però, è quasi sempre la prima a prevalere. Laddove la convivenza è possibile, può avere effetti positivi per entrambi”.

L’Associazione porta il nome di Ottavo Colle. Perché e quali scopi si prefigge? 

“L’associazione si propone di essere un punto di osservazione sulle metropoli contemporanee, senza una connotazione localistica. Tuttavia, in questo luogo sorge l’immaginario ottavo colle di Roma, il Monte dei Cocci o Monte Testaccio. Rione considerato fino a pochi anni fa ‘periferia storica’. Il legame affettivo mi ha ispirato per dare il nome all’associazione culturale, il cui fine è l’unione tra memoria, coscienza del luogo e del tempo, coniugata con la ricognizione delle nuove realtà delle comunità urbane”.

Dopo le visite al Monte dei Cocci, quali i prossimi progetti in programma per l’autunno?

“Proporremo varie incursioni urbane tra: I tetti di Corviale, Street art a Tor Marancia, Archeologia industriale tra Testaccio, Ostiense e Marconi, Beat Generation al cimitero acattolico, Sulle tracce di Pasolini da Porta Maggiore a Centocelle a bordo del tram, Saluto al sole e dimostrazione yoga sul Monte dei Cocci al tramonto. E ancora a Terni, alla scoperta di Villaggio Matteotti, una delle company town dimenticate. A novembre con amiche musiciste saremo promotrici d’una iniziativa sociologico-musicale a Centocelle, dal titolo ‘Percorsi autonomi nella metropoli’”.

Un’ultima domanda che esula dal contesto: se fosse chiamata a salvare un solo libro, quale salverebbe?

“Una bella e difficile domanda. Augurandomi che qualcuno prima di me abbia salvato la Divina Commedia, salverei senz’altro ‘On the road’ di Jack Kerouac. Il primo libro letto a 14 anni su consiglio di mia madre. A lei, e a questo libro, devo la mia curiosità per il cammino, per il viaggio, la scoperta, contro ogni pregiudizio e al di là di ogni apparenza”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:19


Serafina Salvati: “Le oscure tenebre del mistero”

serafina salvati 1

Serafina Salvati, prima di essere scrittrice è una insegnante della scuola dell’infanzia, il 10 ottobre presso Le Scuderie Estensi di Tivoli, a partire dalle ore 17 presenterà il suo nuovo libro per ragazzi “Le oscure tenebre del mistero”.

Serafina Salvati, come nasce la passione per la scrittura?

“Questa mia passione nasce quando ero piccola, da quando frequentavo le scuole elementari, appena letta una storia di un cagnolino e di un insegnante. Sono rimasta così appassionata che ho pensato così di iniziare a scrivere delle storie dalla classe terza elementare fino a quando nel 2009 ho deciso di pubblicarne una di queste”.

Quindi nel 2009 il tuo primo di quattro libri. Possiamo conoscerne il titolo?

“ ‘La montagna del non ritorno’ edito dalla Casa Editrice Nuovi Autori .

Di cosa parlava il libro e a chi era ed è rivolto?

“Il libro era rivolto a ragazzi della scuola primaria, parlava di una montagna dalla quale nessuno ritornava perché era abitata dall’imperatore della malvagità in persona e c’era un ragazzo di nome Gelso che aveva il compito di affrontare questo imperatore superando diversi ostacoli”.

Comunque qualcosa che porta a superare ostacoli e di conseguenza porta ad una crescita e maturità. Dopo “La montagna del non ritorno” cosa è seguito?

“Nel 2010 c’è stato un seguito. Proponendo questo libro in diverse scuole mi è stato richiesto di continuare con le avventure del personaggio Gelso ed è nato così ‘Gelso e i poteri oscuri’. Parlava sempre di questo ragazzo che dopo aver affrontato l’imperatore della malvagità nella montagna del non ritorno si ritrova addirittura nello, spazio in un altro pianeta. La storia si trasformava così in una fiaba fantascientifica”.

Bene questo crea grande pathos e grande curiosità, e la terza?

“Nella terza opera, ho cambiato genere entrando nel mondo del thriller”.

Quando è uscito il tuo terzo libro?

“Nel 2011, ed era intitolato ‘La nebbia del sospetto’, dedicato al delicato e importante tema della violenza sulle donne, su come affrontano la violenza subita, sempre con una storia d’amore che fa da contorno con un piccolo spunto preso dall’attentato alle torri gemelle, episodio terroristico  di quel periodo che ha sconvolto il mondo”.

Arriviamo al nuovo libro “Le oscure tenebre del mistero”.

“Mi fa molto piacere parlarne. E’ un fantasy per ragazzi molto intrigante di circa 250 pagine da leggere tutte d’un fiato. E’ un aiuto ai genitori per invitare i loro figli ogni tanto a mettere da parte il computer e la tv  e ad insegnargli ad essere capaci di pensare e ragionare con la loro testa in modo da  superare tutti i vari problemi della vita quotidiana che i ragazzi a volte non affrontano nella maniera giusta. Questo libro, ha sempre come personaggio, Gelso, a cui sono affezionata, e riprende un po’ la storia dei due libri precedenti, elaborata e arricchita con un diario scritto dal figlio del ‘mistero’ o ‘fato’ che viene così personificato-umanizzato. Questa quarta opera, verrà presentata ufficialmente il giorno 10 ottobre presso Le Scuderie Estensi di Tivoli, a partire dalle ore 17 e fa parte di una delle numerose iniziative culturali patrocinate dal Comune di Tivoli ed inserite nel programma del “Settembre Tiburtino”. A questo evento oltre alla presenza istituzionale del Comune di Tivoli, parteciperanno Luca Natali presidente Coop Omnia, Giancarlo Peruzzini noto scrittore, Giuseppe Giudice direttore editoriale della casa editrice Epsil. L’intermezzo musicale sarà affidato ad alcuni allievi, eccellenze del Centro Diffusione Musica, la conduzione a Claudio Testi. Al termine mi farà piacere salutare i gradi ti ospiti con un aperitivo curato da Rossana catering & rinfreschi”.

Qual è la casa editrice di questa ultima opera?

“La casa Editrice è Epsil. Un ringraziamento particolare all‘editore Giuseppe Giudice che mi ha fornito tutte le informazioni è stato gentile a darmi delle indicazione anche per un buon editor per farne un buon libro prenotabile in tutte e librerie italiane ed è disponibile anche nella versione e-book”.

Questo libro avrà un seguito?

“Assolutamente sì, infatti lascia qualcosa in sospeso per cui ho intenzione di scriverne un seguito, ma di questo ne parleremo quando i tempi saranno maturi. Per ora vi rinnovo l’invito all’appuntamento per il 10 ottobre alle Scuderie Estensi alle 17 per la presentazione ufficiale del libro ‘Le oscure tenebre del mistero’ ”.



more No Comments settembre 16 2015 at 10:16


    s

    Cerca

    Categorie

    Archivio Giornali PDF


    © GP magazine • Autorizzazione del Tribunale di Roma n.421/2000 del 6 Ottobre 2000