GP Magazine giugno 2016



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Simona Izzo: talento unico

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Geniale e infaticabile, da anni Simona Izzo ci delizia con i suoi film. Adesso ne sta preparando uno duro sul tema dell’amore e in inverno tornerà a teatro con l’inseparabile Ricky Tognazzi in “Figli, mariti e amanti”

di Silvia Giansanti

Simona è dotata, oltre che dell’immenso talento di cui siamo a conoscenza, anche di un’energia eccezionale. La potremmo definire una donna multitasking, nel vero senso della parola. Il suo pensiero va oltre; mentre nella sua mente un nuovo lavoro viene partorito, si cala abilmente nei panni di nonna e di cuoca per i nipotini, collabora a livello lavorativo con la sua famiglia e il tutto “senza assunzione di sostanze particolari”, come ha detto lei stessa sorridendo. Merito dell’adrenalina creativa del suo lavoro. E’ un’artista che sta sempre avanti e che sta pensando anche di fare un film sulla vita di Marco Pannella, intitolato come un libro che è appena uscito: “La rosa nel pugno”. Adesso sta girando un film dal titolo provvisorio “Scoppiati”, tratto da un suo libro intitolato “Baciami per sempre”, con Barbara Bobulova, Valentina Cervi, Max Gazzè, Mariano Regillo, Maurizio Casagrande, Marco Cocci e che vede un’attrice straordinaria come Veruska Rossi, che spera di lanciare. Per mettere su questo film c’è voluto tempo e dovrebbe uscire il prossimo anno.

Simona, che effetto ti fa guardare indietro, vista l’enormità e la grandezza delle cose fatte?

“Mi sembra sempre che manchi qualcosa, che devo fare tante altre cose. Ho all’attivo tante ore televisive, film, libri, ma mi sembra di non aver fatto nulla. Ho questo strano senso di inadeguatezza, forse anche per via del tempo che è passato”.

Fai parte di una grande famiglia d’arte. Secondo te c’è una predisposizione genetica quando il talento è diffuso tra familiari?

“Assolutamente sì. Ci può essere anche una trasmissione ideologica e culturale. Sono nata e cresciuta mentre mio padre faceva i dialoghi di un film oppure un doppiaggio, indicandomi come mettere la voce. Ho cominciato a scrivere verso i quattordici anni di età mentre papà scriveva sceneggiature western. Mi ricordo che sistemavo i dialoghi, giocando con la macchina da scrivere e facendolo inquietare un po’. Dopo però li utilizzava ma senza darmi troppa soddisfazione. Era un padre sempre molto attento che lentamente mi ha riconosciuto il talento, tanto da chiedermi dei consigli. Dopo tanti anni di dialoghi, sono approdata alla scrittura”.

Un bilancio della stagione teatrale appena conclusa con Ricky Tognazzi in “Figli, mariti e amanti”?

“E’ stata una grande sorpresa, poiché non pensavo di fare teatro in quanto lo detesto dal punto di vista pratico, avevo davvero paura. Non pensavo di reggere come attrice”.

Verrà replicato?

“Riprenderà in inverno”.

Un bilancio invece di questi trent’anni trascorsi accanto a Ricky?

“Mi sembrano cinque minuti o una lunga giornata. Siamo tanto vicini, ho trovato davvero l’anima gemella dopo alcuni tentativi. Non è facile trovare la persona giusta, prima ho dovuto fare come al gratta e vinci”.

Hai mai collaborato con tua sorella Fiamma e con tuo figlio Francesco Venditti?

“Praticamente con Fiamma tutti i giorni, in quanto lei si occupa del doppiaggio e quindi ci sentiamo sempre e con lei ho preparato anche una ‘Traviata’, mentre con Francesco ho fatto i film ‘Io no’ e ‘Mia madre’, senza dimenticare che mi occupo molto dei suoi figli”.

Come si svolge la tua vita romana?

“Tra mille cose e spero che la nostra città venga rimessa a posto il più presto possibile. Mi fa pensare ad un ristorante meraviglioso dove si mangia male e il servizio è pessimo. La mia giornata si svolge in un meraviglioso giardino e un vecchio casale del ‘600, la mia casa, correndo da un’abitazione all’altra, da mia madre e dalle mie sorelle che abitano vicino. Corro anche da mio figlio a Trastevere, tra una sceneggiatura e l’altra. La mia casa è anche il mio luogo di lavoro, in quanto ho una foresteria con sala trucco e tutto il resto che serve per un film”.

C’è un luogo di Roma dove ti rechi per ritemprarti?

“Davanti al Liceo Mamiani dove ho studiato. Lì c’è una fantastica bouganville da quarant’anni. Poi il Pantheon, dove ci sono tutte le religioni che parlano”.

Toccando l’argomento estetica, so che sei favorevole ai ritocchi. Consigli questo alle donne?

