GP Magazine gennaio 2017



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:34


Stefania Orlando: cover story febbraio 2017

stefania orlando - Edas 1

Da anni è una garanzia per la nostra tv. E’ tornata ai “Fatti vostri”, è a “Uno Mattina” e parallelamente si esibisce con il suo gruppo musicale: gli Orlando Furiosi. Vivace ed esuberante, porta positività sia dentro che fuori lo schermo

di Silvia Giansanti

Fino a maggio sarà presente nel contenitore di Uno Mattina nell’interessante rubrica “Da vedere e da ascoltare”, dove lei stessa ha avuto modo di apprendere nozioni di arte, musica e pittura con esperti del settore. Ogni venerdì è all’interno de  “I Fatti Vostri” nel mini talent “Dog Factor” dove è presidente di giuria, una sorta di  Caroline Smith di “Ballando con le Stelle” della situazione, per intenderci. E’ un 2017 che Stefania vorrebbe vivere senza polemiche e nella massima serenità, riguardo a scelte e a meccanismi esistenti nel suo lavoro. Un nuovo anno che è iniziato per lei con una mega festa per i suoi cinquant’anni, compiuti sotto le recenti feste natalizie, che ha lasciato tutti gli invitati di stucco alla festa che si è svolta a gennaio al Mo Mo Republic di Roma. Sembra ancora di parlare, infatti, con una Stefania ventenne dalla pelle levigata che muoveva i primi passi accanto al mitico Corrado. Il suo ammaliante taglio di occhi la rende ancora più affascinante, per non parlare di quella luce generata da un felice amore con il suo Simone.

Stefania, abbiamo appena aggiunto un altro anno. Secondo te l’esperienza più gratificante della tua vita professionale è avvenuta o dovrà ancora manifestarsi?

“La mia filosofia è da sempre quella che il meglio debba ancora venire, anche se alcune tappe importanti le ho fatte per poter arrivare a quello che sono oggi”.

In questi ultimi anni la Orlando è stata più curiosa o furiosa?

“La mia natura è quella di essere curiosa, non a caso ho un blog che si chiama ‘l’Orlando curiosa’, mentre il gruppo musicale si chiama gli Orlando Furiosi”.

Ecco, sappiamo che la tua attività con il gruppo è stata molto intensa.

“Sì, è un’attività parallela che mi sono creata con il tempo e che va avanti dal 2006, segnando una nuova apertura nella mia vita, diversificandomi e dimostrando un po’ di poliedricità. La passione per la musica è stata sempre con me e quando mi si è presentata l’opportunità di poterla esplorare da vicino, è diventato un secondo lavoro. Spesso siamo chiamati per fare serate di piazza anche nelle sagre, mentre d’inverno facciamo i live nei locali e nei club. Sono sempre coadiuvata dal mio fidanzato Simone che è un ottimo musicista che cura tutti gli arrangiamenti, visto che proponiamo molte cover rivedute e corrette”.

Tu e Simone vi siete conosciuti nel gruppo, giusto?

“Sì, abbiamo lavorato il primo anno senza essere fidanzati, poi le cose sono andate diversamente un bel giorno dopo averlo sognato. Lui si era accorto di me, ma era incredulo che potesse avere una storia con una persona conosciuta e non si è mai fatto avanti”.

Qual è il segreto di questo amore duraturo che va avanti ormai da nove anni?

“Il primo anno è stata una messa alla prova dal punto di vista della fiducia reciproca. Ero un po’ più possessiva, perché avevo bisogno di certezze, provenendo da situazioni precedenti un po’ traumatiche. Dopo questa prima fase, la mia possessività è stata finalmente messa da parte”.

Tornando alla musica, il 2016 si è portato via validi esponenti. Hai versato lacrime per qualcuno di questi artisti?

“Lacrime vere e proprie no, però la scomparsa di alcuni mi ha messo tanta tristezza. Mi è dispiaciuto molto per David Bowie, per George Michael, ma anche per Marco Pannella, cambiando settore, un politico che ho seguito e votato. Un altro nome, Umberto Eco. Ho versato talmente tante lacrime per la scomparsa di una mia grande amica, avvenuta anni fa, che oggi non riesco più a soffrire”.

Mi è capitato di leggere da qualche parte che sei ancora bisognosa di coccole, perché in fondo ti senti ancora un po’ bambina.

“Sì, vero. Chi di noi in fondo in fondo, non si sente ancora bambino dentro? Per fortuna che c’è questo lato infantile che alberga in ognuno di noi, che non ha nulla a che fare con la maturità, con la saggezza e con le nozioni che si acquisiscono”.

Cosa hai buttato via dell’anno scorso o cosa vorresti buttare in questo inizio?

“Alcune persone opportuniste e ipocrite, non solo nell’ambito lavorativo ma in generale”.

Qual è la persona a cui sei legata maggiormente nel tuo mondo?

“Michele Guardì e ricordo con affetto anche Corrado, con cui ho iniziato a lavorare poco più che ventenne”.

A proposito di età, hai dichiarato senza nessun problema di aver compiuto i cinquant’anni. 

“Sono dell’idea che faccia più effetto essere apprezzati quando te li porti bene, bisogna essere fiere della propria età, combattendo la tendenza che si è creata negli ultimi anni di nasconderla ad ogni costo per fobie varie”.

Ti aiuti per mantenerti così bene?

“Contribuisco con il movimento, con i trattamenti estetici e con ogni cosa che fanno le donne. Da non dimenticare l’alimentazione corretta anche per un fatto di salute, al di là dell’estetica”. (Ridendo davanti a manicaretti appena ordinati)

Director&stylist: Marco Scorza - Foto: Andrea Damiano - Abiti: Edas e Pianurastudio

CHI E’ STEFANIA ORLANDO

Stefania Orlando è nata a Roma il 23 dicembre del 1966 sotto il segno del Capricorno con ascendente Sagittario. Caratterialmente si definisce testarda e leale. Come hobby ama dipingere, tifa per la Roma e adora mangiare gli gnocchi. Le piacerebbe vivere a Londra. Possiede un Chihahua di nome Margot e in Umbria, dove risiedono i genitori del suo fidanzato, ha altri gatti e cani. Dal 2008 è legata al musicista Simone Gianlorenzi. Ha esordito nel 1993 come valletta nel programma tv di Canale 5 “Si o no?”, condotto da Claudio Lippi. Dopo questa esperienza è approdata in Rai sempre in qualità di valletta in “Scommettiamo che…?”. Ha condotto anche il TG Rosa su Odeon tv e ha lavorato anche per TMC. Nel 1997 è tornata in Rai in veste di conduttrice dello storico programma tv “I fatti vostri”, nel quale è rimasta fino al 2003. Durante questi periodi ha partecipato ad altre trasmissioni Rai come “Il lotto alle otto”, “Telethon”, “Torno sabato” e “Uno di noi”, passando anche attraverso il “Girofestival”. In questi ultimi anni ha partecipato come opinionista ad alcune rubriche di “Unomattina in famiglia”, ed è entrata nel cast de “I fatti vostri” in veste di giurata di Dog Factor, talent show dedicato al mondo dei cani. Ha condotto anche puntate di “Cantando ballando” in onda su Canale Italia. Oltre alla tv ha intrapreso anche il percorso di cantante verso il 2005, entrando nel gruppo Sex Machine Band, debuttando come solista nel 2007 con il singolo “Sotto la luna”. Oggi prosegue l’attività musicale con la sua band,gli Orlando Furiosi. Ha aperto anche un suo blog intitolato “L’Orlando curiosa”, nel quale tratta molteplici argomenti e che si trova sotto forma di rubrica all’interno del settimanale Eva Tremila. Stefania ha anche un passato da attrice in teatro e tv.



