GP Magazine ottobre 2015



more No Comments novembre 6 2015 at 14:28


Lina Sastri: Autentica, brava, bella “che diventa più bella quando entra in scena”

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La sua carriera la vede protagonista al cinema, a teatro e nella musica. È in scena con “La Lupa” e a gennaio la vedremo su Rai Uno con un film movie di Pupi Avati.

di Silvia Giansanti

Quando si ha davanti un personaggio del suo calibro ci si sente piccoli, ma lei in fondo è una persona con le sue paure e le sue fragilità. Lina Sastri è amante della libertà ed è per questo motivo che tanti anni fa ha incontrato il teatro. E’ un’artista pura che lascia trasparire sincerità e amore per tutto quello con cui si misura. La sua autenticità ha ammaliato due generazioni che continuano a seguirla a teatro, nel cinema e in tv, per non parlare delle sue interpretazioni in musica. Adesso è arrivato il turno de “La Lupa”, in cui Lina riverserà tutta la sua preparazione in questo personaggio teatrale così complesso.

Lina, hai un ricordo piacevole della tua lunga carriera?

“Ce ne sono diversi. Dalla figliastra in “Sei personaggi in cerca d’autore’, con la regia di Paroni, Griffi e Masaniello, a ‘Natale in casa Cupiello’ con il grande Eduardo. Dal mio primo film importante ‘Mi manda Picone’, che mi ha fatto sentire davvero dentro una favola ai tanti incontri meravigliosi, e inconsueti, come con Papa Giovanni Paolo II, quando fui invitata a leggere una lettera di Madre Teresa di Calcutta a S. Pietro. Poi l’incontro con Papa Francesco, che ho conosciuto nella via crucis di due anni fa, appena insediatosi Papa, dove ho avuto l’onore di leggere la via crucis in mondovisione e in sua presenza. E infine l’incontro con il caro Presidente Napolitano quando mi ha nominata Commendatore della Repubblica, cosa che mi ha emozionata molto”.

Per cosa pensi ti abbia scelto Nanni Moretti, sempre a proposito dei tuoi esordi?

(Ride) “Fai prima a chiederlo a lui! Ero un’attrice giovanissima e forse Nanni voleva una persona che arrivasse da fuori a Roma. Non so. Sarà stato colpito dalla mia faccia”.

Oggi, riguardo a nuove produzioni e personaggi, avverti il vuoto o pensi che ci sia ancora qualcosa di buono?

“Sì, penso ci siano moltissimi stimoli nell’arte e in generale. Nascono cose importanti in questo periodo storico molto confuso e difficile da raccontare”.

In che modo è avvenuto l’approccio con il teatro?

“Da adolescente. Ero molto timida ma sognavo l’arte anche se non pensavo mai di diventare attrice. Non ero mai stata in un teatro e sono finita in una casa al secondo piano di un palazzo dove una signora dava qualche lezione di recitazione. E’ stata la prima cosa che avevo trovato sull’elenco telefonico… Nemmeno sapevo di accademie o scuole di recitazione. Il giorno dopo me ne sono andata, non era il caso di restare. Uno dei ragazzi che stava lì però mi aveva parlato di un regista, che in un piccolo teatro di preti aveva una scuola di recitazione. Era il Teatro Orione. Vidi il teatro e ne restai fulminata. Pensai che sul palco c’era la libertà e l’assoluto. Fuggii di casa per farlo e così cominciai”.

Viva la libertà dell’arte. Chi è il tuo pubblico?

“Quello teatrale, adulto, ma c’è anche quello giovane, varia dalla prosa alla musica”.

Hai una filosofia di vita?

“Essere nel tempo sempre sincera con me stessa. Rispettare la mia vocazione e il talento che il cielo mi ha donato. Mettermi in gioco, anche rischiando. Continuare ad avere paura”.

Autori o poeti ai quali sei legata?

“Anna Maria Ortese, che era una scrittrice e poetessa straordinaria. La sento molto vicina perché è inquieta, misteriosa e parla di cose visibili e invisibili. E ha precorso i tempi nei suoi scritti, così come Pasolini. Amo molto la poesia e ne leggo e ne scrivo. Fra gli autori teatrali adoro Pirandello e Shakespeare, per non parlare del mio maestro Eduardo De Filippo, che è stato una grande presenza nella mia vita artistica”.

A proposito di Eduardo, qualche anno fa hai subito un furto in casa ed è stata trafugata la cornice con dedica che ti fece. Ti è stata mai restituita?

“Purtroppo no. Sicuramente avranno preso la cornice d’argento e il contenuto lo hanno gettato via”.

Cosa c’era scritto in quella dedica alla quale tenevi tanto?

“C’era scritto a Lina Sastri, alla bella Lina che diventa più bella quando entra in scena”.

Tornando ai tuoi gusti, ascolti la musica contemporanea?

“Certo, dalla musica classica al classico pop italiano. Mi piacciono il grande Pino Daniele, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Eros Ramazzotti, Tiziano Ferro. Adoro i cantautori italiani e ho una passione per Adriano Celentano. La musica mi emoziona e mi riempie la vita. Mi muove il corpo e la mente, come il rock’n roll e il blues ad esempio. Tanti cantautori napoletani sono miei amici, come Enzo Avitabile, Gragnaniello, Faiello e altri. E poi mi piacciono la musica etnica e il tango. Dipende molto dal momento che attraverso. Sono anche musicista e cantante e quindi la musica mi accompagna sempre nella vita”.

Qual è stato il ruolo più difficile che hai dovuto interpretare?