“Credo nella chirurgia plastica e per questo consiglio di mettere da parte i soldi fin dall’età di trent’anni, per fare poi a cinquanta il primo ritocco. Non la consiglio prima, a meno che non ci sia un problema evidente”.

Sei rimasta soddisfatta del lavoro?

“Sono felicissima e devo ringraziare il mio chirurgo Flavio Saccomanno, che è uno dei più grandi al mondo. Mi aiuto con un’alimentazione sana, presto attenzione a non prendere il sole. Devo dire che anni di doppiaggio al chiuso, mi hanno preservato la pelle”.

Progetti di lavoro?

“Avendo cinque uomini nella mia vita, quali mio padre, mio figlio, i miei nipoti Leonardo e Tommaso, e Ricky, prima o poi farò un film intitolato ‘Tutti gli uomini della mia vita’, sulla falsariga di ‘Tutte le donne della mia vita’”.

 

CHI E’ SIMONA IZZO

Simona Izzo è nata a Roma il 22 aprile del 1953 sotto il segno del Toro con ascendente Cancro. Il lavoro è il suo hobby accompagnato dalla musica lirica e dalla lettura. Legge davvero di tutto, dagli opuscoli ai libri. Adora le costine alla Mao, cucinate con amore da suo marito Ricky Tognazzi. Tifa da sempre Roma, ma strizza l’occhiolino anche al Milan e alla Sampdoria. Possiede molti animali, tra cui tre cani (uno era dell’attrice scomparsa Monica Scattini), gatti e pappagalli e un canarino finto. Le piacerebbe vivere a Firenze, adora il toscano e la sua storia. E’ figlia di Renato Izzo, direttore del doppiaggio e proprio grazie al padre ha iniziato a muovere i primi passi nel campo curando i dialoghi e doppiando. Nel 1982 ha presentato in tv “Giochi senza frontiere”e tra i film interpretati ricordiamo: “Prestazione straordinaria” e “Simpatici & Antipatici”. Successivamente ha curato anche la sceneggiatura di film come “Piccoli Equivoci”, Ultrà”, “La Scorta” e “Canone inverso – Making Love”. Il suo esordio alla regia è avvenuto con la sorella Rossella Izzo con un film tv del 1986 “Parole e Baci”. Nel ’94 ha diretto “Maniaci sentimentali”, che le è valso il David di Donatello come miglior regista esordiente. Tra le tante cose, nel 2003 ha realizzato insieme al suo compagno di vita Ricky Tognazzi “Io no” e nel 2007 “Tutte le donne della mia vita”. Con lui ha recitato ultimamente a teatro in “Figli, mariti e amanti”.



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L’estate di Roberta Scardola

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Dopo aver concluso la stagione del suo corso Musical Theater, si prepara ad un’estate che la vede protagonista. L’8 luglio a Torino con il Raduno Ferrari, il 16,17,18 luglio con lo SciroccuFest e dal 23 al 31 luglio a Vico Equense

di Alessia Bimonte

Per questa estate, vasto programma di impegni per la giovane e talentuosa Roberta Scardola. Ci racconta così la sua stagione estiva.

“Ho iniziato con il mese di giugno,  ho presentato Tutto può non essere, scritto e diretto interamente da me. Lo spettacolo inedito è andato in scena l’8 giugno scorso presso il Teatro Nino Manfredi di Roma.  L’evento ha visto la partecipazione straordinaria dell’attrice, nonché amica Elda Alvigini, la ‘Stefania’ nella famosa serie Tv I Cesaroni”.

Roberta, oltre ai tuoi numerosi successi teatrali e cinematografici, sei insegnante di  danza e recitazione all’interno del corso Musical Theater.  

“Il corso comprende allieve dai 5 ai 18 anni, combina musica e movimento partendo dalla recitazione e le sue principali tecniche: cinema, tv e teatro. Le lezioni, partendo da un riscaldamento vocale, muscolare e respiratorio, si allargano su coreografie musicali, esercizi teatrali e rappresentazioni sceniche con lo scopo, divertendosi, di portare in scena una commedia musicale”.

Si continua con il mese di luglio, ancora più impegnativo. 