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Dacia Maraini: Donna per le donne

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Scrittrice, poetessa e sceneggiatrice. I suoi scritti sono una sorta di riflettori accesi sul mondo femminile

di Irene Di Liberto

Lei è una scrittrice particolarmente attenta all’universo femminile. Ha scritto spesso di donne comuni, invece in “Chiarad’Assisi – Elogio alla disobbedienza” parla di una donna un po’ speciale, una Santa. Da dove nasce questa idea?

“L’interesse per gli scritti delle mistiche risale agli anni 70. Ho scritto un testo teatrale su Suor Juana Inez de la Cruz, una monaca scrittrice messicana del 700; e poi ho scritto u n testo su Caterina da Siena. Quindi non è una novità per me. Due temi che mi stanno a cuore sono: la reclusione e la scrittura, due pratiche molto conosciute dalle donne di tutti i tempi”.

Qual è stato il ruolo delle donne nella Chiesa?

“All’inizio straordinario e venivano anche molto rispettate. Sto parlando delle martiri cristiane e poi delle prime donne intorno a Cristo. Dopo, mano mano che la Chiesa diventava potente e armata, le donne venivano emarginate dal potere centrale e relegate a compiti di servitù. Contemporaneamente nasceva la misoginia dei Padri della Chiesa”.

E nella società odierna?

“Le donne hanno guadagnano in diritti civili, ma la cultura di fondo resta misogina e androcentrica”.

Anche “L’amore rubato” ci parla di donne. Donne violentate e sofferenti. Ma a chi affidare oggi il compito di limitare l’istinto alla violenza verso il genere femminile?

“Beh, tanto per cominciare, alla scuola, anche quella primaria. Bisogna insegnare a rispettare l’altro, imparare a rinunciare all’idea del possesso di chi si ama. Possedere una persona vuol dire farla schiava e la schiavitù è perversa e antistorica”.

“Le donne non sono angeli, né fantasmi ma persone e come tali vorrebbero essere trattate”. A suo avviso, la letteratura ha ancora la forza e la capacità stimolare le coscienze?

Anche la letteratura è spesso misogina, a volte senza neanche rendersene conto. Comunque sono d’accordo con lei: le donne non sono né angeli né demoni, sono esseri umani con tutte le debolezze degli esseri umani. Le donne possono essere altrettanto crudeli e aggressive degli uomini. Solo che nella storia le donne hanno imparato (o sono state costrette a imparare ) a sublimare, mentre agli uomini è stato insegnato che sono i signori della terra, fatti a immagine divina e che le mogli e i figli appartengono loro per diritto di natura. Una donna, se perde un uomo che ama, piange, si dispera, ma non le viene in mente di ammazzare lui e i suoi figli. Un uomo, se perde la donna che considera sua, entra in una crisi così profonda che a volte si trasforma in assassino. Basta leggere la cronaca di questi giorni, non le pare?”.

Da suo padre a Moravia, come è stato il rapporto con la cultura maschile nella sua vita?

“Ho molto amato i padri letterari. Ma ad un certo punto mi sono chiesta: dove sono le madri? Ho cercato fra i libri e le ho trovate: sono le grandi scrittrici dei secoli scorsi, tenute ingenerosamente da parte”.

Da buona siciliana, le pongo questa domanda: ha vissuto molti anni in Sicilia con la sua famiglia, delle donne sicule cosa ricorda?

“Le donne siciliane di solito sono forti, determinate e coraggiose. Qualche volta usano male questo coraggio”.

A quale dei suoi personaggi si sente più vicina?

“I personaggi sono come i figli: non si fanno preferenze. Si amano tutti”.



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Alessandra Sarno: “Ho per figlio Tony Manero!”

Alessandra SARNO apertura

Il 2017 la vede protagonista in tournée con il musical “Saturday Night Fever”. E il pubblico romano potrà ammirarla a febbraio al Teatro Olimpico

di Mara Fux

Nonostante sia una delle più divertenti attrici comiche che l’attuale panorama possa offrirci, Alessandra Sarno è una rara eccezione dello showbiz nostrano dal momento che pur essendo salita in più occasioni sul palcoscenico di Zelig ha recitato in ruoli importanti e assolutamente “seri” sia in televisione che al cinema.

Che dici Alessandra, a colpi di risate puoi dire di essertelo tolto qualche sassolino nei confronti di chi ghettizza gli attori in una sola tipologia di ruolo? 

“Sì certo! Ma i pregiudizi sono impossibili da levare: pensa che ieri un muratore bergamasco mi ha detto che noi baresi siamo venuti al Nord a levare il lavoro a loro… ma che ne sapevo io che voleva fare l’attore”.

Che mestiere è “fare l’attrice”? 

“Serio come quello del muratore bergamasco, ma un po’ più divertente e un pochino  meno faticoso.”

Quale è stata la tua più grande soddisfazione professionale?  

“Fare il ‘piedino’ sotto al tavolo a Robert De Niro nel film ‘Manuale d’amore 3’ (regia di Giovanni Veronesi). Non me l’hanno fatto baciare perché purtroppo il copione non lo prevedeva ma ho raggiunto un obiettivo ben più grosso. Il piede che ho utilizzato l’ho portato ai R.I.S. per recuperare tracce di DNA da vendere su e-bay”.

Giorgio Centamore, tuo compagno, per mestiere è autore: condividere con lui questo aspetto professionale rafforza il vostro rapporto? 

“Certo che sì: è un interesse comune che si condivide con gioia. Oddio, se facesse il gioielliere… sarebbe la stessa cosa: sarei ben felice di condividere le gioie”.

Il 2017 ti impegna nella tournée del musical “Saturday Night Fever”: come ci si sente ad esser la madre di Tony Manero?  

“Ci si sente benissimo, anche perché i colleghi con cui lavoro sono bravissimi e divertenti, e poi in fondo, calcola che il più vecchio della compagnia ha 36 anni, e poi ci sono io… più mamma di così! Loro ballano e cantano in maniera fantastica, e io li guardo da dietro le quinte e mi entusiasmo, e poi in compagnia ci vuole sempre un’ attrice più grande che dia loro pillole di esperienza e pillole di aspirina. Ho tutto con me, sempre”.

Una buona ragione per venirvi a vedere a febbraio al Teatro Olimpico?  