“Il ruolo di Bernarda in ‘La casa di Bernarda Alba”. Mi sono trovata ad affrontare il ruolo di una vecchia donna, anche se la spettacolare regia di Llouis Pasqual mi ha guidata. Così come il maestro Tornatore mi ha guidato nel film ‘Baaria’. Entrambi i ruoli erano di donne molto anziane alle quali ho cercato di arrivare con la forza e la durezza che erano necessarie. Anche Filumena Marturano è stata difficile perché è una donna con molte sfaccettature. Spesso incontro personaggi di donne ‘diverse’, sole e libere. E poi ho avuto la grande fortuna di interpretare la Madonna, il ruolo più bello, in ‘Passio Hominis’, l’ultimo spettacolo con la regia di Antonio Calenda sulla passione di Cristo che replichiamo il 9 novembre nella Cattedrale di San Lorenzo per il Sinodo dei Vescovi”.

A proposito di ruoli impegnativi, adesso c’è “La Lupa” di Giovanni Verga con la regia di Guglielmo Ferro.

“Si debutta il 17 novembre al Teatro Quirino di Roma e non nascondo che sono un po’ tesa. Anche Gna Pina, detta ‘La Lupa’, è un personaggio che si muove fra ombre e luci di una vita inquieta e con una fine tragica, come in una tragedia greca. Ancora si ricorda Anna Magnani che la interpretò con successo sotto la regia di Franco Zeffirelli. Per me è una prova difficile e importante”.

Tra i prossimi impegni c’è anche quello con “Le nozze di Laura”, film movie che andrà in onda a gennaio 2016 su Rai Uno. 

“Sì, con la regia di Pupi Avati e una sceneggiatura bellissima. Anche qui sono Maria, una Madonna dei nostri giorni, vedova di un falegname, madre devota e amorosa di un ragazzo particolare, una specie di Gesù moderno, che diffonde l’amore come faceva Gesù. Sono molto felice che Avati mi abbia dato questa possibilità”.

Anche in “Onore e Rispetto”, andato in onda di recente?

“In questo caso sono stata Maria Pia Giordano, una donna siciliana che per amore del figlio, ha attuato una vendetta terribile. Temevo che questo ruolo fosse un po’ eccessivo e  a tinte forti. Invece ho trovato ampio riscontro tra il pubblico che ha capito le sue ragioni e si è emozionato”.

Com’è realmente Lina Sastri?

“Una persona sincera, insicura, infantile, che ha paura anche della sua ombra. Sono esattamente il contrario di quello che si vede”.

CHI E’ LINA SASTRI

Lina Sastri è nata a Napoli il 17 novembre sotto il segno dello Scorpione. Non ricorda però con precisione il suo ascendente. Ha come hobby la danza, simpatizza per la squadra del Napoli e ama la pizza margherita e i piatti a base di pesce. Caratterialmente si definisce fragile, infantile, romantica, sincera e complessa. Vive nella Capitale e le piacerebbe anche stare a Parigi. Possiede una gatta di nome Pulci e al momento non ha un compagno. Lina ha iniziato molto giovane con qualcosa che le desse la libertà: il teatro. Nel cinema ha lavorato con personaggi di spicco come Nanni Moretti, Nanni Loy, Ricky Tognazzi, Pupi Avati, Tornatore, Woody Allen. Ha vinto tre David di Donatello e due Nastri d’Argento oltre a nomination e vari premi come attrice protagonista e non, sia in Italia che all’estero. In teatro ha lavorato con il grande Eduardo De Filippo, suo maestro. Tra le sue numerose interpretazioni ricordiamo quelle in “La casa di Bernarda Alba”, “Elettra”, “Masaniello”, “Sei personaggi in cerca d’autore” e in vari musical. In televisione è stata protagonista in diverse fiction e film tv, ultimo “Onore e Rispetto”. In musica, ha cominciato un po’ per caso cantando la colonna sonora di “Mi manda Picone”, scritta da Pino Daniele.  Da sempre ha scelto di cantare la musica della sua terra, Napoli. Ha creato anche spettacoli musicali, da “Cuore mio” a “Corpo celeste”, da “Per la strada” a “Mese mariano”, da “Linapolina” a “Appunti di viaggio”. Ha cantato in tutto il mondo. Ha duettato con Caetano Veloso, Ray Charles e DD Bridgewather.

Per saperne di più: www.linasastri.it

 



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Lara Balbo: “Alle elementari recitavo imitando le mie maestre”

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E’ una delle protagoniste del nuovo film di Massimiliano Bruno, “Gli ultimi saranno ultimi”, in uscita il 12 novembre. Lara Balbo è una giovane e promettente attrice molto preparata e con la giusta determinazione.

Ciao Lara, parlaci di te.

“Ciao a tutti! Sono un’attrice di origine veneta. Vengo da un piccolo paese della provincia di Padova, che si chiama Urbana e vivo nell’ ‘Urbe’  da sette anni e non sono molto brava a parlare di me, ma ci proverò, promesso”.

Che carattere hai? E cosa deve avere una persona per andare d’accordo con te?

“Ecco appunto, non è mai facile definirsi. Di solito ti descrivono gli altri. Se dovessi definire il mio carattere direi che sono sempre stata, e lo sono tutt’ora, molto molto timida, ma solo da principio perché poi una volta che mi sento a mio agio, mi lascio andare. Sono lunatica, ragion per cui chi mi sta vicino deve essere molto paziente e sapermi ascoltare davvero, come cerco di fare io con gli altri, e poi rido molto di me, sono auto-ironica. Sono pragmatica ma spesso ho la testa tra le nuvole. Ecco, insomma chi mi sta vicino dovrebbe saper sguazzare in questo gran casino!”.

Parliamo di questo lavoro cinematografico “Gli ultimi saranno ultimi” e del tuo personaggio.