“A luglio, più precisamente l’8 sono madrina a Torino in occasione del Raduno Ferrari ‘Torino in Rosso’ organizzato dal club Passione Rossa Italia, Delegazione Piemonte e Valle D’Aosta. Sarà presente anche il presidente del Ferrari Club Passione Rossa di Roma, Fabio Barone, che in questo periodo si sta preparando per il record mondiale sulla Tianmen Mountain in Cina. L’evento ‘Regaliamo un Sorriso’, giunto alla III Edizione, patrocinato dal Comune di Torino, è dedicato esclusivamente ai Bambini dell’Ospedale infantile Regina Margherita, reparto Oncologico e Malattie Rare; i piccoli degenti, accompagnati per l’occasione dalla Brigata Taurinense, saliranno a bordo  dei bolidi di Maranello per fare un giro nelle vie del centro, scortati dalla Polizia Locale. Una giornata dedicata a loro con l’intento di regalargli un sorriso. Sempre a luglio, il 16, 17 e 18 presento lo SciroccuFest, festival canoro per giovani cantanti a Licodia Eubea (CT) organizzato dall’associazione ‘Musica…e oltre’, diretta da Paolo Li Rosi. Ho già avuto modo di recarmi nella cittadina sicula, accolta con enorme ospitalità per parlare e supervisionare l’organizzazione dell’evento, che conta nomi importanti, quali: la vocal coach Maria Grazia Fontana, Attilio Fontana (cantante), Bruno Mariani (chitarrista storico di Lucio Dalla), Tony Vandoni (direttore artistico musicale Radio Italia). Ancora una volta, dal 23 al 31 luglio vestirò i panni di presentatrice della VI edizione del Social World Film Festival di Vico Equense (Napoli). Kermesse di respiro internazionale, con la partecipazione di importanti nomi del cinema e della televisione. Per far conoscere questo straordinario evento, il Social Film è approdato a Cannes, oltrepassando l’oceano si è anche distinto a Los Angeles e in Cina. Un’organizzazione, diretta da Giuseppe Alessio Nuzzo e presieduta dalla sorella Teresanna, insieme a tutto lo staff che non ha nulla da invidiare a nessun altro festival cinematografico. Una kermesse operativa, che è cresciuta molto negli anni. Questo ormai è il mio sesto anno di partecipazione e i risultati si vedono: una ventata di novità nell’ambito cinematografico, che ha il privilegio di  interagire con i più giovani”.

Un tour niente male insomma. Ricco di belle esperienze da vivere e condividere. Ti concederai qualche momento di vacanza?

“Andrò sicuramente a rilassarmi una settimana in Salento, a Gallipoli e poi chi lo sa, vedremo”.



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Francesco Pannofino

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Diamo volto ad uno degli attori e doppiatori più bravi che abbiamo in Italia. Sa cimentarsi ottimamente al cinema, in teatro, alla radio e in televisione. Ha prestato la sua voce ai più grandi, da George Clooney a Denzel Washington

di Marisa Iacopino

Attore e doppiatore, ha prestato voce a interpreti di fama mondiale. Per citarne alcuni: George Clooney, Mickey Rourke, Denzel Washington, Antonio Banderas, Kurt Russell. Ci intratteniamo con Francesco Pannofino, uno dei doppiatori più amati dal pubblico cinematografico italiano.

Dove ritiene di esprimersi meglio, nel doppiaggio o nella recitazione? 

“E’ diverso. Nella recitazione metto in campo una cosa che nel doppiaggio non c’è, il corpo, tutta la fisicità. La fisicità me la porto sul palcoscenico, dove la gente ha più adesione naturale a me, vedendomi sia nei ruoli drammatici che comici. Mentre nel doppiaggio la concentrazione è riferita a non tradire, ad adeguarsi a un personaggio che già c’è, in teatro sono io che mi esprimo, quindi questo passaggio non esiste. Da un punto di vista professionale, sono stato conosciuto prima come doppiatore, poi in seguito come faccia, fisico, corpo”.

Parliamo di Pannofino attore: lei ha lavorato nel cinema, in televisione, alla radio, in teatro. Quali, gli ambiti di maggior soddisfazione?

“Vengo da una famiglia che non c’entra niente con tutto questo. Mio padre è stato carabiniere, mia madre casalinga. Penso che ogni ambito mi abbia dato uguale soddisfazione. In alcuni momenti era più soddisfacente fare una cosa piuttosto che un’altra. In linea di massima credo di aver tratto da tutte queste esperienze qualcosa di importante”.

Ha fatto cenno alla sua biografia personale. Vuol dirci qualcosa del suo background artistico?

“Per il doppiaggio è nato tutto abbastanza casualmente, frequentando una sala di incisione e scoprendo insieme ad altri questa attitudine. La mia voce è risultata essere adatta a una serie di cose. Da lì, poi, è nata l’idea di fare teatro. Mi viene in mente il teatro dell’Orologio che è stato una fucina, una palestra per tanti attori che adesso popolano il panorama nazionale. Sono nato lì, come attore. Non ho frequentato scuole, ecco. Non che non creda nelle scuole, la scuola ti dà degli strumenti, una specie di grammatica, ma poi quello che serve davvero lo devi avere dentro”.

Lei ha un figlio, un ragazzo giovane. Cosa gli consiglierebbe, se le dicesse di voler intraprendere la sua carriera artistica?

“Se questa è la sua strada, perché no? Sicuramente, io mi sono trovato bene, e quindi gli direi di sì, di provare. Però prima gli consiglierei di verificare se effettivamente ha attitudini per questo! Adesso mio figlio sta in un’età di crescita ed è difficile per lui sapere delle sue attitudini. Quando lo scoprirà, vedremo… Magari gli direi pure di frequentare una scuola, perché forse è una maniera di accelerare certi processi”.