“Vuoi dire un buon motivo oltre a me? Perché ‘La Febbre del Sabato sera’ è un musical molto bello, a tratti divertente, recitato, ballato e cantato da performer  bravissimi. Io mi ci sono ritrovata, perché dopo un provino “sfida” fatto per gioco, il regista Claudio Insegno, cui sono molto grata, mi ha scelta perché voleva creare con colui che fa mio marito, (Gaetano Ingala) un momento comico, un po’ diverso dal film. Tony Manero è bravissimo (Giuseppe Verzicco) e ci divertiamo molto in scena. Ma a dire il vero sono tutti fantastici, tutti. Anna Foria, Giada D’Auria, Giovanna D’Angi e Gianluca Sticotti, potenti nelle loro voci, che trasmettono forza e amore per quello che fanno! Ormai siamo tutti una grande famiglia! Ormai siamo la famiglia della ‘Febbre del Sabato sera’ e menomale perché ci aspetta una lunga tournée.  Siamo felici, soddisfatti e questo sul palco si sente”.



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Gaetano Thorel: Ieri Ford, oggi FCA

gae da solo

Una lineare, semplice e lucida osservazione della realtà automobilistica che attraversa il sociale  e il modo di vivere il tutto, insieme alla sua famiglia. Un’avventura umana e professionale che può ancora dare molto…

di Paolo Paolacci

Gaetano, la Ford: quando e come hai iniziato?

Ho iniziato nel ’91, neolaureato in ingegneria: dopo un incidente e due mesi in ospedale, con le stampelle ho fatto i colloqui in Ford Italia, e sono stato assunto.

Una carrellata delle posizioni che hai avuto in Ford.

La cosa importante è che per arrivare a determinate posizioni si devono sviluppare una serie di competenze. Oggi purtroppo il valore delle competenze si sta perdendo, nonostante siano fondamentali. Ho lavorato in Ford Italia ma non solo: direttore di zona di ricambi a Colonia, poi tra Italia ed Europa direttore di zona di vetture, direttore di pubbliche relazioni, direttore marketing, direttore vendite (quindi ho avuto la possibilità di gestire tutti i cosiddetti stakeholders cioè i concessionari, i clienti e la stampa). Dopo diversi anni di spostamenti tra Italia ed Europa (presidente e amministratore delegato della Ford Italia, vice presidente marketing per Ford Europa), e il 31 luglio scorso ho deciso di fare altro.

Che ti rimane come ricordo di quella filosofia di quegli anni specialmente all’inizio? (adesso si sono un po’ uniformati i pensieri)

Beh io sono assolutamente grato alla Ford Motor Company e alla Ford Italia. Mi rimane la grande possibilità che ho avuto di crescere, dal punto di vista professionale: persone come Ghenzer e Formica, sono personaggi che hanno creduto e credono nella persona, ed è quella Ford Italia che è stata unica nel suo genere, (anni ’90-2000). La Ford Italia di cui parlo ha sviluppato tutta una serie di talenti che oggi ricoprono posizioni di vertice in tutte le aziende automobilistiche italiane e questo non può essere un caso. Se oggi si analizza il panorama automobilistico italiano, ci si rende conto che al vertice di Opel, Fiat Chrysler, Yundai, Wolkswagen, ci sono degli ex Ford, e ci sarà un motivo, non può essere una coincidenza. Questa capacità di sviluppare le persone e di dargli la possibilità di esprimersi, ovviamente con la loro creatività, il loro entusiasmo, la porto dentro con me: questa è la Ford Italia che mi ha permesso di crescere.

A livello sociale, invece, sembra che abbiamo quasi finito il trucco di come vivere, di cosa fare, quindi dobbiamo tornare un po’ all’acqua e sapone… Secondo te, che tipi di modelli ci riserverà il futuro, sia a livello automobilistico che sociale?

Dal punto di vista automobilistico ci saranno dei grandi cambiamenti nel prossimo decennio. Per fare un esempio, mio nipote, un giovane di 22 anni (laureato Bocconi e Master all’Esade), lavora da un anno e mezzo a Dubai nel mondo delle comunicazioni, ma il settore delle telecomunicazioni non lo vede come il suo futuro: punta infatti alla consulenza dell’automotive. Un ragazzo di 22 anni, oggi ha un concetto di automobile che coincide con il carsharing, la mobilità, l’elettrificazione, la guida autonoma. Ecco i grandi cambiamenti che si affronteranno. Il ruolo del concessionario cambierà: si punterà sui servizi offerti, sulle capacità di proposta. Per riassumere: l’elettrificazione, la connettività e la guida autonoma sono le 3 rivoluzioni inevitabili dell’automobile. Altro elemento importante da considerare come innovazione sono gli “agenti disturbatori” (Apple con la Apple Car, Google con la guida autonoma), che costringono l’industry a crescere, a pensare in maniera moderna.

Questo tipo di impostazione è quello che ultimamente la Ford di Mark Fields, tutto il gruppo che parla ormai di mobilità e non più solo di vettura.

Sì ma non solo Ford. Tutte le aziende sono costrette a confrontarsi con questo cambiamento. Bisognerà farlo in maniera rapida per essere i migliori, specie per quanto riguarda lo sviluppo, che ha dei tempi molto lenti (36 mesi, 3 anni). Le aziende automobilistiche dovranno cambiare il loro modello, soprattutto per questa parte di business, e di adattarlo al consumatore.

La famiglia, il lavoro, la necessità di rispondere ad una bella carriera: come si coniugano tutte queste cose in una sola persona come Gaetano Thorel?

Sono un uomo estremamente fortunato perché ho conosciuto mia moglie Sabrina oltre 20 anni fa ed è il mio punto di riferimento: la mia famiglia è la mia energy machine, ed abbiamo sempre affrontato tutto insieme, dagli spostamenti (Colonia, Londra, Roma) ai cambiamenti (a giugno quando andremo a vivere a Milano). Per me la vita è una sola così come la mia agenda. Secondo me, questo equilibrio è il motivo per cui ho avuto questa carriera e questa vita: devo molto a mia moglie.

Per necessità lavorative hai vissuto molto all’estero: l’Italia da lì come la trovi, quali sono le cose “sbagliate” o da migliorare, e invece qual è il nostro talento?

L’Italia è una grande storia non raccontata, secondo me. L’Italia ha negli italiani delle enormi eccellenze. Quando un italiano si confronta all’estero in aziende straniere, raramente non eccelle. Questo è il grande talento dell’Italia. Il grande limite invece è il sistema paese italiano, che invece è il contrario: quando si confronta con quello degli altri paesi, fa acqua da tutte le parti. Quando vivi all’estero, ti fa arrabbiare moltissimo perché ti rendi conto che le eccellenze italiane potrebbero arrivare dappertutto. Se il sistema paese fosse adeguato alle eccellenze italiane, se ci fosse un senso civico dove il sistema ragionasse come ragionano gli italiani singoli, allora l’Italia sarebbe uno dei paesi migliori al mondo. Questo basta vederlo per come è fatto: è un paese che nonostante non abbia molte materie prime né dei grandi servizi, rimane una delle economie più sviluppate al mondo. In Italia per esempio, non esiste il concetto di “bene pubblico” che esiste in Germania o in Inghilterra o in Francia. Questo è l’enorme limite di questo paese.

E’ più facile o è più difficile sognare in FCA?