“Il film è tratto dall’omonimo spettacolo teatrale che fece Paola Cortellesi dal 2005 al 2007. Parla del mondo del lavoro e del mondo della donna nel lavoro; tratta dunque di tutte quelle che sono le difficoltà che la donna incontra ancora oggi  in ambito lavorativo. È la storia di una donna semplice che lotta con tutte le sue forze per avere giustizia. È un po’ la storia di molti di noi. Parla di questo e non solo. Io interpreto Matilde,  una giovane ragazza, che viene assunta nella stessa azienda in cui lavora Luciana (Paola Cortellesi), grazie a lei. E quasi inconsapevolmente, senza poter immaginare le gravi conseguenze, fa un errore, che non vi starò a svelare. Lo vedrete nel film”.

In questo film reciti a fianco di Paola Cortellesi ed Alessandro Gassman, com’è stato lavorare con loro e che clima c’era sul set?

“Un grande onore debuttare a fianco di attori di quel calibro. Io ho lavorato soprattutto con Paola Cortellesi. Che dire.. un’esperienza formativa, ricca e felicissima. Paola è un’ottima compagna di lavoro e di viaggio. E’ disponibile, sempre intensa, e mi ha aiutato tantissimo. Per mia fortuna mi sono ritrovata in un set di grandissimi professionisti, il clima sereno ma professionale permetteva di lavorare benissimo. Per me questo è stato fondamentale”.

E della regia di Massimiliano Bruno? Secondo noi è molto bravo e al tempo stesso sottovalutato come regista.

“Massimiliano Bruno è un grande regista; la cosa che più mi ha colpito di lui è la sua capacità di gestire il lavoro con grande calma, amore e fermezza e la sua misura nel darmi le indicazioni del personaggio. È quel tipo di regista che dà le indicazioni giuste al momento giusto. E la grande passione che mette in quello che fa  è molto stimolante. Davvero un piacere lavorare con lui, spero mi ricapiterà. Non credo sia sottovalutato come regista, con questo film darà ulteriore prova delle sue grandi doti”.

Come e in che modo è nata in te la passione per la recitazione?

“È nata prestissimo, alle elementari, quando imitavo tutte le mie maestre davanti a mamma e papà, ma ci è voluto un po’ perché mi rendessi conto che doveva diventare il mio lavoro. Ho sempre studiato danza a livello professionale, pensavo di voler fare la ballerina, ma dopo la maturità mi sono resa conto che stavo perdendo tempo, e ho deciso di venire a Roma e iniziare a studiare recitazione”.

Qual è stata la tua formazione? Come e dove hai studiato per diventare attrice?

“Mi sono diplomata all’Act Multimedia, a Roma, con insegnanti molto bravi. E poi però ho studiato con maestri del teatro quali Mauro Avogadro, Alvaro Piccardi, Juri Ferrini, Lindsay Kemp e molti altri. Studio ancora, tanto, tanto e faccio ancora le imitazioni delle mie maestre, per la felicità dei miei”.

Fai anche teatro e sei reduce dallo spettacolo “Molto rumore per nulla”, ne vogliamo parlare?

“Sì. Sono stata in scena al Globe Theatre nel mese di agosto. Quel posto è magico, quel teatro lo adoro. Lo spettacolo è una commedia che affronta il tema dell’amore nelle sue varie forme, e come viene vissuto nelle diverse generazioni. E’ uno spettacolo coinvolgente, racconta della frenesia che spinge gli uomini ad amare, giocare, desiderare, combattere. Questa agitazione, che ha la sua sintesi nell’eccitazione sessuale, esplode in una casa ospitale piena di balli e di feste, d’estate, nella assolata Puglia. Io interpreto Margherita, damigella al servizio di Ero. Ruolo molto stimolante”.

Cosa rappresenta per te il teatro?

“Il teatro è origine. L’idea che si vada a teatro per riconoscere noi stessi in quello che rappresentano gli attori è eccitante. Cogliere l’anima dei personaggi e farlo davanti ad un pubblico vero (ossia presente fisicamente e contemporaneamente alla messa in scena) è un privilegio raro”.

Ritieni che la tua carriera stia procedendo come auspicavi?

“Quando mi dicevano che la gavetta è lunga… era vero! Sono sicuramente felice di avere la possibilità di fare il lavoro che ho sempre voluto, soprattutto perché lo sto facendo da sola, senza particolari aiuti, se non il grande sostegno dei miei familiari sotto ogni punto di vista. Vorrei ancora di più, fare tante cose belle, con onestà. Non è facile muoversi in questo mondo, ma per ora mi sento molto fortunata”.

Com’è la tua giornata tipo e cosa fai quando non sei sul set o sul palco di un teatro?

“Tante cose. Tra le mi preferite: appena posso scappo a ballare, non in discoteca, ma torno a studiare danza; e poi cerco di stare il più possibile con le persone che amo, ossia famiglia-fidanzato-amici cari. E poi cerco di terminare gli studi, sono anche iscritta all’università, per non farmi mancare nulla”.

Con il telecomando in mano, cosa scegli principalmente in tv?

“Film, film, film, serie tv, e devo essere sincera, quei programmi che parlano di malattie strane, rare, imbarazzanti. L’ideale per un’ipocondriaca come me!”.

Faresti pazzie per amore? La pazzia più pazza che qualcuno ha fatto per te?

“Beh sì, le ho fatte, se prendere treni improbabili per raggiungere l’uomo che amo a qualsiasi ora e in qualsiasi posto del mondo possa definirsi una pazzia. La pazzia più pazza che hanno fatto per me: il mio ragazzo ha pazientemente aspettato sei mesi che io mi innamorassi di lui. Al giorno d’oggi è una piacevole follia”.