Quanto i suoi fans sanno del Pannofino privato, e quanto di pubblico lei si porta nella vita privata?

“Le due cose si incrociano. Io credo di essere sempre la stessa persona, sia nel pubblico che nel privato. In fondo, questa è stata la mia forza, non c’è una divaricazione tra pubblico e privato. Penso che le persone che mi vedono sul palcoscenico sappiano di me tanto. Metto pochi filtri tra la mia vita privata e quella pubblica. Laddove per privato intendo il mio modo di essere. Quello che faccio sono fatti miei!”.

Ha lavorato ripetutamente con il regista Claudio Boccaccini. Lo scorso anno è andata a lungo in scena la commedia “I suoceri albanesi”. Com’è il vostro rapporto?

“Ci siamo conosciuti all’Orologio, circa diciotto anni fa. Abbiamo fatto insieme cose belle. Mi viene in mente ‘Le opinioni di un clown’, uno spettacolo che amavo molto, appunto diretto da Claudio. Per me, lui è un amico oltre che riconoscergli indubbie qualità come regista. Insomma, un incontro umano oltre che professionale. Ultimamente, abbiamo fatto insieme ‘I suoceri albanesi’, un successo importante che verrà replicato. Il nostro modo di lavorare va bene. Siamo in sintonia, io con lui sono tranquillo, posso gestire il mio modo profondo di essere, certe miei pigrizie. Ci capiamo al volo. Questo tra un regista e un attore è molto importante. Poi ho lavorato con molti altri registi, e mi sono pure trovato bene. Mi viene in mente tutto il gruppo di ‘Boris’, gli autori, i registi come Torre, Vendruscolo, Ciarrapico.  Abbiamo fatto due film insieme. Insomma, in linea di massima sono contento delle persone con cui ho collaborato”.

La sua voce è stata anche messa alla prova in una sala di incisione. Come giudica Pannofino le capacità canore di Pannofino?

“Ho sempre cantato, mi piace molto. E strimpellavo anche la chitarra durante le tournée. La chitarra mi ha seguito nelle varie fasi della vita, ma non sono un chitarrista, come non sono un cantante! Un giorno, un produttore musicale ha pensato di farmi incidere un disco. Il disco l’abbiamo fatto, ed è venuto anche bene. Però ripeto, non sono un cantante, semmai un interprete, che è una cosa diversa. Nell’ultimo spettacolo, ‘Bluetooth’, cantavo alcune canzoni di questo mio disco. Mi ha divertito molto farlo, ma è un’esperienza che rimarrà circoscritta”.

La vediamo spesso in “Quelli che il Calcio”. Lei è uno sportivo e per quale squadra tifa?

“Per la Lazio, sempre! Però, sarà che mio figlio e mia moglie sono romanisti, non riesco proprio a essere antiromanista”.

Il prossimo impegno?

“Ci sono in ballo delle produzioni cinematografiche, forse anche una nuova serie televisiva. E poi teatralmente si riprenderà con I suoceri albanesi, l’anno prossimo”.

Con un sapore, come si definirebbe?

“Un sapore… sono dolceamaro”.



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Marilù De Nicola

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È nata a Pomigliano D’Arco da papà campano e mamma lucana. Dopo gli studi universitari ha intrapreso la carriera di modella con la passione per la recitazione. Ha iniziato con il teatro e a Roma ha frequentato la scuola di Claudio Jankowsky…

di Marisa Iacopino

E’ una persona allegra, positiva e con tanti sogni nel cassetto, dettati dalla forte ambizione. Ama la competizione costruttiva come opportunità per migliorare sempre di più. Ama la recitazione sin da piccola e, dopo un inizio nel mondo della moda, si ritrova a fare teatro…

Ciao Marilù come e quando hai scoperto la predisposizione alla recitazione?

“Da bambina mi esercitavo davanti allo specchio ad interpretare personaggi fantastici o creare, presentare,  sfilate di moda con i vestiti di mia madre, che in verità mi stavano molto  larghi, adoravo le sue scarpe. Sebbene i vestiti mi cascassero da tutte le parti, rappresentavano il veicolo di un percorso professionale che avrei intrapreso successivamente”.

Avevi un modello di attrice quando eri piccola? Oppure avevi un’ammirazione particolare per qualcuna?

“Sì, Virna Lisi, che, con la sua eleganza e bravura, riusciva ad avere un effetto carismatico su di me, un’icona di bellezza, ai miei occhi irraggiungibile”.

Spesso, un giovane che ha il sogno della recitazione non sa come cominciare e dove iniziare a formarsi. Tu che percorso hai intrapreso?