Con un po’ di dispiacere ti posso dire che è più facile sognare in FCA. La Ford degli ultimi 2 anni è una governance, mi riferisco alla struttura e ai processi che sono una cosa fondamentale in qualunque azienda: purtroppo sta rischiando di essere una patologia, cioè la Ford rischia di non avere più spazio per osare, per pensare in maniera diversa, per inventarsi strade nuove, proprio perché è tutto regolamentato da una quantità di dati esagerati. Bisognerebbe avere entrambe le cose in un’azienda: una grande governance per evitare situazioni come l’Alitalia (dopo 2 anni siamo di nuovo ad un altro fallimento) e lasciare spazi per pensare fuori dagli schermi, per far esprimere la creatività delle persone.. Se penso alla Fiesta di Ghenzer, alla quinta marcia di serie, il lancio dell’airbag e la station wagon, sono un esempio dei tanti momenti in cui si è potuto osare. In FCA ho trovato un’azienda che ha tanto bisogno di regole e di governance, ma è anche ancora molto rapida, dove si può pensare fuori dagli schemi. Fuori dall’Italia va costruito tutto: bisogna convincere gli europei, i russi, che stiamo parlando di FCA, Fiat Chrysler, non della vecchia Fiat.

Attualmente il ruolo in cui sei entrato?

Sono responsabile vendite di FCA, per tutti i paesi europei senza i 5 mercati più grandi, tutta la Russia, tutti i paesi ex unione sovietica, ex Jugoslavia, e poi tutta l’Africa come continente. Sono circa 60 mercati, una responsabilità ampia, 1400 persone sotto la mia responsabilità, è una sfida affascinante e mi diverto molto. Mi piace essere tornato in Italia e l’idea di aver dato un contributo all’unica azienda italiana, e sono contento di andare a Milano, la città meno italiana dell’Italia: ormai è una città interamente europea, quindi dopo Londra sono convinto che mi troverò bene a Milano.

Che differenza c’è fra l’essere stato italiano in Ford ed ora in FCA?

Italiano in Ford è stato un viaggio meraviglioso soprattutto in nord Europa perché ho potuto portare quello spirito dell’italiano di cui parlavo, e questo mi ha consentito di fare delle bellissime cose. Italiano in FCA è il contrario: quella parte legata alla creatività fa parte di Fiat Chrysler, quello che voglio portare è un po’ di governance e di regole ma senza uccidere la creatività.

Marchionne e Mark Fields?

Parliamo di due personalità totalmente diverse. Marchionne è un uomo di grande spessore, ha fatto una rivoluzione in azienda, (lo associo sempre a Mulally). Mark Fields è un ottimo executive dell’automobile, storicamente in Ford da 30 anni (sta prendendo l’eredità non facile di Mulally). Mulally e Marchionne secondo me sono i talenti, un po’ come una squadra di calcio: ci sono Messi e Ronaldo, e poi ci sono tutti gli altri grandissimi giocatori. Di questi personaggi ne nasce uno ogni tanto.

Queste sono necessità aziendali che si succedono per capitalizzare il cambiamento fatto, per poi gestirlo con principi forti e universali come l’integrità e la trasparenza. Quanti marchi resteranno, secondo te ,  da qui a dieci anni sul mercato? Mi sembrerebbe del tutto razionale una riduzione…

La questione non è quanti marchi ci saranno fra 10 anni ma come i consumatori guarderanno l’automobile. Credo che il numero di Brand non diminuirà perché ognuno ha un suo DNA, una sua personalità unica. Credo invece che potranno esserci ulteriori M&A nel mondo dell’auto e credo anche tra aziende Automobilistiche e Tecnologiche; questo per consentire una condivisione degli investimenti necessari per traguardare quell’automobile… elettrica, connessa e autonoma che il mercato chiederà in futuro.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:10


Martina Menichini: Una performer dalle mille attitudini

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La forza di Martina Menichini è quel suo essere performer dalle molteplici attitudini che le permette di passare in un battibaleno dal palco del teatro alla radio, da un evento di beneficenza al glamour di una rivista come GQ. Eppure lei, che si definisce ragazza al servizio dell’arte, artista “che vive di emozioni e le reinterpreta a favore del pubblico”, è uno di quei personaggi belli da vedere, da ammirare e da sentire. Un’attrice di teatro che sui palcoscenici romani è diventata una presenza fissa, ma anche una bellezza immortalata dai fotografi di mezza Italia. E poi c’è quella sua genuina simpatia che la rende melodiosa all’orecchio ogni volta che entra in radio e quel suo essere donna elegante che recentemente le ha permesso di essere di ricevere un attestato internazionale.

Partiamo da qui: Martina Menichini premiata…

“Ho ricevuto un attestato d’onore nel settore dello Spettacolo della Norman Academy per le numerose attività di beneficenza, dalla non violenza per le donne ad eventi a favore della ricerca sulle lesioni midollari. La Norman Academy è un’istituzione no-profit della Florida, ricevere un riconoscimento di questo livello mi ha riempito il cuore”.

Il tuo impegno nel social è vivo più che mai.

“Ho girato un cortometraggio sul dramma della violenza alle donne e porto avanti messaggi importanti. Penso che un’artista debba fare questo: mettere a disposizione la propria persona per lanciare messaggi e valori. Ed è uno dei miei obiettivi, quello di diventare molto importante per diventare testimonial di onlus che mi permetterebbero di partire, diventare l’Angelina Jolie italiana. La mia esperienza di volontariato in Messico nel 2014 di quasi un mese mi ha mostrato che nella vita è un dovere fare del bene”.

Eppure, recentemente, sei stata protagonista su GQ Italia.

“È vero, quello è un altro lato di me, che esce più sporadicamente ma che esiste. Sono tante Martina. È stata un’esperienza bellissima, coronata da fotografie eleganti, sensuali, prive di nudo e di volgarità. È stato un giocare con le allusioni per raccontare una parte di me importante che non nascondo”.

Dicevamo prima: fotografia, cinema, eventi e tanto, tantissimo teatro.

“Ho iniziato nel 2011, con Boccaccini che mi ha presa per un dramma erotico e sono 5 anni che amo il palcoscenico. Dal 16 al 19 febbraio sarò al Teatro Le Salette per affrontare un testo di Pinter, ‘l’Amante’. Una grande prova per me, ma so che per crescere sempre di più come attrice devi affrontare grandi testi e autori e mi sento pronta a fare il salto qualitativo in teatri di livello. Il teatro, il cinema è fatica, beh voglio faticare tanto, di più, per avere tante e vere soddisfazioni”.

E, in questo mondo, stai facendo carriera.

“Diciamo che sto lavorando per capire dove posso arrivare. Umiltà innanzitutto, insomma. A novembre ho concluso una straordinaria tourneé al teatro Petrolini dove per un paio di settimane ha fatto parte del gruppo che ha messo in scena ‘Nessuno appartiene a Nessuno’, una commedia brillante per la regia di Cristiano Vaccaro dove personificavo Anna, un’assistente universitaria alla prese con un corso prematrimoniale nel I atto e la prostituta Virginia nel II atto”.

E per chi non può vederti, c’è sempre la possibilità di sentirti.