Progetti a breve e medio termine?

“Debutto il 7 novembre con ‘Odissea-nessuno ritorna’ uno spettacolo con la regia di Matteo Tarasco. E poi con alcuni amici colleghi sto portando avanti un paio di progetti, di cui ancora non parlo perché stiamo aspettando delle risposte per poterli realizzare. Insomma, qui ci diamo da fare”.



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Alessandra Bosco: Dal Veneto alla Florida per esportare la sua bellezza

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Si divide tra Italia e Stati Uniti dove ha posato per i migliori fotografi. In questa intervista parla di sé e dà alcuni consigli alle ragazze in procinto di iniziare questo lavoro.

Alessandra, anche se tre anni fa abbiamo già ospitato una tua intervista, parlaci di te e presentati ai nostri lettori, magari quelli nuovi che hanno scoperto GP Magazine negli ultimi tre anni.

“E’ sempre un piacere collaborare con GP Magazine. Il pubblico italiano probabilmente non mi conosce molto, considerando che la maggior parte dei miei lavori mi porta negli Stati Uniti, dove ho vissuto per diversi anni. Lì ho avuto modo di iniziare come modella glamour ed essere pubblicata in diversi magazine del settore e anche su riviste online. Sono nata a Verona”.

Cosa è accaduto nella tua carriera in questo lasso di tempo? 

“Ultimamente mi sono dedicata ad una pausa personale che mi ha portata a seguire di più mia figlia che ora ha sei anni. Nel frattempo ci sono state alcune collaborazioni editoriali con Vicenza Vogue, il settimanale Ora, un servizio per le cantine Pialli, alcune interviste online, tra le quali un portale londinese”.

Sei altamente fotogenica. Dove finisce la tua bellezza ed inizia la bravura dei fotografi che ti immortalano? 

“La bellezza di una modella si trova oltre l’esteriorità. Ci sono modelle/modelli molto belli che non sono in grado di comunicare in foto e non sono per niente fotogenici. La bellezza della modella sta nel continuo comunicare con il pubblico, nel trasmettere un’idea tramite una foto. Quindi è una bellezza che non deve finire. Ovviamente per immortalare questa ‘comunicazione’ fotografica si necessita di un fotografo che capisca questo concetto. Bisogna avere una perfetta sintonia, è una fusione di talento da entrambe le parti. Non è sempre facile, anzi”.

Recentemente hai scattato con il noto fotografo Paolo Tosetto. Che esperienza è stata e come ti sei trovata? 

“Ho sempre ammirato i lavori di Paolo. Pochissimi sono i fotografi in Italia che sanno scattare foto glamour come quei professionisti con cui sono abituata negli Stati Uniti. Paolo si distingue per questo, oltre al fatto che è stato pubblicato anche in Vogue Italia e Playboy Italia. Direi che Paolo è un fotografo completo, in grado di scattare ogni stile di foto in base alle esigenze professionali. Paolo è un professionista, tra l’altro anche un qualificato make up artist che di certo aiuta molto per un servizio fotografico ben riuscito”.

Tra le cose fatte negli ultimi tempi, c’è l’acquisto di una casa Clearwater in Florida. Pensi di andare a vivere lì? 

“Mai dire mai, dopotutto ho vissuto in quella zona per quasi sei anni, quindi oltre al rapporto professionale lo è anche dal punto di vista personale. La Florida è la mia seconda casa”.

Ci sono legami professionali con la Florida? 

“Indubbiamente! Proprio in Florida è iniziata ufficialmente la mia carriera fotografica dove ho avuto il privilegio di lavorare con bravi fotografi lavorando parecchio in zona e incontrando anche diversi professionisti noti del settore. Durante un casting di biancheria intima, per il canale di HSN (Home Shopping Network), il mio colloquio è stato fatto dall’ex top model Stephanie Seymour. In un’altra occasione, ho avuto modo di collaborare con lo staff del gruppo NSync durante un video musicale ad Orlando”.

Sono tante le ragazze che vorrebbe emergere come modelle. Che consigli daresti a tutte loro? 

“L’unico consiglio che darei è di inseguire le proprie ambizioni senza farsi ostacolare da nessuno”.

E per chi non ha mai iniziato, secondo da te dove potrebbe iniziare e come? 

“Dipende dal tipo di lavoro fotografico che sono portate a fare. Ad esempio, se avessi ascoltato diverse persone del settore qui in Italia, non avrei fatto molto perché sono focalizzati solamente su requisiti prestabiliti, ossia la modella deve per forza essere molto alta e senza curve. Negli Stati Uniti, il mercato è più elastico e quindi riescono a capire che una Modella altamente fotogenica e proporzionata può lavorare anche se non ha un fisico da indossatrice. Una modella emergente deve essere in grado di riconoscere se è prima di tutto materiale per il settore. Non lo devono dire gli amici se una ragazza può essere modella, ma i professionisti del settore. Una modella emergente deve anche essere in grado di riconoscere la differenza tra fotografi professionisti e quelli che non lo sono. Deve avere un carattere forte e saper accettare i rigetti professionali. L’importante è andare sempre avanti e migliorarsi. Il carattere forte è fondamentale, la bellezza non è sufficiente per lavorare in questo settore.

Utilizzi i social network, come Facebook, Twitter e Instangram, e hai un seguito di fans? 

“Recentemente ho aperto una fan page su Facebook dove vedo già un buon numero di fans, uomini e donne. Non uso Twitter e nemmeno Instagram ma ho un sito personale  alessandrabosco.com che aggiorno regolarmente”.

Che 2015 è stato per te e cosa pensi ti riserverà il 2016? 