“Ho mosso i primi passi nel mondo della moda e delle passerelle, coltivando contemporaneamente la passione per il teatro. Lessi su un  giornale locale di un casting per uno spettacolo teatrale e con un amico mi presentai. Qualche giorno dopo fummo contattati e mi ritrovai con il mio primo copione tra le mani. Non sapevo cosa stessi facendo. La mia formazione è cominciata con il teatro  napoletano, direttamente sul palcoscenico e solo successivamente ho studiato recitazione approdando alla scuola di teatro di Claudio Jankowsky a Roma. Ho partecipato poi a diversi stage presso scuole di cinema,  come quello di Lena Lessing e Micke Klingvall. Oggi gli aspiranti attori sono fortunati perché hanno tante alternative tra accademie e scuole di teatro altamente specializzate. Poi non mancano masterclass, stage, corsi di dizione e doppiaggio. Il segreto è quello di capire bene cosa si vuole, per cosa si è portati, non provando un po’ di tutto, ma specializzandosi perch? si disperderebbero tempo, energie e denaro”.

Le tue esperienze professionali iniziali partono dalla moda. Quanto è servita la moda per avere il tuo start up?

“Ancora adolescente ho cominciato a sfilare per firme importanti di abiti da spose, costumi da bagno, show room per Gattinoni e così via. Direi che la moda mi ha dato tanto  soprattutto per il portamento, un portamento elegante e  spontaneo che mi accorgo di aver cucito su di me anche fuori dalle passerelle”.

Sei una bellissima ragazza con un viso che colpisce. Qual è la cosa del tuo aspetto che gli altri notano maggiormente? A me ha colpito lo sguardo…

“Sinceramente non saprei. Spesso dicono lo sguardo, forse l’altezza, le labbra… Tuttavia penso sia del tutto soggettivo individuare il particolare di una persona che attiri completamente l’attenzione di chi ti sta vicino”.

In passato si diceva che per fare cinema bisogna avere la “faccia giusta”. Pensi che sia ancora valido questo concetto e che il volto possa fare la differenza?

“Il volto rappresenta una parte importante della persona che intende intraprendere questo tipo di percorso. Penso che l’idea della faccia giusta per quel personaggio regga ancora. Sono tuttavia certa che la bellezza, senza il corredo della bravura, del carisma,e di quell’alone impalpabile che unisce attore e pubblico, è destinata a scemare, restano nel tempo le altre qualità”.

Tante esperienze, teatro, tv e l’anno scorso l’approdo al cinema. Ce ne parli?

“Sì ho avuto l’onore di partecipare al film ‘Una diecimila lire’, un grande progetto cinematografico nato da un’idea di qualche anno fa del regista Luciano Luminelli, che  firma questa sua opera Prima. Per me ha rappresentato la grande occasione perché mi sono trovata a recitare con Sebastiano Somma, che lo scorso 3 ottobre  ha vinto il premio di miglior attore al Terra di Siena Film Festival. Mi emoziona sapere che il film ha portato a casa anche un secondo premio, quello del Grande Prix della Giuria”.

Hai lavorato anche come conduttrice e presentatrice. E’ la stessa cosa come salire sul palco di un teatro o essere davanti ad una macchina da presa? 

“La conduzione e la presentazione di eventi e spettacoli  rappresentano l’interagire immediato tra te e il pubblico, come se ti trovassi a fare il funambolo senza la rete di protezione. La conduzione è un modo diretto e anche molto divertente per arrivare alla gente; a volte hai l’impressione di fare due chiacchierare tra amiche. Recitare sul palco è cosa ben diversa, rappresenta coinvolgere e dare al pubblico in sala le emozioni e gli stati d’animo, di immediato impatto, del personaggio che in quel momento stai interpretando. A pensarci bene, anche davanti alla macchina da presa devi avere la stessa capacità sapendo che le tue emozioni vengono traslate attraverso la stessa macchina”.

A che punto è la tua carriera? Sta andando tutto come previsto?

“Procede tutto secondo copione! Va tutto benissimo e sono tante le soddisfazioni. Ho raggiunto parte delle mie aspettative. Alla fine di un orizzonte c’è ne è un altro più lontano”.

Spesso si sente dire in giro che la carriera non va a braccetto con la vita privata. Per quanto ti riguarda vanno d’accordo abbondantemente o sufficientemente?

“Credo non sia vero, se si ha la capacità di organizzarsi, di fare tanti sacrifici si può dare spazio anche alla vita privata. Non a caso, a prescindere dallo spettacolo, molti personaggi politici e tanti manageri ne danno quotidianamente prova”.

Riguardo al tuo aspetto, hai qualcuno che ti segue o ti consiglia, una sorta di look maker?

“Sì, posso contare sull’hairstylist Vincenzo Fatteruso, mio amico da sempre, che cura la mia immagine, dal colore, taglio e stile dei capelli ai consigli sul look, accessori, scarpe. Poi di mio amo sperimentare, osservare e riadattare delle cose su di me. Non ho uno stile preciso, vesto elegante ma anche in modo semplice, sto solo attenta a non fare errori gravi come il pizzo e il velo di giorno, li detesto!”.

In genere dove fai shopping, nei negozi per le vie della città o nei centri commerciali? 