“Dalle 10 alle 12 del sabato mattina sono in onda con la mia trasmissione su Radiobimbo, radioweb vincitrice per tre anni di seguito del Microfono d’oro: su Tunein potete ascoltarmi, ma soprattutto possono farlo i bambini”.

C’è sempre altra carne al fuoco quando si chiacchiera con te. Tu cresci e la tua carriera continua ad espandersi.

“Ma, per scaramanzia, non parlo dei progetti futuri. Ho tanta carne al fuoco, ma bisogna aspettare che sia pronta per poterla annunciare. Naturalmente le idee non mancano e sono sempre aperta alle proposte, alle nuove idee”.

Ecco, il tuo personaggio è molto social.

“Al giorno d’oggi ritengo sia fondamentale! Mi piace tutto ciò che mi porta ad esprimermi, che può trasmettere agli altri emozioni vere, passioni e sentimenti. Gli artisti sono i soli che sanno reinterpretare le emozioni e io voglio continuare a farlo. Invito i lettori a seguirmi sui miei canali Facebook, pagina Martina Menichini personaggio pubblico e instagram @martina_menichiniufficiale… e grazie!”



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Gabriele Orsi: Esordio boom per il giovane scrittore romano

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Il suo esordio letterario è stato subito un successo.  “Ali di piombo”, il romanzo di Gabriele Orsi (figlio dell’ex portiere della Lazio e vice allenatore di Mancini, Fernando) dopo solo due mesi è andato già in ristampa

di Alessandro Cerreoni

La storia raccontata nel libro ti prende e ti fa riflettere. Ti accompagna per mano nel mondo dei giovani, dove mancano le certezze e dove la vita è pericolosamente monotona. Mattia e Lara sono due ragazzi dei quali il lettore non può non innamorarsi. Nonostante i loro problemi. Specie quelli della ragazza, anoressica ma dotata di una grande saggezza e di un’infinita dolcezza. Lui è il figlio della Roma bene, che cerca di divertirsi partecipando ai vari eventi organizzati nella sua zona, tra alcol e ragazze da portarsi a letto. Studia Giurisprudenza ma non sembra avere particolari scopi nella vita, fin quando il destino lo mette di fronte proprio a Lara. Ne nasce una storia coinvolgente e particolare. La malattia di Lara spinge Mattia ad incontrare un nuovo mondo e a scoprire se stesso. Lui diventa una presenza importante per lei. E’ capace di ascoltarla e riesce a vederla oltre la sua malattia. Nel suo atto finale, la storia commuove e lascia una bella sensazione nell’anima. Un libro che consiglio vivamente.

Gabriele, ottimo esordio. Il primo romanzo ed una casa editrice importante che ha deciso di pubblicarlo. Te lo aspettavi?

“Come in molte altre cose, anche nell’editoria ci vuole fortuna. Sono nuovo di questo mondo, ma certe dinamiche si capiscono alla svelta. L’Armando Curcio aveva deciso di aprirsi alla narrativa contemporanea, giovanile in particolare, e così mi sono fatto avanti con «Ali di piombo» in un momento particolarmente favorevole. Avevo fatto leggere il romanzo a un’altra casa editrice, ma andò male. Non mi sono scoraggiato, ho creduto nel mio lavoro e ho insistito. Dopo due mesi ho firmato il mio primo contratto di lavoro”.

Che riscontri stai avendo?

“Direi ottimi, dopo soli due mesi siamo già in ristampa. La prima presentazione a Roma è stata un grande successo. Accanto a me c’erano personaggi del calibro di Mario Sconcerti e Jacopo Volpi, e il giorno dopo mi sono goduto i bellissimi articoli sui vari quotidiani nazionali e locali. Poi ad Arezzo, in Toscana, presso la libreria Feltrinelli, dove a sorpresa ha presenziato persino il sindaco, insieme a radio e tv locali. Tutta quella gente, quell’affetto mi hanno riempito di orgoglio. L’emozione più grande, però, è ricevere messaggi di lettori anche lontani da Roma che hanno apprezzato il romanzo. Ne ho ricevuti tantissimi in questi due mesi, e sto continuando a riceverne. Con mia grande sorpresa, ma non chiedermi perché, il romanzo sta andando fortissimo nel nord-Italia”.

Il libro si snoda su tre personaggi principali: Mattia, Lara e Bianca. Sono persone realmente esistite nella tua vita dalle quali hai preso spunto oppure sono frutto della tua fantasia?

“Ho cercato di raccontare la realtà nel modo più veritiero possibile. Tutti i personaggi, compresi Mattia, Lara e Bianca, sono frutto della mia fantasia, è vero, ma sono dell’idea che niente si crea dal nulla. Più che persone realmente esistite, nel romanzo si incontrano dei tipi, cioè dei caratteri riconducibili a stereotipi”.

Hai scelto due temi delicati che toccano da vicino i giovani: l’abuso di alcol e l’anoressia. Che messaggio hai voluto dare?

“Il romanzo non ha la pretesa di fare della morale, né tantomeno di insegnare qualcosa. Come dicevo, ho cercato di essere il più fedele possibile alla realtà che mi circonda. L’alcool, l’anoressia, ma anche la droga sono temi delicati, è vero, ma appartengono a questa realtà ed è giusto che se ne parli. Non necessariamente, poi, ne deve conseguire una soluzione. Sarebbe assurdo pensare di voler risolvere certe problematiche con qualche pagina di un libro. Potranno servire, magari, a fare luce su alcuni aspetti che con troppa superficialità vengono trascurati e messi da parte. Anche per questo ho scelto di dare un taglio ironico alle vicende narrate e allo stile di scrittura”.

Ogni storia ha un lieto fine. Quello che hai scelto tu sono le vittorie di Lara e Mattia sui rispettivi mali. Quanto sono importanti le persone vicine e/o amiche per il superamento di problematiche apparentemente insuperabili?

“Sono contento che tu abbia interpretato il finale come atto risolutivo. Ho avuto pareri diversi a riguardo; ma questo mi piace, significa che la storia può essere letta in più sensi e che quindi lascia spazio a più opinioni. Rimane comunque il fatto che l’amicizia e l’amore sono le due colonne portanti del romanzo. Mattia, assolutamente ignaro di cosa sia l’anoressia e di come possa essere affrontata, offre a Lara le uniche risorse di cui dispone: la sua amicizia e il suo tempo. Attraverso i loro incontri in un appartamento isolato e lontano dalla realtà quotidiana, impareranno qualcosa l’uno dall’altro. Pur non essendo un medico Mattia farà del suo meglio per aiutare Lara. Entrambi scopriranno il valore del dialogo, il potere della parola, la forza delle emozioni. La noia e l’apatia in cui è sprofondato Mattia sono problematiche altrettanto gravi: l’aiuto, a volte troppo poco d’impatto, degli amici non ha gli effetti sperati su di lui. A volte bisogna uscire fuori dal proprio tempo per dare alla realtà che si vive nuovi stimoli: e così farà, grazie a Lara e all’appartamento della zia”.