“Il 2015 è stato un anno particolarmente intenso ed un anno di riflessioni sia dal punto di vista professionale e sia dal punto di vista personale. Spero il 2016 sia un anno ancora più intenso e di avere modo di realizzare tutte le mie idee professionali”.

Come si vince la timidezza di mostrarsi in foto sexy? Come è stata la prima volta? Eri timida? 

“Certamente le prime volte è normale sentirsi timide oppure anche a disagio. La cosa cambia quando poi diventa strettamente parte del lavoro stesso e si prende confidenza con il proprio corpo ancora di più. Bisogna essere sicure di sé altrimenti l’insicurezza non permette buone foto. Durante il servizio fotografico è come recitare, calandosi in un ruolo ma fotografico. Spesso e volentieri il pubblico non riesce a separare la modella che fa il suo lavoro dalla modella ragazza di ogni giorno”.

Hai progetti in cantiere? 

“Ho un paio di progetti che spero di riuscire a realizzare nel 2016, uno in particolare”.

Qual è il tuo pregio più grande? 

“Il pregio di essere troppo buona e può spesso diventare anche un difetto”.

Nonostante il tanto lavoro, c’è spazio per l’amore nella tua vita?

“Sono del parere che deve esserci sempre spazio per l’amore qualsiasi siano gli impegni professionali”.

Nella vita privata ti senti realizzata? 

Direi di sì ma ovviamente c’è sempre spazio per il miglioramento personale. Sono anche molto protettiva nei confronti della mia vita privata”.



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Emanuela Corsello: Una giornata speciale

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E’ con la bellissima Emanuela che continuiamo la nostra avventura: la numero trentadue. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

Emanuela Corsello, classe ‘74, romana, segno Toro, caparbia e testarda come tutti i Tori. E’ agente di moda e spettacolo con una gavetta alle spalle presso grandi agenzie della Capitale ed ora è titolare della yourwaymanagement nata 8 anni anni fa. Si racconta per noi, ci rivela i segreti, le difficoltà e le gioie dello mondo dello spettacolo.

Emanuela come hai iniziato la tua attività di agente? 

“Ho iniziato per quasi dodici anni fa presso grandi agenzie di moda della Capitale. Poi, dopo diversi anni di gavetta, decisi di aprire la mia agenzia, che inizialmente si occupava principalmente di moda. Successivamente ha iniziato a percorrere anche altre strade, quali cinema, tv e fiction”.

Quali sono state le difficoltà iniziali nell’aprire una propria attività nel settore?      

“Ovviamente mi sono scontrata con le grandi agenzie che erano sul mercato e ritagliare un mio spazio è stato un percorso lungo e difficile. Ho dovuto seminare per molti anni… i frutti si raccolgono dopo molto tempo. Per fortuna ora sono in questa fase e tiro un sospiro di sollievo. Non devo più cercare, ora mi cercano e nonostante la competizione sia sfrenata c’è posto per tutti e ora ci siamo anche noi”.

Come è da donna, confrontarsi con un mondo difficile come quello dello spettacolo? Ovvero essere una donna manager ha vantaggi o svantaggi?   

“Devo ammettere che da donna devo combattere con le unghie e con i denti per dimostrare di essere capace di gestire un’ agenzia. Spesso ho come competitors degli uomini e non è sempre facile fronteggiare le situazioni. Spesso pensano che sia debole, ma il vantaggio, invece, dell’essere donna è sapere ottenere alcune cose senza scendere a compromessi, ma con un semplice sorriso”.

Cosa consigli a chi vuole intraprendere un percorso nel mondo dello spettacolo? 

“Innanzitutto basarsi unicamente sul proprio talento. Spesso non basta, ci vuole anche una giusta dose di tecnica, quindi, bisogna studiare. Affidarsi ad una buona agenzia che creda in te e che spinga il più possibile per farti emergere, essere sempre umili, onesti e riconoscenti verso chi ti ha dato la tua prima vera possibilità. Spesso ci si dimentica da dove si è partiti e ci si scorda di chi ha creduto in te”.

Che rapporti hai con altre agenzie?

“Ottimo! Qui a Roma lavoro a braccetto con Andrea Lamia e Fabrizio Perrone, agenti di cinema e tv, ci passiamo i casting e su Milano collaboro con altre agenzie. Amo la condivisione lavorativa”.

Ultima domanda: i fiori all’occhiello della tua agenzia? 

“A parte tutto il gruppo di modelle che seguo personalmente in ogni situazione. Per quanto riguarda il cinema e la tv amo profondamente Carlotta Maria Rondana, un’attrice in cui credo profondamente. Poi Beatrice Bartoni, reduce dalla fiction ‘È arrivata la felicità’ su Rai Uno. Lei è una giovane modella in cui credo molto e che ho catapultato nel mondo della recitazione. Giulia Penna, una cantante con una grande voce, ma con un talento attoriale appena scoperto. E poi Georgia Viero, che ormai seguo da anni, un’artista poliedrica, bravissima attrice e ottima conduttrice accanto ad Aldo Biscardi. Insomma confido molto in queste ragazze”.



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Paolo Bonfanti: Uno dei più grandi chitarristi e bluesman italiani

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“Back home alive” è l’ultimo album realizzato da Paolo Bonfanti, uno dei più grandi bluesman italiani. Chitarrista, autore e produttore,  ha condiviso il palco con artisti del calibro di Fabio Treves, Beppe Gambetta, Gene Parson, Roy Rogers, Lucio Fabbri, Franz di Cioccio, Yo Yo Mundi, Big Fat Mama, Red Wine, confermando  sempre il grande amore e la passione per la musica, travalicando i confini del blues, spaziando in orizzonti infiniti e realizzando opere di grande spessore, impreziosite da una profonda ricerca sia tecnica che emotiva.

di Donatella Lavizzari

Ciao Paolo, tu suoni, canti, componi e scrivi. Sei un artista curioso e senza barriere e questo ti ha sempre spinto ad essere in contatto con una moltitudine di realtà ed espressioni artistiche declinate nei modi più diversi. Cosa ti affascina maggiormente?