“Ovunque. E’ la cosa che so fare meglio. Un capo mi deve colpire a prescindere dalla marca e spesso soprattutto con i saldi prendo delle cose che poi mi ritrovo. Nel mio armadio non mancano capi basic e quindi ci gioco con gli accessori come cappelli, anelli particolari, ma il mio punto debole restano le scarpe”.

So che conosci perfettamente il dialetto napoletano. Puoi salutarci con una frase in napoletana?   

“Song felicè e’ avèr parlàt cu vuì. Vi augurò na buanà iurnata e vi saluto cu affètt”. (chissà se abbiamo scritto bene)



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Viktoria Petriv: Una giornata speciale

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E’ con la bellissima Viktoria che continuiamo la nostra avventura: la numero quaranta. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda

di Adriana Soares

Viktoria, parlaci di te.

“Sono per metà ucraina e per metà cosacca. Mi sono trasferita  in Italia con la mia famiglia da qualche anno. Sono una ragazza solare, positiva, preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Mi appassionano l’arte e la moda. Amo il bello e l’emozione che mi suscita. Quando ho tempo disegno e questo mi rilassa molto. Amo e rispetto la natura, il contatto con la terra, cose che ormai vanno scemando tra i giovani ed è un vero peccato. Ogni tanto bisognerebbe tornare alle origini per ritrovare i veri valori e quella felicità semplice e forte allo stesso tempo, come dire ‘genuina’. Infatti, per me è prezioso il ricordo della mia infanzia trascorsa con i miei nonni in campagna. Sono una ragazza aperta e socievole ma non mi rivelo a tutti. Cerco di capire chi ho davanti, andando oltre l’apparenza. E’ come al cinema, dietro le quinte ci sono tanti misteri da scoprire e questo mi affascina molto.  Il fatto di mettersi in gioco mi fà sentire viva e questo giustifica il fatto di essere in questo mondo”.

Ti piaci come sei?

“E’ complicato rispondere a questa domanda, perchè in realtà non mi conosco a fondo, anche perché siamo il risultato di esperienze e di reazioni agli stimoli, e molte volte mi stupisco dalle mie reazioni e realizzo che ci sono aspetti del mio carattere che ignoravo o che non affioravano. E’ un’avventura stupenda la strada che porterà verso me, non so se arriverò mai alla fine, forse ogni volta qualcosa cambierà in me col passare del tempo, quindi, il vero me non si rivelerà mai. Posso dire che mi piace il mio carattere estroverso, curioso ed ambizioso. Sono il risultato dalla fusione tra la dolcezza e l’essere frizzante a volte pungente”.

La moda ti condiziona?

“Comincio a scoprire ora la moda, perciò non mi condiziona. Vengono prima i rapporti familiari, di amicizia e di lavoro”.

Cosa ti ha spinto di freguentare lo stage di portamento di Adriana?

“Da quando ero molto piccola, mi divertivo nell’ indossare le scarpe o i vestiti di mamma e sfilare davanti allo specchio. Quindi diventare modella è il mio sogno da sempre. Poi la vita mi ha fatto seguire un percorso diverso, ma grazie al mio carattere, mi sono imposta di mettermi in gioco e fortunatamente ho conosciuto Adriana, che mi ha ispirata e dato fiducia. Da ex modella ad alti livelli, fotografa di moda, e madre premurosa ed attenta, mi ha potuto aiutare a tirare fuori quel lato femminile che avevo e che ignoravo. Ho trovato l’autostima e mi sono rafforzata. Certo, mi sono affidata e mi sono buttata col cuore pieno di voglia di imparare. Detto questo, dopo aver frequentato lo stage di portamento, affermo che ogni donna dovrebbe  vivere questa esperienza. E’ un incontro con quei lati nascosti che noi donne abbiamo. Non è un lavoro solo sul fisico, ma soprattutto interiore… si lavora molto sulla concentrazione, come interiorizzare i movimenti, perchè ci si muove in modo meccanico, mentre bisognerebbe fermarsi e sentire ogni singola parte del proprio corpo”.

Cosa hai portato via?

“E’ stata un’esperienza stupenda. Mi ha aiutato a prendere consapevolezza di me, donandomi fiducia e trovando la mia femminilità.  Di conseguenza ho iniziato ad amare di più il mio corpo e a non avere timore del confronto con le altre. Grazie al nutrizionismo ho iniziato a seguire un nuovo stile di vita che mi ha portato a sentirmi meglio. Ribadisco, lo consiglio a tutte le donne, che, magari hanno difficoltà ad accettarsi e ti ispira  ad amarsi di più. Ringrazierò sempre Adriana per i suoi insegnamenti non solo di portamento, e materie correlate ma anche di vita”.

Progetti futuri?

“Desidero cose semplici e raggiungibili, come Hollywood, tappeto rosso, il mio nome sulla stella, con la mia famiglia accanto. Poi la pace nel mondo come le Miss. Scherzo, ovviamente!”.