La vita di Mattia scorre in maniera monotona fin quando non incontra Lara. Da quel momento la sua visione del mondo circostante cambia. Ed è la sua salvezza. Senza di lei sarebbe riuscito a salvarsi?

“«La libertà non si raggiunge mai da soli», scrive Lara a Mattia. Non mi sento di dire che questi due ragazzi, alla fine della storia, hanno risolto tutti i loro problemi. In un certo senso sarebbe sembrato banale e scontato. L’anoressia, purtroppo, non si risolve con un semplice schiocco delle dita. Né tantomeno i disagi interiori e le turbe di un ragazzo come Mattia. Ma una cosa è chiara: le persone che ci circondano sono il bene più prezioso che ci viene concesso”.

Nel libro sono descritte perfettamente due zone di Roma, Parioli e Ponte Milvio. Sono realmente così i giovani che sono nati e cresciuti qui?

“Il romanzo non vuole essere una spietata critica di Roma Nord. Anzi, mi dispiace quando sento dire che ‘Ali di piombo’ è il ritratto perfetto di questa piccola parte di mondo. Ritengo al contrario che le dinamiche di cui si legge nel libro, le tante problematiche che ho toccato non siano esclusive di una città caotica e complessa come Roma. Parioli e Ponte Milvio, ma anche il centro storico e Roma Sud, prestano la scena, quello sì, ed era inevitabile che ne facessi un ritratto e, se vogliamo, una critica. I ragazzi che ho descritto, come dicevo, sono dei tipi, quasi delle parodie: certi loro caratteri sono esasperati (come l’organizzatore di eventi, che gira sempre in abito e con il Rolex al polso), ma come in ogni parodia, deve esserci un minimo comune denominatore rispetto reale”.

Ad un certo punto, i due personaggi Lara e Mattia, “sconfinano” all’Eur. Un passaggio che viene visto, soprattutto da Mattia, come un mettere piede in un mondo sconosciuto, mai visto prima. Esiste davvero questa divisione tra Roma nord e Roma sud?

“Roma è una delle città più belle del mondo. Un luogo comune, questo, ma sono sicuro che poche altre città del globo offrono una tale commistione di paesaggi all’interno dello spazio urbano. E questo è incredibile. Ma è anche una città che ti risucchia, che stressa e mette in difficoltà. A partire dagli aspetti più propriamente logistici e amministrativi (basti pensare alle infinite polemiche sui mezzi pubblici, sulla spazzatura, sulle buche…), fino a quelli del singolo cittadino, Roma bisogna saperla vivere. E ogni municipio, ogni quartiere, ha una propria autonomia, una vita indipendente dagli altri. Per questo Mattia si sente spaesato quando si trova costretto a ‘viaggiare’ fino all’Eur. La sua ansia è scandita dalla voce del navigatore che tiene il conto dei minuti all’arrivo; rimane stupito dall’architettura di quel luogo, così profondamente diversa da quella del suo quartiere, i palazzi dai nomi così altisonanti: insomma, Roma sud è come se fosse un’altra città. Con una certa sicurezza, posso dire che, a parti inverse, si verificherebbe la stessa cosa: Roma nord e Roma sud, come ogni altra zona della città, non è che sono inconciliabili, semplicemente si sentono incompatibili. La distanza tra i due poli accentua questa percezione: impiegare quasi un’ora per attraversare la città, amplifica il senso di estraneità. Ma credo che tutto dipende da dove si nasce: se fossi nato all’Eur avrei avuto la stessa vita che vivo adesso nella zona nord della città. Personalmente, frequento poco Roma sud. Di questo sono un po’ deluso: amo perdermi per Roma, mi permette di imparare a conoscerla meglio. Ma questo, se vogliamo, è uno dei pregi (ma potrebbe interpretarsi come un difetto…) della città: se non per motivi di lavoro, Roma tende a evitare che i cittadini facciano grandi spostamenti; e ogni zona è ben fornita di tutti i servizi (postali, bancari, ecc.) che limita certi “viaggi” (ma, piccola parentesi, è sufficiente il traffico stressante a sconsigliarli)”.

Quanto c’è dei tuoi genitori in quelli di Mattia? 

“Devo dire molto poco. Mio padre è un ex calciatore, mentre mia madre una libera professionista. Quelli di Mattia, invece, sono avvocati, principi del foro. L’idea era quella di rappresentare un’ideale famiglia borghese (mi si passi il termine…), composta da genitori occupati a tempo pieno nella loro carriera lavorativa e un figlio che passa la gran parte della giornata da solo, a casa, servito e ingozzato di tramezzini dalla domestica. Questo non significa che le figure genitoriali siano assenti: anzi, Mattia si sente molto legato a loro. Ne sono un esempio le continue metafore calcistiche, riprese dal padre, appassionato di calcio, e l’utilizzo di alcune parole, come non smette di sottolineare Mattia, ‘che mi ha  insegnato la mamma’. Tra le parti, però, si instaura un conflitto generazionale: Mattia si apre poco con la famiglia, non dialogano, mentre i genitori si sforzano di punirlo se fa qualcosa di sbagliato”.

Il diario di Lara è una confessione forte. C’è qualcuno nella tua vita che ti ha fatto simili confessioni?

“Purtroppo sì. Una persona a me molto cara e vicina ha sofferto di questo tremendo disturbo alimentare. Ammetto di aver integrato la sua esperienza con letture di approfondimento, ho studiato molto per rendere appieno il disagio e la tragicità a cui l’anoressia ti piega. È chiaro che il caso di Lara è solo uno tra i tanti possibili: l’anoressia presenta non tanto dei sintomi (per questo non mi piace definirla ‘malattia’), ma delle istanze comuni, degli atteggiamenti costanti che si manifestano in chi ne soffre. E soprattutto, proprio per escludere l’anoressia dal ramo delle malattie, non esiste una cura. Il vero dramma è proprio questo: per quante medicine si possono prescrivere, se ne esce solo con una forza inimmaginabile e che travalica ogni altra fatica. Io ho ammirato Lara: senza rendersene conto, accetta l’aiuto di un profano; non del suo medico curante, ma di Mattia, che è un ragazzo come tanti altri”.

Nel romanzo ci sono riferimenti al calcio e metafore calcistiche. E’ un omaggio al tuo papà o anche tu ne sei un grande appassionato?

“Ammetto di non essere un grande tifoso. In realtà, ma questo non piacerà agli appassionati di calcio, ho tifato con passione tutte le squadre allenate da papà. Dalla Lazio all’Inter, dal Livorno alla Ternana. Non nego che il calcio mi abbia regalato delle emozioni fortissime, e che continui a farlo. Ho avuto la fortuna di palleggiare con i grandi campioni: Mancini, Veron, Nesta, Vieri, ma anche Ibrahimovic, Eto’o, Adriano. Nonostante tutto, c’è una cosa che ho imparato dal pallone: l’umiltà. Ora, ci sono tanti altri modi per imparare ad essere umili: io ho avuto il calcio, e non me ne lamento. Ma cerchiamo di vedere anche il lato nascosto alle telecamere, quello che in televisione non appare. E cioè il sacrificio, il tornare a casa sporco di fango, lavarsi gli scarpini e riempirli di carta di giornale per aspirare l’umidità; e poi farsi magari i chilometri a piedi per andare all’allenamento, o alla partita la domenica mattina alle otto, rincorrere un pallone nella speranza che un giorno possa diventare un mestiere. Questi ragazzi, come mio padre, hanno messo da parte tanto per il proprio sogno e rischiato ancora di più; deluso tante persone, forse anche i propri genitori che desideravano un figlio laureato, con un contratto a tempo pieno che desse loro una certa tranquillità. Per dare il massimo si sono rimboccati le maniche, hanno ascoltato i consigli del loro mister, subito sconfitte e sopportato fallimenti a testa alta, senza perdere mai la voglia di continuare”.