“Quello che mi affascina di più è proprio questo cioè la polivalenza. Fare arte per me è anche una forma di conoscenza, vuol dire essere aperti ad ogni genere di contatto sia professionale che umano. La musica ti porta a conoscere sempre nuove realtà, persone e luoghi. La musica ti porta a comunicare. La musica è uno scambio, acquisizione di ricchezza e bellezza”.

Sei sempre alla ricerca di nuove sonorità, il tuo sodalizio, per esempio, con Roberto Bongianino ne è la conferma. Ce ne vuoi parlare?

“Sì è vero, in parte questa mia continua ricerca dipende dal fatto molto semplice che mi annoio a fare sempre le stesse cose. In particolare la collaborazione con Roberto viene dal fatto che mi interessava avere nella band uno strumento cosiddetto tradizionale come la fisarmonica però suonato in una maniera assolutamente non ortodossa, come un hammond, un pianoforte, un’armonica. Non so con chi altro avrei potuto sperimentare questo percorso in quanto Roberto è un musicista a 36 gradi, dotato di grande sensibilità”.

Suonando con gli Slow Feet ti confronti con alcuni dei mostri sacri della musica italiana…

“E’ uno dei “colpi” della mia carriera musicale, il più riuscito, nato per caso da un incontro tra Franz Di Cioccio e il bassista-fotografo Reinhold Kohl, assistente di Fabrizio De André in diversi tour. Parlando  decidono di fondare un band tributo insolita, composta da musicisti nati sotto il segno dell’Aquario: alcuni corrispondevano a questa aspettativa tipo Franz, Reinhold, Piero Milesi, Mauro Pagani e poi, ad un certo punto, finiti gli Aquari sono arrivati gli Scorpioni e cioè io e Vittorio De Scalzi. Era il 2003 ed era prevista solo una data per il tributo a Fabrizio. E’ stata un’esperienza talmente divertente che giorni dopo, Franz con una telefonata ci ha comunicato l’intenzione di proseguire con questo progetto, con l’intenzione di essere non una tribute band ma una ‘contribute’ band. Dopo la scomparsa di Piero, il distacco di Mauro e Vittorio, con l’arrivo di Lucio Fabbri la band si è trasformata in un quartetto ed è in previsione un disco nuovo”.

Tu spesso condividi il palco con lo straordinario mandolinista Martino Coppo, come è avvenuto il vostro incontro? 

“Sono un allievo del grande Beppe Gambetta, virtuoso della chitarra acustica flatpicking, che ai tempi insieme a Martino suonava con i Red Wine,  uno dei gruppi di punta del bluegrass europeo. Lì sono andati ad ascoltare e ho suonato anche con loro più di una volta. Con Martino abbiamo parlato di questa possibile collaborazione già negli anni novanta ma concretamente il tutto è nato nel 2014 con ‘Friend of a Friend’ ”.

Questo che hai nominato è un cd di brani originali e reinterpretazioni,  dalla canzone d’autore americana al bluegrass, al blues, al folk e al gospel,  sino a toccare colori cajun e dialetto genovese come nella track “Via da Zèna”. E questo ci conduce a “Canzoni di schiena”,  cosa vedi da questa prospettiva?

“E’ un mondo particolare, un mondo che dal punto di vista del valore artistico è stato rappresentato da De André. Perché prima si usava il dialetto con quello stile modern-folk, popolare. Fabrizio è arrivato alla Poesia. Fabrizio ha insegnato a tutti che la cosa importante è la qualità poetica del testo. Anch’io sono stato ‘fulminato’ sulla via di Boccadasse e mi sono voluto confrontare con questo universo. In ‘Canzoni di schiena,’ dove tra l’altro, c’ è anche un contributo sostanzioso di Vittorio De Scalzi di ‘Dove a l’è’, ho cercato di usare il genovese come faceva Edoardo Firpo”.

Il Blues è, a nostro parere, fondamentalmente una trasmissione di sentimenti: tu cosa individui di te stesso in quello che componi e suoni?

“Il Blues è una musica di verità, che racconta le cose così come sono, e questo corrisponde in toto al mio carattere: non ci sono sovrastrutture, non ci sono orpelli, non ci sono filtri. Il Blues è diretto, vero: Blues is the True”.

Credi che la musica sappia raccontare e le parole sappiano suonare?

“Assolutamente sì. Se ascolti un pezzo di Dylan capisci subito che la parola  dice ma ha anche un suono. E’ musica. A parte la melodia, la scelta e l’uso delle parole sono essenziali. Le parole hanno un loro ritmo, una loro sonorità”.

Tu  metti sempre la faccia nelle questioni socio-politiche. La musica può arrivare a scuotere le coscienze e trasmettere messaggi?

“La musica non può, deve sempre trasmettere un messaggio, anche se riguarda la sfera più intima del tuo essere. Per me questa è la componente essenziale. Così come lo è la ‘memoria’. Fare musica è ricordare sempre quello che c’era prima, è un gioco di memoria. Anche suonando nelle improvvisazioni porti sempre il tuo bagaglio”.

Times ain’t changed at all? 

“Bob Dylan ha scritto ‘The Times They Are A-Changin’ dopo questo mio, dove sostiene che i tempi sono cambiati e invece per me è esattamente il contrario”.

Elvis Costello ha detto che le crisi economiche fanno bene al rock…

“Fanno bene alla musica se non durano troppo oppure se la crisi economica la pagano tutti e non solo i soliti”.