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Zephiro, a voi il Giappone

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Claudio Desideri, Claudio Todesco e Leonardo Sentinelli sono gli Zephiro, gruppo del panorama underground romano da vari anni. Adesso hanno dato alla luce nuove interessanti produzioni. Sono molto famosi nel Sol Levante

di Silvia Giansanti

Incontriamo una band che ha saputo far parlare di sé persino in Giappone e il cui nome è forte e ricercato. Gli Zephiro sono cresciuti artisticamente a Roma e dopo alcuni cambi di formazione e contaminazioni di genere, hanno raggiunto nel 2012 la line up attuale. Desideri è alla voce e al basso, Todesco alla chitarra e Sentinelli alla batteria. Vantano un’intensa attività live. Può un gruppo made in Italy avere seguito anche in Giappone e in America? La risposta è sì!

Da dove nasce l’esigenza di formare un gruppo e a chi è venuta principalmente l’idea?

(Claudio Desideri) “L’arte è una pulsione interna che esige una via d’uscita. Per un musicista questa valvola può trovare il suo sfogo nella semplice composizione di brani che talvolta rimangono in un cassetto oppure può dar vita ad una band con cui condividere la propria arte. Il secondo è assolutamente il nostro caso. Immergere reciprocamente le proprie creazioni nei colori dell’altro, fa assumere ai brani sfumature che non sarebbero potute esistere altrimenti, è questo il bello di mettersi in gioco in una band”.

La scelta del nome Zephiro?

(Claudio Desideri) “Crediamo molto che il nome di una band debba essere impattante e al contempo racchiudere un concetto. Personalmente apprezzo molto la scelta dell’uso di una parola singola e forte. In più Zephiro è un vento che porta la primavera, può cullare ma può anche essere devastante. Il merito della scelta va a Claudio Todesco, co-fondatore della band”.

Quando avete iniziato a destare curiosità tra la gente?

(Claudio Todesco) “La curiosità è avvenuta di pari passo con i primi live che sono diventati via via sempre più assidui. In termini di feedback positivi, dei momenti molto importanti sono stati segnati dalle aperture dei live di Carl Palmer, dei Diaframma e di Riccardo Sinigallia. Inoltre i tre tour in terra nipponica hanno dato risalto al nome della band tanto che tutt’ora quando diciamo il nostro nome, la gente ci risponde ‘Ah sì, la band italiana che suona in Giappone’!”.

Qual è il vostro obiettivo?

(Leonardo Sentinelli) “Troppo facile rispondere di diventare famosi e troppo ipocrita affermare di ripudiare questa ipotesi. Crediamo che la vita di un artista, come per le band, debba essere una devozione totale alla creazione. Da che mondo è mondo, gli artisti hanno influenzato la vita di tutti i giorni cambiando mode, sconvolgendo regole e proponendo un’alternativa ai clichè. Avete presente quella sensazione che passa attraverso la schiena, quando sentite una bella canzone che vi emoziona e vi da quella specie di speranza, quando tutto diventa possibile? Ecco, infondere un’emozione così nell’anima di chi ci ascolta è già un ottimo obiettivo, non credete?”.

L’esperienza più importante avuta finora e perché.

(Claudio Todesco) “Ogni esperienza ha la sua particolare rilevanza a livello umano e professionale. Senza dubbio i tour in Giappone e a New York hanno segnato una grande tappa in tal senso. E’ davvero interessante notare e godere delle differenze d’approccio del pubblico ai live tra queste due culture. In Giappone c’è grande voglia di divertirsi e lo sanno fare ma sempre con la tenera compostezza che contraddistingue il popolo nipponico. Anche il pubblico americano sa come divertirsi, ma è anche molto attento al sound della band, il livello tecnico dei musicisti è molto alto ed è stato un ottimo banco di prova per noi”.

Ci sono stati miti che vi hanno ispirato e aiutato nel vostro percorso?

(Claudio Todesco) “Traiamo ispirazione dalla new wave, genere al centro dei nostri gusti musicali e le sue varie ramificazioni degli anni ’80. Potremmo citare tanti artisti, ma ci limitiamo a menzionare i grandi U2, Tears for Fears, Depeche Mode, The Cure, Ultravox, Sad Lovers and Giants. Tra gli artisti contemporanei apprezziamo molto The Editors, Interpol e White Lies”.

Un solo nome tra le recenti pubblicazioni: Amelia. Il perché di questo omaggio?

(Claudio Desideri) “Durante la nascita dei brani, come per la scrittura dei testi, assecondiamo il destino del nostro nome. Ci facciamo trasportare dal vento dell’ispirazione che può portarci nel deserto del Catai o farci ritrovare dentro un aereo. Da qui l’idea di parlare di un viaggio attorno al globo e quale migliore occasione per tributare l’impresa, purtroppo finita in tragedia, di Amelia Earhart, famosa aviatrice nonché icona degli anni ‘30”.

Un altro brano che avete rilasciato di recente è “Crisalide”. Per caso è in atto qualche metamorfosi?