Hai in cantiere un altro romanzo? Se sì, hai già in mente l’eventuale storia?

“In realtà vorrei dedicarmi a una raccolta di racconti. Non necessariamente legati tra loro, ma una serie di piccole storie che facciano luce sui temi più disparati. Credo che la forma frammentaria del racconto sia la più consona a raccontare la dispersione, il caos in cui è precipitato l’uomo moderno, anzi, l’uomo post-moderno: quello che non ha più un centro in cui riconoscersi, quello per il quale sono terminate le grandi narrazioni e che si è invece rintanato dentro di sé, alimentando il proprio individualismo e il proprio egocentrismo. Ma non mettiamo limiti alla speranza e ai buoni propositi: non è tutto brutto e cattivo il mondo che ci circonda. Credo solo che siamo entrati in una nuova epoca, e che sia dovere della nostra generazione comprenderlo e cercare di spiegarlo”.

Come è nata la passione per la scrittura? Ti sei ispirato a qualcuno?

“Sono laureato in lettere classiche, adesso sto prendendo la seconda laurea in lettere moderne. Come si può capire, amo la letteratura. Sin da piccolo tenevo un diario dove appuntavo i resoconti delle mie giornate a scuola. È stata una palestra molto utile. Il desiderio di scrivere un romanzo è nato un paio di anni fa. Avevo un po’ di tempo libero e l’ho dedicato tutto alla stesura di ‘Ali di piombo’. Amo la scrittura del ‘900, devo tanto allo stile rivoluzionario delle avanguardie letterarie del secolo scorso; diciamo che i miei maestri sono loro. Ho ancora tanto da imparare, per questo non rinuncio mai alla lettura di un bel libro, che leggo con la passione di un lettore e con l’attenzione di un allievo. In particolare, adoro Haruki Murakami, uno scrittore giapponese che negli ultimi anni sembra essere il favorito al premio Nobel (ma ancora non lo ha mai vinto)”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:03


Elga Poli: La fotografia sale in sella

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L’amore per i cavalli e la scoperta di essere brava davanti all’obiettivo fotografico. “Il set mi ha dato la possibilità di raccontare me stessa”

Dalle stalle alle stelle, andata e ritorno. La vita di Elga Poli è tutto un viaggiare. Seguire i cavalli, trovare il tempo per se stessa, mettersi in gioco sul set fotografico fino a diventare una delle fotomodelle più ricercate d’Italia per poi far ritorno in scuderia. A 40 anni portati come fosse una ragazzina, equitazione e moda si sono fusi in un binomio che l’hanno resa un personaggio fuori dal comune. Dunque, riannodando i fili, due vite in una. Quella lega ai cavalli, con cui lavora nel Circolo Ippico Magentino di Magenta alle porte di Milano, e dove ha creato una seria attività di commercio cavalli da salto ostacoli.  “Mi sveglio ogni mattina alle 5 solo per loro. È una passione che coltivo da sempre, il cavallo è un animale dall’intelligenza così fina che è in grado di comprendere umori, stati d’animo, giornate no…”. E poi c’è l’altro lato. Elegante, sensuale. “Questo mondo mi ha davvero dato la possibilità di raccontare me stessa, di trasmettere tutto quello che ho dentro. È stata una scoperta fantastica ed è per questo che ogni giorno sono in cerca di set sempre diversi”.

Come si diceva: dalle stalle alle stelle.

“È curioso, fa ridere… ma è così! E tutto è accaduto all’improvviso: ho iniziato a farmi immortalare in mezzo alla natura, negli spazi dei maneggi, fra scuderie e sellerie. Il risultato è stato che la passione si è trasformata in un mezzo lavoro che mi porta in giro per l’Italia. Anche se, naturalmente, i cavalli rimangono la mia vita”.

Perché il cavallo è…

“Un animale speciale, un compagno di vita e di giochi, con un carattere particolare che ha le ‘lune’ esattamente come le abbiamo noi. Ma il feeling e l’empatia che si viene a creare con un animale simile è a tratti inimmaginabile per chi non lo ha mai sperimentato”.

Ed è anche grazie a queste emozioni che ti sei messa in posa davanti all’obbiettivo. 

“Un fotografo mi ha convinto dicendomi che davanti all’obbiettivo potevo ancora far bene, io mi sono convinta delle sue parole e ho lasciato da parte tutte le mie esitazioni. Ed allora eccomi qua, con le mie migliaia di foto sul pc, i miei tanti shooting collezionati a diverse età, e la continua voglia di mettermi in gioco e sperimentare”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“Conoscenze fantastiche, stima di me stessa e del mio corpo, poter trasmettere sensualità senza scadere nel volgare. E, poi, la possibilità di rivedermi e di fermare il tempo”.

Naturalmente, hai posato in sella ad un cavallo.

“Certo, tante volte! Ed una foto è così particolare, con lo stivale in evidenza, da averla fatta diventare il marchio di fabbrica della mia azienda, Cafero Commerce. In quella foto è come se ci fosse tutto di me: cavalli, eleganza, femminilità”.

Ti riguardi nelle foto e vedi una Elga Poli…

“Che ha in volto la felicità e la soddisfazione per quello che ho saputo mettere in atto in quel momento. Voglio migliorare, lavoro costantemente per quello, perché è il dettaglio che fa la differenza e fa sì che non ci si improvvisi fotomodelle”.

Come si concilia fotografia e lavoro?

“Come detto, viaggiare dalle stalle alle stelle non è semplice! E quindi si vive facendo tanti sacrifici, svegliandosi molto presto al mattino, lavorando per migliorarsi sotto ogni punto di vista. Non si può aver paura del giudizio della gente, ma bisogna sempre operare in modo tale da non andare mai oltre il limite della volgarità. Questo in fotografia non è sempre facile”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:00


Daniele Pompili: L’imprenditore che diventa un vampiro

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di Alessia Bimonte

Daniele Pompili, giovane imprenditore trentenne con la passione per il mondo dello spettacolo. Originario della Calabria, vive nella capitale dove ha fatto parlare di sé e delle sue fidanzate, dalla vincitrice del Grande Fratello Floriana Secondi, alla showgirl Valeria Marini, e delle sue amiche  Rita Rusic e Alba Parietti. Ha inoltre posato per alcune campagne pubblicitarie come modello di marchi internazionali quali Armani, Levi’s e Diesel. Conduttore di programmi televisivi di cronaca e attualità per televisioni locali. È stato di recente impegnato infatti  nel programma “L’ora legale” sul canale Gold Tv Italia. Si è lasciato alle spalle i suoi flirt per dedicarsi a migliorare la sua carriera di attore. Ha partecipato a tal proposito ad uno spot con il grande Ricky Tognazzi per la campagna “Antibiotici la nostra difesa numero 1” promossa dalla Società Italiana Terapia Antinfettiva (Sita) per un buon uso di questi farmaci. Lo spot intitolato “Il supervampiro”, utilizza la figura di un vampiro come metafora ed è disponibile sul sito www.antibioticilanostradifesa.it

Quali sono state le tue impressioni sullo spot e come è stato lavorare con Ricky Tognazzi?