Riteniamo  che “Exile on Backstreets” sia un lavoro molto vicino alla  black music con riferimenti agli Stones e a Springsteen.

“Assolutamente sì, è un omaggio a queste due band ed è forse il mio disco più black.  Lo considero anomalo. Di solito io compongo i pezzi, li suono per un anno circa in giro con la band e poi  faccio il disco, come se fosse la fine di un percorso. Con Exile questo non è accaduto.  Ho suonato live prima della registrazione solo due brani, gli altri sono stati composti e incisi subito, come se avessi un’urgenza di dire le cose”.

Particolare è stato il tuo fare rap in Black Glove.

“E’ stato il mio primo esperimento e lo spunto è questa immagine iconica dei quattrocentisti neri americani che sono sul podio con le medaglie della vittoria e il pugno alzato con il guanto nero come dire se siamo eroi qui dobbiamo esserlo anche fuori, non dobbiamo essere considerati ‘under dogs’ come dicono negli States. Questa è un’immagine che mi ha colpito molto e ho pensato che il rap fosse la maniera più idonea per trasmettere questo messaggio”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Dopo un anno molto intenso di eventi live, continuo a promuovere il mio album ‘Back Home Alive’ che è stato prodotto da Steve Berlin, tastierista e sassofonista dei Los Lobos, nome di prima grandezza tra i produttori d’oltreoceano, che ha curato sia la pre-produzione che gli arrangiamenti fino al mixaggio, messo a punto in America ed affidato a David Simon Baker. Il master è stato realizzato dalle sapienti mani di David Glasser nello studio Air Show di Boulder, Colorado. Oltre a questa attività live, bolle sempre qualcosa in pentola, magari anche un opera nella lingua dell’Alighieri”.

Per saperne di più: www.paolobonfanti.it



more No Comments novembre 6 2015 at 13:56


Rosario Mallardo: Pronto al grande salto nel cinema

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Campano, classe 1993, per l’esattezza di Pozzuoli che, si sa, ha dato i natali a quella diva assoluta del cinema nostrano e internazionale, Sophia Loren. Rosario Mallardo è pronto per la definitiva consacrazione sul grande schermo. Capelli scuri, occhi castani e un fisico da bronzo di Riace, non è passato inosservato al recente Ischia Global Fest, dove tra artisti del calibro di Helen Mirren e Antonio Banderas e il cast della fortunatissima serie tv Sky “Gomorra”, è stato tra i più ricercati.

di Biagio Verdicchio

L’ex concorrente del reality “La Fazenda” punta ora dritto al cinema grazie al costante sostegno di alcuni amici fidati, pronti ad indicargli la strada giusta, in un percorso che da sempre si definisce duro e spietato. Ancora nulla di certo, ma vederlo attore protagonista in un cortometraggio a firma di un grande regista, è al momento più di una semplice ipotesi. Abbiamo incontrato Rosario in queste settimane frenetiche tra contatti, incontri, telefonate e mail. Pronto ad aprire il cuore a tutto quanto si nasconde per il futuro prossimo.

Il successo arriva con un talent: “la Fazenda”. Ma non si può vivere soltanto del successo effimero di un programma  tv, come ci si prepara ad essere realmente qualcuno nel mondo dello spettacolo? 

“Umiltà prima di tutto ed essere te stesso e dimostrare le proprie capacità. E sopratutto studiando tantissimo”.

Nasci modello e fotomodello. Importante la cura di se stessi. Cosa significa per te avere stile, essere alla moda? 

“Lo stile ha un carattere di permanenza. E’ qualcosa che si rafforza con il tempo. Come quelle persone che maturano con garbo. E’ come un buon vino: lo stile si sostanzia della personalità di chi lo interpreta. Non passa, si consolida. La moda è fatta invece da tendenze generali che possono, in qualche maniera, essere colte da tutte. Lo stile è personale, qualcosa di unico come un codice a barre. Proprio per questo è unico e distintivo della persona”.

Sappiamo che ami la fotografia, inutile chiederti se spesso ti trovi a dare tu consigli ai fotografi che ti immortalano durante uno shooting…

“Quasi sempre”.

Questa estate eri presente all’Ischia Global Festival, tratra tanti divi del cinema nostrano. Cosa bolle in pentola? 

“Ho conosciuto lì un regista e stiamo portando a termine dei progetti e che ben presto vedrete anche voi. Non mi va di parlarne perchè sono molto scaramantico. Sono un tipo che parla a fatti compiuti, non mi piacciono le chiacchiere”.

Più cinema o più tv? Sappiamo che stai e hai frequentato una scuola di recitazione.

“Preferisco il cinema. Sì sto studiando in una scuola di recitazione di Roma, l’Action Academy di Nando Moscariello e Mariagrazia Cucinotta”.

Quanto ti piace piacere?

“So di essere un bel ragazzo, mi piaccio e piaccio alle donne! Anche se io ho occhi solo per la mamma di mia figlia”.

Infatti, giovanissimo, sei già padre di una splendida bambina. Come si concilia lavoro, questo lavoro, con gli affetti? 

“Cerco di dedicare tempo sia alla famiglia che al lavoro anche se tante volte tolgo molto tempo alla mia famiglia ma loro sanno quanto sono importanti per me”.

 

 



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Maggie Van der Toorn: La vita è fatta di partenze

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Nel linguaggio si parte “da” o si parte “per”, a seconda che si voglia evidenziare l’allontanamento dall’origine, o la meta che ci si prefigge. Nell’uno o nell’altro caso, la partenza rimane l’atto più ancestrale dell’uomo, da sempre in movimento lungo il viaggio  della vita.

di Marisa Iacopino

Abbiamo incontrato Maggie Van Der Toorn, che in “Partenze”, uscito per le Edizioni Draw Up, ha intessuto storie con maestria da viaggiatrice collaudata. Il suo libro di racconti, un piccolo gioiello di transiti letterari.