(Claudio Desideri) “Tutto si trasforma, come citiamo nel testo della canzone, quindi chi lo sa…E’ una metamorfosi a monte e quindi poco percepibile. Stiamo intraprendendo una strada stilistica ben precisa che è quella della new wave, genere prettamente britannico, ma nel nostro caso con l’uso della lingua italiana. Questo percorso è fatto di continui mutamenti necessari per camminare nel modo più naturale possibile”.

Per concludere, diamo uno sguardo ai vostri futuri impegni e concerti.

(Claudio Desideri) “Ci sono dei progetti in vista, ma da bravi italiani schiavi della scaramanzia non sveliamo nulla. Ultimamente siamo stati molto impegnati con la pubblicazione dei due video girati in Islanda ed abbiamo lavorato a stretto contatto con Federico Toraldo, abilissimo regista a cui va tutta la nostra stima. Attualmente stiamo ultimando il missaggio del disco di prossima uscita. A tal proposito ci teniamo a ringraziare Fabrizio Simoncioni, professionista assoluto, nonché ingegnere del suono per artisti come Litfiba, Negrita, Ligabue e tanti altri”.

 

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Christiana Ruggeri: “La lista di carbone”

christiana ruggeri 1

Giornalista degli esteri del Tg2, in giro sempre per il mondo per lavoro, appassionata di fotografia, natura e antropologia, è un’attivista per i diritti degli animali e vegetariana. Per Giunti ha pubblicato con successo “Dall’inferno si ritorna” e adesso è uscito “La lista di carbone”

di Silvia Giansanti

“Un libro dev’essere come un buon gelato, lo si deve divorare con il gusto di finirlo”. Così definisce una buona lettura Christiana Ruggeri, giornalista degli esteri del Tg2, che ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo “La lista di carbone”, una storia ambientata in uno dei periodi più cruenti e più bui della storia, come quello dell’olocausto. E’ un viaggio a ritroso nella pagina più nera della storia del ’900 che è la Shoah. Il percorso viene fatto casualmente con un escamotage da una ragazza che poco sapeva di questa tragedia. Il motivo di questo viaggio morale, intellettuale, etico e di incontri reali è dovuto proprio ad uno stratagemma banale, che non stiamo a svelare. Si tratta di una storia intensa e drammatica che racchiude un messaggio di grande forza e un racconto d’amicizia e d’amore. In rilievo ci sono due donne molto diverse, il dramma dell’olocausto e un grande amore travolto dalla storia. Il libro è uscito nel 2008 ed è stato ri-editato quest’anno in occasione degli ottant’anni della costruzione del campo di Sachsenhausen. Christiana in pochi mesi, e dopo un’illuminazione, ha così elaborato una storia. La presentazione romana presso la Feltrinelli alla Galleria Colonna, avvenuta di recente, ci ha permesso di incontrare l’autrice.

Christiana, da dove è venuta l’ispirazione per scrivere questo libro?

“Questo libro voleva essere il punto di vista di tanti ragazzi che poco sanno dell’olocausto, visto che a scuola la storia del ‘900 si studia poco, di fretta e sommariamente. Così mi sono messa nei panni di una giovane in gamba che parlava male di qualcosa che non conosceva e che era appunto l’olocausto. Da lì ho costruito una trama inventata, recandomi anche sul posto e approfondendo”.

Come ti è venuta l’illuminazione di scrivere qualcosa del genere, visto che finora ti sei occupata di altro?

“A dir la verità c’è una storia dietro. Una volta mentre ero in aereo per uno spostamento di lavoro, mi è capitato di leggere un trafiletto di un uomo orrendo che stava organizzando il cosiddetto ‘campo perfetto’. Questa cosa mi ha fatto sobbalzare, inorridire ed incuriosire allo stesso tempo. Parlare di campo perfetto, dove regnavano solo dolore, sofferenza e morte, stonava molto. Mi sono messa così a studiare questo campo lager che è Sachsenhausen, situato vicino Berlino e ho voluto raccontare cosa è successo realmente lì. Ovviamente non mi sarei mai permessa di scrivere un libro sull’olocausto in termini tecnici, ma semplicemente ho voluto costruire una storia intorno con alcuni personaggi inventati”.

Quanto hai impiegato per scriverlo?

“Sei mesi, di getto”.

Come definisci questo tuo libro?

“Un libro che ha la piccola pretesa di farci fare una riflessione e cioè che a volte una piccola cosa è come un lumicino che irradia una luce inattesa e inaspettata, compiendo miracoli”.

A che tipo di pubblico ti rivolgi?

“Ai giovani principalmente, infatti stiamo portando il libro nelle scuole, ma mi rivolgo anche a tutti. E’ una chiave di lettura particolare e multistrato e quindi ognuno può vederci tante cose”.

Hai avuto già qualche soddisfazione?

“Sì, ricevere tante lettere dei sopravvissuti, da parte di quelli che hanno vissuto la tragedia sulla propria pelle”.

 



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