“È stato sicuramente un lavoro che lancia un messaggio importante: non abusare degli antibiotici, ma prenderli con moderazione e con la prescrizione medica. Sono onorato di essere stato scelto e di aver lavorato con Ricky Tognazzi, un grande artista ma anche una persona umile e molto disponibile. Un grande ringraziamento anche ai miei colleghi e al produttore esecutivo dello spot Nicola Liguori”.

Hai in serbo nuovi progetti per la tua carriera?

“Sì, sto lavorando ad un nuovo film di cui preferisco non parlare ancora, ma c’è in progetto”.

Come hai trascorso le vacanze natalizie?

“Gli anni passati ho sempre trascorso il capodanno all’estero, ma quest’anno mi sono spaventato per i terribili attentati che si sono susseguiti ed ho preferito rimanere a casa per il Natale, in compagnia della mia famiglia e con gli amici a Capodanno”.

Situazione sentimentale?

“Felicemente fidanzato, ma non voglio dire altro per non scatenare ulteriori bufere, ho rispetto per la persona che mi è accanto”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 14:57


Giovanni Angelozzi: Il modellatore di radici

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di Marisa Iacopino

Fin dagli albori della sua storia, l’uomo ha instaurato un legame profondo con gli alberi, venerandoli, assorbendone l’energia.

In speciale connessione con le piante, c’è chi crea dalle radici d’albero oggetti artistici di rara bellezza. Così, modellando mangrovie e ibiscus spiaggiate in lontane latitudini, come pure legni d’ulivo e ciliegio nostrani, nascono per mano d’un giovane romano, Giovanni Angelozzi, soluzioni d’arredo per un’arte ecosostenibile. Tavoli e lampade creati in un connubio di perfezione tra legno e vetro che ne caratterizza l’originalità.

Com’è nata la tua passione per le radici?

“Breve premessa: sono uno che ama la natura e vuole viverci immerso fino in ‘fondo’.  E poi, ho un grande amore, l’oceano. Dopo varie esperienze lavorative, con le mie bombole d’ossigeno in spalla, decido di partire alla volta dell’Egitto. Mi affermo come istruttore di sub in Messico, e vivo qualche tempo anche a Capo Verde. Infine, arrivo alle Maldive, nell’isola di Palm Beach. Lì, finalmente trovo la mia dimensione. Passo le giornate tra immersioni e passeggiate in riva al mare. Ed è là che la mia vita cambia per sempre. Stavo passeggiando sulla spiaggia, quando un grosso tronco attira la mia attenzione. Non avevo ancora realizzato che quel ‘rifiuto del mare’ mi sarebbe valso pubblicazioni su riviste di design, e tanto meno che un giorno sarebbe diventato un pezzo unico. Da quel 2009 le cose sono cambiate, il giovane istruttore di sub adesso è un designer, e questo mi piace tantissimo!”.

“Radice in movimento”, questo il nome della tua azienda/bottega. Di regola, le radici rappresentano la staticità dell’albero. Dunque, perché in movimento?

“L’idea nasce dal fatto che le mie opere hanno una forma non statica che ricorda il movimento, e poi si ha lo sviluppo della radice: da pezzo grezzo a un’opera finita”.

Da dove viene la passione per gli alberi, e in particolar modo per la lavorazione delle radici?

“Delle radici mi piace il fatto che abbiano forme diverse conferite dalla natura, e siano così artisticamente belle da osservare. La forma di ognuna rimane nascosta alla vista finché non viene estrapolata dal suo ambiente. E’ proprio lì che mi diverto a immaginare possibili soluzioni per risvegliarla in qualcosa di unico”.

Vendono abbattuti gli alberi per le tue creazioni?

“Ci tengo a dirlo a gran voce: nessun albero è stato mai abbattuto intenzionalmente per la realizzazione delle mie opere. Si tratta di materiale di recupero adattato e restituito a nuova vita attraverso il senso artistico”.

Quali sono le fasi di lavorazione del legno?

“La prima è quella della valutazione del pezzo: capire se mi può ispirare per realizzare qualcosa di artistico. Segue una pulizia grossolana per togliere fango, sabbia o terra. Prendo poi la carta vetrata e gli scalpelli, e inizio a levigare il legno. A questo punto, metto in risalto quello che la natura mi ha fornito, e l’opera viene posta in piano, così che il pezzo inizia a prendere forma, sia esso un tavolino o una lampada. Tocco finale, l’applicazione d’un composto per sigillare i pori e proteggere da insetti. Tutti passaggi fatti a mano, senza utilizzo di macchinari. I pezzi non vengono sabbiati, ma rifiniti con meticolosa pazienza”.

Si ravvisa una coincidenza tra l’incanto del paesaggio maldiviano e l’esplosione della tua idea?

“Le Maldive mi hanno ispirato per la grossa quantità di materiale che la natura mi regalava, Le mareggiate erano frequenti e cosi sul bagnasciuga si potevano ritrovare legni dalle forme più diverse che ispiravano la mia creatività.   Avendo molto tempo libero poi, potevo sperimentare e dar voce alle idee”.

Di ogni radice usata tu indichi la provenienza, oltre al nome botanico. Alcuni oggetti sono realizzati da radici trovati sul litorale romano e toscano. Preservare l’identità geografica serve a imprimere un passato all’oggetto che l’acquirente porterà nella propria casa?

“La storia dell’opera può sicuramente interessare l’acquirente per capire che cosa sta comprando, che viaggio e storia c’è dietro l’oggetto che metterà nel suo ambiente”.

Cosa significa raccogliere e lavorare un pezzo di legno abbandonato?

“Ridare vita a quella pianta che fino a poco prima era viva e rigogliosa nella terra, trasformandola a nuovo e diverso utilizzo. Molti vedrebbero spazzatura, io ci vedo un pezzo unico e originale da far emergere pazientemente”.

Tu sei ‘modellatore di radici’, e subacqueo professionista. Cosa ti appassiona di più, la natura terreste o quella sottomarina?

“Anche se ho potuto viaggiare e visitare posti meravigliosi, senza ombra di dubbio posso dire di preferire il mondo marino… molto più silenzioso”.

Come ogni pezzo scultoreo, le tue opere sono costituite dai contrasti del pieno-vuoto. Ti definiresti più proiettato verso la luce o l’ombra?  

“Sicuramente verso la luce. Anche nel mio lavoro tendo sempre ad accentuare e creare dei giochi di luce che permettono all’opera di risultare più leggera, e di conseguenza più ‘in movimento’”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 14:55


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