La partenza come metafora per andare oltre, per scappare o tornare. E la propensione per il treno. Lo ritieni il sistema migliore per partire? 

“Qualsiasi tipo di spostamento fisico aiuta a fare scelte nella vita. Il treno è un punto d’incontro di destini e persone che viaggiano nella stessa direzione, ma con motivazioni diverse. Personalmente, trovo necessario spostarmi per prendere una decisione. Ed è quello che volevo trasmettere ai personaggi del mio libro”.

In un racconto, definisci i viaggiatori compagni di viaggio. Il treno si percepisce allora come spazio che unisce al pari di una casa. E’ giusta questa interpretazione?

“Sì, ma solo in quel momento. In treno, ci si trova di fronte a persone con cui non si parla nemmeno, però ti domandi: chissà verso cosa va? E’ un momento  intenso che termina quando scendi alla tua stazione”.

In un altro racconto, tratti di una tematica drammatica, lo stupro, e come mezzo salvifico scegli la musica. Com’è il tuo rapporto con questa forma d’arte, considerata la più elevata? 

“Considero la musica la base di tutto. Sicuramente, la mia ispirazione. Da una canzone mi vengono emozioni che mi portano a scrivere, a esternare quello che sento. Quando ho un blocco e non riesco ad andare avanti nella narrazione, ascolto la musica. Metto il mio cd preferito,  e mi viene l’ispirazione. La musica è anche  un modo per unire le persone.  In ogni caso è salvezza, perché ti dà la forza di continuare. La protagonista del racconto ha un obiettivo e lo raggiunge attraverso la musica. Così, dal male arriva il bene”.

C’è poi la partenza verso una vita d’integrazione per un ragazzo affetto da grave deficit comunicativo. E qui entrano in scena gli animali, quale conciliazione con il mondo umano.  Com’è il tuo rapporto con loro?  

“Gli animali per me sono come dei bambini, come figli. Ho attualmente un cane e tre gatti. Ma vivendo in campagna, un tempo ho avuto tre cani e sei gatti. Erano trovatelli, tranne una. Gli animali ti trasmettono tanto affetto, ti insegnano ad amare e a comportarti. E poi sono sempre lì, ad aspettarti e farti le feste, anche nei momenti più difficili”.

La tua è una prosa asciutta, che procede per immagini quasi cinematografiche. Quanto il cinema ti ha influenzata? 

“Me lo dicono in molti. Ed è vero: io vedo, mentre scrivo. Costruisco attraverso le immagini. Forse perché da nordica mi viene naturale descrivere con concretezza, per sequenze visive. Ho fatto anche diversi video, e cortometraggi. Uno è entrato alla biennale lo scorso anno”.

Tu sei olandese, naturalizzata italiana. Ti è maestra la letteratura della tua terra o quella italiana? E quali i tuoi scrittori preferiti?

“Sicuramente la letteratura italiana. Preferisco gli scrittori che parlano dell’Italia. Mi piace molto Dacia Maraini, chiara e rapida. Ce ne sono anche altri, ma a volte faccio fatica quando il linguaggio è troppo complesso”.

Una domanda tecnica: scrivi di getto tornando poi a limare, o piuttosto cerchi di tenere pulita la narrazione man mano che procedi?

“In quest’ultimo modo. Faccio confusione a scrivere di getto e aggiustare alla fine. Preferisco buttare giù mezza pagina, e revisionarla. Chiaramente alla fine rivedo tutto. Forse così impiego più tempo, ma mi piace perfezionare subito la prosa”.

Per i tuoi personaggi la partenza è spesso dettata dalla speranza. E’ così? 

“Sì, voglio trasmettere sempre una possibilità. Mi piace che i miei personaggi abbiano, alla fine, la vita che desiderano. Quando si scrive, si vive la vita del proprio personaggio. Così se  questo ottiene una certa cosa, anche lo scrittore ne gioisce. Il mio motto è di non mollare mai. Pure nei momenti più difficili, quando tutto sembra impossibile, c’è la speranza di farcela”.

In due racconti, “Senza gatto e Oltre”, la partenza significherebbe perdita. Allora, si resta a combattere sul proprio territorio. E’ ciò che volevi comunicare?

“Proprio così. In questi due racconti, i personaggi sono arrivati fin sul burrone, all’orlo estremo da cui non c’è ritorno. Ma poi una luce, una scintilla, li fa voltare e allora non partono più. E la partenza diventa un rimanere”.

Viene spontanea la domanda: dopo queste partenze, ci saranno ritorni? 

“Sicuramente! Sto preparando un romanzo che spero di finire entro l’anno. Parla di un uomo autodistrutto che non gode più di nulla, ma che attraverso un ponte di persone e situazioni ritorna  alla vita. Un uomo che ritroverà i suoi colori. Sarà ambientato a Roma, città che amo”.

Cito Baricco: “Perché un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte”. Qual è il tuo pretesto per tornare? 

“Torno per riprendere quello che ho lasciato d’importante”.

Come di consueto, finiamo con una domanda avulsa dal resto: se dovessi definire con un unico aggettivo la tua scrittura, quale sceglieresti?

“Rapida”.

Seguiamo Maggie allontanarsi rapidamente. Un treno la riporterà in Romagna, dove vive. Il prossimo appuntamento è sul suo blog, “scintilledimaggie.wordpress.com”, per un incontro tra le parole. E nuove partenze.



more No Comments novembre 6 2015 at 13:50


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